Il sistema monetario e la falsa indipendenza delle banche centrali

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Dal 2022 la Banca Centrale Europea di Christine Lagarde alza costantemente i tassi di interesse e aumenta il costo del denaro – e quindi il costo dei debiti – con il pretesto ufficiale di “combattere l’inflazione”. In questi tempi di crisi, di “guerra mondiale a pezzi” e di difficoltà negli approvvigionamenti energetici e nelle catene produttive, invece di rilanciare l’economia la Bce opera per contrarre il credito: così fanno del resto tutte le banche centrali occidentali cosiddette “indipendenti” sotto la guida della Federal Reserve americana. L’obiettivo dichiarato è di abbattere il caro vita: ma l’aumento del tasso di interesse ha invece come primo risultato quello di incrementare a dismisura i profitti delle banche, ridurre contemporaneamente il credito e comprimere le attività produttive, provocando disoccupazione e diminuzione del costo del lavoro e dei redditi delle famiglie. Le manovre restrittive e pro-cicliche delle banche centrali – Bce compresa – sono esplicitamente tese innanzitutto a stroncare sul nascere qualsiasi richiesta di aumento dei salari e della spesa pubblica. Questa politica fa pagare la crisi al lavoro e al capitale produttivo e premia solo gli interessi della finanza. È quindi il momento di ridiscutere e demistificare il falso mito della “indipendenza” delle banche centrali.

Le banche centrali non vivono nel vuoto, anzi rappresentano l’istituzione centrale del capitalismo finanziario. Esse hanno il monopolio della moneta legale e la trasmettono all’economia solo ed esclusivamente tramite il sistema bancario che è quasi del tutto privato. Pochi sanno che la moneta delle banche centrali – ovvero la moneta legale, la più sicura perché garantita dallo Stato e quindi dalle tasse dei contribuenti – è disponibile solo per le banche commerciali e non per i cittadini, per le imprese e gli enti pubblici, e quindi per definizione non è neutrale (posto che il sistema bancario, in massima parte privato, è orientato al massimo profitto). E pochi sanno che la moneta che utilizziamo normalmente nell’economia reale – a parte le banconote e le monete per le spese spicciole – è creata dal nulla, per il 95%, dalle banche private quando concedono credito ai clienti (per mutui, pagamenti ai fornitori e ai dipendenti, credito al consumo ecc).

La creazione della moneta da parte delle banche procura loro un reddito di signoraggio (ovvero da creazione di moneta) che è essenzialmente un reddito parassitario. Creare moneta in forma di bit, infatti, tendenzialmente non costa nulla: ma cederla sotto forma di credito procura potenzialmente profitti formidabili. Come spiego nel libro Il fallimento della Moneta(Fazi Editore), la moneta delle banche viene creata sempre e solo sotto forma di credito: quindi entra nell’economia sempre e solo come debito: la moneta bancaria deve infatti essere sempre ripagata con gli interessi. La moneta-debito così creata dalle banche viene poi a sua volta prestata, per esempio nel mercato obbligazionario: ne deriva che più aumenta la massa monetaria e più cresce il debito. Ma un’economia fondata sul debito tendenzialmente sempre crescente è destinata inevitabilmente alla crisi e al fallimento. Inoltre un’economia basata sulla moneta privata emessa in regime competitivo per ottenere il massimo profitto non può che correre verso la speculazione finanziaria e immobiliare che offre generalmente rendimenti più rapidi e elevati. Così si gonfiano i mercati finanziari e si generano crisi rovinose. Quando poi il debito viene pagato alle banche la moneta scompare nell’economia: ecco perché la restituzione dei debiti paradossalmente provoca crisi violente! Per evitare le crisi occorrerebbe allora che lo Stato emettesse una moneta pubblica libera dal debito, cioè debt-free.

La moneta creata dalla banca centrale per le banche commerciali è normalmente una frazione della moneta creata dalle banche commerciali: sono queste ultime a comandare il credito e la quantità di moneta-debito che entrerà effettivamente nell’economia reale. Al centro del processo iniziale di creazione della moneta resta comunque l’emissione di moneta legale da parte della banca centrale “indipendente”. Questa emette due tipi di moneta: la moneta di riserva per i pagamenti tra le banche accreditate presso la banca centrale stessa e con la quale si saldano definitivamente le transazioni commerciali; e le banconote, che in teoria sono moneta pubblica ma che, essendo distribuite al pubblico solo dalle banche commerciali, sono in realtà una forma di moneta bancaria (bisogna infatti avere un conto corrente per avere banconote di prima emissione). Senza la moneta legale di banca centrale garantita dallo Stato non sarebbe possibile la creazione della moneta bancaria da parte dei privati.

In tutto questo processo oscuro e complicato di emissione e distribuzione della moneta la società, le imprese produttive, i cittadini e la democrazia restano comunque completamente tagliati fuori. Per svoltare verso uno sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibile occorre dunque innanzitutto introdurre la partecipazione nel sistema e democratizzare le banche centrali. La democrazia deve finalmente entrare anche nel campo strategico degli istituti centrali e delle politiche monetarie. Le associazioni dei lavoratori, degli imprenditori, dei consumatori e della società civile dovrebbero governare le banche centrali perché il sistema monetario è un bene pubblico che riguarda tutti. La moneta, le banche e la finanza sono troppo importanti perché siano gestite solo dai banchieri e dai tecnocrati. La moneta deve diventare finalmente democratica e pubblica, nell’interesse di tutta la società.

Il problema consiste anche nel fatto che quasi sempre le banche centrali, come la Banca d’Italia, nonostante la loro fondamentale importanza per la società, non sono neppure previste dalle Costituzioni nazionali. Hanno un potere enorme ma extra-costituzionale. Per esempio la Costituzione degli Stati Uniti prevede che solo il Congresso abbia il potere di coniare denaro e determinarne il valore. Anche la Costituzione italiana non prevede la banca centrale mentre prevede genericamente che «lo Stato ha legislazione esclusiva sulla moneta» anche se «nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali» (art. 117).

In generale le Costituzioni affidano la potestà sulla moneta allo Stato e non alle banche centrali, e quindi le banche centrali appaiono sul piano giuridico come un “agente dello Stato”, un’agenzia che opera per conto dello Stato. Tuttavia un’agenzia dello Stato può essere autonoma ma non può essere indipendente dallo Stato di cui è agente, a meno che questo non sia previsto dalla Costituzione (come avviene, ad esempio, per la magistratura e la Corte Costituzionale). L’indipendenza di un organo che non è neppure previsto dalla Costituzione e che non è eletto, che non è soggetto allo scrutinio popolare ma che ha il monopolio assoluto della moneta di Stato (la moneta legale) è, quindi, non solo opinabile ma abnorme, anti-democratica e minacciosa della sovranità popolare. Grazie al falso mito dell’indipendenza della banca centrale, il banchiere centrale ha acquisito un potere quasi monarchico. È un potere enorme che non quadra per nulla con il sistema liberale di check and balances che caratterizza, o dovrebbe caratterizzare, le moderne democrazie.

Da qui la proposta che la missione e i compiti delle banche centrali siano fissati dalle Costituzioni democratiche. Le Costituzioni dovrebbero prevedere la banca centrale come organo indipendente governato dalla società civile e dalle parti economiche in collaborazione con le istituzioni democratiche per gestire il bene comune della moneta.

È la prima parte di un testo la cui seconda parte sarà pubblicata nei prossimi giorni


Torna lo spread

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Perché in Italia lo spread è tornato a salire? Parliamo di quanto costa a noi finanziare il debito e quanto costa alla Germania, i cui titoli in Europa sono utilizzati come termine di paragone (benchmark). La risposta canonica è che i mercati temono per la nostra economia e per i nostri conti pubblici, quindi vogliono di più, in termini di interessi, per prestarci i soldi. Il che, già di per sé, è a di poco aberrante: stati e governi soggiogati dai mercati finanziari.

Nondimeno, fermarsi a questa conclusione è come guardare al dito quando qualcuno ci indica la luna. Infatti, in questa faccenda, c’entra molto la politica monetaria della banca centrale. Negli anni scorsi, i tassi si sono tenuti bassi grazie ai programmi d’acquisto della Bce. Per l’Italia questo ha significato che un terzo del proprio debito è finito in pancia all’Eurosistema. E siccome gli acquisti venivano effettuati attraverso le banche centrali nazionali, è come se per una parte lo Stato si fosse indebitato con se stesso. L’Italia, per essere più precisi, alla fine del 2022 aveva un debito con la propria banca centrale per circa 700 miliardi di euro. Su cui, praticamente, non pagava interessi passivi, visto che Bankitalia, per statuto, era tenuta a retrocedere, alle scadenze previste, i propri profitti allo Stato. Una partita di giro, insomma.

Questo fino a febbraio di quest’anno, quando la Bce ha deciso di chiudere con gli acquisti netti di titoli sul mercato secondario (la Bce non può finanziare direttamente gli Stati). Decisione cui ha fatto seguito l’altra di interrompere il reinvestimento dei titoli a scadenza del programma App, quello partito nel 2015 (continua invece il reinvestimento dei titoli acquistati col «piano pandemico» Pepp). Una normalizzazione della politica monetaria, alla quale, da ultimo, si è accompagnata una sterzata vigorosa sui tassi d’interesse, per combattere – è bene ricordarlo – un’inflazione da costi (pesa in primis la crisi energetica), degenerata in inflazione da profitti. Scelta scellerata, che sta danneggiando l’economia e colpendo i ceti popolari.

In compenso, si fa per dire, la Bce ha messo in campo un nuovo strumento per regolare i differenziali di rendimento nella zona euro: il Transmission Protection Mechanism (Tpi), chiamato anche “scudo anti-spread”. Ma non è un meccanismo che funziona automaticamente. La scelta di compare o non comprare titoli pubblici di un dato paese è «discrezionale» e dipende da alcune condizioni. Quali? Il rispetto del patto di bilancio europeo e degli impegni assunti con il Pnrr, l’assenza di squilibri macroeconomici. A queste bisogna aggiungerne un’altra, la più contraddittoria: la «sostenibilità» del debito. Incredibile: l’intervento del Tpi dovrebbe essere previsto proprio quando la «sostenibilità» inizia a vacillare, ovvero quando il debito di un paese dovesse finire sotto attacco speculativo, con rialzo conseguente dei rendimenti e quindi dello spread.

Come è messa l’Italia con queste condizioni? Con l’economia che rallenta (crescita dello 0,8% nel 2023) e i conti pubblici che peggiorano, i nostri titoli potrebbero non essere più acquistabili da Francoforte. Il che sarebbe un grosso problema.

La questione vera è però che l’Europa si rifiuta di adottare l’unica misura in grado di allentare la tensione sui mercati e far respirare i paesi maggiormente indebitati: trasformare i titoli acquistati nell’ambito del quantitative easing in obbligazioni irredimibili. Titoli senza scadenza e a tasso zero. Di fatto la cancellazione di una quota del debito europeo (sulla soluzione tecnica esistono varie proposte). Quello a cui, più o meno, si riferiva l’ex presidente del Parlamento europeo David Sassoli nel 2020.

