Le elezioni USA: non solo uno scontro tra un “rimbambito” e un “delinquente”

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Dopo il Super Tuesday del 5 marzo, la partita delle primarie presidenziali negli Stati Uniti si è chiusa con lo scontato risultato della vittoria di Biden da un lato e di Trump dall’altro, che quest’estate verranno incoronati quali candidati per la corsa del novembre 2024 nelle Conventions dei rispettivi partiti. I maligni la dipingono già come la triste competizione fra un presidente in carica, cui un procuratore speciale ha sì risparmiato un’accusa penale, presentandolo però agli occhi dell’elettorato come assai poco lucido mentalmente, e un ex presidente sotto accusa per più di un fatto di reato. Una gara, per dirla volgarmente, fra un rimbambito e un potenziale delinquente: non un bel vedere, insomma! Stando così le cose proviamo a capire meglio se e quali ostacoli incontrano oggi i due futuri candidati alla presidenza di un paese la cui politica estera ha un fortissimo impatto sulle sorti del mondo, ragion per cui le sue elezioni riguardano direttamente anche noi.

Trump, com’è noto, si presenta al momento in vantaggio nei sondaggi, raccogliendo consensi non solo fra i suoi fedelissimi, ma anche fra molti repubblicani che nel 2020 erano stati scettici nei suoi confronti e non lo avevano votato. Inoltre, e sorprendentemente agli occhi di molti, l’ex presidente miete fiducia presso strati sempre più larghi delle minoranze, che oggi scivolano a destra. Si tratta non solamente del voto nero, che già a partire dal secondo Obama – per quanto in percentuale certamente ridotta – si è spostato verso i repubblicani e, nel 2016 e nel 2020, in particolare verso Trump (mi si permetta di rinviare al mio, Joe Biden: tutto cambia affinché tutto resti (dis)uguale? In MicroMega, 1, 2021, p. 171 ss.). Sono soprattutto gli ispanici, i così detti latinos, che alcuni sondaggi danno a favore di Trump addirittura per una percentuale maggiore del 40, ad apparire oggi come veri e propri swing voters, ossia quale gruppo etnico la cui preferenza maggioritaria non è certa e che per questo può costituire l’ago nella bilancia elettorale. Dalla parte di Trump c’è poi gran parte della classe operaia bianca e più in generale gli elettori, soprattutto bianchi, che non hanno una laurea. Un sondaggio della NBC di inizio anno riporta come fra i bianchi non laureati i punti di distacco a vantaggio di Trump, già alti nel 2023, siano notevolmente cresciuti nel gennaio 2024 (https://pos.org/wp-content/uploads/2024/02/Bill-NBC-Executive-Summary-Presentation-d1a.pdf).

Si tratta degli strati della popolazione economicamente più in difficoltà, messi in ginocchio dal capitalismo della globalizzazione, che ha prodotto la delocalizzazione delle industrie manifatturiere nei paesi del sud del mondo. I colletti blu sono soprattutto uomini e donne bianchi, lavoratori nelle fabbriche in declino – per quanto l’UAW, il sindacato dell’automotive, abbia recentemente ottenuto vittorie strepitose – nell’edilizia o nei trasporti, che tradizionalmente hanno formato la base elettorale del partito democratico, ma che da qualche tempo lo hanno abbandonato. E se la working class bianca rappresenta il 35% del voto nazionale, negli Swing States della Rust Belt (la regione dei Grandi Laghi, un tempo cuore dell’industria pesante del Paese) il suo peso è determinate o quasi. Quei lavoratori sono, infatti, il 45% degli elettori in Pennsylvania, il 52 % in Michigan e addirittura il 56% in Wisconsin (https://www.nytimes.com/2024/02/21/opinion/biden-trump-working-class.html?): tutti Stati che Biden ha vinto al margine nel 2020 e che, se vuole vincere, ha bisogno di mantenere anche in questa tornata.

Il problema del partito democratico pare, dunque, consistere nell’aver perso la propria identità storica, quella che lo rendeva il partito della classe operaia, dei più deboli, dei little guys, e di essersi trasformato in buona misura nel partito dell’élite istruita e perfino dei più ricchi, considerata la sempre maggiore fetta di popolazione abbiente – quella del quinto percentile più ricco – che oggi lo sostiene. «I democratici hanno perso terreno perché la loro politica economica non è stata una politica per i lavoratori. Paga di meno essere il partito di Wall Street e delle corporation multinazionali (il neoliberismo, da Carter a Clinton a Obama, con Clinton che è stato il più efferato di tutti) piuttosto che difendere l’aborto o i programmi di diversità eguaglianza e inclusione» sostiene in proposito Robert Borosage, uno dei fondatori della Campagna per il futuro dell’America.

La politica economica del partito democratico, per decenni troppo simile a quella repubblicana – quando non addirittura peggiore – ha contribuito a una situazione in cui il 50% della popolazione meno abbiente nel paese più ricco del mondo era nel 2021 più povero del 50% della popolazione italiana, pur essendo la ricchezza media (quella pro capite) statunitense due volte e mezzo quella italiana (Global Wealth Report). Si tratta di una politica che negli ultimi trent’anni ha consentito all’1% più ricco di portare via alla metà più povera degli americani quel poco che aveva: i primi si sono arricchiti di 21 trilioni con una crescita della loro fetta di ricchezza nazionale dal 27 al 34%, mentre i secondi l’hanno vista diminuire dal 4 al 2%, perdendo 900 milioni (https://www.peoplespolicyproject.org/2019/06/14/top-1-up-21-trillion-bottom-50-down-900-billion/). Nel giugno del 2023 le insolvenze dei mutui per le vetture hanno raggiunto il picco più alto dalla grande recessione; l’uso delle carte di credito è aumentato notevolmente, così come la morosità nei pagamenti, fra le più alte dell’ultimo decennio; la povertà infantile, dopo un momento di drastica riduzione dovuta a un sostegno pubblico straordinario poi eliminato, fra il settembre 2021 e il settembre 2022 è raddoppiata; nel 2022 il tasso di insicurezza alimentare ha raggiunto il suo livello più alto dal 2015; il numero degli homeless nel 2023 è cresciuto del 12%… mentre i miliardari passavano da 724 nel 2021 a 735 nel 2023 (con un Elon Musk che in tre anni ha addirittura decuplicato la sua ricchezza miliardaria).

Non è dunque una sorpresa che le dichiarazioni di Joe Biden di un’economia in ottime condizioni lasci il tempo che trovi presso i tantissimi che non se ne sono accorti e che necessitano di una sicurezza finanziaria che non hanno. «Non si tratta di essere ricchi, ma di poter soddisfare le esigenze vitali senza preoccupazioni», dice chi – intervistato da un gruppo di ricerca che documenta la gravità della situazione negli Stati Uniti – è fra il 62% della popolazione americana che vive “pay check to paycheck”, ossia arrivando a stento a fine mese senza mai risparmiare nulla, col rischio di trovarsi per strada in caso di perdita del lavoro o di malattia improvvisa (https://www.cnbc.com/2023/10/31/62percent-of-americans-still-live-paycheck-to-paycheck-amid-inflation.html). L’aver perso il contatto con la propria base storica è probabilmente il problema più serio per il partito democratico e quindi per Biden che, per quanto oggi prometta una tassazione sulle ricchezze più ingenti, appare poco credibile a chi lotta per non affondare.

Così, mentre Donald Trump pare trarre – un peraltro ingiustificato – vantaggio dallo scollamento fra il partito democratico e i little guys, conquistandoli a sé, i tanti processi che nell’anno corrente lo dovevano vedere sul banco degli imputati si sono per ora ridotti a uno: quello che lo vede accusato di aver comprato il silenzio della porno star Stormy Daniels, al fine di evitare uno scandalo sessuale durante la campagna elettorale, il cui inizio è calendarizzato per il 15 aprile. Si tratta di un processo che tutto sommato non sembra potergli alienare le simpatie del suo elettorato, ma che potrebbe condurlo nelle patrie galere.


Usa. Trump è eleggibile: parola della Corte Suprema

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Mentre l’ultimo sondaggio del New York Times insieme al Siena College (https://www.nytimes.com/2024/03/02/us/politics/biden-trump-times-siena-poll.html) dice che Joe Biden ha raggiunto il più basso tasso di approvazione da quando è presidente degli Stati Uniti – sono ben il 47% dei cittadini che andranno a votare coloro che disapprovano fortemente il suo operato – e che l’attuale presidente è sotto di cinque punti percentuali rispetto a Trump nelle preferenze dell’elettorato, le vicende giudiziarie di quest’ultimo, per quanto pesanti sul piano economico (l’ex presidente ha da poco subito una sanzione amministrativa per frode, ammontante a più di 450 milioni, che per ora non ha pagato in attesa dell’appello), paiono dargli ampio respiro sul piano politico.

