Armani: tra flop sportivo e sfruttamento di manodopera

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Armani è un brand di consolidata fama. Inscalfibile? Non direi.

Sul piano sportivo, con la versione jeans sponsorizza da tempo la squadra di basket che ha il peggior rapporto in Europa tra soldi spesi e risultati ottenuti. Una creatura costosa che da tre anni, nonostante massicci investimenti, non riesce a inserirsi tra le prime quattro d’Europa, preceduta da club dal minor budget ma che sanno scegliere giocatori e allenatori. Milano targata Armani quest’anno si è classificata 12esima su un lotto di 18 squadre in un torneo in cui non figurano più le squadre russe. Il suo presunto guru è l’allenatore Messina, talmente contestato dalla piazza, che sul sito della società vengono puntualmente cancellati i commenti sulfurei dei tifosi che propendono per il suo radicale allontanamento. Ma non si può neanche in termini formali perché Armani attraverso i suoi delegati ha promosso Messina a presidente. E si è mai visto un presidente che licenzia se stesso? L’anno scorso Messina è riuscito a perdere nove partite consecutive in Eurolega senza addivenire alle dimissioni. Rispetto del contratto tombale a prezzo di una costante perdita di prestigio. Non dimenticando che, nonostante arroganza e ambizione, non è mai riuscito a coronare il sogno di allenare una squadra in NBA, le Mecca del basket mondiale, venendo frustrato persino nel tentativo di promuovere la squadra azzurra ai Giochi Olimpici del 2016 perdendo in casa contro la Croazia, nonostante l’investimento federale di 1,5 milioni per ottenere l’organizzazione del match tra le mura amiche. Bocciata in Eurolega, sconfitta nella Coppa Italia e nella Supercoppa, per un totale en plein a Milano manca solo di perdere il campionato. Ma è sulla buona strada per l’attuale terzo posto che può farle perdere il vantaggio del fattore campo nei playoff. Tanto per dare un’idea delle spese fuori controllo si può aggiungere che l’Armani Milano ha messo sotto contratto quest’anno, nell’illusoria speranza di fare il salto di qualità, il più pagato giocatore europeo, il montenegrino naturalizzato spagnolo Mirotic: quattro milioni a stagione. Ma senza cavarne risultati perché la squadra non ha gioco, non ha chimica, non ha grinta.

E veniamo alla società civile fuori dall’orticello dello sport. È recente lo scandalo che ha riguardato la produzione delle borse Armani, messe in vendita nei negozi d’élite a 2.000 euro. Si è scoperto che il marchio ha disposto per il 2024 la fabbricazione a società esternalizzate. Manovalanza in nero, cinese, con lavoratori pagati 3 euro l’ora. Con questo giochino le borse venivano girate ai titolari dell’appalto a 93 euro per poi essere rivendute alla casa madre a 250 euro. Potete immaginare le plusvalenze, passaggio dopo passaggio, prima di approdare alla fatidica vendita a 2.000 euro al pezzo. Viene da chiedersi – ma il discorso vale anche per altri celebrati marchi – che differenza ci sia tra le borse originali e quelle falsificate finendo con l’adombrare il sospetto che la casa madre sia perfettamente al corrente di quanto avviene nel suo nome e, in un certo modo, ne sia perfettamente complice. Vale la pena di aggiungere che negli opifici dove si lavora per il marchio Armani, in presunta totale segretezza, rotta dalle indagini di polizia, non c’è rispetto per la sicurezza, la salute né compare alcun riferimento ai contratti nazionali di lavoro del reparto di settore.

Tutto questo naturalmente non è a conoscenza del grande pubblico né tanto meno degli ignari giapponesi che a via Condotti a Roma o a via Monte Napoleone a Milano sono ben lieti di acquistare i prestigiosi prodotti Armani. Inoltre dato che Giorgio Armani ha 90 anni e i soldi non sono un problema ma il futuro sì, ci sono al vaglio ipotesi per la possibile vendita di questo impero commerciale. Visto l’andazzo, fondi stranieri in agguato per la cessione di uno degli ultimi eroi del decaduto e ormai obsoleto Made in Italy.


L’overdose di impegni dello sport professionistico

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Sportivi sull’orlo di crisi di nervi, obbligati dai calendari internazionali e da un concetto di professionismo sempre più spinto a un’innaturale overdose di impegni che quasi fa sembrare minimali le circa 70 partite che il tennista Sinner gioca nel corso di un anno su diverse superfici.