Che poi, con quali soldi la Bce ha acquistato questi titoli? Denaro creato ex nihilo, con un click. Pensiamoci un po’ sopra: lo Stato emette dei titoli che vengono comprati da una banca, che a sua volta li vende alla banca centrale dello stesso paese; per un lasso di tempo lo Stato rimane indebitato con se stesso e di fatto non paga interessi; la Bce decide che l’Eurosistema non deve più riacquistare i titoli in scadenza, quindi le banche centrali nazionali riversano sul mercato i titoli che hanno acquistato con denaro creato dal nulla; lo Stato torna ad essere indebitato con le banche private; riparte la giostra della speculazione.

Sembra una commedia dell’assurdo, si chiama invece Europa.


Mario Draghi, una vita per le élites

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E fu così che Mario Draghi arrivò davvero. Una scelta disperata del Capo dello Stato per scongiurare l’abisso ad un paese già pesantemente segnato da crisi economica ed emergenza sanitaria? Solo gli ingenui possono credere ad una narrazione di questo tipo. Più passano le ore, più diventa chiaro che l’operazione Draghi era partita molto tempo prima che Matteo Renzi si incaricasse di accelerarne il compimento. Non è complottismo. L’Italia è entrata nella pandemia con un’economia barcollante sul crinale tra stagnazione e recessione, ma soprattutto con un quadro di finanza pubblica incompatibile con le regole europee. Un quadro che la stessa crisi pandemica ha finito per aggravare ulteriormente, per il concorso di due fattori: il crollo del Pil e l’espansione a debito del bilancio statale. Cosa accadrà quando ritorneranno le regole del fiscal compact? Siamo di fronte a una sospensione momentanea delle stesse o la crisi costituirà un’occasione per superarle? Sono domande che in molti si sono fatti in questi mesi. Di certo, un impegno sul rientro dal debito il Governo Conte l’ha già preso nell’ultimo Documento di Economia e Finanza (Def), ma è nel Recovery fund che si trova una risposta più esaustiva a questi interrogativi. È vero che i soldi, per una buona parte da restituire, sono tanti, ma la loro erogazione avverrà a una precisa condizione: che si facciano le cosiddette “riforme di contesto”, alle quali è legata anche la sostenibilità del debito. E chi pensa che queste riforme servano a ripristinare una serie di diritti sociali cancellati in questi anni è totalmente fuori strada. L’idea, già recepita nelle bozze del Piano nazionale di ripresa e resilienza del Governo Conte, è che gli investimenti pubblici dovranno accompagnarsi a una nuova sfornata di liberalizzazioni. Più flessibilità lavorativa (ora si chiama “transizione occupazionale”), meno tasse e nuovi incentivi alle imprese, appalti più semplici, privatizzazioni. In questo modo, mentre la spesa delle risorse europee aiuterà la crescita, le “riforme”, oltre a “supportare” il Piano, rafforzeranno il patto di fiducia del Paese con i mercati finanziari (gli acquisti di titoli da parte di Francoforte durerà ancora ma non sarà per sempre). Un programma, a ben vedere, tagliato su misura per l’ex presidente della Bce (chiarissime le sue idee sull’efficienza dei mercati, sulla selezione naturale delle aziende sul mercato, sull’allocazione delle risorse umane in base alle leggi del mercato, sulle pensioni integrative e i fondi pensione ecc.), la cui lunga carriera, tra istituzioni pubbliche e banche private, è costellata più che dai “successi” di cui stampa e politica parlano in questi giorni, dai servigi resi al mondo della finanza e alle classi dominanti, con uno scarto fin troppo evidente tra obiettivi di volta in volta dichiarati e risultati ottenuti. Ecco cosa scriveva quasi un secolo fa John Maynard Keynes a proposito della credibilità di certi economisti: «Sebbene la dottrina in sé stessa non sia mai stata posta in dubbio da economisti ortodossi fino a tempi recenti, la sua palese incapacità agli effetti della previsione scientifica ha gravemente menomato col passar del tempo il prestigio dei suoi seguaci. Ciò ha provocato nell’uomo comune una riluttanza crescente a concedere agli economisti lo stesso rispetto che riservava ad altre categorie di scienziati, i cui risultati teorici sono confermati dallosservazione quando vengono applicati ai fatti» (1). Per Draghi, però, questo momento sembra che non sia ancora arrivato. Per le sue scelte discutibili ed i suoi fallimenti viene non solo riverito, ma anche promosso a “salvatore della Patria”.

Lo smantellamento dell’industria pubblica italiana

Il suo ingresso nella “stanza dei bottoni” risale al 1983, ai tempi del primo governo Craxi, come consigliere dell’allora ministro del Tesoro Giovanni Goria. Ma il salto di qualità avviene nel 1991. Il muro di Berlino è caduto da poco, anche l’URSS ha cessato d’esistere. È il momento giusto per costruire una nuova Europa su basi neoliberiste, adottando anche un’unica moneta. Di lì a qualche mese saranno firmati i Trattati di Maastricht. È la fine di un ciclo storico e di un mondo. La restaurazione anti-keynesiana, iniziata a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, può essere portata a compimento, fino alle estreme conseguenze. Per stare nella nuova Europa, infatti, bisogna non solo avere i conti a posto, ma ci vuole anche meno Stato e più mercato. Il ritorno del laissez faire. In Italia, questo significa far dimagrire il bilancio statale e, soprattutto, smantellare l’industria pubblica e il sistema delle partecipazioni statali. Viene fatto tutto tra il 1991 e il 2001. Dieci anni in cui si avvicenderanno alla guida del Paese ben nove governi, con sette diversi presidenti del consiglio: Andreotti, Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema. Nove governi e sette presidenti del consiglio, di “destra” e di “centrosinistra”, ma alla direzione del ministero del Tesoro, dove ha sede il “coordinamento” delle privatizzazioni, c’è sempre lui: Mario Draghi. Quando lascia l’incarico, la grande industria pubblica italiana è ormai soltanto un ricordo. Molti dei “gioielli di Stato” sono finiti in mano straniera, grandi sono stati i guadagni delle banche internazionali che hanno “assistito” le istituzioni italiane in quest’opera distruttiva. Le stesse banche, americane in primo luogo, che di lì a poco inonderanno di derivati tossici le nuove banche “universali” italiane sorte dalla privatizzazione degli istituti di credito pubblici. Tra queste banche d’affari c’è Goldman Sachs (una delle banche che ha contribuito al crack dell’economia mondiale nel 2007-2008 con la diffusione di titoli tossici e le speculazioni sui collateralized debt obligations), dove Mario Draghi prenderà servizio agli inizi del 2002, in qualità di “direttore esecutivo” per l’Europa. Ci resterà quasi tre anni, fino a che non sarà nominato governatore di Bankitalia. Quando si dice «il sistema delle porte girevoli della finanza mondiale». Un gigantesco caso di conflitto d’interesse che si consuma, per dirla con Bruno Amoroso, «nel silenzio totale di tutti, dei politici, Destra, Sinistra, degli istituti di controllo» (2).

La grande recessione e il ruolo della Bce

Da Goldman Sachs a via Nazionale, fino a all’Eurotorre di Francoforte. 2011, un anno cruciale. La crisi dei subprime, innescata dalle spericolate acrobazie finanziarie di banche presso le quali lo stesso Draghi ha lavorato, è arrivata anche in Europa, ma già ha cambiato nome. È diventata “crisi dei debiti sovrani”. Nel senso che i buchi di bilancio delle banche sono stati chiusi con soldi pubblici e il conto è stato portato ai cittadini. Servono sacrifici, «si è vissuto al di sopra delle possibilità», ricordate? Bisogna salvare l’euro. Non la vita e la dignità di milioni di persone che hanno perso il lavoro a causa di un crack finanziario innescato dalla bulimia dei mercati finanziari. L’euro. Forse. Partono i finanziamenti a lungo termine (longer-term refinancing operations). Le banche prendono i soldi della Bce a un tasso inferiore all’1% e con questi soldi comprano il debito pubblico a un tasso tre volte superiore. Il risanamento bancario viene accollato allo Stato. Solo dopo arriva il quantitative easing. Dopo che le banche hanno speculato abbastanza sui titoli di Stato e dopo che i governi hanno fatto piazza pulita di decenni di conquiste del mondo del lavoro. Per capirci, in Italia arriva prima Monti e poi il quantitative easing. Con un ritardo di cinque anni rispetto agli Stati Uniti d’America, dove, peraltro, la politica monetaria ultra-espansiva della Fed viene coniugata, da subito, con una politica di bilancio altrettanto sostanziosa (l’American Recovery and Reinvestment Act). E se, come nel caso della Grecia, uno Stato ha bisogno di liquidità alternativa, c’è una strada sola che si può percorrere: quella del Fondo Salva Stati (oggi Mes). Prestiti, ma solo dopo aver firmato un memorandum d’intesa in cui sono dettagliati tutti i compiti da fare a casa (tagli agli stipendi pubblici e alle pensioni, flessibilità lavorativa, privatizzazioni ecc.). Non c’è scampo. Chi protesta può vedersi tagliata perfino la liquidità per le proprie banche. È successo con il governo di Syriza, una delle pagine più nere della presidenza Draghi.

L’acqua è tanta ma il cavallo non beve

Ma chiediamoci: qual era l’obiettivo macroeconomico del quantitative easing? Un’inflazione vicina al 2%. È stato raggiunto l’obiettivo in questi anni? No, perché l’allievo di Federico Caffè ha agito nel solco tracciato dagli economisti mainstream. Fallendo clamorosamente. Potremmo dire che il suo bazooka è caduto nella trappola di Keynes («È inutile portare il cavallo al fiume se non vuole bere»). Come tutti gli economisti conservatori, Draghi, trascurando l’importanza delle politiche di bilancio, pensa che basti inondare le banche di liquidità e mantenere i tassi negativi sui depositi (disincentivo a tenere i soldi parcheggiati presso la Bce) per rilanciare l’economia. Più liquidità, maggiore propensione al credito da parte delle banche, economia che torna a girare. Come se la bassa domanda, indotta da bassi salari o da un’elevata disoccupazione, non condizionasse le scelte delle imprese. L’allievo di Caffè, insomma, ha agito nella crisi europea come se la lezione del ’29 non ci fosse mai stata. «Non bastava fabbricare moneta, bisognava che venisse spesa e che agisse direttamente sull’andamento economico. Fu questa la politica che, con molta cautela, si finì per seguire. Era una politica fiscale, non monetaria», ricorda J.K. Galbraith a proposito della svolta impressa dal Governo americano alle politiche economiche nella secondo metà degli anni Trenta. Draghi, invece, con quasi cento anni di ritardo, rimane al monetarismo dei tempi di Hoover. Da un lato mette in campo politiche monetarie ultra-espansive, dall’altra perora la causa dei bilanci in pareggio, vale a dire dell’austerità. Non l’abbiamo mai sentito tuonare contro la linea del rigore tedesca. Tutt’altro, ne è stato uno degli alfieri più intransigenti. Con risultati molto negativi per l’economia reale e le condizioni materiali di vita di milioni di cittadini. Non cambia idea nemmeno davanti all’evidenza dei fatti, benché anche allora ci fossero le condizioni per una sospensione del Patto di stabilità. Nel 2016, un anno dopo l’avvio del quantitative easing, infatti, di fronte al ritorno del segno meno davanti all’indice dei prezzi nella zona euro, torna a parlare di “forze deflazionistiche” che concorrerebbero a tenere bassa l’inflazione in Europa. A quali forze si riferisce? Alla Commissione? Ai governi che fanno l’austerità? No, a forze “disinflazionistiche” che agirebbero “su scala mondiale”. Invero, molti lessero nelle sue parole l’evocazione di una congiura, forse per un’errata traduzione del verbo to conspire, che in inglese significa innanzitutto “cospirare”, ma anche “contribuire”. A meno che lo stesso Draghi non abbia consapevolmente giocato con il significato di questa voce, per drammatizzare la sua lettura dei fatti e coprire meglio il fallimento delle sue scelte di politica monetaria. Eppure, la spiegazione al fallimento della sua politica, e dell’Unione europea, stava in una domanda piuttosto banale: perché mai un’impresa avrebbe dovuto investire, contrarre nuovi debiti, prevedendo che non ci sarebbe stata una domanda sufficiente per i beni e i servizi che avrebbe prodotto? Si trattava, in pratica, di riconoscere che la causa della deflazione e della mancata crescita risiedeva nei redditi troppo bassi dei cittadini e in una disoccupazione che rimaneva ancora troppo elevata. Un problema di domanda, come tante altre crisi del passato. Ma tant’è. Quando Draghi lascia la guida della Bce, nel mese di ottobre del 2019, nonostante i 2500 miliardi di euro “immessi nel sistema” (soldi creati dal nulla), la zona euro è di nuovo in deflazione. Storia di un fallimento annunciato. E non ce la si può cavare dicendo che però col quantitative easing gli Stati hanno guadagnato sul loro servizio del debito (interessi più bassi sui titoli). L’obiettivo dichiarato del Qe era un’inflazione «vicina, ma al di sotto del 2 per cento», ovvero un rilancio dell’economia europea dopo la grande recessione innescata dal crack finanziario mondiale del 2007-2008. A meno che, oltre all’obiettivo “dichiarato”, non ce ne fosse un altro, probabilmente più importante per Francoforte. Ne parliamo più avanti.