Il dato di maggior evidenza sotto questo profilo è la pronuncia della Corte Suprema federale (SCOTUS) di lunedì 4 marzo (giorno antecedente l’inizio del Super Tuesday, quando si terranno le primarie e i caucus in ben 15 Stati, Colorado compreso), che dà il via libera alla sua candidatura ovunque (https://static01.nyt.com/newsgraphics/documenttools/211766e3747ac16d/cd0a2038-full.pdf). Decidendo, infatti, sull’esclusione di Trump dallo scrutinio del 5 marzo, operata dalla Corte Suprema del Colorado, in senso favorevole all’ex presidente, la SCOTUS mette la parola fine alla questione della sua possibile ineleggibilità in forza della terza sezione del XIV emendamento della Costituzione, che impedisce a chiunque sia stato coinvolto in un’insurrezione e abbia giurato di rispettare la Costituzione degli Stati Uniti di ricoprire una carica ufficiale. Evitando di prendere posizione su temi delicatissimi (se i fatti del 6 gennaio costituiscano o meno un’insurrezione, o se Trump vi abbia partecipato, o ancora quale significato attribuire al termine giuramento, o se il Presidente possa o meno essere ricompreso fra coloro cui la terza sezione del XIV emendamento fa riferimento), la Corte si è espressa risolvendo il problema a monte. Nessuno Stato – dicono unanimi i nove giudici – può estromettere Trump dalle primarie o dalla candidatura a Presidente degli Stati Uniti perché, trattandosi di una carica federale, è solo a quel livello che un’eventuale estromissione potrebbe avvenire. Gli Stati – continuano – possono decidere sull’ineleggibilità di coloro che aspirano a ricoprire cariche statali, ma non hanno competenza in relazione a quelle federali, altrimenti si produrrebbe una situazione di caos assoluto in cui ogni Stato fa come crede «in contrasto con i principi di federalismo della nostra nazione». Colorado, Maine e Illinois, che già avevano escluso Trump dalle primarie, dovranno dunque riammetterlo e i tanti Stati in cui la sua radiazione era in discussione non avranno più materia per contendere. La Corte, tuttavia, non si è fermata qui e – a maggioranza di cinque a quattro – ha chiarito altresì che, per escludere Trump dalla corsa elettorale o dalla carica presidenziale qualora eletto, occorre che si pronunci il Congresso federale, il quale soltanto – in forza della quinta sezione del XIV emendamento – può dare attuazione alla terza sezione dello stesso. Un’interpretazione, quest’ultima, non condivisa dai tre giudici progressisti della Corte, che la ritengono un’inopportuna e non richiesta fuga in avanti, ma che garantisce a Trump che la sua eleggibilità sia ormai fuori discussione.

Il secondo regalo che la Corte Suprema ha di recente fatto a Trump è la presa in carico della questione della sua immunità per i fatti del 6 gennaio. L’imputazione federale per le interferenze illegittime nelle elezioni del 2020, infatti, è – fra le quattro ad oggi pendenti a suo carico (due sul piano federale e due su quello statale) – la più pericolosa per Trump. Una decisione da cui risultasse che l’ex presidente era consapevole che i brogli elettorali non avevano avuto luogo equivarrebbe, infatti, alla prova della sua intenzione di ingannare l’elettorato e coloro che il 6 di gennaio del 2021 avevano assaltato il Congresso e, a novembre, gli sottrarrebbe certamente un buon numero di voti. Spostare il più in avanti possibile il processo federale per i fatti del 6 gennaio è stato dunque da sempre per Trump e per il suo team di avvocati un importante obiettivo, che oggi pare raggiunto. La decisione della SCOTUS di mercoledì 28 febbraio di pronunciarsi in merito alla questione dell’immunità dell’ex presidente – ciò che non era per nulla scontato data l’altissima percentuale di casi in cui, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, la SCOTUS decide di non decidere – significa, infatti, posticipare di parecchi mesi il dibattimento per le interferenze nelle elezioni del 2020. La Corte ascolterà le parti alla fine di aprile e non emetterà prima di giugno la propria sentenza che, se anche confermerà – come è probabile – le decisioni delle corti inferiori che si sono espresse nel senso di escludere l’esimente dell’immunità per Trump, comporterà però una ripresa del procedimento penale non prima di settembre, rendendo così assai difficile che il processo più pericoloso per Trump si concluda prima delle elezioni di novembre (nonostante la sua data d’inizio fosse stata originariamente fissata per il 4 marzo).

Una bella vittoria per Trump che, tramite i suoi avvocati, ha chiesto a sorpresa che il processo federale per la questione dei documenti riservati trovati a Mar-a Lago abbia inizio il 12 agosto. La strategia è chiara e, ancora una volta, mostra il forte intreccio che nel sistema statunitense lega il piano giudiziario a quello politico. Poiché difficilmente due processi federali a suo carico potranno partire contemporaneamente, Trump sembra voler predeterminare la tabella di marcia delle sue scadenze giudiziarie e spingere affinché il giudizio in Florida precluda temporaneamente quello a Washington. Il primo, infatti, si svolgerà di fronte alla giudice Aileen Cannon, da lui stesso nominata, e a una giuria sicuramente a lui politicamente più favorevole rispetto a quella che potrebbe essere selezionata nel democratico distretto di Washington, in cui avrà luogo il processo per i fatti del 6 gennaio di fronte a una giudice, Tanya S. Chutkan, nominata da Obama. Il giudizio in Georgia, che, sul piano statale, lo accusa di aver cospirato per sovvertire il risultato elettorale, è d’altronde fermo perché i legali di Trump hanno accusato la procuratrice Fani T. Willis di aver assunto come assistente un suo amante e averlo pagato più del normale, profittando personalmente degli ingiusti guadagni. La questione è ora di fronte a un giudice che deve valutare se la Willis, la cui credibilità è comunque già ampiamente compromessa, può o meno mantenere l’incarico.

Benché sembrasse che l’intero 2024 dovesse vedere Trump comparire di fronte alle giurie americane, l’unico processo penale che pare per il momento dover iniziare a suo carico è quello (fissato per il 25 marzo) in cui l’ex presidente è accusato di aver pagato con i soldi destinati alla campagna elettorale del 2016 la pornostar Stormy Daniels, affinché la loro relazione non diventasse di dominio pubblico prima delle elezioni. Si tratta di un’accusa da molti percepita come pretestuosa – oltre ad essere giuridicamente controversa (https://www.micromega.net/l-atto-di-accusa-a-trump-e-lo-spettro-di-commistione-fra-politica-e-diritto/) – che lo farà apparire ai suoi sostenitori ancora una volta come vittima di una persecuzione politica.

Così, mentre Biden perde consensi e nelle primarie del Michigan più di centomila elettori democratici ne contestano il sostegno a Israele, votandogli contro con schede in cui si dichiarano uncommitted, l’effetto probabile del processo penale alle porte per Trump sarà un nuovo aumento di popolarità. Siamo dunque di fronte a uno stato delle cose che frustra coloro che immaginavano di poter sconfiggere Trump facendo uso del diritto, ma che potrebbe dar fiato a quanti sul piano politico vedono bene la sostituzione di Biden con una diversa candidatura.


La memoria di Biden e una candidatura in dubbio

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«La mia memoria funziona benissimo», risponde Joe Biden alla domanda di un giornalista che gli chiede spiegazioni in ordine alle conclusioni cui da poco è giunto il procuratore speciale, Robert K. Hur, in una relazione di 345 pagine. Incaricato all’inizio del 2023 dall’Attorney General della Casa Bianca (corrispondente al nostro ministro della Giustizia) Merrick Garland di investigare su un possibile reato di detenzione illegale di documenti coperti da segreto di Stato – relativi al periodo in cui Biden era vice presidente di Obama e trovati dagli avvocati della sua amministrazione in un suo ufficio e nella sua abitazione in Delaware – giovedì scorso lo Special Counsel decide di non esercitare l’azione penale contro l’attuale presidente.

Alla buona notizia dell’archiviazione dell’accusa a suo carico decisa dal procuratore Hur – parte del team del ministero della giustizia ai tempi di Trump e da quest’ultimo poi nominato quale Attorney General in Maryland – si accompagna però, per Biden, un devastante attacco alle sue capacità cognitive, di dubbia interpretazione sul piano politico. In un documento, che entra pesantemente nei dettagli delle facoltà intellettive del presidente, la ragione per cui il procuratore speciale non esercita l’azione Biden penale non riguarda i fatti, ma la difficoltà di provare in giudizio che Biden si rendesse conto di quel che faceva. A differenza di quel che gli avvocati di Biden asserivano, Hur dichiara che non è vero che la sua detenzione di materiale coperto da segreto di Stato non abbia messo in pericolo la sicurezza nazionale. È invece la sua ovvia incapacità di ricordare che «renderebbe difficile convincere una giuria a condannarlo per un reato grave che richiede la prova della volontà dell’azione». Il presidente è, insomma, in uno stato mentale tale che sarebbe assai difficile per l’accusa provare il dolo richiesto dalla fattispecie criminosa, ossia provare che egli si rappresentasse e quindi volesse effettivamente detenere del materiale riservato.

Il rapporto con cui Hur archivia l’accusa descrive ore di confronto in cui il presidente avrebbe dimostrato di non essere in grado di ricordare eventi e fatti importanti e noti, come la data di morte di suo figlio Beau o il periodo della sua vice presidenza. Già in una conversazione registrata nel 2017, con colui che poi ne avrebbe scritto la biografia, Biden «faceva fatica a ricordare molti fatti» e «aveva difficoltà nel leggere e capire le sue proprie annotazioni», scrive il procuratore speciale. Nel 2023, aggiunge, la situazione è decisamente peggiorata. È un resoconto sulla memoria di Biden e sulle sue capacità cognitive del tutto inusuale per un documento legale, commenta il New York Times, che riporta la notizia con grande enfasi (https://www.nytimes.com/2024/02/08/us/politics/biden-special-counsel-report-documents.html). È un chiaro eccesso rispetto ai compiti spettantegli, afferma il presidente (https://www.politico.com/news/2024/02/09/white-house-frustration-with-garland-grows-00140813).

Cosa sta dunque succedendo? Si tratta di un colpo basso messo a segno da un procuratore speciale che in fondo parteggia per Trump, essendo stato parte della sua amministrazione in passato? O siamo invece di fronte a un errore di Merrick Garland, che non ha saputo tutelare il suo presidente, per aver nominato a suo tempo il procuratore speciale e per non aver “sbianchettato” oggi tutte le parti del rapporto che compromettono irrimediabilmente l’immagine di un Biden compos sui, ossia capace di ragionare e quindi di governare un paese come gli Stati Uniti?