Lo sport maggiormente sotto pressione è naturalmente il calcio che si è visto rimuovere gli sbarramenti per una Superlega in fieri che chissà se mai sarà promossa. Ma intanto si gonfia il meccanismo della Champions League, sostituendo allo schema delle 32 squadre finaliste quello delle 36 del futuro con la possibilità per una quinta squadra italiana di entrare a regime in una fase più che mediaticamente interessante. Anche i criteri per la partecipazione ai mondiali delle squadre nazionali vengono artatamente gonfiati (tanto da far ritenere ridicola e implausibile l’eliminazione della squadra azzurra quando le ammesse sono addirittura 48). La scusa è di promuovere il calcio anche nei continenti depressi ma dal punto di vista tecnico il contentino abbassa il livello della manifestazione e la rende simile a una sfida circense dove alla fine vince non il migliore ma il più resistente. È una quantità che livella la qualità (anche se l’Italia di Spalletti, da campione uscente, ha arraffato quasi l’ultimo posto utile per iscriversi al prossimo campionato europeo quando la rosa delle promosse è allargata a 24 compagini). Parafrasando un antico slogan pubblicitario il logorio del calendario moderno fa sentire la propria malevola influenza al capitolo infortuni. Le rose delle squadra di calcio si gonfiano proprio in ragione di questo turn over auto-distruttivo. Una statistica dimostra la fragilità di sistema: a tutto il 2023 il Milan ha contato 15 giocatori infortunati e, in graduatoria seguono Roma, Salernitana, Napoli con influssi rilevanti sulla classifica e sul rendimento collettivo.

Il basket ha eletto l’Eurolega a manifestazioni principale. Le due squadre italiane – Milano e Bologna – giocano in media due partite settimanali oltre all’impegno festivo di campionato. Lo schema è di 34 partite di qualificazioni continentali a cui segue, poi, un lungo meccanismo di playoff per arrivare alla concentrazione della Final Four. Ebbene, al momento Milano non può contare su Shields e Mirotic, i giocatori di maggiore rendimento, mentre Bologna ha dovuto rinunciare al pivot Cacok, contrattualizzando due nuovi giocatori a gennaio. Sono club che nel corso di un anno solare devono mettere in preventivo circa 90 match, uno ogni quattro giorni. E i giocatori devono anche rispondere alle chiamate delle rispettive nazionali. In ragione di questo spesso Milano e Bologna incespicano nel campionato nazionale preferendo puntare le proprie fiches sull’evento europeo. I 12 giocatori in rosa non bastano più e gli staff allargano il roster a 16-17 elementi.

Anche l’atletica, dove gli impegni, per una evidente ragione tecnica, sono minori, nel 2024 deve fare i conti con la doppia periodizzazione degli europei di Roma e dell’olimpiade di Parigi, costringendo le federazioni a scelte delicate e in un certo senso geopolitiche. In ogni caso, se una squadra italiana di pallavolo deve interrompere i propri impegni in campionato per andare a giocare un torneo intercontinentale a migliaia di chilometri di distanza è evidente il sistema sportivo è sempre più fuori controllo.

Superfluo dire che i responsabili di questa intensificazione spinta di un sistema che cerca di pompare sempre più soldi tra sponsorizzazioni, incassi al botteghino, proventi da diritti televisivi sono le Federazioni internazionali, le Leghe preposte e persino il Cio, che pure dovrebbe fare da super-controllore.


I soliti noti, ovvero l’eterna casta dello sport

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Il permanere di caste autocratiche è una costante della società italiana. Ma il fenomeno è un’abitudine devastante nello sport nostrano, invano temperata dal limite del terzo mandato: uno sbarramento tardivo che può essere superato da una maggioranza speciale per un’ulteriore conferma. Il fermo immagine su chi governa le federazioni restituisce la fotografia sbiadita di una perenne immobilità per funzioni che una volta erano nobilmente non ricompensate e che oggi rappresentano una sinecura professionistica garantendo introiti non trascurabili, dunque in pratica posti di lavoro di serie A con almeno cinque zeri in busta paga.

Ci si può chiedere dunque quando lascerà il mondo dello sport il 78enne Gianni Petrucci, immarcescibile conductor della Federazione basket, già presidente del Coni, già segretario di federazioni varie, già emissario di Ciarrapico nella Roma (il suo lavoro più facile, mezzo miliardo di lire per non fare niente), già sindaco di San Felice Circeo. Non è un mistero che con Petrucci, a causa di una serie di gaffe dirigenziali non trascurabili, il basket italiano abbia fatto un sostanzioso passo indietro nelle gerarchie mondiali. Così la rievocazione del successo europeo di Nantes del 1983, fatta al recente Festival dello sport organizzato dalla Gazzetta dello Sport a Trento, è stata, per chi sa leggere gli eventi, una celebrazione un po’ mesta e una sorta di coprente per gli insuccessi nel nuovo millennio, esclusioni olimpiche comprese.

