Libano. Dopo l’esplosione del 4 agosto

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Il 4 agosto del 2020 una massiccia deflagrazione nel porto di Beirut ha causato morte e distruzione di proporzioni inimmaginabili. Il nitrato di ammonio stoccato nell’hangar numero 12 è esploso per cause ancora da accertare provocando la morte di più di 200 persone e migliaia di feriti. Una buona parte del porto di Beirut, cruciale per le importazioni da cui il paese dipende per l’80 per cento, nonché i quartieri limitrofi (Gemmayzeh, Mar Mikhael, Geitawi, Karantina e altri) sono stati duramente colpiti dall’esplosione che ha distrutto abitazioni private (provocando oltre 300.000 sfollati) nonché molti edifici storici (tra cui il magnifico Museo Sursock) che si erano miracolosamente salvati dai lunghi anni di guerra civile (1975-1990) e dalla speculazione edilizia della ricostruzione post-bellica. L’esplosione ha anche distrutto parte delle riserve di grano e di medicinali stoccate nei silos e negli hangar del porto nonché gravemente danneggiato gli ospedali presenti nei quartieri colpiti, già in gravi difficoltà per la gestione della pandemia di Covid-19 che in Libano ha avuto una recrudescenza durante l’estate.

L’esplosione del 4 agosto colpisce il paese dei cedri in un momento cruciale della sua storia recente. Dall’ottobre del 2019, infatti, una serie di massicce proteste si sono diffuse in tutto il paese: al grido “killun, yani killun” (tutti vuol dire tutti) per la prima volta dopo la fine della guerra civile, i libanesi sono scesi in piazza compatti “in quanto libanesi” e non in quanto sunniti, sciiti, cristiani o appartenenti ai vari partiti politici confessionali (https://volerelaluna.it/mondo/2020/02/18/accade-in-libano/). Lo slogan utilizzato incita all’unità della piazza sottolineando, al contempo, la richiesta di un ricambio delle élite al potere, nessuno escluso. I libanesi hanno richiesto a gran voce non soltanto, dunque, un ricambio della classe dirigente (ritenuta corrotta e incapace di far fronte ai bisogni di una popolazione sempre più impoverita: secondo le stime della Banca Mondiale il 45 percento dei libanesi vive al di sotto della soglia della povertà) ma anche l’abolizione del sistema confessionale/consociativo, richiesta questa, già presente nelle diverse ondate di sollevazioni popolari che hanno scosso il Libano dopo la fine della guerra civile e che si sono moltiplicate soprattutto a partire dal 14 febbraio del 2005, data dell’assassinio dell’ex Primo ministro Rafiq Hariri (https://volerelaluna.it/mondo/2019/10/25/libano-un-cambiamento-e-possibile/).

Il processo che ha portato i libanesi a scendere in piazza ha radici profonde che possono essere fatte risalire alle scelte di politica economica che hanno preceduto la scoppio della guerra civile e che sono state perseguite dopo la sua fine. L’intreccio tra un sistema economico ‒ che fin dal principio ha seguito i dettami del laissez faire, penalizzando i settori produttivi a favore del sistema finanziario e bancario ‒ e il sistema consociativo, ha gradualmente portato a conseguenze disastrose, che si sono ripercosse sul sistema politico, su quello economico e sul tessuto sociale. Tuttavia i massicci capitali immessi nell’economia libanese per la ricostruzione post bellica, provenienti dall’Arabia Saudita, dalla diaspora libanese e da investitori europei, hanno consentito di mascherare le distorsioni presenti nel sistema consentendo all’élite politica di continuare ad utilizzare la retorica del “miracolo libanese” nascondendo così la crescita del debito pubblico e i fenomeni di corruzione. A questo va aggiunto che, dopo la fine della guerra civile, il processo di privatizzazione di interi settori pubblici ha subìto una forte accelerazione, comportando un graduale e sempre più marcato ritiro dello Stato dalla fornitura dei servizi di base: sanità, elettricità, approvvigionamento idrico ecc. Ciò ha comportato lo sviluppo di una sorta di Stato parallelo composto da diversi attori, che si sono sostituiti allo Stato nell’erogazione dei servizi primari. Il processo di sostituzione dello Stato si è ancorato al sistema consociativo/confessionale che si è adattato alle nuove trasformazioni in corso mostrando la sua resilienza.