Se l’intenzione di danneggiare Biden a vantaggio di Trump da parte di Robert Hur è tutta da provare, è ancora più complicato addossare a Merrick Garland la responsabilità di quanto accaduto. Con un’indagine per i documenti riservati detenuti a Mar-o-Lago da Donald Trump già a novembre 2022 attribuita a un procuratore speciale, qualora nel gennaio 2023 Garland avesse intestato a sé l’investigazione relativa a Biden per fatti analoghi e avesse poi archiviato, la disparità di trattamento sarebbe risultata evidente. Per garantire un’immagine di neutralità al dipartimento della giustizia, vantaggiosa anche per l’attuale presidente nella sua futura corsa elettorale, Merrick non poteva fare diversamente e la scelta di un prosecutor dal passato politico non democratico aveva proprio lo scopo di avvalorare l’imparzialità di un organo di giustizia che, per la prima volta, ha poi esercitato l’azione penale contro un ex presidente in corsa per la rielezione. Né lo US Attorney General avrebbe potuto modificare il rapporto del procuratore speciale senza dover rendere conto al Congresso.

Mentre alla Casa Bianca volano gli stracci, quel che è accaduto sembra invero la spia di un forte disagio per la candidatura di Biden all’interno dello stesso establishment democratico. Quanto la relazione di Hur sia stata o meno concordata con coloro fra i democratici che pensano che il presidente debba ritirarsi dalla corsa elettorale forse non lo sapremo mai. Quel che è certo è che in molti nel mondo dem ritengono ormai certa una sua sconfitta. A suffragare la loro opinione stanno i sondaggi che lo danno come il presidente con il più basso tasso di gradimento dai tempi del secondo mandato di George W. Bush e ne attestano il pericolosissimo progressivo e rapido abbandono da parte dell’elettorato (https://www.nbcnews.com/politics/2024-election/poll-biden-trump-economy-presidential-race-rcna136834), soprattutto giovane (https://www.vox.com/politics/24034416/young-voters-biden-trump-gen-z-polling-israel-gaza-economy-2024-election). Ci sono poi le preoccupazioni per un’economia che, per quanto sbandierata come in ottima salute, non soltanto è sempre tale solo per i pochi che se ne avvantaggiano a danno dei molti, ma rischia altresì di vedere ricomparire gli alti tassi di inflazione – da poco lasciati alle spalle – a causa della guerra nel Mar Rosso, che anche gli Stati Uniti combattono. Le difficoltà cognitive di Biden, al di là del rapporto di Hur, sono sotto gli occhi di tutti e il timore che la situazione peggiori è forte e non infondato. Ecco perché la relazione di Hur, se non concordata, con ogni probabilità costituirà comunque il grimaldello attraverso cui una parte consistente dell’establishment democratico cercherà di aprire la porta a una diversa candidatura. In che modo? Biden potrebbe, per esempio, partecipare alle primarie fino alla convention repubblicana di agosto, accumulando delegati e attaccando Trump, salvo poi «scioccare il mondo intero con l’annuncio del suo ritiro dalla corsa e l’invito ai delegati alla convention di scegliere loro con chi sostituirlo», scrive Ross Douthat sul New York Times. Ciò comporterebbe «uno spettacolo e un entusiasmo che il vecchio Biden non può più offrire» (https://www.nytimes.com/2024/02/10/opinion/joe-biden-convention-2024.html). Fantasie di un opinionista? Forse no e la relazione di Robert Hur potrebbe allora essere il segnale di un prossimo cambio di guardia atteso da molti.


L’ombra dei giudici sulle elezioni degli Stati Uniti

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È una strana tornata elettorale quella che si prospetta quest’anno negli Stati Uniti, in cui piano politico e piano giudiziario si intrecciano come mai era capitato prima. Si tratta di un intreccio che coinvolge principalmente Donald Trump, il candidato alle primarie che mantiene un vantaggio abissale rispetto agli altri concorrenti alla nomination repubblicana.

Anche Joe Biden, l’incumbent, rischia però di essere trascinato in vicende giudiziarie che possono fargli perdere il sostegno di non pochi elettori. Sono per lui le faccende del figlio, che ora anche la Camera dei rappresentanti ha ottenuto l’autorizzazione di indagare in vista di un suo possibile impeachment, a coinvolgerlo. E se le prove che Joe Biden abbia tratto profitto dagli affari internazionali di Hunter – per via del suo ruolo di vice durante la presidenza Obama – sono scarne e inconsistenti, molto più serie sono le accuse rivolte a Hunter Biden sul piano penale. Inizialmente indagato per evasione fiscale e per detenzione illegale di un’arma, dopo un fallito patteggiamento che gli avrebbe risparmiato la detenzione lo scorso giugno, il 7 dicembre – su richiesta del procuratore speciale David C. Weiss – un grand jury ha formalizzato un’imputazione a suo carico per 9 capi relativi a diverse evasioni fiscali che, se provate in giudizio, comportano una pena detentiva fino a 17 anni. Per quanto non direttamente rivolte a Joe, quelle accuse e il corrispondente processo peseranno certamente sulla scelta degli elettori di attribuire la propria preferenza all’incumbent. Secondo un sondaggio di Reuter/Ipsos, il 26% degli elettori, infatti, già a giugno si era dichiarato meno disponibile a votare Joe Biden in caso di dichiarazione di colpevolezza da parte del figlio e corrispondente patteggiamento per i reati di cui sopra. Un’indagine più approfondita sulle condotte poco trasparenti di Hunter e un processo che ne accerti la colpevolezza mettendo in luce quanto il suo cognome – e non certo la sua inesistente competenza nel settore energetico – gli avesse permesso nel 2014 di entrare a far parte del consiglio di amministrazione della società ucraina Burisma e di guadagnare cifre esorbitanti sulle quali non avrebbe pagato 1.4 milioni di dollari in tasse nel giro di quattro anni, potrebbero certamente costare a Joe ancora più voti. E se si pensa quante sono già adesso le sue difficoltà, con un indice di gradimento nazionale ai minimi storici e in netto svantaggio nei sondaggi rispetto a Trump nei battleground states – ossia in quegli Stati che fanno davvero la differenza e che nel 2020 aveva vinto per pochissimo – non si tratta davvero di una questione di poco conto.

La vera ribalta giudiziaria, quella che inciderà pesantemente sulla prossima elezione presidenziale, riguarda però – com’è noto – principalmente Trump. Ben quattro sono i procedimenti penali a suo carico, due a livello federale – rispettivamente per la questione dei documenti riservati trovati nella sua residenza a Mar-a-Lago e per i noti fatti del 6 gennaio 2021 – e due a livello statale – uno a New York, per le vicende legate al pagamento di una porno star durante la campagna elettorale del 2016 affinché non rivelasse un loro affaire, e l’altro in Georgia in cui l’ex presidente è stato rinviato a giudizio per cospirazione volta al sovvertimento dei risultati elettorali del 2020 –. Un processo civile contro di lui, per aver gonfiato il valore dei suoi beni, sta poi per concludersi a Manhattan, con il rischio che oltre a pagare somme ingenti Trump venga altresì escluso dalla possibilità di esercitare qualunque attività di impresa nello Stato di New York. Per l’ex presidente, dunque, le primarie e l’intera campagna elettorale saranno legate a doppio filo alle sue vicende giudiziarie, soprattutto ora che la Corte Suprema è stata chiamata in causa e sembra destinata, come ai tempi di Bush v. Gore (sia pur in forma diversa), a diventare determinante nell’elezione presidenziale.

Tre sono, infatti, le questioni che hanno raggiunto o stanno per raggiungere la Corte Suprema e che sono certamente dirimenti per il futuro agone elettorale. La Corte ha, innanzitutto, accettato di decidere se due dei quattro capi di imputazione (che riguardano la fattispecie di ostruzione di un procedimento ufficiale) nel processo per i fatti del 6 gennaio – il più importante fra tutti i casi che vedono coinvolto Trump – sono o meno applicabili a coloro che hanno partecipato all’assalto di Capitol Hill. Se, in attesa della decisione, il giudice del processo potrebbe sospenderne il corso, una pronuncia in senso negativo impedirebbe all’accusa si mostrare importanti prove alla giuria a conferma della colpevolezza di Trump, senza contare che sarebbero messe in discussione le innumerevoli condanne già inflitte sulla base di quelle fattispecie ai partecipanti alla carica del 6 gennaio. La seconda questione di cui la Corte Suprema sarà investita riguarda la squalifica dalle primarie di Donald Trump, in base alla terza sezione del XIV emendamento della Costituzione – scritta all’indomani della guerra civile – che impedisce a chiunque sia stato coinvolto in un’insurrezione, e abbia giurato di rispettare la Costituzione degli Stati Uniti, di ricoprire una carica ufficiale. La Corte Suprema del Colorado – a differenza della corte di primo grado dello stesso Stato e di altre corti statali – sulla base di quella norma ha infatti estromesso Trump dalle primarie del Colorado, salvo che faccia appello alla Corte Suprema federale: in tal caso Trump rimarrà in corsa. Com’è ovvio i legali dell’ex presidente hanno già annunciato il ricorso, cosicché alla Corte Suprema, se – com’è probabile – accetterà la giurisdizione, spetterà l’arduo compito di interpretare una norma assai controversa in un momento storico estremamente critico. Infine, e su un fronte opposto, è il tema dell’immunità presidenziale per i fatti del 6 gennaio che la Corte Suprema affronterà nuovamente in un futuro prossimo. Rigettata dal giudice di primo grado per i fatti del 6 gennaio, l’esimente dell’immunità è ora al vaglio di una corte di appello federale che ha accettato la richiesta del procuratore Jack Smith di decidere in tempi brevi. La stessa richiesta, da parte del procuratore federale, che le aveva posto direttamente la questione per saltum, non è invece stata accolta dalla Corte Suprema, che ha per il momento deciso di non decidere, con grande soddisfazione di Trump. La strategia dell’ex presidente è, infatti, non tanto di difendersi in corte dalle accuse mossegli, quanto di posporre tutte le pendenze penali fino alla sua eventuale rielezione nel novembre 2024. A quel punto potrà bloccare tutti i processi federali contro di lui e, una volta riguadagnata la Casa Bianca, anche per i procuratori statali sarà più complicato portare a termine i processi.

