Il sistema monetario e la falsa indipendenza delle banche centrali

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Dal 2022 la Banca Centrale Europea di Christine Lagarde alza costantemente i tassi di interesse e aumenta il costo del denaro – e quindi il costo dei debiti – con il pretesto ufficiale di “combattere l’inflazione”. In questi tempi di crisi, di “guerra mondiale a pezzi” e di difficoltà negli approvvigionamenti energetici e nelle catene produttive, invece di rilanciare l’economia la Bce opera per contrarre il credito: così fanno del resto tutte le banche centrali occidentali cosiddette “indipendenti” sotto la guida della Federal Reserve americana. L’obiettivo dichiarato è di abbattere il caro vita: ma l’aumento del tasso di interesse ha invece come primo risultato quello di incrementare a dismisura i profitti delle banche, ridurre contemporaneamente il credito e comprimere le attività produttive, provocando disoccupazione e diminuzione del costo del lavoro e dei redditi delle famiglie. Le manovre restrittive e pro-cicliche delle banche centrali – Bce compresa – sono esplicitamente tese innanzitutto a stroncare sul nascere qualsiasi richiesta di aumento dei salari e della spesa pubblica. Questa politica fa pagare la crisi al lavoro e al capitale produttivo e premia solo gli interessi della finanza. È quindi il momento di ridiscutere e demistificare il falso mito della “indipendenza” delle banche centrali.

Le banche centrali non vivono nel vuoto, anzi rappresentano l’istituzione centrale del capitalismo finanziario. Esse hanno il monopolio della moneta legale e la trasmettono all’economia solo ed esclusivamente tramite il sistema bancario che è quasi del tutto privato. Pochi sanno che la moneta delle banche centrali – ovvero la moneta legale, la più sicura perché garantita dallo Stato e quindi dalle tasse dei contribuenti – è disponibile solo per le banche commerciali e non per i cittadini, per le imprese e gli enti pubblici, e quindi per definizione non è neutrale (posto che il sistema bancario, in massima parte privato, è orientato al massimo profitto). E pochi sanno che la moneta che utilizziamo normalmente nell’economia reale – a parte le banconote e le monete per le spese spicciole – è creata dal nulla, per il 95%, dalle banche private quando concedono credito ai clienti (per mutui, pagamenti ai fornitori e ai dipendenti, credito al consumo ecc).

La creazione della moneta da parte delle banche procura loro un reddito di signoraggio (ovvero da creazione di moneta) che è essenzialmente un reddito parassitario. Creare moneta in forma di bit, infatti, tendenzialmente non costa nulla: ma cederla sotto forma di credito procura potenzialmente profitti formidabili. Come spiego nel libro Il fallimento della Moneta(Fazi Editore), la moneta delle banche viene creata sempre e solo sotto forma di credito: quindi entra nell’economia sempre e solo come debito: la moneta bancaria deve infatti essere sempre ripagata con gli interessi. La moneta-debito così creata dalle banche viene poi a sua volta prestata, per esempio nel mercato obbligazionario: ne deriva che più aumenta la massa monetaria e più cresce il debito. Ma un’economia fondata sul debito tendenzialmente sempre crescente è destinata inevitabilmente alla crisi e al fallimento. Inoltre un’economia basata sulla moneta privata emessa in regime competitivo per ottenere il massimo profitto non può che correre verso la speculazione finanziaria e immobiliare che offre generalmente rendimenti più rapidi e elevati. Così si gonfiano i mercati finanziari e si generano crisi rovinose. Quando poi il debito viene pagato alle banche la moneta scompare nell’economia: ecco perché la restituzione dei debiti paradossalmente provoca crisi violente! Per evitare le crisi occorrerebbe allora che lo Stato emettesse una moneta pubblica libera dal debito, cioè debt-free.