Arriva la pandemia

Ancora un anno e mezzo fa, prima che la pandemia sconvolgesse l’economia mondiale, Draghi rimaneva fermo sulle sue posizioni conservatrici. Non faceva distinzione tra “debito buono” e “debito cattivo”, per intenderci. Troppo debito era una cosa cattiva a prescindere. Infatti, in una conferenza stampa tenuta il 6 giugno 2019, tornava ad ammonire l’Italia sui rischi che il Paese avrebbe corso senza una politica di “rientro dal debito”, che a suo dire doveva essere massimamente “credibile”. «La politica di bilancio leggermente espansiva dell’Eurozona sostiene l’attività economica. Tuttavia, i paesi in cui il debito pubblico è elevato devono continuare a ricostituire le riserve di bilancio», dichiarava testualmente in quella occasione, bocciando senz’appello anche l’ipotesi che il nostro Paese finanziasse il suo fabbisogno con l’emissione di mini-bot («sono illegali, è nuovo debito», fu la sua conclusione). Dopo qualche mese, il virus cinese inizia a diffondersi in tutto il mondo e l’Italia viene colpita più duramente di altri Paesi. È un fatto sconvolgente. L’economia globale è di nuovo sull’orlo del baratro. Una crisi dal lato dell’offerta e dal lato della domanda, certamente diversa da quella più “classica” (valga la lezione di Hyman Minsky sui cicli economici) del 2007-2013. Siamo a marzo del 2020, l’Italia è in pieno lockdown, Draghi interviene dalle colonne del Financial Times con un articolo nel quale, apparentemente, sembra cambiare radicalmente il suo approccio alla gestione delle crisi (3). Il debito, quello “buono”, «diventerà una caratteristica permanente delle nostre economie», scrive l’ex presidente della Bce. Aggiungendo che livelli più elevati di debito pubblico dovranno «accompagnarsi alla cancellazione del debito privato». Più precisamente, la sua conclusione, è che «la perdita di reddito nel settore privato, e tutti i debiti che saranno contratti per compensarla, devono essere assorbiti, totalmente o in parte, dai bilanci pubblici». Il “debito buono”, quindi, è quello che serve ad assorbire il debito privato. Cosa significhi concretamente questa affermazione non è semplice spiegarlo. Nondimeno, di una cosa si può essere certi: la proposta non ha niente a che vedere con una soluzione keynesiana della crisi. Piuttosto, si è in presenza, di nuovo, di una politica dal lato dell’offerta, dell’impresa. Una cosa diversa dall’aumento della spesa pubblica, anche in disavanzo, che compensa la caduta della spesa privata. Non solo. Per alcuni aspetti, quel che prospetta Draghi nel suo intervento sul Financial Times, è un film già visto negli anni 2011-2014, con lo stesso Draghi attore protagonista (4). A dispetto della vulgata secondo cui il whatever it takes e poi il quantitative easing sarebbero serviti a salvare l’euro (in ogni caso non a salvare milioni di persone da povertà e disoccupazione), la loro vera ratio, a ben vedere, va cercata altrove. Nell’esigenza di salvare le banche dall’insolvenza del settore privato. Riavvolgiamo il nastro, basandoci sul caso italiano. Nel 2011 a Palazzo Chigi arriva Mario Monti, anche lui “salvatore della patria”, che imprime una forte accelerazione alle politiche di austerità e di compressione dei diritti sociali già avviate dai governi precedenti. L’avanzo primario (la differenza tra raccolta fiscale e spesa pubblica al netto degli interessi sul debito) passa da una media dello 0.07% del Pil degli anni 2009-2011 al 2.30% del 2012, per poi stabilizzarsi a una media dell’1.68% tra il 2012 e il 2017 (5). Non c’è però una contestuale diminuzione delle emissioni di obbligazioni statali. Tutt’altro. Il Governo chiede al mercato più soldi di quanti ne servono per coprire il disavanzo e la spesa per interessi. Si drenano risorse grazie a tassi di interesse ancora allettanti. Fino al famoso whatever it takes, che fa scendere sensibilmente i rendimenti sui nostri titoli di interesse. Rendimenti più bassi, valore più alto delle obbligazioni. Una dinamica che sarà ulteriormente assecondata dal quantitative easing che prenderà l’avvio tre anni dopo. La discesa dei tassi di interesse sarà determinante per le scelte degli investitori in questo periodo. Le obbligazioni rivalutate vengono vendute (con il Qe sono le stesse banche centrali nazionali che le comprano sul mercato secondario) e con i proventi di queste vendite si comprano azioni delle imprese. Tecnicamente si chiamano “aggiustamenti di portafoglio”. Nuova liquidità che le imprese utilizzano anche per ridurre la loro esposizione debitoria nei confronti delle banche. Il “debito buono” ha assorbito una parte di quello privato, lo Stato rimane indebitato con la stessa Bce (motivo per cui adesso sarebbe venuto il momento di “cancellare” questo debito). Una cosa molto diversa dall’idea keynesiana dell’utilizzo della spesa pubblica, anche a debito, per risollevare la domanda aggregata dal suo equilibrio di sottoccupazione e favorire la crescita dell’economia. Ma niente di nuovo. Sono stati scritti milioni di articoli e migliaia di libri su questi argomenti in questi anni (cosa avrebbero detto intellettuali come Luciano Gallino o Bruno Amoroso in queste ore?). Per la sinistra critica, radicale e di classe un patrimonio di conoscenza acquisito. Non solo. Dalle lotte contro le politiche della Troika, di cui Draghi è stato uno dei volti più duri, è nata anche una nuova sinistra in Europa. Storia. La storia di grandi movimenti di massa, di battaglie politiche per il lavoro e la sua dignità, contro il precariato e i tagli allo stato sociale, per la democrazia e la sovranità popolare. La nostra storia, diametralmente opposta alla storia di Draghi, tutta e sempre dalla parte delle élites, delle banche, dei rentiers della finanza. Allievo di Federico Caffè? Di fronte alle ingiustizie della società a lui contemporanea, il grande economista abruzzese aveva il coraggio di esprimersi così: «Al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l’assillo dei riequilibri contabili». Parole che oggi potrebbero essere rivolte proprio contro personaggi come l’ex presidente della Bce.

NOTE

(1) J. M. Keynes, Teoria Generale dell’Occupazione dell’Interesse e della Moneta, Edizione del Kindle, Fermento, 2015, p. 536.

(2) B. Amoroso, Figli di Troika. Gli artefici della crisi economica, Castelvecchi, 2013.

(3) M. Draghi, We face a war against coronavirus and we must mobilise accordingly, Financial Times, 25 marzo 2020.

(4) M. Spanò, Il problema del debito privato e lo scopo del debito pubblico, Economia e Politica, 10 maggio 2020.

(5) Ibidem

 


«La BCE cancelli i debiti degli Stati»

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Il dibattito sulla cancellazione dei titoli di debito pubblico detenuti dalla BCE conosce un forte interesse pubblico in Francia, ma anche in Italia, nel Lussemburgo, in Belgio, nei corridoi delle istituzioni europee, presso gli stessi rappresentanti della BCE e dei diversi ministeri delle finanze della zona Euro. Questo dibattito è sano ed utile. Per la prima volta dopo molto tempo, la posta in gioco monetaria è oggetto di dibattito pubblico. La moneta cessa per un momento di essere un oggetto sottratto alla deliberazione collettiva e consegnato a una banca centrale indipendente dai poteri pubblici, ma dipendente dai mercati finanziari. I cittadini scoprono, con sconcerto per alcuni di loro, che quasi il 25% del debito pubblico europeo è oggi detenuto dalla loro banca centrale. Dobbiamo a noi stessi il 25% del nostro debito. Se rimborsiamo questa somma, dovremo trovarla altrove prendendola nuovamente in prestito per far girare il debito invece di investirla oppure aumentando l’imposta oppure abbassando la spesa.

Eppure ci sarebbe un’altra soluzione. In quanto economisti, responsabili e cittadini impegnati nei diversi paesi, è nostro dovere sollecitare l’opinione pubblica sul fatto che la BCE potrebbe offrire agli Stati europei i mezzi per la loro ricostruzione in chiave ecologicamente sostenibile, ma anche riparare la frattura sociale, economica e culturale dopo la terribile crisi sanitaria che stiamo attraversando. Non neghiamo che gli stati siano intervenuti e che misure di protezione non siano state adottate ma riteniamo che queste restino ancora insufficienti. Il piano di rilancio europeo fondato su uno stanziamento di 300 miliardi di euro nell’arco di tre anni, è ben lontano dai 2.000 miliardi di euro richiesti dal Parlamento europeo. È necessario ricordare che nel 2018, ben prima della crisi sanitaria, la Corte dei conti europea indicava già un fabbisogno minimo di 300-400 miliardi di euro d’investimenti supplementari all’anno per finanziare la transizione ecologica in Europa. Siamo ben lontani da quanto auspicato, ancora di più considerando l’impatto della crisi sanitaria.