Mai come nella prossima tornata elettorale i risultati della stessa dipenderanno dunque dalle decisioni giudiziarie e in ultima istanza, per quel che riguarda Trump, dalle pronunce della Corte Suprema: un fardello non da poco per quest’ultima, già sotto attacco per il comportamento poco etico di alcuni suoi membri e per certune ultime sue pronunce apparse assai più politiche che tecniche. In un contesto fortemente polarizzato, in cui ogni decisione giudiziaria contraria a Trump apparirà alla metà degli elettori americani – che lo vuole presidente come un attacco politico, il compito della Corte Suprema si presenta particolarmente delicato. In molti pensano che le corti non dovrebbero interferire nelle scelte degli elettori e che ciò che capiterà alle prossime elezioni dovrebbe essere lasciato alla determinazione dei cittadini e non dei giudici. C’è da scommettere che anche i 9 justices della Corte Suprema in cuor loro non vorrebbero altro!


Biden. Un discorso alla nazione con l’occhio alle elezioni

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Il discorso alla nazione che Biden ha pronunciato dalla sala ovale la sera del 19 ottobre mostra con chiarezza quanto i drammatici conflitti in corso nel cuore dell’Europa e in Medio Oriente rappresentino per il presidente americano, e per il suo Paese, un’opportunità di ripresa in un momento di grande difficoltà per entrambi.

L’economia statunitense, così come fino ad oggi l’abbiamo conosciuta, è in crisi tanto sul versante interno, che su quello estero. Sul fronte interno i frutti amari del feroce neoliberismo che da Reagan in poi – accompagnato da un diritto canaglia capace di colpire i lavoratori tutte le volte che il mercato sembrava volgersi a loro favore – ha guidato la struttura capitalistica americana sono oggi fortemente contestati. È forse dai tempi di FD Roosevelt che le forze lavoratrici non si erano più mobilitate come è accaduto a partire dal 2021. Le sindacalizzazioni – osteggiate da un diritto che dalla metà del secolo scorso ha reso il loro cammino sempre più accidentato e per questo da allora in forte diminuzione – hanno ripreso vigore, così come gli scioperi che sono diventati sempre più imponenti e hanno attraversato tutti i settori economici. Dal mondo del retailer a quello della sanità, dalla logistica allo spettacolo, dalle poste alle ferrovie fino ad arrivare al settore automobilistico – che, come noto, è oggi impegnato su larga scala in una vertenza contro le tre big dell’automotive (GM, Ford e Stellantis) per ottenere il riequilibrio di una situazione di insopportabile impoverimento dei lavoratori a fronte di profitti stellari per le aziende e i loro CEO – la forza lavoro si è ribellata, ottenendo in molti casi buoni risultati. Soprattutto, a fronte di un posto di lavoro e mezzo tuttora disponibile per ogni persona in cerca di un’occupazione, i lavoratori statunitensi mantengono ancora un margine di manovra per migliorare le loro condizioni e per erodere, quindi, fette di profitto alle élites dominanti. Per chi ritiene che l’esercito di riserva dei lavoratori sia fondamentale per la buona riuscita del sistema economico statunitense – e fra questi non c’è solo la Federal Reserve, che alza i tassi allo scopo dichiarato di aumentare la disoccupazione, ma anche il mondo politico non solo repubblicano – il momento è, dunque, assai critico. Spostare l’attenzione sui pericoli per la sicurezza nazionale e addirittura su una possibile guerra mondiale, come ha fatto Biden nel suo discorso alla nazione, appare allora una buona strategia per calmare i bollenti spiriti, che al posto di creare problemi interni sono invitati a unirsi nella lotta contro il nemico esterno. D’altronde la richiesta al Congresso – cuore del discorso di Biden – di allocare 100 miliardi per armi da inviare a Israele e Ucraina (ma un po’ anche a Taiwan), se accolta, avrà l’effetto di aumentare il deficit federale, già oggi alle stelle (ben 2 trilioni di dollari) e più alto rispetto alle aspettative. Ciò a sua volta significherà dare seguito alle manovre taglia-sussidi per i più deboli, da tempo richieste dai repubblicani. In particolare il Medicaid, ossia l’assistenza sanitaria gratuita per gli indigenti, finirà quasi certamente per essere legato all’obbligo di lavorare, col risultato di aumentare il numero di lavoratori in cerca di occupazione e rompere così quel circuito virtuoso che consente oggi ai lavoratori di lottare per condizioni migliori senza lo spauracchio di rimanere disoccupati. Un vero bingo, perciò, per chi vuole reprimere una base in lotta, che crea problemi interni al capitalismo avanzato statunitense e che neppure un esagerato rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve è finora riuscito a domare.

Sul fronte estero l’economia statunitense sta subendo, com’è noto, un attacco senza precedenti alla propria egemonia da chi, Cina in testa, chiede il passaggio a un mondo multipolare, in cui tutti i valori e le tradizioni – non solo quelli occidentali – siano riconosciuti e accettati, ma soprattutto in cui il dollaro non sia più la moneta dominante negli scambi internazionali. La crescita in numero e in forza economica dei paesi facenti parte dei Brics, che minacciano seriamente l’egemonia commerciale e monetaria statunitense – con quel che ciò comporta in termini di perdita di sovranità mondiale per gli States – giustifica dunque la rivendicazione del proprio ruolo globale di comando da parte di Biden. Siamo una nazione “essenziale”, “indispensabile”. Di più, siamo ancora i più grandi del mondo (“still the big into the world”), ha detto il presidente USA nel suo discorso alla nazione. Come durante la seconda guerra mondiale, rappresentiamo la salvezza mondiale contro la tirannia e il terrorismo, ha continuato – indicando come terroristi tanto Hamas che Putin – e il mondo ha bisogno del nostro “arsenale di democrazia”, ha aggiunto. È un discorso che riecheggia quello di FD Roosevelt, che, l’anno prima di entrare in guerra, aveva inviato, con le stesse parole, armi all’Inghilterra contro la Germania nazista. Quello di oggi sembra però il canto del cigno che, conscio della suo imminente declino, si gioca il tutto per tutto rivendicando a sé un ruolo che ha chiaramente perso, ma per il cui mantenimento è perfino pronto a invocare una terza guerra mondiale, nella speranza di aggregare intorno a sé gli alleati e di dimostrare di essere ancora la potenza capace di governare il mondo e di proteggere i buoni dai cattivi e le democrazie dai tiranni e dai terroristi.

È infine sul piano politico squisitamente personale che i conflitti in corso, e quello mondiale da lui paventato nel suo discorso alla nazione, forniscono al presidente un potente assist. Messo in discussione per la sua età avanzata all’interno del suo stesso partito e, secondo gli ultimi sondaggi, con un tasso di disapprovazione del 54 per cento a fronte del 40 per cento di approvazione nel paese (https://www.reuters.com/graphics/USA-BIDEN/POLL/nmopagnqapa/), Biden ha bisogno di riguadagnare consenso. Nulla come la chiamata del popolo americano alla difesa della sicurezza nazionale gli dà questa possibilità. D’altronde, nonostante i tanti processi in corso a suo carico, Donald Trump – il suo quasi certo avversario alle prossime imminenti presidenziali – pare tutt’altro che fuori gioco e Biden deve assicurarsi quei voti dei repubblicani moderati che nel 2020 gli avevano consegnato la vittoria. Paventare allora un prossimo conflitto globale appare la strategia giusta, giacché in un simile drammatico frangente affidarsi all’eversivo Trump apparirebbe a molti come la mossa più sbagliata. Di fronte a un siffatto pericolo esterno occorre un presidente che dia sicurezza e senso di stabilità e l’età avanzata potrà non rappresentare più un problema. Anzi, siccome la vecchiaia è ancora oggi associata alla saggezza, nel nuovo contesto l’essere ottantenne potrà perfino costituire un punto a suo favore.

Un’ultima strizzata d’occhio agli operai in lotta (dai quali si è recentemente recato per dichiarar loro il proprio sostegno, giacché quel voto sarà per lui essenziale nel novembre 2024), è poi la perla finale del discorso alla nazione di Biden. Ottenere dal Congresso i fondi per armare Ucraina, Israele e Taiwan significa non solo difendere il mondo e gli Stati Uniti dai cattivi, dai tiranni e dai terroristi, significa anche portare più occupazione in patria, perché i 100 miliardi stanziati per la guerra all’estero sono soldi che serviranno a ripristinare l’arsenale statunitense con armi più nuove e più performanti, che saranno prodotte in patria. «Ricordate che quando mandiamo in Ucraina equipaggiamento dei nostri magazzini, i fondi vengono impiegati per ricostituire in nostri arsenali con armi made in Usa: missili Patriot fabbricati in Arizona, proiettili d’artiglieria fabbricati in 12 dei nostri Stati…». I lavoratori, preoccupati dell’impatto negativo sui loro posti di lavoro della conversione green incentivata da Biden, possono insomma acquietarsi e arrestare i propri scioperi.

Pace armata dentro e pace armata fuori, dunque, all’insegna di una sicura verità: è l’arsenale militare, la sua produzione e riproduzione, il motore dell’economia statunitense e il terrore che il discorso alla nazione di Biden infonde è quello di una nuova guerra giusta, che come ogni guerra, giusta non potrà mai essere.


Il doppio salto mortale di Joe Biden

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Con un doppio salto mortale e nel giro di sole ventiquattr’ore il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha prima smentito e poi confermato, anzi raddoppiato, la strategia che orienta l’azione della massima potenza mondiale da quando due aerei-kamikaze dirottati da Al Qaeda, nel soleggiato mattino dell’ormai lontano 11 settembre 2001, penetrarono le Torri gemelle di New York facendo esplodere il mito dell’invulnerabilità americana.