La moneta creata dalla banca centrale per le banche commerciali è normalmente una frazione della moneta creata dalle banche commerciali: sono queste ultime a comandare il credito e la quantità di moneta-debito che entrerà effettivamente nell’economia reale. Al centro del processo iniziale di creazione della moneta resta comunque l’emissione di moneta legale da parte della banca centrale “indipendente”. Questa emette due tipi di moneta: la moneta di riserva per i pagamenti tra le banche accreditate presso la banca centrale stessa e con la quale si saldano definitivamente le transazioni commerciali; e le banconote, che in teoria sono moneta pubblica ma che, essendo distribuite al pubblico solo dalle banche commerciali, sono in realtà una forma di moneta bancaria (bisogna infatti avere un conto corrente per avere banconote di prima emissione). Senza la moneta legale di banca centrale garantita dallo Stato non sarebbe possibile la creazione della moneta bancaria da parte dei privati.

In tutto questo processo oscuro e complicato di emissione e distribuzione della moneta la società, le imprese produttive, i cittadini e la democrazia restano comunque completamente tagliati fuori. Per svoltare verso uno sviluppo socialmente ed ecologicamente sostenibile occorre dunque innanzitutto introdurre la partecipazione nel sistema e democratizzare le banche centrali. La democrazia deve finalmente entrare anche nel campo strategico degli istituti centrali e delle politiche monetarie. Le associazioni dei lavoratori, degli imprenditori, dei consumatori e della società civile dovrebbero governare le banche centrali perché il sistema monetario è un bene pubblico che riguarda tutti. La moneta, le banche e la finanza sono troppo importanti perché siano gestite solo dai banchieri e dai tecnocrati. La moneta deve diventare finalmente democratica e pubblica, nell’interesse di tutta la società.

Il problema consiste anche nel fatto che quasi sempre le banche centrali, come la Banca d’Italia, nonostante la loro fondamentale importanza per la società, non sono neppure previste dalle Costituzioni nazionali. Hanno un potere enorme ma extra-costituzionale. Per esempio la Costituzione degli Stati Uniti prevede che solo il Congresso abbia il potere di coniare denaro e determinarne il valore. Anche la Costituzione italiana non prevede la banca centrale mentre prevede genericamente che «lo Stato ha legislazione esclusiva sulla moneta» anche se «nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali» (art. 117).

In generale le Costituzioni affidano la potestà sulla moneta allo Stato e non alle banche centrali, e quindi le banche centrali appaiono sul piano giuridico come un “agente dello Stato”, un’agenzia che opera per conto dello Stato. Tuttavia un’agenzia dello Stato può essere autonoma ma non può essere indipendente dallo Stato di cui è agente, a meno che questo non sia previsto dalla Costituzione (come avviene, ad esempio, per la magistratura e la Corte Costituzionale). L’indipendenza di un organo che non è neppure previsto dalla Costituzione e che non è eletto, che non è soggetto allo scrutinio popolare ma che ha il monopolio assoluto della moneta di Stato (la moneta legale) è, quindi, non solo opinabile ma abnorme, anti-democratica e minacciosa della sovranità popolare. Grazie al falso mito dell’indipendenza della banca centrale, il banchiere centrale ha acquisito un potere quasi monarchico. È un potere enorme che non quadra per nulla con il sistema liberale di check and balances che caratterizza, o dovrebbe caratterizzare, le moderne democrazie.

Da qui la proposta che la missione e i compiti delle banche centrali siano fissati dalle Costituzioni democratiche. Le Costituzioni dovrebbero prevedere la banca centrale come organo indipendente governato dalla società civile e dalle parti economiche in collaborazione con le istituzioni democratiche per gestire il bene comune della moneta.

È la prima parte di un testo la cui seconda parte sarà pubblicata nei prossimi giorni


Torna lo spread

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Perché in Italia lo spread è tornato a salire? Parliamo di quanto costa a noi finanziare il debito e quanto costa alla Germania, i cui titoli in Europa sono utilizzati come termine di paragone (benchmark). La risposta canonica è che i mercati temono per la nostra economia e per i nostri conti pubblici, quindi vogliono di più, in termini di interessi, per prestarci i soldi. Il che, già di per sé, è a di poco aberrante: stati e governi soggiogati dai mercati finanziari.