L’esplosione del 4 agosto, dunque, va letta nel quadro più ampio di una serie di trasformazioni in chiave neoliberista che hanno sempre di più interessato il paese dopo la fine della guerra civile e che hanno gradualmente, ma inesorabilmente, portato ad una cattiva se non del tutto assente, gestione del bene pubblico da parte dello Stato. I segnali di questa incuria e negligenza sono stati molteplici nel corso degli anni: infrastrutture fatiscenti (viadotti e ponti crollati, manutenzione delle strade pressoché assente), erogazione dei servizi di base scarsa e inadeguata (elettricità a singhiozzo, sistema idrico fatiscente, sistema sanitario pubblico insufficiente), incapacità (per mancanza di mezzi) di gestire emergenze nazionali di ampia portata come gli incendi o gli allagamenti dovuti a piogge improvvise e violente.

L’inefficienza (e sovente inesistenza) dello Stato nella gestione della cosa pubblica ha portato, nel corso degli anni, alla presenza sempre più pervasiva del sistema confessionale/consociativo che, sovente, viene tradotto dall’inglese (sectarian a sua volta traduzione del termine arabo ṭā’ifiyya) con il termine settario. Il cosiddetto “sistema settario” ha penetrato profondamente il sistema politico, finanziario ed economico nonché la società non riuscendo, tuttavia, a sostituirsi in maniera efficace allo Stato nell’erogazione dei servizi di base: Stato e sistema settario si sono nutriti l’uno dell’altro a tutela dei propri interessi e a discapito della popolazione libanese.

Il sistema settario va inteso come un sistema che in maniera capillare pervade ogni aspetto della vita dei libanesi. A livello politico esso si traduce nel sistema consociativo ossia nella suddivisione delle principali cariche dello Stato e dell’amministrazione pubblica secondo quote attribuite alle diciotto comunità riconosciute dallo Stato libanese. A livello confessionale, ossia a livello delle norme religiose che regolano le varie comunità libanesi, o aggregazioni di comunità, il sistema settario si esplicita attraverso la presenza di regole precise per la vita dei membri di ciascuna comunità che derivano dall’esistenza di tribunali religiosi che hanno poteri civili, dal momento che in Libano manca un codice civile unificato, che regoli le questioni relative allo statuto personale (trasmissione della cittadinanza, matrimonio, eredità, tutela dei figli, adozioni, divorzio ecc.). A livello dell’organizzazione sociale, infine, il sistema settario si alimenta grazie alla specifica gestione del potere da parte delle grandi famiglie e dei leader comunitari (zuama), che hanno un peso cruciale nella vita dei libanesi.

Negli anni, le grandi famiglie hanno creato “dinastie politiche”, che sono state in grado di tramandare il potere di padre in figlio riuscendo ad occupare per decenni la scena politica nonché quella economica e finanziaria. In particolare la commistione tra politica, economia e finanza in Libano è evidente guardando ai principali attori politici libanesi i quali, sovente, coincidono con i vertici del sistema finanziario ed economico: i politici libanesi sono anche imprenditori e hanno interessi nei principali gruppi economici del paese (telefonia, settore immobiliare ecc.). Il caso forse più noto è quello dell’ex primo ministro Rafiq Hariri che ha creato negli anni, anche con il sostegno dell’Arabia Saudita, un vero e proprio impero economico sfruttando anche i soldi arrivati in Libano per il business della ricostruzione attraverso la società Solidere. Hariri, tuttavia, è un caso tutt’altro che isolato: nel corso degli anni si è rafforzato quello che lo storico libanese Fawwaz Traboulsi, già prima della guerra civile, aveva definito “consorzio” ossia un insieme ristretto di individui che raggruppava le più importanti famiglie del paese che, insieme, detenevano le redini dell’economia e del sistema politico. La tutela degli interessi dei vecchi e nuovi consorzi si intreccia con i legami familiari e religiosi creando potenti sistemi di potere il cui obiettivo non è il bene comune ma la propria sopravvivenza e la tutela dei propri interessi (politici ed economico-finanziari). All’indomani della guerra civile il consorzio è stato integrato dall’arrivo di uomini d’affari che avevano preservato i loro capitali all’estero e che erano pronti a investirli nella ricostruzione del paese. I bassi tassi di interesse richiesti dal settore bancario hanno favorito cospicui investimenti tra gli anni ’90 e gli anni 2000, specialmente nel settore immobiliare e dell’intermediazione finanziaria, trasformando gradualmente l’economia libanese in un’economia di rendita.