Mercoledì sera, nel corso della sua rapida e coraggiosa visita a Tel Aviv a sostegno di Israele, Biden ha ammonito Netanyahu a non ripetere gli errori commessi in risposta a quell’attentato dall’amministrazione statunitense (all’epoca guidata da George W. Bush e egemonizzata dai neocon): dove per “errori” non meglio specificati si devono intendere, o sottintendere, le due invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq con relative e massicce perdite di civili che con il terrorismo non c’entravano niente. E infatti all’ammonimento Biden ha aggiunto che Hamas non rappresenta tutti i palestinesi, che “pure le perdite di vite palestinesi contano”, che Israele pur offeso e ferito deve seguire le regole di uno Stato di diritto e non la legge del taglione. Ma per restare all’ammonimento, mai si era sentita un’autocritica di questa portata – neppure Barack Obama si era mai spinto a tanto – pronunciata dal vertice massimo della democrazia USA. Dopo l’11 settembre Biden, va ricordato, da presidente della Commissione esteri del Senato votò a favore sia dell’intervento in Afghanistan sia (e contro la maggioranza del suo partito) di quello in Iraq, salvo pentirsene nel 2005. Per poi decidere, all’inizio del suo mandato presidenziale e giusto nel ventennale dell’11 settembre, il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, che oltre a riconsegnare quel paese ai talebani segnò plasticamente il fallimento della strategia statunitense della war on terror. Ma non, e questo è il punto, l’abbandono della Weltanschauung dello “scontro di civiltà” che le faceva da sfondo.

Contestuale al ritiro dall’Afghanistan, il rilancio dell’atlantismo fortemente voluto da Biden si limitava ad aggiornare lo schema del ventennio precedente ma senza rinnegarlo: dallo scontro fra l’occidente democratico e il fondamentalismo islamico a quello fra l’occidente democratico e le autocrazie orientali. Veniamo, infatti, al secondo discorso di Biden, quello rivolto giovedì sera dallo studio ovale alla Nazione americana e da lì al mondo intero. Dove il presidente raddoppia, unificando sotto lo stesso titolo della minaccia al “mondo libero” due conflitti globali assai diversi, quello che ha per teatro l’Ucraina e quello che ha per teatro Israele. Ucraina e Israele, sostiene Biden, affrontano entrambi la stessa minaccia di annientamento da parte di tiranni e terroristi, e «la storia ci ha insegnato che quando i terroristi non pagano un prezzo per il loro terrore, quando i dittatori non pagano un prezzo per la loro aggressione, causano più caos, morte e distruzione, e le minacce per l’America e il mondo continuano ad aumentare». Prospettiva da scongiurare con ogni mezzo, giacché «la leadership americana è ciò che tiene insieme il mondo».

Chiaro è che come il primo discorso, comprese le concessioni sugli “errori” statunitensi di vent’anni fa, puntava nell’immediato a moderare la reazione israeliana all’attacco di Hamas e a evitare l’allargamento del conflitto mediorientale, così il secondo discorso, compresa l’enfasi sul ruolo della leadership americana nel mondo, punta nell’immediato a ottenere dal Congresso il via al finanziamento delle due guerre in questione e a placare l’opposizione dei democratici più progressisti e dei repubblicani più conservatori, contrari per diverse ragioni a inviare armi a Israele, nonché le proteste di piazza della comunità araba e della parte anti-Netanyahu di quella israeliana.

Ma aldilà degli scopi immediati, uguale a sempre resta la cornice di fondo: la narrativa di un’America convinta di essere tuttora il perno dell’ordine mondiale, che è invece un disordine privo di guida egemonica, e il paese-leader di un occidente democratico impegnato in un perenne scontro di civiltà contro i terroristi, i dittatori e gli autocrati di turno. Una sindrome da perenne stato d’assedio che oltretutto gioca più a favore delle destre sovraniste sparse per il mondo, a cominciare da quella trumpiana, che della rinascita dell’America rooseveltiana alla quale Biden diceva di ispirarsi all’inizio del suo mandato. Quanto alle lezioni della storia, difficile trarne le stesse che ne trae Biden. Quello che l’ultimo ventennio ci ha insegnato è che con le guerre il terrorismo non si sconfigge ma si alimenta, e che i dittatori deposti con le armi ma senza politica lasciano macerie nelle quali i loro popoli restano impantanati.

Torniamo dunque al paragone fra l’11 settembre americano e il 7 ottobre israeliano. Per quanto oggi tanto in voga, il paragone vale in verità solo fino a un certo punto, ovvero dal punto di vista dell’analoga scoperta, per gli Stati Uniti allora e per Israele oggi, della propria vulnerabilità. Ma è alquanto inappropriato dal punto di vista degli aggressori, date le evidenti differenze fra l’attacco suicida di Al Qaeda alle Twin Towers e l’efferata operazione militare di Hamas contro Israele, nonché fra la natura “virale” e la vocazione globale di Al Qaeda e il radicamento territoriale e l’ideologia nazionalista di Hamas. Ed è ancor meno calzante dal punto di vista di noi spettatori, dato che l’11 settembre fu un evento imprevedibile e strabiliante per tutto il mondo mentre il 7 ottobre, per quanto anch’esso imprevedibile, nasce da un cratere in perenne ebollizione da decenni.

Ma pur restando al primo lato del paragone, quello della scoperta della vulnerabilità di due paesi che si vogliono costitutivamente invulnerabili, bisognerebbe pur ricordare che il contenzioso politico e culturale che si aprì all’indomani dell’11 settembre riguardava precisamente il che cosa fare di quella scoperta: se farne la leva per una riaffermazione di forza e di supremazia, o farne l’occasione per una presa d’atto della vulnerabilità e dell’interdipendenza che accomunano gli abitanti del mondo globale, ripensando la convivenza fra diversi sulla base del riconoscimento reciproco e del rispetto del diritto internazionale (magari ripensato a sua volta). Notoriamente, gli USA di George W. Bush e dei neoconservatori decisero di farne la leva per una riaffermazione di forza, suturando la ferita e saturando il lutto con la volontà di potenza, inventando due inediti assoluti in punta di diritto come la war on terror e la preemptive war, e confezionando come cemento ideologico dell’operazione la narrativa dello scontro di civiltà, con relativo appiattimento del mondo musulmano sul fondamentalismo e sul terrorismo jihadista, e dell’esportazione armata della democrazia, con relativa erosione della democrazia interna su base securitaria. Gli effetti di questa Weltanschauung che ha dominato l’ultimo ventennio sono evidenti proprio a partire dal tragico dissesto in cui si ritrova oggi il Medio Oriente. Ragion per cui oggi non si tratta solo di moderare gli eccessi di rabbia. È arrivato il momento di cambiare risolutamente lo schema di gioco.

L’articolo è tratto dal sito del Centro per Riforma dello Stato in virtù di un rapporto di collaborazione


La guerra e quell’eterno “fine che giustifica i mezzi”

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Nell’invio di bombe a grappolo all’Ucraina per Biden il fine giustifica i mezzi”: così, il 7 luglio, The Guardian online titolava un articolo di David Smith (https://www.theguardian.com/world/2023/jul/07/biden-ukraine-cluster-bombs-us-military). Vi troviamo alcune dichiarazioni di Leon Panetta, ex segretario alla Difesa e direttore della CIA: «Non c’è un’arma usata in guerra che non porti con sé rischi di uccidere persone»; inoltre, «i Russi hanno usato queste munizioni […]. Quando affronti un nemico che non ha riguardo per i costi umani coinvolti, devi capire quale passo fare per cercare di fronteggiare quel tipo di forza» [trad. mia, ndA]. Dichiarazioni che evidenziano bene il punto di vista dei vertici americani sulla faccenda e il loro modo di giustificare all’opinione pubblica le decisioni prese nel merito: qualche morto in più non fa poi differenza, se serve allo scopo, e il fine giustifica i mezzi, appunto. D’altronde, questa massima tipicamente pervade di sé le guerre e non sono solo i vertici politici e militari a farla propria. Ad esempio, anche i sempre più frequenti attacchi ucraini in Russia vengono spesso accolti, nei discorsi “comuni”, come parte coerente di quei mezzi che giustificano il fine: fatto questo, la possibilità di ogni altra considerazione al riguardo è perentoriamente esclusa.

Ci sono almeno due aspetti che questa questione mi dà lo spunto di trattare: il primo è più evidente e riguarda proprio l’asserzione “il fine giustifica i mezzi”. Il secondo è più nascosto e ha a che fare con il legame che essa intrattiene con la premessa implicita su cui giace: che esista un qualcosa come una guerra giusta che (in quanto tale) va combattuta.

Esaminiamo ora la prima questione. “Il fine giustifica i mezzi” è una di quelle cose così culturalmente radicate che difficilmente vengono pensate: un dato-per-scontato che la mente accoglie rapidamente e senza ragionamento. Tuttavia, questa è una di quelle espressioni un po’ furbe, che sembrano piatte e invece contengono molte cose. Una di quelle faccende che meritano, quindi, qualche riflessione.

Innanzitutto, la composizione della frase sposta l’attenzione dalla definizione del fine alla giustificazione dei mezzi, dalla necessità e opportunità di negoziare socialmente il primo (o almeno di verificare se vi sia qualcosa come un consenso sociale sulla definizione del primo) all’urgenza di legittimare i secondi. È come dire: “sul fine non c’è da discutere o aggiungere altro e, dato tale fine, da esso discendono naturalmente i mezzi”. Questo non è neutrale rispetto al modo in cui recepiamo la cosa. Il fatto che il fine giustifichi i mezzi prevede implicitamente che ci siano dei fini su cui siamo tutti d’accordo o superiori e oggettivi e, pertanto, non discutibili. Si tralascia la relatività del fine, che invece muta col mutare di condizioni, circostanze, obiettivi e interessi particolari, idee e valori culturali: il fine è soggettivo e parimenti lo è il suo qualificarsi come “giusto”, soggetto a quella relatività storico-culturale che ci apparirebbe subito evidente se ripercorressimo i significati che la locuzione “guerra giusta” (quella che ha certi fini che la rendono tale) ha assunto nelle varie situazioni in cui se ne è fatto ricorso. Se pure ci fermiamo a considerare l’andamento della sola guerra in Ucraina – o, più propriamente, quello della sua narrazione pubblica prevalente –, possiamo notare come sin dal principio esso si caratterizzi per un frequente (ma non appariscente) cambiamento dei fini: aiutare il popolo ucraino a difendersi da un aggressore, sconfiggere Putin (qualunque cosa significhi), indebolire la Russia e rafforzare l’Occidente, affermare i “nostri” valori contro i “loro”. C’è molta differenza tra questi fini, e conseguenze molto differenti possono germogliarne. Il perché lo scivolare da un fine all’altro non risulti evidente può essere legato alla narrazione entro cui il fine è inserito: il contesto (narrativo-semantico) influenza le nostre percezioni. Ne parlerò dopo.