Non intendiamo prendere alla leggera il tema dell’annullamento del debito pubblico, quand’anche riferito solo a quello detenuto dalla BCE. Sappiamo che eventi di cancellazione del debito sono momenti storici del tutto eccezionali e fondativi. Tale fu il caso della conferenza di Londra del 1953, quando la Germania beneficiò della cancellazione di due terzi del suo debito pubblico che gli permise di ritrovare il cammino della prosperità ancorando il suo futuro nello spazio europeo. L’Europa non attraversa forse una crisi di dimensioni eccezionali che giustificherebbe misure altrettanto eccezionali? Per fortuna, e diversamente dal caso storico citato, abbiamo la fortuna di avere un creditore che non ha certo paura di perdere il suo denaro: la Bce. La nostra proposta è semplice: sigliamo un accordo tra gli Stati europei e la BCE. Quest’ultima si impegnerà a cancellare il debito pubblico che detiene (o a trasformarlo in debito perpetuo senza interessi), mentre gli Stati si impegneranno a investire lo stesso importo nella ricostruzione ecologica e sociale.

Stiamo parlando di 2.500 miliardi per l’Europa nel suo complesso. Bastevoli a rispondere alle richieste del Parlamento europeo e soprattutto a salvaguardare l’interesse generale. Non vi è dubbio che la BCE possa permettersi una simile azione. Come riconosciuto da un gran numero di economisti, anche tra coloro che si oppongono a una tale risoluzione, una banca centrale può funzionare con fondi propri negativi senza difficoltà. Può addirittura emettere moneta per compensare queste perdite: ciò è previsto dal protocollo n. 4 accluso al trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Inoltre, giuridicamente e contrariamente a quanto affermano alcuni responsabili delle istituzioni, in particolare in seno alla BCE, l’annullamento non è esplicitamente proibito dai trattati europei. Tutte le istituzioni finanziarie a livello mondiale possono deliberare una rinuncia ai loro crediti – e la BCE non fa eccezione. Il temine “annullamento” non figura né nel trattato né nel protocollo sul sistema europeo delle banche centrali (SEBC). Potrebbe dunque essere interpretato come contrario allo spirito del trattato, ma non si potrebbe dire lo stesso di una misura oggi molto ben accettata come il Quantitative Easing voluto da Mario Draghi?

Ciò dimostra che in questo ambito solo la volontà politica conta: la Storia ha dimostrato a più riprese che le difficoltà giuridiche spariscono a fronte degli accordi politici. Occorre chiarire un malinteso: è ovvio che l’annullamento del debito detenuto dalla BCE, anche a condizione di un reinvestimento, non possa essere considerato la soluzione unica dirimente in materia di politica macroeconomica. Innanzitutto la BCE non interverrebbe se non per liberare il margine di manovra fiscale e non investirebbe quindi direttamente. Alcuni pensano che i tassi di interesse deboli o negativi siano sufficienti a spingere gli Stati a indebitarsi, ma non è ciò che dimostra la riduzione costante del livello di indebitamento pubblico medio nell’Unione tra il 2015, anno in cui sono apparsi per la prima volta tassi sul debito negativi, e l’inizio della crisi sanitaria. Molti stati hanno preferito ridurre il debito invece che indebitarsi per investire, malgrado i tassi negativi. Perché l’atteggiamento dei governi dovrebbe cambiare proprio ora?

Il patto stretto tra gli Stati e la BCE impedirà questa strategia di fuga di fronte alle responsabilità. Ma non ci si dovrà accontentare di ciò: sono necessarie altre misure in materia di riforma dei criteri di debito e deficit, di protezionismo ecologico e solidale, di riforme fiscali che abbiano come obiettivo la riduzione delle disuguaglianze e l’orientamento dei comportamenti collettivi, d’impulso dato alle banche d’investimento e di riforme relative agli aiuti di Stato. Una nuova governance europea, in particolare attraverso il passaggio a una maggioranza qualificata in materia fiscale, deve essere messa in opera. L’Europa non può più permettersi di essere bloccata sistematicamente dalle proprie stesse regole. Altri Stati nel mondo, come la Cina, il Giappone e gli Stati Uniti, utilizzano al massimo la loro politica monetaria, in appoggio alla politica fiscale. La Banca del Giappone si spinge fino a utilizzare il proprio potere di creazione monetaria per acquistare azioni direttamente sul mercato attraverso fondi di investimento a gestione passiva (ETF), diventando così il più grande investitore del paese.

Dobbiamo riflettere e servirci del potere di creazione monetaria della BCE per finanziare la ricostruzione ecologica e sociale, sotto il controllo democratico. La cancellazione da parte della Banca Centrale Europea del debito che detiene, in cambio di investimenti pubblici, costituirebbe il primo segnale forte della riconquista, da parte dell’Europa, del proprio destino.

 

Francia:

1.Nicolas Dufrêne, Haut fonctionnaire et directeur de l’Institut Rousseau
2.Jézabel Couppey-Soubeyran, maîtresse de conférences à l’université Paris-I-Panthéon-Sorbonne
3.Laurence Scialom, professeure à l’université Paris-Nanterre, EconomiX
4.Gaël Giraud, directeur de recherche au CNRS, professeur à l’Ecole des ponts ParisTech
5.Aurore Lalucq, économiste, cofondatrice de l’Institut Veblen
6.Matthieu Caron, maître de conférences, université polytechnique des Hauts-de-France
7.Baptiste Bridonneau, doctorant à l’université Paris-Nanterre, EconomiX
8.Christian Wandebrouck, économiste et chercheur – Institut Rousseau
9.Luc Jacob, relations publiques monnaies et théories nouvelles
10.Jean-François Ponsot, Professeur – Université Grenoble Alpes
11.Eric Toussaint, docteur des universités de Liège et de Paris VIII, porte-parole du Comité pour l’Abolition des dettes illégitimes (CADTM)
12.Thomas Piketty, Directeur d’étude – EHESS, professeur – École d’économie de Paris
13.Michel Crinetz, Commissaire-contrôleur général des assurances honoraire
14.Dominique Plihon, professeur – Université Sorbonne Paris Nord, membre des Economistes atterrés
15.Dominique Méda, Professeur de sociologie – Université Paris-Dauphine-PSL, directrice de l’Institut de Recherches Interdisciplinaires en sciences sociales
16.Christophe Revelli, Enseignant – Kedge Business School
17.André Tiran, Professeur – Lyon 2
18.Isabelle Guérin, Institut de Recherche pour le Développement
19.Jean-Marie Harribey, Maître de conférences – Bordeaux-IV, Co Président – Attac
20.Catherine Samary, Enseignante – Université Paris X, membre du comité scientifique- Attac
21.Pierre Khalfa, Fondation Copernic
22.Jérôme Trotignon, Maître de conférences-Lyon 3
23.Caroline Lequesne Roth, Maître de Conférences – Université Nice Sophia Antipolis
24.Valérie Lafargue, Chargée de relation publiques – Monnaie Dettes
25.François Morin, Professeur émérite – Université de Toulouse, ancien membre du conseil général de la BDF
26.Gilles Dufrénot, Professeur de Sciences Économiques – Aix-Marseille Université, chercheur associé au CEPII
27.Olivier Passet, Directeur des synthèses au groupe Xerfi
28.Claude Simon, Professeur émérite – ESCP
29.David Guilbaud, Haut fonctionnaire
30.Adeline Baldacchino, Essayiste et haute fonctionnaire
31.Jérôme Blanc, professeur d’économie sciences Po Lyon
32.Marie Fare, Maître de conférences université Lumière Lyon 2
33.Ludovic Desmedt, professeur de sciences économiques à l’université de Bourgogne
34.Denis Dupré, Enseignant-chercheur en éthique, finance et écologie à l’université de Grenoble-Alpes
35.Esther Jeffers, Professeure d’économie, Université de Picardie
36.Bruno Théret, économiste, est directeur de recherche (CNRS) à l’Institut de recherche interdisciplinaire en socioéconomie (IRIS, université Paris-IX-Dauphine)
37.Patrick Saurin, syndicaliste Sud Solidaires BPCE
38.Jean-Claude Werrebrouck, professeur honoraire à l’université de Lille 2
39.Nicolas Bouleau, professeur émérite à l’Ecole des Ponts ParisTech, spécialiste des marchés financiers
40.Guillaume Duval, ancien journaliste économique
41.Jacques Millery, Ingénieur économiste, Centralien, Professeur en Développement Durable à l’EM Normandie
42.Ariane Tichit, économiste, maîtresse de conférences à l’Université d’Auvergne
43.Thomas Lagoarde-Segot, économiste, KEDGE BS & SDSN France
44.Etienne Espagne, économiste
45.Yamina Tadjeddine, Professeure, université de Lorraine BETA
46.Anice Lajnef, Ancien financier, entrepreneur
47.Gaétan Le Quang, Maître de Conférence, Université de Lyon 2
48.Yves Besançon, économiste, professeur de sciences économiques et sociales, ancien attaché de l’Institut national de
la statistique et des études économiques (Insee)
49.Jean Gadrey, économiste, ancien professeur à l’université Lille-I
50.Marc Pourroy, économiste, maître de conférences à l’université de Poitiers
51.Véronique Danet, cadre bancaire
52.Ano Kuhanathan, économiste, membre du conseil scientifique de l’Institut Rousseau
53.Oriane Wegner, Spécialiste de régulation financière et membre de l’Institut Rousseau
54.Ezzedine GHLAMALLAH, entrepreneur et chercheur en Sciences de gestion

Italia:

1.Guido Ortona, professeur honoraire, Università del Piemonte Orientale
2.Enrico Grazzini, économiste et auteur
3.Mario Tiberi, économiste et professeur à la Sapienza Université de Rome
4.Ugo Marani, Università di Napoli Federico II
5.Antonella Tropeano, University of Macerata
6.Riccardo Realfonzo, Università del Sannio
7.Leonardo Becchetti, Professeur – Université de Rome Tor Vergata
8.Terenzio Cozzi, prof emerito di Economia Politica, Università di Torino
9.Nicola Acocella, prof emerito di Economia Politica, Università di Roma La Sapienza
10.Fabio Berton, Università di Torino
11.Bruno Contini, prof emerito di Economia Politica, Università di Torino
12.Mauro Gallegati, Universita politecnica delle Marche
13.Anna Rita Germani, économiste, professeur à l’Université “La Sapienza”, Rome
14.Maria Luisa Bianco, Università degli Studi del Piemonte Orientale
15.Giovanni Vaggi, University of Pavia
16.Piergiorgio Ardeni, University of Bologna
17.Alessandro Somma, Sapienza University of Roma
18.Fiammetta Salmoni,Università degli Studi Guglielmo Marconi , Roma
19.Edmondo Mostacci, Université de Gênes
20.Claudio de Fiores,Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli
21.Ines Ciolli, professeur associé à l’université Sapienza de Rome

Germania:

1.Peter Wahl, membre du Conseil Scientifique d’Attac Allemagne
2.Axel Troost, économiste, conseiller pour l’Institut d’analyse sociale de la Fondation Rosa Luxemburg
3.Roland Kulke, économiste, conseiller pour la fondation Rosa Luxembourg
4.Joseph Huber, économiste, chair of economic and environmental sociology at, Martin Luther University of Halle-Wittenberg
5.Michael Tellmann, ancien membre du CA d’une banque publique de développement allemande
6.Dr. Thomas Dürmeier, économiste, co-fondateur du réseau d’économistes Netzwerk plurale Ökonomie
7.Oliver Schlaudt, enseignant-chercheur au département de philosophie, université de Heidelberg

Irlanda:

1.Ciaran MacanBhaird, Dublin City University
2.Brian Lucey, Trinity College Dublin
3.Samuel Vigne, Trinity College Dublin
4.Ray Walsh, Director European Observatory on ICT Standards (EUOS), Dublin City University