Questo intreccio sempre più profondo tra Stato, sistema economico-finanziario e sistema settario ha avuto come conseguenza più evidente il default dello Stato libanese nella primavera del 2020. Le cause del default sono da ricercarsi nell’impossibilità di mantenere un sistema basato sulla parità dollaro-lira libanese che negli anni si è dimostrata sempre più insostenibile. L’aumento dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale Libanese ha favorito l’afflusso di dollari necessario per mantenere tale parità e per consentire le importazioni di beni primari (dal momento che il sistema produttivo libanese è pressoché inesistente: l’agricoltura conta tra il 6 e l’8 percento dell’intero sistema produttivo e il settore industriale si assesta tra il 15 e il 20 percento); tuttavia ciò ha causato una crescita smisurata del debito pubblico libanese e del disavanzo verso l’estero delle partite correnti che, nel corso degli anni, non sono state più compensate dalla capacità del sistema economico-finanziario libanese di attrarre capitali che invece, negli anni passati, era stata garantita anche dall’esistenza del segreto bancario.

La stabilità di questo sistema è stata messa a dura prova varie volte nella storia della Repubblica libanese ma negli ultimi anni si è aggiunto un ulteriore elemento a complicare il quadro, ossia la crisi del bilancio del Governo libanese: il Governo, per attuare le proprie politiche, ha fatto ampio ricorso al sistema bancario nazionale che ha attinto questi fondi dai risparmi dei libanesi. Questi fondi sono stati concessi a tassi di interesse molto elevati e sono stati utilizzati dalla classe politica per alimentare le proprie reti di patronage e di corruzione e non per investimenti nel settore pubblico che è stato, così, fortemente penalizzato. L’incapacità di restituzione di tali fondi da parte dello Stato (anche per gli elevati tassi di interesse richiesti dalle banche) ha comportato una crisi del sistema bancario tutto che si è ripercossa sui correntisti e quindi su quei cittadini libanesi (particolarmente la classe media) che hanno visto i loro risparmi volatilizzarsi. Infine la situazione di incertezza politica che ha caratterizzato il Libano negli ultimi anni (controllo del governo da parte di Hezbollah, voci di una nuova invasione israeliana, ritiro parziale del sostegno dell’Arabia Saudita alla famiglia Hariri, guerra in Siria e presenza dei profughi) ha provocato una fuga di capitali verso l’estero mostrando al contempo l’incapacità di riforma del sistema bancario libanese.

Sul default libanese, poi, si è abbattuta anche la crisi sanitaria legata agli sviluppi della pandemia da Covid-19 che ha mostrato le difficoltà di un sistema sanitario pubblico da tempo insufficiente a coprire i bisogni della popolazione: i libanesi sono costretti, così, a rivolgersi a strutture private, che erogano prestazioni su base confessionale incrementando in questo modo la dipendenza dalle comunità di appartenenza. Non solo: la privatizzazione del sistema di welfare, più in generale, ha avuto un forte impatto sulla crescita delle diseguaglianze, incrementando i casi di marginalizzazione dei settori più deboli e alimentando i fenomeni di lotta fra poveri, che sono divenuti più acuti con l’afflusso massiccio dei rifugiati siriani dopo il 2011.

L’esplosione del 4 agosto, dunque, si inserisce in una cornice più ampia caratterizzata dalla pervasività del sistema settario in tutti gli ambiti della vita politica, sociale ed economica del paese e dal prevalere degli interessi settari e privati su quelli collettivi. Tali dinamiche hanno radici profonde che possono essere fatte risalire alla costituzione stessa dello Stato libanese nel secolo scorso e che si sono acuite nel corso degli anni intrecciandosi con politiche neoliberiste che hanno alimentato la resilienza del sistema così costituito. Ciò è stato altresì garantito dalla coincidenza sempre più stretta dell’élite politica con quella finanziaria ed economica che, a sua volta, è stata una delle ragioni che ha portato alla diffusione di fenomeni di patronage e corruzione e al prevalere degli interessi personali e privati su quelli collettivi.