Ho sostenuto che la composizione della frase “il fine giustifica i mezzi” sposta l’attenzione dal primo ai secondi e lascia intendere che dall’uno discendano gli altri. Spostandomi da cosa quella frase implichi per il fine a cosa suggerisca per i mezzi, potrei tradurla così, modificando un po’ la mia precedente riformulazione: “sul fine non c’è da discutere o aggiungere altro e i mezzi discendono da esso nell’unica forma possibile”. Se siamo d’accordo su questa ridefinizione, dobbiamo ora chiederci quale sia la domanda che consente di uscire dal meccanicismo e dalla semplificazione estrema del dato-per-scontato. Il quesito giusto da porsi – io credo – è il seguente: dato un certo fine da perseguire (ammettendo pure che su di esso siamo tutti d’accordo), ci sono solo mezzi di un certo genere adatti a raggiungerlo? In una guerra (anche quando vi siano un aggredito e un aggressore), questo significa chiedersi se gli unici mezzi pensabili si identifichino con il rispondere alle armi con le armi, seguendo poi inevitabilmente la logica del “più di prima” (armi più numerose e più potenti, azioni più aggressive, più soldati coinvolti, più morti sacrificabili ecc.): il che genera, ancora inevitabilmente, un’escalation. La questione non è, dunque, se aiutare o no un popolo aggredito: la questione è come farlo. Una questione di mezzi, appunto.

Arriviamo così al secondo problema. Che il fine giustifichi i mezzi, in guerra, si basa su una premessa implicita: ci sono “guerre giuste” (quelle con fini “giusti”) ed esse vanno combattute. Anche in questo caso, c’è un aspetto di non oggettività che viene nel dibattito pubblico completamente trascurato. “Guerra giusta” è, infatti, un concetto che muta col mutare dei contesti storico-culturali in cui nasce e trova senso. In qualche modo, è spesso usato dai vertici di tutte le parti in causa in una guerra, che ci credano davvero o che sia solo un modo per ottenere il consenso ad essa da parte del proprio popolo (il che significa che i parametri usati per definire la guerra come “giusta” sono tratti da un bacino di valori, significati e pezzi di memoria collettiva che costituiscono un punto di ancoraggio efficace per l’adesione della popolazione alle decisioni dei Governi). Se è così, il concetto di “guerra giusta” non può essere utilizzato, in una società davvero democratica, per giustificare azioni belliche. Ancor meno utilizzabile dovrebbe essere l’espressione “pace giusta”, oggi tanto maldestramente brandita: essa è priva di senso, per almeno due motivi, cui faccio solo cenno. Il primo è che alla pace si arriva, nel senso in cui l’espressione è usata, tramite e dopo la guerra: si tratta, quindi, di una specie di gioco di prestigio linguistico, che vorrebbe nascondere qualcosa – la guerra – su cui può non esserci consenso sotto il mantello pregiato di una parola – “pace” – che invece piace a tutti. Il secondo è che alla pace-tramite-e-dopo-la-guerra non giunge il popolo più giusto o che ha le ragioni o i fini più giusti, ma ovviamente quello più forte.

Concludo con due parole su una questione toccata di sfuggita più sopra, quando ho affermato che il contesto influenza le nostre percezioni e che questo può essere – suggerisco – tra i motivi per cui lo scivolare da un fine all’altro del discorso pubblico sulla guerra, sebbene frequente, non appare evidente. Dicendo “contesto”, mi riferivo al più ampio complesso narrativo entro cui la dichiarazione dei fini, esplicita o no, è posta: una narrazione connotata da un progressivo e lento mutare, nella quale sostiamo in una condizione che pare simile a quella in cui si trovava la famosa rana che non si accorse di restare bollita finché non restò bollita (1). La guerra in Ucraina, che nelle sue prime fasi era identificata con l’opera di un pazzo controbilanciata dal saldo leader del popolo aggredito, è poi diventata ora l’azione di un moderno Hitler fronteggiato dall’eroe buono, ora l’esito della brama di conquista di un dittatore arginata da un popolo fiero che combatte per tutti noi, ora il risultato della volontà di annientamento dei valori democratici occidentali contrastata dall’eroe senza macchia e senza paura e dalla sua gente.

A prescindere da cosa si pensi circa ciascuna di tali descrizioni, ciò che qui interessa è che il fine in rapporto al quale si sollecita, qui da noi, il consenso della popolazione agli aiuti militari all’Ucraina (il mezzo proposto) cambia forma col mutare delle narrazioni e restando ben amalgamato con esse: il fine, di volta in volta, è l’inevitabile contenimento di un pazzo, la legittima punizione del malvagio, il necessario indebolimento di un autocrate che potrebbe espandersi anche da noi, la difesa urgente dei “nostri” valori minacciati. In linea più generale, il fine è passato dalla difesa di un popolo aggredito (per raggiungere il quale i mezzi erano sì armi, ma solo “difensive”) alla vittoria sul nemico (per conseguire la quale armi e azioni offensive sono non solo accettabili ma, anzi, legittime e “giuste”).

Non è indifferente che i fini, nel loro mutare, restino sempre congruenti con la narrazione pubblica predominante sulla guerra e co-evolvano dolcemente con essa: solo in questo modo – io credo – può aumentare la probabilità che essi siano digeriti in modo indolore dalla popolazione. E, per tornare al discorso iniziale, una volta che sul fine non c’è più nulla da dire (tanto fortemente emerge come il naturale derivato della realtà), non è così difficile che poi siano accolti anche i mezzi proposti per raggiungerlo e che non venga neppure in mente la domanda prima suggerita: dato un certo fine da perseguire (ammettendo pure che su di esso siamo tutti d’accordo), ci sono solo mezzi di un certo genere adatti a raggiungerlo?

Nota

[1] Il “principio della rana bollita”, che prende le mosse da un esperimento condotto alla John Hopkins University nel 1882, è stato usato da Noam Chomsky per descrivere metaforicamente la tendenza dei popoli ad accettare passivamente degrado e vessazioni, fino a quando non diventa per loro impossibile reagire. Esso si basa sulla constatazione del fatto che una rana, messa in un pentolone con dell’acqua fredda, vi nuota tranquilla. Se innalziamo progressivamente la temperatura dell’acqua, la rana in un primo momento la troverà ancora piacevole e continuerà a nuotare; poi inizierà a trovarla sgradevole, ma senza spaventarsi e dunque senza saltare via. Inizierà così a indebolirsi per via del troppo calore, fino a quando, divenuta l’acqua davvero troppo calda, non avrà più la forza di reagire, finendo così bollita.


Biden cancella la pena a 6.500 condannati per detenzione di marijuana

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«Mandare le persone in prigione per il possesso di marijuana ha sconvolto troppe vite, per un comportamento che è legale in molti Stati». Sono le parole che ha detto il presidente degli Stati Uniti Joe Biden in un videomessaggio pubblicato sul suo profilo Twitter, annunciando la cancellazione delle pene dei condannati per il reato federale negli USA di possesso di marijuana. Biden ha ricordato che lo aveva promesso durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali. «Cominciamo a riparare questi errori», ha proseguito nel video, riferendosi poi alle disparità di matrice razzista che alcuni cittadini hanno dovuto subire nei processi giudiziari. «Mentre i bianchi e i neri fanno uso di marijuana a tassi simili, i neri vengono arrestati, perseguiti e condannati a tassi sproporzionatamente più alti». Una persona nera infatti ha più del triplo delle probabilità di essere arrestata per possesso rispetto a una persona bianca, secondo un rapporto dell’A.C.L.U. che ha analizzato i dati sugli arresti per marijuana negli Stati Uniti dal 2010 al 2018.

Secondo il Washington Post con questa mossa il presidente dà una forte spinta per la legalizzazione di questa droga. Biden ha anche rivolto un invito ai governatori perché per quanto di loro competenza compiano atti di clemenza come il suo nei confronti di chi detiene la marijuana per uso personale. Ha poi detto che la sua amministrazione vuole accelerare una revisione del modo in cui la marijuana è categorizzata come droga, se debba essere ancora inserita nella tabella 1 del sistema americano di classificazione legale delle sostanze psicoattive, la stessa di eroina, LSD ed ecstasy, che contribuisce a determinare il tipo di pene previste. Cambiare categoria alla cannabis potrebbe anche rappresentare un cambiamento nel modo in cui la sostanza è considerata nel mondo, data l’influenza che gli Stati Uniti esercitano da decenni a livello internazionale sul tema delle droghe.

La cancellazione della pena riguarda tutti coloro che sono stati condannati con accuse federali di possesso di marijuana, da quando è diventato un crimine negli anni Settanta. I funzionari del governo hanno riferito al New York Times che sono circa 6.500 le persone condannate per il possesso tra il 1992 e il 2021, ma i dati non sono completi. La grazia non si applica invece alle persone condannate per vendita o distribuzione di marijuana. I funzionari hanno anche fatto sapere che non ci sono persone che stanno scontando una pena nelle carceri federali per il possesso di marijuana ma che l’azione di Biden aiuterà chi cerca di ottenere un lavoro, trovare un alloggio, iscriversi all’università oppure ottenere benefici federali a eliminare un ostacolo significativo.