Belgio:

1.Olivier De Schutter, UN Special Rapporteur on extreme poverty and human rights, Co-chair, International Panel of Experts on Sustainable Food Systems (IPES-Food), Professor at the Institute for Interdisciplinary Research in Legal Sciences, University of Louvain (UCL)
2.André Peters, Sociologue, Cadre de Banque centrale
3.Philippe Defeyt, Economiste, Président de l’Institut du Développement Durable (IDD)
4.Jean-François Tamellini, Secrétaire général de la FGTB wallonne
5.Olivier Bonfond, Économiste au CEPAG, co-président du CADTM Belgique
6.Xavier Dupret, Économiste, Fondation Joseph Jacquemotte
7.Patrick Dupriez, Président d’Etopia, Centre de recherche en écologie politique
8.François Denuit, Dr en Sciences politiques et sociales, Collaborateur scientifique à l’Université Libre de Bruxelles (ULB)9.Kim Fredericq-Evangelista, Economiste
10.Paul Magnette, professeur de sciences politiques et ancien ministre de l’énergie et du climat

Spagna:

1.Daniel Albarracín Sánchez, Economist and Phd in Sociology, Counselor in the Chamber of Accounts of Andalusia
2.Agustín José Menéndez, Universidad Complutense, Madrid
3.Nacho Álvarez, Economist, secretary of State for Social Rights in spanish government
4.Manuel Garí Ramos, économiste, UPM Madrid
5.Cristina Monge Lasierra, politóloga y experta en gobernanza para la transición ecológica
6.Jorge Fabra Utray, economista y Doctor en Derecho, es Presidente de Economistas Frente a la Crisis
7.Manuel Escudero, PhD por la LSE y Presidente del Centro de Desarrollo de la OCDE
8.Cristina Narbona, economista, es vocal de la Junta Directiva de “Economistas Frente a la Crisis”
9.Jordi Sevilla, economista
10.José Moisés Martín Carretero, economista y consultor
11.Fernando Rodrigo
12.Jorge Uxó, Profesor Titular de Macroeconomía, Universidad de Castilla – La Mancha
13.Oscar Carpintero, Profesor de Economía Aplicada, Universidad de Valladolid.
14.Carlos Ochando, profesor de Política Económica, Universidad de Valencia, Director Máster en Política Económica y Economía Pública de la Universidad de Valencia
15.Carles Manera, Catedrático de la universidad de Islas Baleares, miembro de EFC
16.Jordi Roca Jusmet, Universitat de Barcelona
17.Antonio González, Secretario General de Empleo del Gobierno de España (2006-2008) y Vicepresidente Segundo de Economistas Frente a la Crisis
18.Eladio Febrero, Profesor Titular de Teoría Económica, Universidad de Castilla-La Mancha
19.Iñaki Arto, Research Professor, Basque Centre for Climate Change
20.Juan Torres López, Catedrático de Economía Aplicada de la Universidad de Sevilla
21.Juan Francisco Albert, personal investigador en formación de la Universidad de Valencia.
22.Sonia Farre, ex – diputada, experta en deuda
23.Lorena Cabrerizo, economista
24.Isabel M. Pajares, economista

Lussemburgo:

1.Serge Allegrezza, économiste, haut fonctionnaire, Luxembourg2.Muriel Bouchet, économiste, Luxembourg
3.Vincent Hein, économiste, Luxembourg
4.Stéphanie Ravat, CGFP et CHFEP, Luxembourg
5.Michel-Edouard Ruben, économiste, Luxembourg

Svizzera:

1. Jean Michel Servet, Professeur d’études du développement à l’Institut des hautes études internationales et du développement
2. Christian Arnsperger, Université de Lausanne
3. Prof. Dr. Sergio Rossi, Université de Fribourg
4. Pierre de Saint Phalle, Université de Lausanne
5. Solène Morvant-Roux, professeure assistante à l’Université de Genève et membre du conseil scientifique de la fondation Zoein

Svezia:

1.Rachelle Belinga, postdoctoral research fellow, Mistra Center for Sustainable Markets at Stockholm School of Economics

Portogallo:

1.Francisco Louça, Économiste – Université technique de Lisbonne

Grecia:

1.Costas Lapavitsas, économiste, SOAS Londres
2.Nicolaos Theodossiou ; Aristotle University of Thessaloniki, GREECE Chair of SDSN Black Sea

Ungheria:

1.Andor Laszlo, ancien commissaire européen, économiste

Inghilterra:

1.Steve Keen, professeur d’économie et de finance de l’université de Kingston à Londres


La Società della cura e il Recovery Plan

Autore:

La Società della cura (https://societadellacura.blogspot.com/) moltiplica i suoi interventi sulla scena politica. Dopo la diffusione, nel dicembre scorso, di un documento contenente “proposte per uscire ora dall’emergenza, condivise da 350 realtà collettive e da oltre 1200 persone attive individualmente” (https://volerelaluna.it/materiali/2020/12/22/il-nostro-dono-di-natale/) ha attivato un confronto pubblico, in corso in questi giorni, con l’obiettivo di definire, entro il 10 febbraio, «un piano di radicale conversione ecologica, sociale, economica e culturale della società» seguendo la strada indicata «dalle lotte, dal mutualismo, dalla solidarietà e dalla Costituzione». Si colloca in questo quadro la discussione organizzata il 22 gennaio introdotta dalla relazione di Marco Bersani che si pubblica di seguito. 

Per affrontare adeguatamente la discussione sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNNR, meglio conosciuto come Recovery Plan), occorre collocarlo nel contesto più complessivo dell’Unione Europea in questa fase. Senza questo, si rischia di credere alla narrazione mainstream di un’Unione europea improvvisamente passata dall’austerità a politiche economiche espansive, e all’arrivo di un bastimento carico di miliardi, rispetto ai quali occorre solo deciderne la destinazione.

Un chiarimento sul MES

Così appare ad esempio la discussione intorno al MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità, che mette a disposizione un fondo per le spese sanitarie (per l’Italia, sono 36 miliardi). Su questo punto, divenuto sensibile anche per realtà del mondo sanitario che, lavorando quotidianamente in emergenza, rischiano di ascoltare le sirene dei fautori del MES, occorre fare chiarezza. I 36 miliardi del MES non sono risorse aggiuntive. Il MES è una delle modalità di reperimento di risorse per coprire le spese previste nel comparto sanitario, spese già approvate con la legge di bilancio, e il cui ammontare è indipendente dalle modalità con cui le si finanzia. Non ci sono 36 miliardi in più, c’è solo la possibilità di finanziare una parte della spesa deliberata per il Servizio Sanitario Nazionale (121,37 mld per il 2021) attraverso il MES, invece che con l’ordinaria emissione di titoli di Stato. Il “vantaggio” sarebbe nei tassi di interesse leggermente inferiori per quella parte; lo svantaggio, ben più considerevole, sono le condizionalità (leggi: politiche di austerità), inscritte nel Trattato e mai modificate, nonostante le dichiarazioni del Gentiloni di turno.

Le cifre reali del Recovery Plan

Proviamo a leggere meglio anche le mirabolanti cifre del Next Generation Ue, una serie di fondi europei, con in testa il cosiddetto Recovery Fund. Il governo ha in questi giorni approvato il Recovery Plan, ovvero l’insieme dei progetti per accedere a questi fondi. La prima cosa da sottolineare è che, mentre i fondi assegnati all’Italia corrispondono a 196,5 miliardi, il Governo ha predisposto un piano per 209,9 miliardi. Di questa cifra, 68,9 mld sono trasferimenti e 141 sono prestiti. Sono tutte risorse aggiuntive? No, le risorse aggiuntive sono i 68,9 mld di trasferimenti e 53,5 della quota prestiti, perché gli altri 87,5 mld di quota prestiti vanno a coprire spese già deliberate (cambia solo, come per il MES, la modalità di finanziamento). Risultato: non stanno arrivando 209,9 miliardi, ma solo 122,4 mld (di cui 68,9 senza interessi e 53,5 con tassi d’interesse leggermente inferiori) nell’arco di un periodo di sei anni (2021-2026). Si tratta dunque di 20 miliardi all’anno e anche questi soggetti alle “Raccomandazioni Ue specifiche per paese”, ovvero le cosiddette “riforme strutturali” liberiste, che, proprio in questi giorni, vengono costantemente ricordate come adempimenti obbligatori per poter ottenere i fondi assegnati.

Obiettivi di lotta sull’Unione europea

Non siamo dunque in presenza di un mutamento sostanziale del profilo dell’Unione europea, bensì dentro una fase in cui i vincoli vengono resi meno stretti per rispondere alla pandemia e rilanciare l’economia, in attesa di ripristinarli non appena l’emergenza sarà stata superata. Per questo motivo, occorre legare la battaglia sul Recovery Plan a una strategia più ampia che rompa la gabbia liberista dell’Unione europea, almeno in tre direzioni, qui velocemente sintetizzate:

  1. rompere la trappola del debito: solo per fare un esempio, prima delle spese in deficit fatte nel 2020 per rispondere alla pandemia, dei 2.400 miliardi di debito pubblico italiano, solo 266 corrispondevano a spesa in deficit, il resto era unicamente frutto del sistema perverso degli interessi sul debito, per i quali attualmente paghiamo 60 miliardi all’anno. Si tratta della terza voce di bilancio, dopo sanità e previdenza. A questo proposito, occorre rivendicare la cancellazione del debito (le forme tecniche esistono) accumulato per le spese necessarie al contrasto della crisi prodotta dalla pandemia e occorre rivendicare il principio giuridico delle “circostanze significativamente mutate” per applicare una drastica riduzione degli interessi sul debito storicamente contratto;
  2. rendere la BCE banca centrale a tutti gli effetti: la Bce oggi è l’unica banca centrale del mondo a non funzionare come una banca centrale, ovvero a essere indipendente dagli Stati e a finanziare il sistema bancario privato e ‒ quando lo fa, come in questo periodo di emergenza ‒ a finanziare solo indirettamente gli Stati e il settore pubblico. A questo proposito, se la Bce divenisse una banca centrale a tutti gli effetti, non ci sarebbe alcun bisogno di inventare meccanismi come il Recovery Fund, il MES e quant’altro, poiché sarebbe la Banca Centrale Europea stessa a garantire il debito degli Stati membri;
  3. abolire i vincoli di Maastricht: patto di stabilità, pareggio di bilancio e fiscal compact sono stati sospesi fino al 2022 per permettere agli Stati di poter spendere per rispondere alla pandemia. Ma se per curare le persone vengono sospesi i vincoli finanziari, non ci vuole Aristotele per dedurre che quei vincoli sono contro la cura delle persone. Occorre quindi rivendicarne l’abolizione per costruire dal basso un nuovo patto costituente fra i popoli dell’Europa.

Uno sguardo generale al Recovery Plan

Dette più sopra le cifre, proviamo ora dare uno sguardo d’insieme al Recovery Plan approvato dal Governo, che sarà l’oggetto del piano di lavoro generale e tematico del nostro processo di convergenza verso la società della cura. Il piano si fonda su tre assi strategici (digitalizzazione e innovazione / transizione ecologica / inclusione sociale) e su tre priorità trasversali (donne / giovani / Sud). È diviso in sei missioni, a loro volta declinate in 16 componenti e in 47 linee di intervento. Le sei missioni sono le seguenti: Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (46,18 mld); Rivoluzione verde e transizione ecologica (68,90 mld); Infrastrutture per una mobilità sostenibile (31,98 mld); Istruzione e ricerca (28,49 mld); Inclusione e coesione (27.62 mld); Salute (19.72 mld).

