Cosa ci insegnano le rivolte nelle banlieues

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Con la velocità con cui evaporano le notizie in tempi di consumismo generalizzato, l’ennesima rivolta innescata dall’uccisione a freddo di un ragazzo maghrebino da parte della polizia, in Francia, ha cessato di interessare gli opinionisti e di occupare le prime pagine dei giornali. Ciò non significa che sia tutto finito e che, dietro alla calma apparente, non covino fuochi destinati a ravvivarsi.

Jean-François Bayart, professore di antropologia e sociologia storica prima a Parigi, e ora a Ginevra, parla apertamente (non da oggi) di deriva della Francia verso un regime “illiberale”, paragonando la gestione dell’ordine pubblico di Macron a quella di Putin, Erdogan o Orban. Perché l’uccisione di Nahel, anzi la sua “esecuzione extragiudiziale”, è stata a tutti gli effetti “programmata”, frutto consapevole di leggi liberticide che, in nome dell’emergenza, hanno lasciato carta bianca alle pulsioni razziste della polizia, sempre più egemonizzata da elementi di estrema destra. Famigerata è stata, in particolare, la riforma dell’art. 435-1 del Codice della sicurezza interna, del 2017, che ha ampliato enormemente i margini di discrezionalità delle forze dell’ordine nell’impiego delle armi da fuoco, con risultati che non si sono fatti attendere: «A partire dal 2020 il numero delle persone uccise dalla polizia è raddoppiato rispetto al 2010. Il più delle volte per “il rifiuto di obbedire a un ordine di arresto”: in queste circostanze si è registrato un numero cinque volte maggiore di sparatorie mortali. Nahel è morto a causa di questa modifica del Codice della sicurezza interna» (https://www.letemps.ch/opinions/debats/on-sait-mieux-ou-va-la-france).

Una delle chiavi di lettura delle ricorrenti esplosioni nelle banlieues è senz’altro quella proposta da Bayart. Problemi sociali irrisolti, da una parte, brutale incapacità della politica di affrontarli in modo diverso dal puro e semplice ricorso alla repressione e conseguente aggravarsi della rabbia e del senso di ingiustizia da parte di chi percepisce ormai la polizia nei propri quartieri come una forza di occupazione. A questa interpretazione se ne possono affiancare – credo – per lo meno altre due. La prima allarga lo sguardo al modello istituzionale francese nel suo complesso: a quella forma peculiare di semipresidenzialismo, ma di fatto di “iper-presidenzialismo”, diventato ancora più assoluto a partire dalle riforme del 2000 e 2001 (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2021/11/22/giorgetti-draghi-e-il-semipresidenzialismo-allitaliana/). Si tratta di un sistema che concede al Presidente poteri abnormi, facendone il dominus quasi assoluto del Governo e del Parlamento (eletto peraltro con un sistema elettorale fortemente distorsivo, che ha prodotto un astensionismo cronico con punte del 58%) e creando un desolante vuoto di rappresentanza. Il ricorso al terzo comma dell’art. 49 per approvare senza voto parlamentare la legge sull’aumento dell’età pensionabile invisa alla stragrande maggioranza dei francesi è solo la punta dell’iceberg di un sistema che è stato a buon ragione ribattezzato “monarchia repubblicana” (https://volerelaluna.it/mondo/2023/07/04/la-francia-in-rivolta-e-la-crisi-della-monarchia-repubblicana/). Il fatto che ricorrentemente, il “re”, senta il bisogno di rimediare ai danni di immagine da lui stesso creati attingendo strumentalmente all’armamentario della democrazia deliberativa (la convocazione di un’assemblea consultiva di 150 cittadini sorteggiati per placare la rabbia dei gilets jaunes, e di una analogo consesso all’indomani della protesta per le pensioni), aggiunge solo un che di grottesco all’insieme. Sul punto ironizza anche Bayart: «Quale “Grande Dibattito Nazionale” (o dibattito di periferia) tirerà fuori dal cilindro il mago Macron, mentre i gatti di Marine Le Pen si leccano i baffi?».

La terza chiave di lettura è suggerita da un volume del 2016, recentemente tradotto in italiano con una post-fazione inedita: Riot, sciopero, riot. Una nuova epoca di rivolte (Meltemi, 2022). L’autore, Joshua Clover, spazia dalla Francia agli Stati Uniti al mondo arabo, ricostruendo il susseguirsi di un’impressionante serie di tumulti, moti, sommosse – con barricate, saccheggi, vetrine infrante – che sembrano riportare a epoche che credevamo alle nostre spalle. Da marxista, Clover invita a ravvisare nelle mutate condizioni materiali dei ceti subalterni, e nella peculiare fase che sta attraversando il capitalismo, le ragioni del ritorno, in forme nuove, di una forma di mobilitazione che si distingue dallo sciopero – tipica modalità di protesta novecentesca – per il carattere spontaneo, disorganizzato, violento e spesso apparentemente “irrazionale” (nei casi, frequenti, in cui l’esplosione della rabbia sembra essere fine a se stessa e non tradursi in nessuna chiara rivendicazione). Se lo sciopero è una forma di azione collettiva attraverso la quale i lavoratori puntano ad aumentare i salari, il riot mirerebbe piuttosto a rivendicare l’accesso al consumo da parte di porzioni di popolazione “eccedente”, estromessa dal mercato del lavoro e oggi sempre più spesso “razzializzata” e oggetto della violenza della polizia. Se questa lettura, che ho qui delineato nei suoi tratti essenziali, è almeno in parte fondata, la “nuova era dei riot” è destinata a durare a lungo e a non rimanere confinata sul suolo francese. Perché – questa la convinzione di Clover – la “lunga crisi” che sta attraversando il sistema capitalistico a livello globale continuerà a generare alti tassi di disoccupazione strutturale e un gran numero di “vite di scarto” (o in “sovrappiù”), non riassorbibili nel circuito virtuoso della produzione-redistribuzione della ricchezza. Una diagnosi radicale, che va oltre la specificità della situazione francese e la denuncia dell’inadeguatezza delle “politiche dell’integrazione”. E merita per questo di essere presa sul serio, anche al di là di qualche semplificazione e qualche eccesso di schematismo.