Le dichiarazioni del presidente, che arrivano a un mese dalle elezioni di midterm e potrebbero accrescere il sostegno dei democratici, sembrano indicare, almeno nelle intenzioni, un cambiamento fondamentale nella risposta dell’America a una droga che è stata al centro di uno scontro tra cultura e polizia per più di mezzo secolo. Biden si è astenuto dal chiedere la completa depenalizzazione della marijuana, compito che spetta al Congresso. Ma ha detto che il governo ha ancora bisogno di poter contare su «importanti limitazioni al traffico, alla commercializzazione e alla vendita di marijuana ai minorenni». Comunque le sue posizioni allineano il governo federale a quelle già assunte da alcuni governi statali, che hanno ridotto o eliminato le pene per il possesso di cannabis. La marijuana è già pienamente legale in circa 20 Stati, e alcuni altri Stati hanno attenuato le sanzioni penali, secondo la DISA, la società di test antidroga che tiene traccia delle leggi statali sulla marijuana. La stragrande maggioranza degli arresti per marijuana ricade sotto la giurisdizione degli Stati, ma il reato ha rappresentato circa un terzo degli arresti per possesso di droga effettuati a livello nazionale da funzionari statali e federali. Secondo i dati preliminari dell’FBI, più di 170.800 dei circa 490.000 arresti per possesso di droga nel 2021 erano legati al possesso di marijuana.

Il presidente americano durante i suoi 36 anni al Senato ha contribuito ad approvare una serie di leggi che hanno gettato le basi per incarcerazioni di massa. In campagna elettorale si è scusato per alcune parti di una delle misure più aggressive che aveva sostenuto, la legge sul crimine del 1994, la cosiddetta legge dei “three strikes”, per cui chiunque venga condannato per la terza volta per qualsiasi crimine di una certa entità viene mandato in prigione per una pena compresa tra i 25 anni e l’ergastolo. La legge venne istituita tramite referendum, cavalcando una forte ondata di rabbia dell’opinione pubblica nei confronti di chi continuava a compiere reati gravi una volta scontata la pena. Solo nel 2004 il 60% di questo tipo di detenuti era stato condannato per crimini di droga e i “three strikers” per droga, nelle prigioni, rappresentavano un numero superiore di dieci volte quello dei condannati per la stessa legge, ma per il reato di omicidio.

Dopo l’annuncio della grazia da parte di Biden, si sono susseguite diverse reazioni. Alcuni critici repubblicani si sono scagliati contro il presidente. «Nel bel mezzo di un’ondata di criminalità e sull’orlo della recessione, Joe Biden concede una grazia generalizzata a chi commette reati di droga», ha dichiarato il senatore Tom Cotton, repubblicano dell’Arkansas. «È un tentativo disperato di distrarre l’attenzione da una leadership fallimentare». Altri gruppi invece hanno esortato Biden ad agire per dimostrare il suo impegno a riformare le iniquità del sistema giudiziario. Inimai Chettiar, direttore federale della Justice Action Network, ha definito la mossa del presidente «un passo davvero buono» e ha detto che la revisione del modo in cui i futuri crimini legati alla marijuana saranno perseguiti rappresenta la volontà di cambiare una decisione politica che equipara la cannabis alle altre droghe, «cosa che sappiamo non essere vera». Ma anche alcuni oppositori della piena legalizzazione della marijuana hanno lodato la mossa di Biden, affermando che si tratta di un buon modo per evitare di andare oltre. «Nessuno merita di finire in prigione per uno spinello», ha detto Kevin Sabet, che guida Smart Approaches to Marijuana, gruppo che si oppone alla legalizzazione. «Ma non dovremmo nemmeno vendere prodotti con THC altamente potenti, né promuovere e incoraggiare l’uso tra i giovani».

Già a luglio una mezza dozzina dei senatori più liberali del Senato aveva scritto a Biden una lettera in cui lo esortava a prendere queste misure. «L’incapacità dell’amministrazione di coordinare una revisione tempestiva della sua politica sulla cannabis sta danneggiando migliaia di americani, rallentando la ricerca e privando gli americani della possibilità di usare la marijuana per scopi medici o di altro tipo», scriveva il gruppo di senatori, tra cui i suoi ex rivali Bernie Sanders, indipendente del Vermont, ed Elizabeth Warren, democratica del Massachusetts.

L’articolo è tratto da huffingtonpost.it dell’8 ottobre


L’Ucraina e i rischi di una guerra nucleare

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«Quando l’Agnello aprì il settimo sigillo, nel cielo si fece un silenzio di circa mezz’ora e vidi i sette angeli che stavano dinnanzi a Dio e furono loro date sette trombe. […] Il primo suonò la tromba: grandine e fuoco, mescolati a sangue, scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra andò bruciato, un terzo degli alberi andò bruciato e ogni erba verde andò bruciata» (Apocalisse di Giovanni, 8).

Il discorso di Putin la mattina del 21 settembre ha evocato scenari apocalittici facendo comprendere all’opinione pubblica mondiale quanto sia concreto il rischio di un’ulteriore escalation del conflitto, in fondo alla quale c’è il ricorso alle armi nucleari. A fronte di questa prospettiva un brivido di repulsione e di paura ha percorso l’Assemblea Generale dell’ONU riunita a New York dove Biden ha bollato come irresponsabili le minacce di Putin perché «una guerra atomica non può essere vinta e non deve essere combattuta». Però non è con la repulsione e con gli anatemi che si può contrastare l’annunciata escalation.

Quando le truppe di Kiev hanno sfondato il fronte di Karkhiv e si sono avvicinate al confine russo, molti hanno esultato per questa sconfitta degli aggressori, determinata dal grande afflusso di armi occidentali, e ne hanno tratto conferma della validità della strategia USA-UE che punta alla “vittoria” dell’Ucraina. Addirittura la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, travestita da suffragetta di Zelensky, nel discorso sullo Stato dell’Unione (14 settembre), ha schierato l’Europa nella guerra contro la Russia, e si è detta convinta che «l’Europa avrà la meglio e Putin perderà». Ringalluzzito dalla vittoria, Zelensky, recatosi nella città di Izyum appena riconquistata, ha promesso solennemente che anche la Crimea sarà liberata dalla dominazione russa. Un proposito questo che non sembra campato in aria poiché già nel mese di agosto si sono registrati attacchi a basi militari russe in Crimea. Del resto, secondo fonti di stampa americane, Zelensky avrebbe chiesto a Washington la fornitura di 2.000 missili balistici a corto raggio del sistema Atacms (Army Tactical Missile System), strumenti formidabili per la guerra di Crimea.

Quello che i tifosi della NATO e di Zelensky non hanno capito è che la parziale sconfitta dei russi non apre la strada alla “vittoria” dell’Ucraina, ma a un’ulteriore escalation del conflitto. Una superpotenza militare come la Russia difficilmente può accettare di essere umiliata. E la risposta non si è fatta attendere. Il discorso alla nazione di Putin non poteva essere più chiaro. La Russia reagisce alle batoste subite, incrementando la sua pressione militare e decretando la mobilitazione di 300.000 riservisti. Nello stesso tempo cerca di legittimare la presenza delle sue truppe dando il via libera ai referendum nelle repubbliche autoproclamate di Donec’k e Luhans’k e nelle regioni Kherson e Zaporižžja, territori solo parzialmente controllati dall’esercito russo. Putin ha affermato che «la Russia utilizzerà tutti i mezzi disponibili in caso di minaccia all’integrità territoriale. […] Coloro che cercano di ricattarci con armi nucleari dovrebbero sapere che le abbiamo anche noi». In pratica Putin ci ha ammonito che, nel caso venisse minacciata la sua integrità territoriale la Federazione russa userebbe tutti i mezzi a disposizione. Infatti, secondo la dottrina militare russa in questo caso è previsto il ricorso alle armi nucleari. Qualche giorno prima Biden aveva diffidato Putin dal ricorso ad armi nucleari, affermando che la risposta americana «sarebbe consequenziale».

Al centro di queste minacce incrociate c’è la questione della Crimea, annessa nel 2014, che la Russia considera parte della propria integrità territoriale. La Russia ci fa capire che, se minacciata di smembramento, non esiterà a ricorrere all’uso di armi nucleari tattiche e gli Stati Uniti ci dicono che essi reagiranno con lo stesso metro. Adesso la questione diviene ancora più complicata con la prevedibile annessione alla Russia dei territori occupati nei quali sono stati indetti i referendum.

Questo contesto ci richiama alla mente il film Il settimo sigillo (1957), capolavoro di Ingmar Bergman, che ha profondamente emozionato l’immaginario collettivo con la scena del Cavaliere che gioca a scacchi con la morte. Questa scena angosciosa è la metafora più adeguata per rappresentare la situazione a cui ci stanno portando gli ultimi sviluppi della guerra in Ucraina. Pretendere di smembrare una potenza nucleare è un po’ come giocare a scacchi con la morte. In questo momento ci sono due Cavalieri (Biden e Putin) che giocano a scacchi con la morte. Dobbiamo far proseguire questo macabro gioco, appoggiando senza riserve i progetti di rivincita di Zelensky o è giunto il momento di dire basta e smettere di alimentare il conflitto e l’illusione del governo ucraino di “sconfiggere” la Russia e di riportare indietro di otto anni la lancetta della storia?


L’inondazione di armi in Ucraina aumenta il timore del contrabbando di mezzi bellici

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Il presidente Biden dovrebbe firmare nei prossimi giorni [l’ha firmato il 21 maggio da Seul, NdR]un pacchetto di assistenza alla sicurezza da 40 miliardi di dollari che aumenterà il flusso di missili, razzi, artiglieria e droni verso un’Ucraina dilaniata dalla guerra.

Ma ciò che rimane poco chiaro è la capacità di Washington di tener traccia delle potenti armi che entrano in uno dei più grandi hub di traffico in Europa.

Il mercato illegale delle armi in Ucraina è cresciuto a dismisura dopo l’invasione iniziale della Russia nel 2014, sostenuto da un’eccedenza di armi sciolte e da controlli limitati sul loro uso.