A una lettura generale il piano appare totalmente privo di una visione, costruito come una ordinaria legge di bilancio, dove ognuno cerca di portare a casa qualcosa per il proprio settore e i propri interessi di riferimento. È un piano costruito intorno all’idea che la pandemia sia un incidente di percorso, un evento esogeno al modello socio-economico, un accadimento estraneo, superato il quale il sistema potrà riprendere il proprio ordinario cammino. È un piano figlio della cultura liberista, basata sull’idea della trinità religiosa di competitività-concorrenza-crescita e sull’assunto che il benessere della società si fondi sul benessere delle imprese. È un piano che prova a stabilizzare e rivitalizzare il modello economico-sociale sui filoni dell’innovazione digitale e degli investimenti nel settore ambientale, prefigurando così una nuova fase di capitalismo digitale e verde. Per tutti/e noi che da tempo abbiamo evidenziato, dentro le nostre proposte, le nostre lotte e le nostre pratiche, come la pandemia sia tutt’altro che un incidente di percorso o un evento esogeno al modello capitalistico, sembra abbastanza chiaro come il nostro lavoro collettivo debba avere l’obiettivo di dare una lettura antisistemica, chiara e comprensibile del Recovery Plan e di favorire, sull’insieme e sulle singole declinazioni, da una parte l’approfondimento della sfida sull’alternativa di società (la società della cura) e, dall’altra, la convergenza delle esperienze per avviare un’ampia mobilitazione sociale.

È l’introduzione alla discussione sul Recovery Plan organizzata dalla Società della cura il 22 gennaio


Tira una brutta aria

Autore:

Mentre in Europa la tempesta della pandemia sembra uscita dalla sua fase più acuta, consentendo il passaggio a una fase 2, con la graduale rimozione delle restrizioni che avevano paralizzato la nostra vita sociale, diventa sempre più evidente la gravità della crisi economica e l’esigenza di ricostruire un mondo nuovo dopo che il virus ha disvelato la fragilità e l’insostenibilità dei sistemi economico sociali vigenti. Secondo un recente pamphlet di Vittorio Emanuele Parsi (Vulnerabili: Come la pandemia cambierà il mondo, Piemme, 2020), vi sono tre scenari possibili per la politica internazionale.

Il primo è quello della Restaurazione, nel quale, esattamente come avvenne nel 1815, prevarrà l’illusione di poter tornare a ricostituire l’ordine del sistema politico ed economico (tanto domestico quanto internazionale) “come se” quello della pandemia fosse stato un lungo, drammatico incidente di percorso. L’Unione europea sopravvivrebbe, tornando a una visione “budgettaria” della politica. Il secondo scenario è quello della fine dell’impero. Se l’UE fallisse la sfida della solidarietà e della condivisione, il suo destino politico sarebbe segnato. Ci sarebbe un forte rimbalzo nella direzione del sovranismo populista che travolgerebbe la Ue e la democrazia negli Stati nazionali. Avremmo regimi leaderistici a mobilitazione politica dall’alto. Il terzo scenario è quello del Risorgimento che si verificherà se l’impatto devastante della pandemia farà sorgere delle straordinarie opportunità di cambiamento come avvenne in America dopo la crisi del 1929 e in Europa dopo la seconda guerra mondiale.

Sono le scelte che si compiono in questo momento cruciale che determineranno il passaggio a uno scenario o a un altro. In questo momento il nostro cielo si sta coprendo di nubi tempestose solcate dai lampi del sovranismo, che lasciano intravedere all’orizzonte il secondo scenario, quello più cupo. Il 5 maggio la Corte costituzionale federale tedesca, pronunciandosi sul programma di acquisto dei titoli sovrani da parte della  BCE (Quantitative easing), promosso da Draghi nel 2015, ha emesso una sentenza che sostanzialmente mette in discussione tale programma, sconfessa la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che, nel 2018, ne aveva riconosciuto la legittimità, e dà un ultimatum di tre mesi alla BCE per giustificare il piano di acquisti di titoli sovrani, scaduti i quali la Bundesbank (la principale azionista con il 26%) dovrà interrompere gli acquisti e anzi rivendere i titoli comprati. Anche se la sentenza non riguarda il programma di acquisti straordinari da 750 miliardi di euro legato alla pandemia Coronavirus, i paletti posti dalla Corte federale inevitabilmente si riverbereranno sul programma legato all’emergenza della pandemia, ostacolando la partecipazione della Germania. Se si considera che la Pandemia costringe tutti gli Stati ad accrescere l’indebitamento, il venir meno del volume di fuoco degli acquisti da parte della BCE farebbe schizzare alle stelle il peso degli interessi rendendolo insostenibile per tutti i paesi del Sud Europa, a cominciare dall’Italia, con ripercussioni catastrofiche per le economie periferiche e, di conseguenza, per la stabilità della zona dell’euro nel contesto della profonda crisi attuale. Si tratta di una sentenza “sovranista”. La Corte di Karlsruhe è intervenuta sulla base di un ricorso presentato da esponenti del partito conservatore Bavarese e dal fondatore della Afd (il partito neonazista) Bernd Luecke, rivali politici ma accumunati dall’avversione sovranista per ogni principio di solidarietà.

Non solo in Germania, anche in Italia si accendono i lampi del sovranismo, gettando una luce sinistra nel nostro orizzonte nazionale. Con il fermo amministrativo della navi Alan Kurdi e Aita Mari, il Mediterraneo è stato svuotato delle navi di soccorso delle ONG, mentre al mercantile Marina, che il 3 maggio ha recuperato 78 naufraghi a 30 miglia a sud di Lampedusa, non è stato ancora indicato un porto di sbarco. Secondo il decreto porti, il salvataggio spetta allo Stato di bandiera, quindi il cargo dovrebbe attraversare l’Atlantico e sbarcare i profughi nell’isola Antigua Barbuda. Insomma la politica sovranista avviata da Salvini di controllo dell’immigrazione mediante il naufragio è tornata in auge.

L’emergenza sanitaria ha reso ancora più drammatica e pericolosa la presenza in Italia di una popolazione di circa 600.000 persone privi di ogni diritto e resi invisibili per legge in quanto privi del permesso di soggiorno. Dai sindacati e dalle associazioni della società civile si è levato un coro di voci per chiedere alla politica di farsi carico di questa situazione, procedendo alla regolarizzazione degli immigrati. Da ultimo è intervenuta perino una corrente della magistratura (Area Democratica per la Giustizia): «Regolarizzare i migranti, oggi costretti alla condizione di fantasmi, è una scelta solidale e inclusiva che interessa e conviene a tutti noi, perché rafforza dignità e sicurezza di queste persone, favorisce la legalità, aiuta la nostra economia e il nostro fisco, nonché la salute pubblica, oggi particolarmente esposta». Non sono bastate queste considerazioni di buon senso. Il progetto di procedere d una regolarizzazione degli invisibili è stato bocciato dal cosiddetto capo politico del Movimento 5 Stelle, timoroso di agevolare Salvini sul terreno del sovranismo.

Se si prosegue su questa strada la vicenda della pandemia ci porterà a uno sbocco obbligato nel quale si smantellerà quel sistema di convivenza fra i popoli che ha trovato una parziale e ancora insoddisfacente attuazione nell’Unione Europea e franeranno le basi sulle quali negli ordinamenti nazionali è stata costruita la democrazia politica all’uscita della notte del fascismo.

Ai veleni che balenano in questo tempo cupo, noi opponiamo il richiamo alle superiori ragioni dell’umanità e raccogliamo l’appello di Papa Francesco del 6 maggio: «In occasione del 1° maggio, ho ricevuto diversi messaggi riferiti al mondo del lavoro e ai suoi problemi. In particolare, mi ha colpito quello dei braccianti agricoli, tra cui molti immigrati, che lavorano nelle campagne italiane. Purtroppo tante volte vengono duramente sfruttati. È vero che c’è crisi per tutti, ma la dignità delle persone va sempre rispettata. Perciò accolgo l’appello di questi lavoratori e di tutti i lavoratori sfruttati e invito a fare della crisi l’occasione per rimettere al centro la dignità della persona e la dignità del lavoro».


Draghi, lupi, faine e sciacalli

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“Meglio tardi che mai” verrebbe da dire a proposito dell’ormai celeberrimo intervento di Mario Draghi sul “Financial Times” del 25 marzo sotto il titolo potentissimo: We face a war against coronavirus and must mobilise accordingly. Ma cosa pensare davvero, di questo neopensionato governatore della Banca centrale europea che mette in campo un linguaggio di stampo keynesiano (il Keynes delle celeberrime considerazioni su Le conseguenze economiche della pace del 1919) dopo essere stato per decenni attento “custode dei cancelli” del credo ultraliberista egemone?
E’ un Draghi che ritorna alle origini, giovane assistente del prof. Federico Caffè, uno dei padri del keynesismo italiano, dopo una brillante tesi di laurea su “Integrazione economica e variazioni dei tassi di cambio” discussa con lui relatore alla Sapienza e premiata magna cum laude? O è il Draghi della sua seconda (molto più lunga) vita, spesa nel cuore delle roccaforti finanziarie globali? Certo, il suo curriculum accademico è ragguardevole (nel 1981 ad appena 33 anni è ordinario di Economia e politica monetaria a Firenze), ma è l’altro, quello finanziario, sicuramente molto più denso, e “visibile”, a segnarne il profilo. Ed è un profilo che sicuramente con gli ideali keynesiani della giovinezza ha assai poco a che fare.
Incomincia infatti presto, a mettere le mani nella “rozza materia” del capitalismo reale, come grand commis di Stato: dal 1991 al 2001 è Direttore Generale del Ministero del Tesoro chiamatovi da Guido Carli (ministro del VII governo Andreotti) e poi riconfermato da tutti i governi successivi: Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema… In questa veste promuove e gestisce da protagonista la lunga serie di “privatizzazioni selvagge” dell’apparato pubblico italiano (IRI, Telecom, Comit,Credit, Eni, Enel…) per un totale di 182.000 miliardi di lire. Fece scalpore, allora, la notizia dell’incontro avvenuto nel 1992, proprio all’inizio di quel processo di privatizzazioni, a bordo del panfilo HMY Britannia della Regina Elisabetta, con alti esponenti del mondo finanziario internazionale, nel corso del quale – fu riferito – Mario Draghi si dichiarò perfettamente consapevole del fatto che un tale intervento avrebbe “indebolito la capacità del Governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale”, ma che tuttavia lo riteneva “inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea”. Dieci anni (nel corso dei quali fece sottoscrivere al Tesoro una serie di prodotti derivati che si riveleranno assai onerosi per la nostra finanza pubblica), prima di passare, nel gennaio del 2002, al vertice della banca d’affari americana Goldman Sachs con la carica di Vice Chairman e Managing Director per le strategie europee e, dal 2004 come membro del Comitato esecutivo del gruppo (lo stesso che proprio in quel periodo, rifilò alla Grecia un pacchetto degli stessi prodotti derivati a suo tempo sottoscritti dall’Italia, che avrebbero dovuto permettere alla fragile economia ellenica di entrare in Europa e che si riveleranno, nel decennio successivo, tossici). Poi, come spesso accade, per effetto delle cosiddette “porte girevoli” che regolano le traiettorie all’interno dell’oligarchia globale, nel 2005 Supermario approda come Governatore alla Banca d’Italia, dove resterà fino al 2011, quando passerà a dirigere la BCE.
Ma questa è già cronaca nota. Di lui ricordiamo la feroce “letterina”, firmata come Governatore entrante insieme al Governatore uscente Jean-Claude Trichet, in cui si intimava al governo italiano, come misure improrogabili per “ripristinare la fiducia degli investitori”: “una profonda revisione della pubblica amministrazione”, “privatizzazioni su larga scala” compresa “la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali; […] la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari; […] la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale; […] criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità” e dulcis in fundo “riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali”. Fu sua, d’altra parte, l’idea del “fiscal compact“ (“una revisione fondamentale delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere soggette in modo da risultare credibili”) che si materializzerà nel 2012 con la sottoscrizione di una versione ulteriormente indurita del Patto di stabilità istituito col trattato di Maastricht (che Draghi consacrerà in un’intervista al “Wall Street Journal” con queste parole: “Non c’è alternativa al consolidamento fiscale, il modello sociale europeo appartiene già al passato”). Suo, certo, è il fatidico Whatever it take con cui, a detta di tutti, nel luglio del 2012 salvò l’Euro sotto attacco dalla speculazione internazionale. Ma non basta a far dimenticare la mattanza sociale di tre anni dopo, del luglio del 2015 a danno della Grecia e del suo giovane governo Tsipras: il vae victis intimato dall’Eurogruppo e sancito dalla Commissione, a cui la BCE aggiunse il proprio peso da 90 tagliando i flussi di liquidità d’emergenza alle banche greche come punizione per aver osato indire un referendum contro i diktat europei. Ripenso ancora con dolore e orrore alle immagini delle file di anziani, ad Atene, davanti ai bancomat prosciugati, non diverse da quelle oggi, di volti simili, di vecchi prossimi al fine-vita, davanti ai reparti ospedalieri in cui scarseggiano i respiratori. L’ordine di tagliare l’ossigeno alla ribelle Grecia arrivava dal suo ufficio, ai piani altri della Eurotower.