E che dire di Binaghi, il (pur abile) numero uno della Federtennis, già ricco di sei mandati? O di Chimenti in sella nel golf da innumerevoli anni, godendo il bonus di essere stato il principale sponsor di Malagò in occasione del ballottaggio con Pagnozzi per la presidenza del Coni? Oggi Chimenti si gode il successo mediatico della Ryder Cup organizzata a Guidonia ed è più che mai in sella alla propria federazione. Parliamo di dirigenti che hanno superato (eufemismo) la maggiore età e che hanno fatto il brutto e il bello nel proprio sport, secondo un’attitudine sostanzialmente monarchica. Come Sabatino Aracu, abruzzese, ex agonista, politico di Forza Italia, indagato per Sanitopoli, responsabile degli sport rotellistici dal 1993, che ha accumulato cariche diventando anche presidente di World Skate: trent’anni di incontrastato dominio.

Tutto ciò è frutto di un metodo ben oliato: il presidente uscente controlla la macchina elettorale (dei voti) e crea meccanismi di auto-referenzialità che ne accrescono progressivamente il potere. Un lungimirante dirigente sportivo dovrebbe sapere quando è il momento di defilarsi per numero di mandati o raggiunto limite di età ma il decoro e la dignità non sembrano appartenere a questo mondo. Basti pensare al presidente della Federcalcio Gravina, che ha resistito imperturbabile a tutti i recenti scandali, compreso il disastro pre mondiale della nazionale senza mai adombrare neppure l’intenzione di rassegnare le dimissioni.

La casta è fatta anche di questo, un’estrema resilienza. L’incarico, più che una missione, vale lo stipendio.


Oltre l’eurocentrismo: la lezione dello sport

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L’eurocentrismo è la deriva che ci fa apparire, insediati nel vecchio continente, come il centro del mondo. Circa 500 milioni di abitanti, che rappresentano una piccola percentuale dell’umanità dell’orbe terracqueo (pressappoco il 6%). Ma i rapporti, anche demografici, cambiano velocemente. L’Europa rimpicciolisce, l’Africa si gonfia di abitanti. Nel nostro coté privilegiato ignoriamo che Paesi come Indonesia e Filippine cumulano circa 400 milioni di abitanti. Un’ignoranza colpevole perché non sa immaginare un futuro diverso da quello attuale. L’Europa è regno di cultura, di tradizioni, di progresso ma il centro dell’economia mondiale si è irreversibilmente spostato altrove. I nuovi equilibri vedono protagonisti, anzitutto, gli Stati Uniti, la Cina e anche la Russia (benché, nell’immaginario bellico, 160 milioni di abitanti cari a Putin vengano fatti risiedere in Asia, nell’illusione che il nostro occidente resti, così, luogo di giustizia e di pace).

Anche il mondo dello sport è coinvolto dal cambiamento e, dunque, anche in esso la leadership eurocentrica va riveduta e corretta.

Nella scherma, un tempo dominio europeo, si fanno avanti Africa e Asia. Nel nuoto i pregiudizi razziali sono stati azzerati a partire dai successi di Nesty. Come nella ginnastica, dove il ritorno della Biles sembra foriero di nuovi miracoli sportivi. Ma la cosa è evidente, in particolare, nell’atletica, lo sport universalmente più praticato nel mondo. Basta osservare il medagliere dei recenti mondiali di Budapest (pur ospitati della vecchia Europa, e dunque con un indubbio favore logistico-ambientale). Il medagliere non è mai stato così variegato e aperto alla globalizzazione. Ben 48 nazioni sono andate a medaglia e non c’è di che sorprendersi se Kenya, Etiopia e Uganda sono, in questa graduatoria, davanti all’Italia (che pure ha centrato un ragguardevole bottino). Né fa meraviglia pescare in questo elenco Qatar, Grenada, Porto Rico, Pakistan, Isole Vergini, Botswana, Venezuela, India, Burkina Faso, Bahrein. È il mondo dei Brics che chiede spazio e si insedia. L’Africa, i cui atleti e atlete vengono spesso nazionalizzati in Europa (lo fanno la Spagna, l’Italia, la Turchia, l’Olanda), non è più solo fondo ma anche velocità e discipline tecniche. E, poi, chi avrebbe immaginato che un indiano (Chopra) dominasse il giavellotto mettendosi alle spalle un connazionale e un rivale pakistano? Una piccola eccezione si trova nel basket. Nei recenti mondiali, sei delle otto squadre arrivate ai quarti di finale erano europee e ad esse si sono affiancate gli Stati Uniti e il Canada, da sempre nazioni predominanti sotto canestro. Ma anche qui ci sono state rilevanti novità, con una Repubblica Dominicana in grado di battere l’Italia e un Sud Sudan che si è conquistato la partecipazione ai Giochi Olimpici del 2024 (traguardo per ora precluso all’Italia).