L’incapacità di far fronte a un disastro come quello provocato dall’esplosione del 4 agosto è evidente: le difficoltà di risalire ai responsabili (perché una sostanza potenzialmente così pericolosa era stoccata nel porto dal 2013 a ridosso di quartieri densamente popolati?) hanno portato alle dimissioni del governo di Hassan Diab che, era subentrato a quello di Saad Hariri dimessosi in seguito alle proteste dell’autunno del 2019. Le dimissioni di Diab, accompagnate dalla dichiarazione «May God protect Lebanon» («Possa Dio proteggere il Libano» sono l’ennesima dimostrazione di una mancanza di responsabilità della classe politica libanese. Tale atto apre una nuova fase di instabilità politica in cui, tuttavia, rientrerà anche la partita della ricostruzione. Come già avvenuto in passato la ricostruzione del porto e dei quartieri distrutti avvierà una forte competizione tra i vari attori nazionali, regionali e internazionali, sullo sfondo dei nuovi equilibri di potere che scaturiranno dopo la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra gli Emirati Arabi Uniti e lo Stato di Israele.

Riferimenti bibliografici

  1. Di Peri, Il Libano contemporaneo. Storia, Politica e Società, Carocci, Roma, 2017
  2. Di Peri, Libano: il consociativismo neoliberale alla prova dei fatti, Italianieuropei, 2, 2020
  3. Salloukh et al. The Politics of Sectarianism in Postwar Lebanon. London, Pluto Press, London, 2015.
  4. Traboulsi, Social Classes and Political Power in Lebanon. Heinrich Böll Stiftung, 2004.
  5. Tufaro, “Altro che crisi del dollaro: l’economia politica della sollevazione libanese” (parte 1 e 2), in Global Project (https://bit.ly/3cxvkRl).


Da Hiroshima a Beirut

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Proprio ieri è decorso il settantacinquesimo anniversario della strage atomica di Hiroshima. Alle 8:16 del 6 agosto 1945 a Hiroshima un lampo accecante vaporizzò in un attimo 140.000 vite umane, condannando i sopravvissuti a sofferenze inenarrabili seguite in molti casi da una morte straziante. L’orrore fu reiterato tre giorni dopo a Nagasaky.

Da allora l’umanità non ha più sperimentato lo strazio di un’esplosione nucleare a cagione dell’atteggiamento dell’opinione pubblica, animata da un sano tabù (quello che Gunther Anders chiamò la coscienza nucleare), che ha costretto le potenze nucleari a non fare uso dell’arma atomica. Col passare del tempo, però, la memoria si sta indebolendo e si sta affievolendo anche la coscienza nucleare che pure in passato aveva dato luogo a una forte mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale. Tuttavia, proprio in questi giorni abbiamo sperimentato qualcosa di simile a una esplosione nucleare.

La terribile esplosione avvenuta il 4 agosto a Beirut è stata di una potenza tale da evocare il disastro che potrebbe provocare una bomba atomica. Si è alzato nel cielo un fungo rossastro simile a quello di Hiroshima e il boato è stato udito persino a Cipro, a oltre duecento chilometri di distanza. Tutta la zona del porto è stata distrutta e interi quartieri sono stati spazzati via dall’onda d’urto. Centinaia di morti, migliaia di feriti, 300.000 sfollati, tutte le riserve strategiche di grano del Libano andate perdute. La capitale, Beirut, il giorno dopo si è svegliata immersa nel sangue, nel caos e nella disperazione, in un incubo che il governatore, Marwan Abboud ha sintetizzato così: «Sembra quello che è successo a Hiroshima e Nagasaki».

Non si tratta di un paragone peregrino, il disastro di Beirut è stato provocato dall’esplosione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio stoccate in un magazzino del porto. Proviamo a convertire questa esplosione in kiloton, misura utilizzata per calcolare la potenza distruttrice di una testata nucleare in quantità equivalente di esplosivo (1 kiloton è equivalente a 1.000 tonnellate di tritolo). È stato calcolato che 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio sono equivalenti a 0,9 Kiloton, cioè a una testata nucleare di potenza medio bassa. Per essere più concreti, la potenza delle testate nucleari che verranno impiantate su bombe atomiche tattiche a gravità di nuova generazione, le B61-12, varia da 0,5 a 50 kiloton. Queste testate, nel silenzio della politica, verranno dispiegate nella base USA di Aviano e in quella dell’Aeronautica Militare Italiana a Ghedi, in sostituzione delle circa 70 bombe atomiche di vecchia generazione.