Che cosa scrive ora Draghi, nel pieno di una nuova emergenza (la peggiore)? Bisogna dirlo. Il suo è, senza dubbio, un intervento all’altezza della tragedia in corso (“la pandemia del coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche”). E’ il discorso di uno consapevole della portata dirompente dell’emergenza non solo sul piano economico, ma anche su quello sociale. E della prospettiva storica: di quanto ci aspetta, se si sbaglia oggi. Parla, come Keynes esattamente un secolo fa, delle conseguenze paragonabili a quelle “di una guerra”. E del fatto che “le guerre […] si finanziavano attingendo al debito pubblico”. Apre così una prima breccia nel muro dell’austerity – dichiara cioè aperta una “nuova era”, per così dire, in cui appare inevitabile “un cambio di mentalità”: “Livelli molto più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e dovranno essere accompagnati dalla cancellazione del debito privato”, scrive. E anzi si spinge più in là, sul terreno specifico che gli compete, quello del ruolo delle banche: “Le banche devono rapidamente prestare fondi a costo zero alle aziende preparate a salvare posti di lavoro. Poiché in tal modo esse divengono veicoli di politica pubblica, il capitale di cui necessitano per eseguire questo compito deve essere fornito dallo stato sotto forma di garanzie pubbliche su tutti gli sconfinamenti aggiuntivi di conto o sui prestiti. Né la regolazione né le regole sulle garanzie devono intralciare la creazione di tutto lo spazio necessario nei bilanci delle banche a questo scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito dell’azienda che le riceve ma dovrebbe essere zero indipendentemente dal costo di finanziamento del governo che le emette”.
Sono le parole dietro le quali si è immaginato da molti commentatori che si profili una vera e propria “rivoluzione” (”Questo è forse il passaggio più intrigante che fa saltare le paratie costruite finora anche dall’Unione europea”, si legge ad esempio su “Il Foglio”). Ma è lecito chiederci: fu vera svolta? Aldilà degli aspetti emotivi del messaggio, e dei sacrosanti richiami alle tragedie degli anni Venti e Trenta innescati dal mancato appuntamento con la Storia dei leader democratici di allora, quello evocato dalla presa di coscienza del passaggio da un’economia di pace a un’economia di guerra è davvero un “cambio di mentalità”? O, meglio, una “rottura di paradigma”, che seppellisce il dio fallito del recente passato: la furia privatistico-mercatistica dell’ultimo quarto di secolo? L’accumulazione privata come unica leva dello sviluppo economico e esclusiva regolatrice dell’ordine sociale? La funzione del “pubblico” come variabile dipendente dell’interesse privato? Personalmente ho i miei dubbi.
Mi ha colpito, in particolare, una frase di quell’articolo apparentemente di rottura. Un punto che mi sembra contenga un passaggio centrale nel suo ragionamento, quasi una sorta di “cerniera”. Subito dopo aver parlato dell’imperativo di “intervenire con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura” e subito prima di avvertire che dovremo abituarci a vedere “alti livelli di debito pubblico” diventare un dato permanente dell’orizzonte futuro, l’ex governatore della BCE precisa, quasi en passand, che “la perdita di reddito subita dal settore privato, ed il debito raccolto per colmare la differenza, devono alla fine essere assorbiti, in tutto o in parte, dai bilanci degli stati”. Poco oltre spiegherà che le banche, in quanto in grado di “raggiungere ogni angolo del sistema economico” e “di creare liquidità all’istante, concedendo scoperti oppure agevolando le aperture di credito”, sono lo strumento ideale per distribuire in tempo reale le risorse là dove “servono” per mantenere la sostenibilità e la dinamicità del sistema, meritandosi così la necessaria copertura dei propri eventuali disavanzi con risorse pubbliche. Dunque “Banca” (privata) – “Impresa” (privata) – Mercato del lavoro e delle merci (privati entrambi): questo sembra, nel New Deal draghiano, il circuito privilegiato, anzi esclusivo, della regolazione sociale. Al “Pubblico” – cioè allo Stato – il compito di prestatore di ultima istanza. Anzi: di finanziatore finale di un dispositivo che rimane monopolisticamente privato. E che campeggia come unico mediatore con la Società.
Nulla lascia intendere – in questo ordine del discorso – che ci sia una sia pur minima possibilità per l’apertura di canali di erogazione diretta di risorse dalle finanze pubbliche al sociale. O per l’ipotesi – sia pur estrema – di una qualche riappropriazione di risorse finanziarie, organizzative, operative da parte del settore pubblico in forma di nazionalizzazione o di partecipazione societaria (tipo Iri delle origini, o National Recovery Act roosweltiano). Il Capitale rimane integralmente privato e mantiene appunto il monopolio della distribuzione di risorse collettive. Per questo mi sento di dire che il “paradigma liberista” rimane alla fine intatto, pur nel passaggio d’epoca. E che il vecchio motto proprietario: “privatizzare i benefici nei tempi di vacche grasse e socializzare le perdite in tempi difficili” finisce per rivelarsi – pur nella metamorfosi del linguaggio – tutto sommato intatto.

Se l’intervento di Draghi pare svettare, oggi, come esempio di pensiero illuminato e di umanesimo razionalmente benefacente, nel panorama di rovine che ci circonda, è perché coloro contro cui è rivolto, in Europa in primo luogo, sono infinitamente peggiori di lui. Intendo i fautori dell’austerity a oltranza, i difensori oltre tempo massino del fiscal compact e dei suoi annessi, il Fronte del Nord, Cancellerie e Banchieri centrali tedeschi, olandesi, finlandesi, austriaci, catafratti nella loro arcigna difesa di un effimero rigore nei conti fatti senza osti. Un branco di lupi travestiti da mezzemaniche: miopi, cinici, avari, privi di visione e di ragione, sempre col regolo calcolatore a portata di mano come l’ “uomo senza qualità” di Musil, incapaci di imparare da storia e filosofia chiusi come sono nelle ragionieristiche piccole regole che un microscopico corpuscolo ha già travolto. Hanno lo sguardo gelido della signora Lagarde, quando dichiara che alla Bce non frega nulla dello spread che minaccia i paesi più colpiti, e non è affatto una “gaffe” perché esprime un “pensiero profondo” che non è solo suo, è condiviso da quasi tutti i suoi pari. O la mascella quadrata del Governatore della Deutsche Bundesbank Jens Weidmann, che ha fatto del tiro ai Coronabond il proprio sport preferito. Cosa realmente pensano, se lo è lasciato sfuggire il Governatore della Banca centrale austriaca, Robert Holzman, che in un’intervista pubblicata sul portale DerStandard si è detto convinto che la crisi in corso può essere “una purificazione” – ha usato esattamente questo termine: eine Reinigung -: una sorta di “pulizia”, necessaria che “la politica monetaria negli ultimi anni con tassi di interesse pari a zero o negativi ha in qualche modo interrotto” e che invece “può servire per venirne fuori più forti”. E’ la stessa forma di darwinismo – applicata qui all’economia – che i suoi sodali anglo-americani, generatori e cultori del credo iper-liberista, applicano alla biologia e all’epidemiologia, teorizzando la necessità che si lasci il virus diffondersi “liberamente” così da generare nei forti (che sopravvivono) l’”immunità da gregge”, liberandoci nel contempo dai fragili e dai vecchi, tendenzialmente improduttivi, che soccomberebbero rendendo più forte la società.

Un’ultima battuta sul miserabile gioco di chi è subito balzato sulle parole di Draghi per farne una pedina nel retrobottega del sordido gioco politico italiano: Matteo Salvini, in primis. E a ruota l’altro Matteo, sempre alla ricerca affannosa di brandelli di visibilità. Entrambi ignari dell’orizzonte ampio in cui quell’intervento si collocava, e impegnati a tenere artificialmente in vita quell’ipotesi di “governissimo” che vedono come unica ciambella di salvataggio per tenere appena sopra il pelo dell’acqua due leader naufragati. “Mario Draghi ha il fisico per controbattere a Merkel e Macron” ha twittato il primo, evidentemente non informato del fatto che Macron in questa circostanza è alleato dell’Italia contro la Merkel e dimentico che appena un paio di anni fa, da palazzo Chigi, aveva scagliato un altro tweet-siluro contro l’allora Governatore della BCE con la caustica nota: “Conto che gli italiani in Europa facciano gli interessi dell’Italia come fanno tutti gli altri Paesi, aiutino e consiglino e non critichino e basta”. Più sobrio il secondo: “Draghi indica la via, tutti dovranno seguirla” si è limitato a dichiarare al Tg2 post. Ma si sa che continua a lavorare sott’acqua per allargare lo spazio, attualmente davvero minimo, a un cambio di maggioranza che abbia in Draghi il proprio (improbabile) pivot.
Non è d’altra parte la prima volta che il nome di Mario Draghi esce da un cilindro come possibile deus ex machina in una complicata congiuntura politica. Nel gennaio del 2008, quando si fecero forti gli scricchiolii del governo Prodi, incominciò a girare insistentemente la voce di una possibile candidatura dell’allora Governatore della Banca d’Italia alla guida dell’Esecutivo. Gli amanti del pettegolezzo politico ricordano, di allora, una fantasmagorica telefonata dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga in diretta alla trasmissione di Luca Giurato, dal contenuto inequivocabile: “Un vile. Un vile affarista – disse, da picconatore impenitente – Non si può nominare presidente del Consiglio dei ministri chi è stato socio della Goldman&Sachs, grande banca d’affari americana. E male, molto male – aggiunse – io feci ad appoggiarne, quasi ad imporne la candidatura a Silvio Berlusconi; male molto male. È il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana quando era direttore generale del Tesoro…”.
Ora, è ben vero che le scomuniche del presidente emerito della repubblica Cossiga sono in realtà medaglie e riconoscimenti di buona condotta democratica. Ma nonostante ciò, la replica dell’idea di una candidatura Draghi alla successione di Conte appare, anche in questa occasione, fuori luogo. Un atto di bassa cucina politica che nessuno con sale in zucca in Italia solleciterebbe nel pieno di un’emergenza drammatica, in cui destabilizzare un governo impegnato in un lavoro al limite delle umane possibilità esclusivamente per rientrare in gioco, appare detestabile. Un’operazione, d’altra parte, che certamente lo stesso candidato a sua insaputa respingerebbe con sdegno.