La globalizzazione, che ha tanti aspetti contraddittori nell’economia, nello sport apre le frontiere e dovrebbe svegliare le coscienze, neutralizzando il razzismo. Del resto la robusta iniezione di pallavoliste integrate ha fatto la fortuna della nazionale femminile azzurra di volley. Lo sport – parte fondamentale della società civile – è di esempio a una politica indietro di decenni, che si limita a discettare di ius soli e/o ius culturae, chiudendo gli occhi di fronte alle nuove realtà. È finalmente finito il colonialismo, anche sportivo. Ci si spalanca davanti un mondo sportivo più aperto, solidale e forse anche democratico.


Non solo calcio

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Il calcio è scalzabile dalla graduatoria di popolarità tra gli sport nazionali? Probabilmente no, almeno a considerare l’indicatore della stampa. Un esempio? Sul più popolare dei quotidiani sportivi nazionali si parla mediamente di calcio fino a pagina 43 e lo spazio dedicato alle altre discipline è risibile. La più popolare rivista di settore – il Guerin Sportivo – è totalmente appaltata al football italiano e internazionale e la sua applicazione editoriale meriterebbe probabilmente altro titolo della testata.

Ma a questa diffusione non corrispondono i meriti. Il calcio italiano starà alla finestra nei prossimi mondiali in Qatar assistendo dal vivo o in tivù alle esibizioni delle altre squadre benché la formula allargata permetta a un gran numero di nazionali questa passerella. Mancini non ha fatto meglio di Ventura pur godendo di un credito acquisito con la vittoria agli europei dell’anno precedente. Probabilmente questa esclusione piace ai non lungimiranti gestori dei principali club nostrani perché risparmieranno la materia prima autoctona da un impegno pressante e quanto mai distraente dal campionato nazionale. Ma la bocciatura ha riflessi nel prestigio e nel ranking mondiale dove invece campeggiano in buona evidenza altri sport di squadra che fanno parlare di se in questa rovente ed emozionante stagione agonistica.

La pallavolo maschile è tornata ai fasti di venti anni fa con la conquista del titolo mondiale mentre quella femminile proverà a imitare questo boom di ritorno. Non tutto è perfetto considerando che uno dei titolari del sestetto (Romanò) non gioca nel proprio club perché si vede portare via il posto da un giocatore straniero molto più pagato. Ma sotto rete la rivalutazione del prodotto interno lordo è un dato di fatto. Quasi identica collocazione si può attribuire alla pallanuoto nelle due versioni: maschile e femminile. Con l’Italia ai vertici mondiali e in grado di giocare un ruolo da protagonista per le medaglie. Solo leggermente dietro campeggia il basket alle prese con una concorrenza agguerrita e con nazioni emergenti (Slovenia, Germania, Ucraina): agli europei ci si batte per un difficile posto al sole ma il ranking continentale prima di questa manifestazione ci attribuiva il rango n. 7 e una sostanziale tenuta tra le prime dieci nazioni nel mondo. È quanto è riconosciuto anche al baseball che in Europa si contende solitamente la leadership con l’Olanda. In altre parole negli sport di squadra l’Italia se la cava meglio che nel calcio e, per diritto di equivalenza, si potrebbe riconoscere questa competenza anche alle prove collettive degli sport individuali (i terzetti o quartetti della scherma, le staffette del nuoto e dell’atletica leggera, ripetutamente a medaglia nei recenti europei).

Quale lezione ricavarne visto che il merito non viene riconosciuto a livello mediatico? Ovviamente che il business da una parte e il tifo di campanile hanno la meglio in una sfida e in un confronto impossibile. Nei bar nessuno discute se sia meglio Jacobs o Tortu nei 100 o su chi sia il miglior erede della Pellegrini mentre tengono banco, spesso con esiti feroci (a volte ci è scappato anche il morto) le dispute sul valore di Inter e Milan, di Roma e di Lazio. Registrare questo stato di cose non vuol dire accettarlo ma rendersi conto della relatività di un primato quanto mai frangibile e contendibile.


Lo sport tra Super League e all business

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Archiviata con entusiasmi e festeggiamenti la finale del campionato europeo di calcio, gli strascichi della Super League proseguono, anche a varie settimane di distanza dallo scoppio deflagrante dell’iniziativa dei 12 top club, poi ridotti all’osso ai tre “irriducibili” della Juventus, del Real Madrid e del Barcellona, cioè i “colpevoli” di non aver fatto marcia indietro a differenza degli altri, soprattutto di quelli d’oltremanica (https://volerelaluna.it/societa/2021/04/21/la-globalizzazione-del-calcio-un-apartheid-al-rovescio/).