Questa scomoda realtà per gli Stati Uniti e i loro alleati arriva tra le pressanti richieste del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di fornire l’artiglieria necessaria a contrastare le forze russe nell’est e nel sud del Paese.

Gli appelli del leader ucraino sono stati riconosciuti come il fattore che ha unito i legislatori della Camera dei Deputati intorno all’ultima richiesta di finanziamento in un voto bipartisan di 368 a favore e 57 contrari.  Ma l’afflusso senza precedenti di armi ha fatto temere che alcuni equipaggiamenti possano cadere nelle mani di avversari dell’Occidente e riemergere in conflitti lontani nei decenni a venire.

È impossibile tenere traccia non solo di dove vanno e di chi le usa, ma anche di come vengono utilizzate“, ha dichiarato Rachel Stohl, esperta di controllo degli armamenti e vicepresidente dello Stimson Center.

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno condotto un’accurata verifica delle unità ucraine che vengono rifornite, obbligando Kiev a firmare accordi che “non consentono il ritrasferimento di attrezzature a terzi senza la previa autorizzazione del governo statunitense“.

Ma i mezzi per far rispettare tali contratti sono relativamente deboli  e resi ancora più deboli dalla storia contrastante di Washington in materia di osservanza, fino al mese scorso.

A metà aprile, gli Stati Uniti hanno rafforzato il loro coinvolgimento nel conflitto ucraino annunciando che avrebbero trasferito all’Ucraina una flotta di elicotteri Mi-17, acquistati originariamente dalla Russia circa un decennio fa.

La vendita iniziale dei velivoli prevedeva che gli Stati Uniti firmassero un contratto in cui si impegnavano a non trasferire gli elicotteri a nessun Paese terzo “senza l’approvazione della Federazione Russa“, secondo una copia del certificato pubblicata sul sito web del Servizio federale russo per la cooperazione tecnico-militare.

La Russia ha denunciato il trasferimento, affermando che “viola gravemente le basi del diritto internazionale“.

Gli esperti di armi dicono che la brutale aggressione della Russia in Ucraina giustifica il sostegno degli Stati Uniti, ma la violazione dei contratti di armi intacca le fondamenta degli sforzi di counter-proliferation.

La violazione di questi end-use agreements è una seria minaccia alla basilare, ma debole, capacità dei Paesi di controllare l’uso delle armi“, ha dichiarato Jeff Abramson, esperto di trasferimenti di armi convenzionali presso l’Arms Control Association.

Un portavoce del Pentagono ha respinto le critiche, definendo le accuse russe una distrazione e il trasferimento “consentito dalla legge statunitense e coerente con le nostre priorità di sicurezza nazionale“.

Le affermazioni della Russia sono un tentativo insincero di distrarre l’attenzione dall’invasione non provocata della Russia e dalla sua storia di azioni aggressive contro l’Ucraina dal 2014“, ha dichiarato il tenente colonnello del Corpo dei Marines Anton T. Semelroth.

Il compito di assicurare che le armi statunitensi siano utilizzate per lo scopo previsto – una responsabilità congiunta dei dipartimenti di Stato e della Difesa – è reso ancora più difficile dall’enorme volume di armi che arrivano in Ucraina.

La legge sulla spesa d’emergenza in attesa di approvazione al Senato consoliderà lo status dell’Ucraina come il più grande beneficiario di assistenza alla sicurezza degli Stati Uniti, ricevendo nel 2022 più di quanto gli Stati Uniti abbiano mai fornito all’Afghanistan, all’Iraq o a Israele in un solo anno.

Il Pentagono acquisterà per l’Ucraina razzi a guida laser e droni di sorveglianza.

L’acquisto si aggiungerà alle scorte di armi già impegnate dagli Stati Uniti per l’Ucraina, tra cui 1.400 sistemi antiaerei Stinger, 5.500 missili anticarro, 700 droni Switchblade, 90 sistemi di artiglieria Howitzers a lungo raggio, 7.000 armi leggere, 50.000.000 di munizioni e numerose altre mine, esplosivi e sistemi di razzi a guida laser.

I missili Stinger a spalla, in grado di abbattere aerei di linea, sono solo uno dei sistemi d’arma che gli esperti temono possano entrare in possesso di gruppi terroristici che cercano di provocare incidenti di massa.

La richiesta di finanziamento dell’amministrazione Biden include 8,7 miliardi di dollari per rifornire i depositi di armi statunitensi spediti in Ucraina, 6 miliardi di dollari per addestrare ed equipaggiare le forze ucraine e 3,9 miliardi di dollari per le forze statunitensi dispiegate in tutta Europa in risposta alla crisi di sicurezza scatenata dalla guerra.

Altri Paesi della NATO hanno trasferito miliardi di dollari in armi e attrezzature militari dall’inizio delle ostilità.

L’assistenza supera l’anno di picco dell’assistenza militare statunitense alle forze di sicurezza afghane durante la guerra dei 20 anni“, ha dichiarato William Hartung, esperto di controllo degli armamenti presso il think tank Quincy Institute. In quel caso, “gli Stati Uniti avevano una presenza importante nel Paese che creava almeno la possibilità di tracciare dove finivano le armi. In confronto, il governo statunitense sta volando alla cieca in termini di monitoraggio delle armi fornite alle milizie civili e all’esercito in Ucraina“.

La storia dell’Ucraina come centro di traffico di armi risale alla caduta dell’Unione Sovietica, quando l’esercito sovietico lasciò in Ucraina grandi quantità di armi leggere e di piccolo calibro senza un’adeguata registrazione e controllo dell’inventario. Secondo lo Small Arms Survey, un’organizzazione di ricerca con sede a Ginevra, nel 1992 una parte dei 7,1 milioni di armi leggere in dotazione all’esercito ucraino “sono state dirottate verso aree di conflitto”, sottolineando “il rischio di fuga verso il mercato nero locale“.

Il problema si è acuito dopo l’invasione russa del 2014, che ha visto i combattenti saccheggiare le strutture di stoccaggio di armi e munizioni dei servizi di sicurezza, dei ministeri dell’Interno e della Difesa dell’Ucraina.

Secondo un rapporto dello Small Arms Survey del 2017, i combattenti irregolari di entrambe le parti hanno progressivamente avuto accesso a un’ampia gamma di equipaggiamenti di tipo militare, tra cui l’intero spettro di armi leggere e di piccolo calibro [si veda anche il più recente Rapporto, del 2021].

I funzionari hanno stimato che almeno 300.000 armi leggere e di piccolo calibro siano state saccheggiate o perse tra il 2013 e il 2015“, fornendo una manna al mercato nero del Paese gestito da gruppi di stampo mafioso nella regione di Donbas e da altre reti criminali.

Il governo statunitense è ben consapevole delle sfide del Paese in materia di proliferazione delle armi, anche se è stato vago nel descrivere le precauzioni che sta prendendo.

Alluvione di armiSettimane dopo l’ultima invasione dell’Ucraina da parte della Russia il 24 febbraio, un gruppo di funzionari dell’amministrazione Biden si è incontrato con esperti esterni di controllo degli armamenti per discutere del rischio di proliferazione di armi leggere nel conflitto. Secondo Stohl, che ha partecipato a uno degli incontri, i funzionari statunitensi hanno offerto garanzie sul controllo delle forze di sicurezza ucraine e sulle segnalazioni di trasferimenti non autorizzati, ma pochi dettagli sulle modalità di controllo o monitoraggio.

Altri esperti di armi si sentono ugualmente al buio.

Non è chiaro quali misure di mitigazione del rischio o di monitoraggio gli Stati Uniti e gli altri Paesi abbiano adottato, o quali garanzie abbiano ottenuto, per assicurare la protezione dei civili attraverso questi trasferimenti di grandi dimensioni“, ha dichiarato Annie Shiel, consulente senior del Center for Civilians in Conflict.

Alcune delle misure raccomandate includono l’istituzione di un investigatore speciale, come ha fatto il governo statunitense in Afghanistan, la garanzia che ogni trasferimento di armi contenga procedure di tracciamento rigorose, l’aggiunta di obblighi in materia di diritti umani nei termini di vendita e l’inclusione di specifiche su quali unità possono essere autorizzate a ricevere tali trasferimenti.

Nel 2018, il Congresso aveva vietato al battaglione Azov dell’Ucraina, un gruppo nazionalista di estrema destra associato al neonazismo, di ricevere armi statunitensi.

I gruppi di controllo nutrono ulteriori preoccupazioni per la proliferazione di armi da parte di Mosca, in quanto è stato riferito che ha arruolato mercenari provenienti da Libia, Siria e Cecenia, oltre che dal Gruppo Wagner.

A marzo, durante una riunione televisiva del Consiglio di sicurezza russo, il ministro della Difesa Sergei Shoigu ha dichiarato che 16.000 volontari in Medio Oriente erano pronti a combattere a fianco delle forze sostenute dalla Russia nell’Ucraina orientale.

In risposta, il Presidente russo Vladimir Putin ha dato la sua approvazione, dicendo: “Dobbiamo dare loro ciò che vogliono e aiutarli a raggiungere la zona di conflitto“.

Durante lo stesso incontro, Shoigu ha proposto di consegnare ai separatisti filorussi della regione di Donbas i missili Javelin e Stinger catturati dagli Stati Uniti. “Per favore, fallo“, ha detto Putin a Shoigu.

L’inserimento di combattenti stranieri in un conflitto comporta il rischio che le armi tornino nei Paesi di origine di questi individui una volta terminati i combattimenti in Ucraina. Tuttavia, ci sono rapporti contrastanti sulla presenza di combattenti stranieri in Ucraina e non è chiaro con precisione quanti ne siano stati effettivamente trasferiti.

La mancanza di informazioni ha stimolato la richiesta di risposte da parte dell’amministrazione e l’attenzione del Congresso.

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L’articolo è stato pubblicato su “The Washington Post” del 14 maggio scorso col titolo Flood of weapons to Ukraine raises fear of arms smuggling