Nondimeno, fermarsi a questa conclusione è come guardare al dito quando qualcuno ci indica la luna. Infatti, in questa faccenda, c’entra molto la politica monetaria della banca centrale. Negli anni scorsi, i tassi si sono tenuti bassi grazie ai programmi d’acquisto della Bce. Per l’Italia questo ha significato che un terzo del proprio debito è finito in pancia all’Eurosistema. E siccome gli acquisti venivano effettuati attraverso le banche centrali nazionali, è come se per una parte lo Stato si fosse indebitato con se stesso. L’Italia, per essere più precisi, alla fine del 2022 aveva un debito con la propria banca centrale per circa 700 miliardi di euro. Su cui, praticamente, non pagava interessi passivi, visto che Bankitalia, per statuto, era tenuta a retrocedere, alle scadenze previste, i propri profitti allo Stato. Una partita di giro, insomma.

Questo fino a febbraio di quest’anno, quando la Bce ha deciso di chiudere con gli acquisti netti di titoli sul mercato secondario (la Bce non può finanziare direttamente gli Stati). Decisione cui ha fatto seguito l’altra di interrompere il reinvestimento dei titoli a scadenza del programma App, quello partito nel 2015 (continua invece il reinvestimento dei titoli acquistati col «piano pandemico» Pepp). Una normalizzazione della politica monetaria, alla quale, da ultimo, si è accompagnata una sterzata vigorosa sui tassi d’interesse, per combattere – è bene ricordarlo – un’inflazione da costi (pesa in primis la crisi energetica), degenerata in inflazione da profitti. Scelta scellerata, che sta danneggiando l’economia e colpendo i ceti popolari.

In compenso, si fa per dire, la Bce ha messo in campo un nuovo strumento per regolare i differenziali di rendimento nella zona euro: il Transmission Protection Mechanism (Tpi), chiamato anche “scudo anti-spread”. Ma non è un meccanismo che funziona automaticamente. La scelta di compare o non comprare titoli pubblici di un dato paese è «discrezionale» e dipende da alcune condizioni. Quali? Il rispetto del patto di bilancio europeo e degli impegni assunti con il Pnrr, l’assenza di squilibri macroeconomici. A queste bisogna aggiungerne un’altra, la più contraddittoria: la «sostenibilità» del debito. Incredibile: l’intervento del Tpi dovrebbe essere previsto proprio quando la «sostenibilità» inizia a vacillare, ovvero quando il debito di un paese dovesse finire sotto attacco speculativo, con rialzo conseguente dei rendimenti e quindi dello spread.

Come è messa l’Italia con queste condizioni? Con l’economia che rallenta (crescita dello 0,8% nel 2023) e i conti pubblici che peggiorano, i nostri titoli potrebbero non essere più acquistabili da Francoforte. Il che sarebbe un grosso problema.

La questione vera è però che l’Europa si rifiuta di adottare l’unica misura in grado di allentare la tensione sui mercati e far respirare i paesi maggiormente indebitati: trasformare i titoli acquistati nell’ambito del quantitative easing in obbligazioni irredimibili. Titoli senza scadenza e a tasso zero. Di fatto la cancellazione di una quota del debito europeo (sulla soluzione tecnica esistono varie proposte). Quello a cui, più o meno, si riferiva l’ex presidente del Parlamento europeo David Sassoli nel 2020.

Che poi, con quali soldi la Bce ha acquistato questi titoli? Denaro creato ex nihilo, con un click. Pensiamoci un po’ sopra: lo Stato emette dei titoli che vengono comprati da una banca, che a sua volta li vende alla banca centrale dello stesso paese; per un lasso di tempo lo Stato rimane indebitato con se stesso e di fatto non paga interessi; la Bce decide che l’Eurosistema non deve più riacquistare i titoli in scadenza, quindi le banche centrali nazionali riversano sul mercato i titoli che hanno acquistato con denaro creato dal nulla; lo Stato torna ad essere indebitato con le banche private; riparte la giostra della speculazione.