Il procedimento disciplinare dell’Uefa contro Juve, Real e Barca ‒ come ormai risaputo ‒ non è proseguito, essendo sopraggiunta la sospensione per via giudiziaria nonostante i vertici del calcio europeo non intendano gettare la spugna. Nei giorni scorsi quelle tre società hanno presentato un ricorso per togliere le sanzioni ai nove che avevano preferito abbandonare subito l’iniziativa patteggiando con il capo Uefa Čeferin. Bisogna infatti ricordare che, nonostante il ritorno sui propri passi, tutti e dodici i club sono sempre e ancora azionisti partecipanti alla holding spagnola collegata con il progetto medesimo. Come proseguirà la battaglia legale da qui all’inizio dei prossimi campionati nazionali nel mese di agosto? Anche a livello statale la tensione tra tali società e i vertici federali non è la più rosea: il presidente della Liga spagnola, Javier Tebas, si è recentemente scagliato in particolar modo contro Florentino Perez del top club madrileno, e ha quindi qualificato le società ribelli rimaste come dei naufraghi, definendo il modello della Super League come sbagliato nonché, in pratica, privo di futuro.

Discutendo sull’argomento, sono già state segnalate, con riferimento al basket statunitense, notizie su sponsorizzazioni di giocatori e giocatrici dei college universitari: le modifiche delle legislazioni di alcuni Stati dell’Unione consentiranno a tali atleti di ottenere dalla loro abilità sportiva degli accordi utili. Questi giocatori, dal primo luglio, possono sfruttare la propria immagine per moltiplicare gli utili e avere maggiore visibilità mediatica, principalmente attraverso diritti televisivi, mentre gli atenei possono reclutare un numero più elevato di sportivi, considerati a tutti gli effetti dei professionisti. Dal New York Times viene, inoltre, un freschissimo aggiornamento sulle pressioni politiche per dare la facoltà di estendere queste modifiche statali all’intero territorio nazionale nordamericano: dal Maine e dal Texas alla California e alle Hawaii.

Dobbiamo per forza rassegnarci a tale modello, anzi a questa visione dello sport senza reagire?

Il 26 maggio Massimo Fini ha scritto che la galassia calcistica è ostaggio del “dio denaro”, e che i club sono ridotti ad aziende che assorbono completamente la vita dei propri “dipendenti”, togliendogli ogni margine di interessi privati o comunque non allineati con i dettami societari, tanto che in televisione o sui social gli atleti, i tecnici e i dirigenti devono per forza dire o scrivere quanto deciso in precedenza dall’alto senza la possibilità di esprimere la propria opinione. Auguriamoci che non si sia già arrivati al punto di non ritorno, e che si possa compiere un passo indietro per tornare a una visione più popolare e naturale, insomma più umana, dei rapporti tra le persone e le istituzioni nel mondo calcistico-sportivo internazionale. Bisogna, in altre parole, garantire la continuazione ideale di quello che ‒ ricordiamolo tutti ‒ dovrebbe essere soprattutto e principalmente un gran bel gioco.


La legione straniera del basket

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I minuti di presenza dei giocatori stranieri nel campionato di basket (che è un eufemismo definire italiano) ammontano circa all’85% dell’universo complessivo. La percentuale ci fa ricordare un calembour dell’ex presidente del CONI Mario Pescante che definiva l’Inter come «la migliore squadra straniera su suolo italiano». Preistoria, ora realtà. E per tutte le squadre, anche nel basket.

Il fenomeno non è solo nazionale. Ma i Paesi dell’est sono stati più bravi a tamponare gli esiti della legge Bosman. Capita perciò che la prima squadra del torneo nostrano (la Virtus Bologna) vada a giocare a Belgrado e, nonostante la massiccia immissione di stranieri tra cui i serbi Teodosic e Markovic, rimedi una sonora lezione da un Partizan quasi del tutto autoctono.

Volete veder snocciolato il quintetto base della squadra italiana più quotata, quell’Armani Jeans Milano che spesso rimedia brutte figure in Europa? Rodriguez-Nedovic-Micov-Scola (argentino)-Gudaitis. Primi cambi: Roll, White, Sykes, Tarzewski, Mack (ora tagliato). Complementi italiani: Moraschini (nel passato torneo giudicato l’italiano di miglior rendimento), Della Valle, Cinciarini (virtuale capitano non giocatore). Notate che Della Valle è stato stabilmente nel quintetto base della squadra azzurra nelle qualificazioni mondiali e in quella rosa c’era lo stesso Cinciarini, scartato con gli ultimi tagli. L’Armani jeans costa circa otto milioni a stagione ma ha difficoltà a primeggiare in Europa e stenta anche in Italia dopo aver preso come allenatore Messina, unanimemente definito il miglior coach italiano, ora convertito anche in presidente per convincerlo ad abbandonare definitivamente il sogno di allenare una squadra NBA.

Un altro esempio? Il punto fermo sotto canestro della nazionale è Paul Biligha che, a dispetto del cognome, è nato e cresciuto in Italia. Bene, lo stesso è stato stabilmente tenuto in panchina dal suo allenatore Walter De Raffaele nella finale scudetto playoff del campionato 2018-2019 giocata e vinta dalla Reyer Venezia.