Unione europea: una nuova politica economica per sopravvivere

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Neanche di fronte a un disastro l’attuale classe dirigente europea è disposta a prendere atto che le idee che hanno guidato finora la politica economica sono profondamente sbagliate. Questa classe dirigente pretende che tali idee interpretino il modo migliore di far funzionare i mercati, elevati a mitici giudici di ciò che è giusto e ciò che non lo è e di fatto sostituiti al processo democratico. Ma proprio la reazione dei mercati alle prime decisioni dei ministri finanziari e poi della BCE su come fronteggiare l’emergenza hanno sepolto sotto una valanga di vendite da panico la palese incomprensione della situazione da parte dei massimi dirigenti europei, costringendoli a frettolosi tentativi di riparazione.

Queste reazioni non sono però servite a convincere leader e tecnocrati della fallacia delle loro teorie. Gli interventi sono presentati come una risposta d’eccezione a uno stato di eccezione, senza che questo metta in questione le regole di funzionamento dell’Unione che – si sottintende – passata la tempesta riprenderanno a operare pienamente.

Il Patto di stabilità in un primo momento non era stato nemmeno sospeso, preferendo affermare che non ce n’era bisogno perché «consente tutta la flessibilità necessaria». Il whatever it takes di Mario Draghi è stato dapprima smentito, provocando il crollo dei mercati, e poi ripetuto in un tentativo di recupero. Ma è stata persa la credibilità, che è la condizione indispensabile affinché quella frase sia efficace, sia perché è evidente che sia stata detta solo perché forzata dagli eventi, sia perché i nuovi provvedimenti annunciati dalla BCE prevedono limiti e paletti (come la capital key, gli acquisti di titoli sovrani in base alle quote di capitale della Banca che ogni Stato possiede, seppure attenuata) e non sono quindi nella logica di «qualsiasi cosa sia necessaria».

Il cosiddetto Fondo salva-Stati (Mes) è rimasto ai margini degli annunci, a riprova che non è in grado di salvare nulla. Si tratta in effetti solo di uno strumento di disciplina che gli Stati egemoni vogliono usare per imporre il loro dominio su quelli che cadano in difficoltà. Ne vogliono fare la chiave di accesso agli interventi della BCE, una chiave che sarebbe pagata con la “grecizzazione” di chi incautamente vi facesse ricorso, ossia l’impoverimento del Paese e la sua successiva spoliazione da parte delle economie più forti.

Nell’immediato è necessario che:

– la BCE riaffermi con forza che i 750 miliardi di interventi annunciati rispondono solo alle prime necessità della crisi, e che è disposta ad interventi illimitati in base a quanto necessario;

– gli acquisti di titoli pubblici non avverranno più in base alle quote di capitale della Banca che ogni Stato possiede (criterio che peraltro non è applicato per le obbligazioni societarie), ma in base alla necessità di contrastare la speculazione;

– la BCE dichiari che i titoli sovrani detenuti in base ai vari programmi di acquisto saranno rinnovati indefinitamente;

– la BCE trovi la formula giuridica compatibile con i Trattati per acquistare a titolo definitivo bond senza scadenza emessi dagli Stati, con rendimento zero o prossimo allo zero, da collocare poi presso le Banche centrali nazionali.

Per il futuro è necessario che:

– i governi UE abbandonino l’idea che la crescita dell’economia possa essere affidata alle sole esportazioni, continuando a perseguire indefinitamente una politica di contenimento dei bilanci pubblici e dei consumi interni;

– i governi UE prendano atto che l’inserimento del Fiscal compact all’interno dei trattati europei è stato bocciato dal Parlamento europeo e quindi quelle prescrizioni vanno lasciate cadere;

– i governi UE concordino che il pareggio di bilancio debba valere solo per le spese correnti;

– i governi UE prendano ufficialmente atto che la politica fiscale possa essere usata in funzione anticongiunturale, anche se ciò comporta un deficit pubblico o un suo aumento;

– i governi UE abbandonino i criteri di sorveglianza basati su parametri inaffidabili come il PIL potenziale e l’output gap.

Le decisioni necessarie ad assicurare la sopravvivenza dell’Unione europea non sono naturalmente soltanto queste – valga per tutte l’impellente necessità di dare vita agli eurobond – e ci sarà modo di discuterne in futuro, ma ciò che ora importa è che i vertici europei si rendano conto dei clamorosi errori ripetuti nel tempo e dichiarino di voler seguire d’ora in poi una strada diversa. Se questo non sarà fatto la crisi sarà pagata duramente da tutti i cittadini europei e sarà messa a forte rischio la stessa sopravvivenza dell’Unione.

Nicola Acocella (univ. Roma La Sapienza)
Massimo Amato (univ. Bocconi)
Davide Antonioli (univ. Ferrara)
Marco Antoniotti (univ. Milano Bicocca)
Roberto Artoni (univ. Bocconi)
Pier Giorgio Ardeni (univ. Bologna)
Lucio Baccaro (Managing Director, Max Planck Institute, Colonia)
Alberto Baccini (univ. Siena)
Giancarlo Bertocco (univ. dell’Insubria)
Paolo Borioni (univ. Roma La Sapienza)
Sergio Bruno (univ. Roma La Sapienza)
Sergio Cesaratto (univ. Siena)
Roberto Ciccone (univ. Roma Tre)
Giulio Cifarelli (univ. Firenze)
Carlo Clericetti (giornalista)
Antonio Cuneo (univ. Ferrara)   
Massimo D’Antoni (univ. Siena)
Antonio Di Majo (univ. Roma Tre)
Giovanni Dosi (Scuola Superiore Sant’Anna)
Sebastiano Fadda (univ. Roma 3)
Guglielmo Forges Davanzati (univ. del Salento)
Maurizio Franzini (univ. Roma La Sapienza)
Andrea Fumagalli (univ. Pavia)
Mauro Gallegati (univ. Politecnica delle Marche)
Claudio Gnesutta (univ. Roma La Sapienza)
Dario Guarascio (univ. Roma La Sapienza)
Andrea Guazzarotti (univ. Ferrara)
Andres Lazzarini (univ. of London e Roma Tre)
Riccardo Leoncini (univ. Bologna)
Riccardo Leoni (univ. Bergamo)
Enrico Sergio Levrero (univ. Roma Tre)
Stefano Lucarelli (univ Bergamo)
Ugo Marani (univ. Napoli l’Orientale)
Maria Cristina Marcuzzo (univ. Roma La Sapienza e Acc. Lincei)
Massimiliano Mazzanti (univ. Ferrara)
Marco Missaglia (univ. Pavia)
Francesco Morciano (univ. Pavia)
Mario Morroni (univ. Pisa)
Guido Ortona (univ. Piemonte orientale)
Ruggero Paladini (univ. Roma La Sapienza)
Daniela Palma (Enea)
Gabriele Pastrello (univ. Trieste)
Anna Pettini (univ. Firenze)
Paolo Piacentini (univ. Roma La Sapienza)
Paolo Pini (univ. Ferrara)
Cesare Pozzi (Luiss Guido Carli e univ. di Foggia)
Michele Raitano (univ. Roma La Sapienza)
Simonetta Renga (univ. Ferrara)
Guido Rey (Scuola superiore Sant’Anna)
Umberto Romagnoli (univ. Bologna)
Roberto Romano (economista)
Alessandro Roncaglia (univ. Roma La Sapienza e Acc. Lincei)
Vincenzo Russo (univ. Roma La Sapienza)
Enrico Saltari (univ. Roma La Sapienza)
Roberto Schiattarella (univ. Camerino)
Alessandro Somma (univ. Roma La Sapienza)
Antonella Stirati (univ. Roma Tre)
Pietro Terna (univ. Torino)
Mario Tiberi (univ. Roma La Sapienza)
Leonello Tronti (univ. Roma Tre)
Marco Valente (univ. dell’Aquila)
AnnaMaria Variato (univ. Bergamo)
Andrea Ventura (univ. Firenze)
Antimo Verde (univ. della Tuscia)
Marco Veronese Passarella (Leeds University Business School)
Gennaro Zezza (univ. Cassino)

 

Aderiscono anche:

Roberto Burlando (univ. Torino)
Riccardo Cappellin (univ. Roma Tor Vergata)
Andrea Coveri (univ. Urbino)
Lucio Gobbi (univ. Trento)
Lia Pacelli (univ. Torino)
Giuseppe Tattara (univ. Venezia)
Fabio Berton (univ. Torino)
Maurizio Zenezini (univ. Trieste)
Enzo Valentini (univ. Macerata)
Alessandro Balestrino (univ. Pisa)
Roberto Balduini (economista, Roma)
Nino Galloni (economista, Roma)
Annaflavia Bianchi (economista, Bologna)
Luca Fantacci (univ. Bocconi)
Elena Cefis (univ. Bergamo)
Alessandra Corrado (univ. della Calabria)
Emanuele Leonardi (univ. Parma)
Federico Chicchi (univ. Bologna)
Angelo Salento (univ. del Salento)
Carmelo Buscema (univ. della Calabria)
Devi Sacchetto (univ. Padova)
Lorenzo Robotti (univ. Politecnica delle Marche)
Luca Michelini (univ. Pisa)
Paolo Paesani (univ. Roma Tor Vergata)
Silvia Lucciarini (univ. Roma La Sapienza)
Fabio Fiorillo (univ. Politecnica delle Marche)
Marilena Giannetti (univ. Roma La Sapienza)
Giulia Zacchia (univ. Roma La Sapienza)
Gianni Viaggi (univ. Pavia)
Francesco Scacciati (univ. Torino)
Stefano Giubboni (univ. Perugia)
Daniela Federici (univ. Cassino)
Francesco Ferrante (univ. Cassino)
Valentino Parisi (univ. Cassino)
Eleonora Sanfilippo (univ. Cassino)
Carlo Devillanova (univ. Bocconi)
Elena Paparella (univ. Roma La Sapienza)