Pax Christi international ha diffuso in questa settimana un accorato appello sull’urgenza della messa al bando delle armi nucleari in epoca di Coronavirus: «In questi mesi l’intera famiglia umana è stata messa in ginocchio dal Coronavirus. Il bilancio globale delle vittime continua a crescere quotidianamente; la disperazione dell’umanità aumenta; gli effetti fisici, psicologici ed economici aumentano. Questa pandemia ha raggiunto praticamente tutti: abbiamo capito che siamo tutti vulnerabili e ci rendiamo conto che la vera sicurezza deve essere, in sostanza, condivisa. […] Le conseguenze dannose della pandemia Covid-19 impallidiscono rispetto a quelle che sarebbero capitate alla famiglia umana, e alla terra stessa, in caso di guerra nucleare. […] La cosiddetta “sicurezza” offerta dalle armi nucleari si basa sulla nostra volontà di annientare i nostri nemici e la loro volontà di annientarci. Il Coronavirus ha rappresentato un campanello d’allarme per il mondo. Stiamo sperimentando in prima persona come investire centinaia di miliardi di dollari per lo sviluppo, la fabbricazione, i test e lo spiegamento di armi nucleari non solo non è riuscito a renderci sicuri, ma ha privato la comunità umana delle risorse necessarie per il raggiungimento della vera sicurezza umana: sufficienza alimentare, alloggio, lavoro, formazione scolastica, accesso all’assistenza sanitaria. Di fronte al Coronavirus, le speranze di sopravvivenza nelle nostre comunità si sono fondate sul sacrificio in prima linea dei soccorritori. Eppure, come ammonisce la Croce Rossa Internazionale, tali soccorritori non ci sarebbero in caso di un attacco nucleare: i medici, gli infermieri e le infrastrutture sanitarie sarebbero essi stessi cancellati. Né soccorritori esterni, nella misura in cui sopravvivessero, potrebbero accedere in sicurezza nelle zone esposte alle radiazioni».

In caso di attacco nucleare, prosegue il documento: «Né la terra, né alcuna delle sue creature, sarebbe risparmiata dall’avvelenamento prodotto dalla radioattività risultante da una guerra nucleare, anche se limitata. Le colture appassirebbero e morirebbero mentre la luce del sole sarebbe bloccata dalle nuvole atmosferiche di polvere prodotta. La vita sulla terra sarebbe messa in grave pericolo. Come comunità umana stiamo imparando delle dure lezioni sulla nostra sicurezza collettiva durante questa pandemia globale. È giunto il momento di affrontare la sfida e di cogliere l’opportunità per apportare le modifiche necessarie a salvaguardia del nostro futuro. Ma la finestra temporale che ci resta potrebbe essere troppo breve. Se non riusciamo ad agire adesso e con decisione per eliminare le armi nucleari dalla faccia della terra, giochiamo pericolosamente non solo con la pandemia ma anche con la estinzione totale».

La richiesta è che l’Italia aderisca al Trattato per la messa al bando delle armi nucleari approvato dall’assemblea generale dell’ONU il 7 luglio 2017, destinato a entrare in vigore quando vi avranno aderito almeno cinquanta Stati (attualmente sono una quarantina).

Conoscendo la fiera opposizione della NATO al disarmo nucleare e la tradizionale subalternità dell’Italia, ribadita anche dai nuovi governanti, non ci facciamo molte illusioni, ma non possiamo chinare il capo: che l’iniziativa di Pax Christi ci aiuti a rompere la cappa di silenzio e faccia emergere lo scandalo di una nazione che nei suoi princìpi fondamentali ripudia la guerra e nella condotta politica dei suoi governi accetta la dislocazione di armi di distruzione di massa che mettono in pericolo la vita stessa dell’umanità sulla terra.

Se non ora, quando?