Come si fa ad assemblare una nazionale credibile se i giocatori nostrani marciscono in panchina? E costano di più di un mediocre straniero. Prendiamo i criteri di composizione di una media squadra di provincia come Brindisi. I giocatori dominanti sono tutti stranieri: Banks (capo-cannoniere del torneo), Brown, Thompson, Sutton, Martin. Gli italiani? Complementi voluttuari: Zanelli, Gaspardo, Iannuzzi, Campogrande. Tutti a contribuire in minima misura a successi e identità di squadra.

Con tali premesse come si può pensare che la nazionale italiana di Sacchetti, fatta di tagli e ritagli di elementi che giocano all’estero (Datome) e non necessariamente confidente nell’apporto di chi dovrebbe rendersi disponibile negli States (Belinelli, Gallinari, Melli) possa avere qualche speranza di riuscita nel match secco con la Serbia che si giocherà in terra avversa definendo una partecipante all’Olimpiade? La piccola Serbia non ha di questi problemi e probabilmente avrebbe il sopravvento anche con una selezione B, ricca di talenti su cui ha investito all’insegna della difesa del patrimonio tecnico nazionale. Non è un caso che sia la nazione che sotto bandiera jugoslava ha espresso i Divac, i Petrovic, i Kukoc, i Radja.

Aggiungiamo che l’Italia, per arrangiarsi, nazionalizza con grande disinvoltura. Un manager di Trento ‒ Trainotti ‒ è stato ingaggiato dalla Federazione basket con il precipuo scopo di dotare di un passaporto italiano alcuni giocatori di formazione americana di sicuro futuro successo. L’operazione è andata in porto con Mannion, ora si ripeterà con Devincenzo. Il problema è che, per le norme internazionali, questa disinvoltura regolamentare è consentita con l’arruolamento di un solo elemento alla volta. Se gioca Mannion non può giocare Divincenzo e viceversa. Al momento in nazionale gioca Brooks (riserva Burns). Ma una costante comune della nazionale è che al capitolo stranieri arruola sempre giocatori in declino e a fine carriera. Il trend di Rocca, Maestranzi, D’Antoni (azzurro a 38 anni!) si ripete con Brooks che non fornisce quell’addizione di qualità sperata. Ergo, a giocare con i peggiori… si peggiora.


Il futuro giovane dello sport italiano

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Se lo sport assoluto non gode di eccellente salute in Italia (conseguenza di una crisi economica che ha riflessi anche sull’agonismo) in compenso quello giovanile spicca e risalta con evidenze che fanno invidia al mondo e fanno confidente il Coni (o quello che rimane dopo la bipartizione dei compiti con Sport e salute) per l’Olimpiade del 2024, se non per quella prossima.

Sotto gli occhi di tutti l’exploit individuale di Sinner, diciottenne arrivato con la perentorietà di un botto tra i primi cento della classifica mondiale e finalista tra i Next Gen ovvero i migliori otto tennisti del mondo di classe over 21. Lui, con tre anni di meno rispetto ai competitor del torneo milanese, promette di diventare il migliore specialista italiano scavalcando a breve Fognini e Berrettini che pure anziano non è (23 anni) e compare nell’elenco dei magnifici otto per le finali ATP. Nel nuoto continuano gli exploit della Pilato (14!), tarantina di provincia, già precocissima medaglia mondiale che continua a migliorare a rotta di collo i primati italiani in una specialità che olimpica non è ma che comunque lascia intravedere i suoi margini di progresso sulla distanza doppia. Nell’atletica leggera è ancora vivo negli occhi di chi fa opinione pubblica l’ingresso in finale nei 100 del poco più che ventenne Tortu ai mondiali di atletica di Doha con possibilità di un ancora miglior trapianto internazionale con la riconversione sul 200.   

Ma la consistenza di una nazione si vede soprattutto negli sport di squadra e anche qui i toni dell’avanzata sono perentori anche se paragonati ai risultati delle squadre maggiori.

Nel calcio l’Italia è tra le migliori del mondo tra gli Under 17. E con un collettivo splendidamente irrorato con talenti adottati provenienti da altre nazioni e che (si spera) abbiano un inquadramento più sereno nel mondo dei grandi rispetto a Balotelli. Ed è una squadra che per volere dell’Inter ha lasciato a casa il miglior talento, Esposito, scoprendo sul posto la consistenza di Gnonto, fino a quel momento piuttosto sottovalutato.

Nel basket il brindisino Spagnolo, classe 2003, è considerato il miglior sedicenne europeo sotto canestro. Per affermarsi è dovuto emigrare in Spagna, al Real Madrid ma sarà comunque eleggibile per una nazionale, mestamente bastonata ai mondiali, che nel prossimo futuro si avvarrà delle sue prestazioni come di quelle di Divincenzo, Mannion, Moretti: linfa giovane per un futuro diverso. Con il suo contributo la nazionale under 16 di Fucka è approdata al bronzo nel campionato europeo di Udine. E l’Under 19 è stato medaglia d’argento ai mondiali contando sull’apporto di ragazzi d’avvenire come Oxilia e Bucarelli.