Sembra una commedia dell’assurdo, si chiama invece Europa.


Torino. Per l’assessora al bilancio le banche hanno sempre ragione…

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Almeno un risultato è stato raggiunto dalla presentazione dell’interpellanza del cittadino riferita alla clausola capestro contenuta nei mutui stipulati negli ultimi 20 anni dal Comune di Torino con le principali banche (San Paolo, Unicredi, Ccddpp, Deutsche Bank, Dezia). Interpellanza discussa nella seduta del Consiglio Comunale dell’11 settembre scorso. L’assessora al Bilancio Nardelli, in sede di replica, ha espresso con chiarezza il punto di vista dell’attuale Amministrazione. Ma andiamo con ordine.

La clausola capestro. I mutui a tasso fisso stipulati dalla Città contengono una clausola in base alla quale, in caso di estinzione anticipata degli stessi, l’ente pubblico deve comunque pagare l’intero ammontare degli interessi dovuti fino alla scadenza precedentemente fissata del mutuo. Una clausola che pesa per il 15-20% del capitale residuo, che rende impossibile e non conveniente estinguere anticipatamente il mutuo. Si dà il caso che la maggior parte dei mutui comunali, stipulati nei primi anni duemila e fino al 2010, pagano un tasso medio del 4,5% di interesse. Il tasso interbancario Euribor dal 2013 non ha superato lo 0,3% e dal secondo semestre 2015 è diventato stabilmente negativo fino al primo semestre 2022. I tassi di interesse di mercato nel periodo considerato per i nuovi mutui non hanno mai superato il 2-2,5%, la metà dei tassi comunali. E si dà il caso che dall’inizio 2007 il decreto Bersani, convertito nella legge n. 40 del 2 aprile 2007, consente ai privati titolari di un mutuo per l’acquisto o la ristrutturazione di un’abitazione di chiudere il mutuo a tassi elevati e di aprirne uno nuovo con altra banca senza pagare alcuna penale per i mutui stipulati dopo l’entrata in vigore della legge (mentre per quelli precedenti la penale varia dall’1,5 all’1,9%, e proprio nel periodo 2006-2009 il tasso interbancario è stato stabilmente sopra il 2% con un massimo del 5% a inizio 2009).

Il Comune di Torino (e non lui soltanto) invece, stretto nella tagliola dei contratti stipulati con clausola capestro, incapace di denunciare la situazione di strapotere delle banche e di opporsi ad essa, ha continuato a pagare per una decina di anni tassi di interesse mediamente doppi rispetto a quelli di mercato. Vien da chiedersi perché le quattro amministrazioni interessate dal problema (Chiamparino, Fassino, Appendino e, da ultimo, Lo Russo) non abbiano preso alcuna iniziativa politica di denuncia dello strapotere bancario, della complicità di Cassa Depositi e Prestiti con le banche private, della discriminazione dell’ente pubblico trattato peggio di un privato cittadino, né abbiano richiesto, dal 2007 in poi, di essere equiparate legislativamente ai privati eliminando o riducendo drasticamente le penali da pagare. E abbiano lasciato ad alcune delle banche citate (San Paolo e Unicredit) di imporre, da un lato, tassi molto elevati all’Ente comunale e di presentarsi, dall’altro, come enti benefattori della cittadinanza e del Comune attraverso le loro Fondazioni.

Un danno di almeno 150 milioni di euro. L’esatta quantificazione del danno per la Città non è possibile in base alle insufficienti informazioni di cui disponiamo, ma il mancato risparmio si aggira almeno sui 15 milioni all’anno, che, moltiplicati per dieci anni (2013-2022), fanno 150 milioni di euro. Insieme alla sciagurata stipulazione dei derivati, che a fine 2022 hanno già causato una perdita di 165 milioni, e alla cronica incapacità di riscossione coattiva di multe e tributi (1.572 milioni di crediti cancellati ma spesi), la clausola capestro è responsabile del pericolo di dissesto, sempre incombente nonostante la robusta iniezione di aiuti statali. Da notare che anche i pochi nuovi mutui stipulati conservano la famigerata clausola.