Ma gode di ottima salute anche la pallavolo che in Italia ha superato il basket per praticanti e risultati. L’Under 21 di Recine ha giocato la finale dei mondiali in Bahrein contro il sorprendente Iran. Un collettivo inzeppato di figli d’arte come Recine, Cantagalli e Gardini, ansiosi di rinnovare le gesta dei padri.  Le ragazze dell’Under 18 di Mencarelli hanno giocato e perso in Egitto a settembre la finale mondiale contro gli Stati Uniti. E tre ragazze azzurre sono state premiate nel miglior sestetto della manifestazione: Oghosasere Omororuyi, Emma Graziani e Giorgia Frosini.

L’Under 17 di pallanuoto, a rimorchio del titolo mondiale della nazionale maggiore, ha vinto gli europei di Tbilisi mentre le pari età donne curate da Zizza si sono aggiudicate il bronzo a Volos. L’Under 20 femminile ha incassato il bronzo ai mondiali di categoria.

Dunque segnatevi queste squadre e questi nomi, il futuro ci aspetta. E se tra i senior non ci saranno gli stessi risultati sarà colpa del sistema che disperde talenti così faticosamente creati.


Obiettivo Tokyo 2020: quanta fatica per le squadre azzurre

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Come si sa, l’andamento del livello sportivo di una nazione si giudica e si valuta dal livello raggiunto dagli sport di squadra. Anche se gli Stati Uniti, nazione leader nel medagliere olimpico, in alcune discipline non hanno la tradizione del vecchio continente e il particolare quasi antropologico rivela la marcata predilezione per l’individualismo.

Ma l’Italia a che punto è nel faticoso approdo alla qualificazione olimpica per Tokyo 2020 con il proprio pacchetto di squadre? Si può dire che l’andamento è in chiaroscuro, contrassegnato da qualche, persino prevedibile promozione e da qualche inopinata bocciatura.

La più cocente è in archivio e non ancora metabolizzata. Il tonfo dell’Under 21 di calcio targata Di Biagio (non nuovo a questi capitomboli), con un collettivo inzeppato di elementi della nazionale maggiore (Zaniolo, Kean, Barella) è stata una grande occasione sciupata in un torneo che emotivamente e logisticamente offriva grandi benefit. L’Italia del calcio, lo sport più popolare del Paese, starà a guardare e la stessa sorte toccherà alla rappresentativa femminile. Il boom della partecipazione ai mondiali ha dotato il movimento di un bell’appeal mediatico ma il top è ancora lontano anche considerando le recentissime eliminazioni dei migliori club italiani dalle Coppe europee.

La pallavolo, per indice di pratica immediatamente dietro al football, ha raggiunto il proprio scopo ma comunque desta preoccupazioni. La valutazione della squadra femminile eclissa quella maschile. Gli ultratrentenni Juantorena e Zaytsev hanno mostrato il logorio di una lunga carriera e sono stati i principali protagonisti in negativo nella sconfitta agli europei con la Francia che non era poi un team così irresistibile se è stato piegato in semifinale dalla Serbia. Se non si rinnova, l’Italia del volley rischia di fare, a Tokyo 2020, la comparsa con una prematura eliminazione. Il citì Blengini si trova di fronte a difficili scelte perché i giovani da panchina (Nelli, Cavuto, Russo) non sono palesemente pronti per un compito sostitutivo di vertice così impegnativo.

Il basket, terzo in graduatoria, non ha colto la chance dei mondiali in Cina ed è stato rimandato al preolimpico del prossimo anno. Passeranno solo quattro squadre su 24 e la missione sembra quasi impossibile considerando il livello di partecipazione. Ai mondiali Polonia e Repubblica Ceka hanno fatto meglio della squadra di Sacchetti e altre squadre (Grecia, Russia) sembrano mediamente superiori. Già bocciata la squadra femminile di basket attesa a un salto di qualità che non arriva mai. La brutta figura all’europeo ha provocato il brusco defenestramento del tecnico Crespi.

Trascurando la pallanuoto che offre le dovute garanzie vorremo soffermarci su una pesante negatività. Che non è legata solo a un risultato. L’Italia del baseball è stata bocciata con ignominia all’esame preolimpico. Nel torneo in questione se la sconfitta con l’Olanda (il nostro tabù) poteva essere prevedibile, assolutamente inaspettate sono state quelle con Israele prima e con Spagna poi. Ma sono state disastrose le conseguenze disciplinari del match con gli iberici che più di una partita è stata una rissa provocata dai perdenti (cioè gli italiani). Basti dire che l’adottato Andrew Maggi è stato squalificato per 12 turni mentre gli spagnoli vincenti hanno cumulato appiedamenti per 67 partite.

Questa, pur veloce, analisi condotta ci riporta bruscamente agli insoluti problemi di reclutamento dello sport italiano e ai buchi neri di discipline che non hanno mai trovato spazio nella scuola (per esempio la pallamano, a differenza dei Paesi dell’est). L’Italia cammina ma non corre e la concorrenza internazionale si fa sempre più incalzante. Chi mai avrebbe potuto pronosticare l’alta competitività della squadra iraniana di pallavolo?


Nel basket conta chi paga

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Lo sport globalizzato obbedisce al business e al marketing più che alla perduta purezza dell’ideale olimpico. Non è un caso se alcuni dei migliori maratoneti africani (kenyani o etiopi) hanno già programmato di rinunciare alla prestigiosa ma poco remunerativa gara che assegnerà il mondiale a Doha o la vittoria nei Giochi di Tokyo firmando ricchi contratti per classiche sparse per il mondo (prime fra tutte quella di Berlino). La squadra statunitense di basket dei mondiali 2019 ha perso uno dopo l’altro i principali designati protagonisti (Curty, Harden, Lebron), vistosamente disinteressati ad aggiungere un altro trofeo alla collezione già vasta.

Ma qui vogliamo rintanarci in un ambito più ristretto e molto italiano. Parlando sempre di pallacanestro. L’Italia torna a riaffacciarsi ai mondiali in Cina dopo aver perso il diritto di partecipazione a innumerevoli edizioni. Dunque l’evento è quasi epocale per il movimento anche considerando che non è bastato spendere 1,5 milioni di euro per garantirsi un posto al sole per i Giochi Olimpici 2016 (sconfitta in casa contro la Croazia). Tra l’altro un piazzamento adeguato in Cina vale l’inserimento nel cast dei Giochi 2020.

Scattano le convocazioni di 19 giocatori dopo una prima scrematura (esclusi in cinque, tra cui la sorpresa Tonut). Nell’elenco c’è anche il lungo più affidabile di una squadra senza centri di esperienza internazionale, l’apprezzato Melli (2.05 di statura), abile e arruolato in tutte le ultime grandi manifestazioni continentali. Il giorno dopo il comunicato ufficiale di convocazione si apprende che Melli (non a caso qualche settimana prima ingaggiato dalla squadra professionistica americana dei Pelicans) in tutta fretta e con grande sorpresa dell’ambiente è entrato in camera operatoria per un intervento di ripulitura del ginocchio. Badate bene, non si è operato per infortunio, per necessità, ma per libera scelta strategica. Probabilmente concordata con la sua nuova società. Contestualmente si sa che contrae matrimonio con la fidanzata e quindi presumibilmente si concederà qualche giorno di vacanza.

Ha informato l’allenatore Sacchetti, ha messo al corrente del piano il presidente Petrucci? Non è dato saperlo ma immaginiamo la botta. Il presidente Petrucci assorbe il più che probabile forfait dai mondiali (a cui Melli non ha mai partecipato, l’ultima esperienza italiana risale al 2006) e fornisce dichiarazioni concilianti: «Non abbiamo motivo di dubitare delle esigenze di Melli che ha sempre risposto positivamente alle chiamate della nazionale».

In questa nazionale ci sono altri due giocatori che militano nella Nba e a cui è stato concesso di aggregarsi alla comitiva più tardi. Fa tremare anche Gallinari che inopinatamente si opera di appendicite. Si tratta dello stesso Gallinari che in questo decennio ha risposto a singhiozzo alle chiamate della nazionale e che ha pensato bene di tirare un pugno in partita a un avversario olandese vedendosi squalificato (sportivamente ma anche moralmente) per un lungo periodo azzurro. Si tratta di giocatori che, ipocritamente, rilasciano dichiarazioni di grande affetto per la maglia azzurra, salvo sottrarsi alla chiamata nei momenti topici del calendario. In Germania c’è l’esempio esattamente contrario. Dirk Nowitzki in venti anni di frequentazione del basket professionistico Nba, non si è mai sottratto a una convocazione della sua nazionale contribuendo in maniera decisiva al suo discreto posizionamento in campo continentale.

Troverete mai un accenno sulla rinuncia di Melli sulla stampa sportiva quando le stesse istituzioni per pruderie e per evitare rotture future coprono la sua scelta? Silenzio assoluto, si fa di necessità virtù. L’allenatore della squadra di basket Sacchetti (uno che non le manda a dire) è un vaso di coccio in una delicata cristalleria di giocatori da appaganti contratti milionari. Dunque il segreto per i Gallinari del caso è sempre dire di sì a chi ti assicura un prospero futuro. La nazionale a volte è un’ipotesi compatibile con i propri programmi, a volte no. Con queste prospettive nasce sotto auspici tutt’altro che rosei l’avventura italiana dei mondiali di basket, viziata da questo limite di partenza.