Le rinegoziazioni comunali con le banche sono prigioniere di uno schema fisso che si ripete immutabile sotto le diverse amministrazioni succedutesi: si allunga la durata del mutuo, il tasso di interesse viene ridotto di pochi decimali (restando molto più alto del tasso di mercato), si sposta la restituzione delle quote capitale più avanti di qualche anno. In questo modo il Comune ottiene un po’ di ossigeno per coprire la spesa corrente ma perpetua il debito, lo trasferisce alle nuove generazioni e paga molti più interessi (https://volerelaluna.it/territori/2020/07/06/torino-rinegozia-i-mutui-le-banche-ringraziano/). Facendo un esempio concreto: nel mutuo San Paolo 1585 la rinegoziazione nel novembre 2018 ha allungato il mutuo da 7 a 17 anni: nei primi sette anni la quota capitale si è ridotta da 68,5 a circa 22 milioni ma alla fine del periodo, poiché il tasso si è ridotto solo dello 0,33%, invece di pagare 13,5 milioni di interessi il comune paga 30 milioni. Con scadenza immutata e nuovo mutuo a tasso di mercato il Comune avrebbe pagato 8 milioni di interessi, risparmiando quasi 6 milioni su un solo mutuo!

A fronte di questa situazione ecco la spiegazione dell’assessora al Bilancio (sito telematico della Città, registrazione dell’11 settembre 2023): «In gran parte dei contratti di mutuo viene prevista, nel caso di estinzione anticipata del finanziamento, un indennizzo che comunemente e impropriamente viene definito penale, si tratta di un importo che la banca richiede in occasione dell’estinzione anticipata del finanziamento, finalizzato ad assicurare la copertura del rischio che la banca assume nel momento del prestito. Le modalità di quantificazione di tale indennizzo sono analiticamente descritte nel contratto in cui si concede il mutuo sia con le banche private sia con Cassa Depositi e Prestiti. Nel caso di mutui a tasso fisso la banca assume un rischio di tasso d’interesse, considerato che il finanziamento concesso non è indicizzato per definizione in quanto fisso, mentre la propria raccolta ordinaria di liquidità è prevalentemente parametrata agli indici di mercato monetario a breve termine. In caso di aumento dei tassi di interesse la banca subirebbe pertanto una perdita. In sostanza quando un istituto di credito concede un finanziamento a tasso fisso, al fine di coprire il proprio rischio di crescita dei tassi di interesse, si fa un’operazione di copertura integrale del rischio prevedendo il pagamento di un indennizzo a carico del cliente che chiede l’estinzione anticipata. Non è corretto definire penale l’indennizzo previsto per l’estinzione anticipata. Al momento non esiste nessuna specifica disposizione normativa che consenta all’istituto di credito di non applicarlo o all’ente di pretenderne la disapplicazione». In una Commissione Bilancio della circoscrizione 3 del 29 marzo scorso, a proposito delle continue rinegoziazioni dei mutui comunali, l’assessora aveva, inoltre, affermato: «Le contrattazioni con le banche, la stessa Cassa depositi e prestiti lavora sempre sull’equivalenza economica, le altre banche sono enti che devono gestire il risparmio di tutti i cittadini italiani, quindi non possono fare operazioni in perdita, si fa una rinegoziazione più respiro come pagamento delle rate ma nessuno rinegozia riduce un tasso che aveva quel valore. Ci deve essere sempre il discorso dell’equivalenza economica».

Cosa si deduce dalle spiegazioni dell’assessora al Bilancio? Che le banche hanno ragione, anzi non esiste alcuna clausola penale e tanto meno capestro: le banche devono tutelarsi dai rischi di mercato e lo fanno con la clausola che blinda i tassi stipulati fino al termine di durata dei mutui; che non vi è alcuna norma che consenta alla banca di non applicare l’indennizzo o agli enti locali di chiederne la disapplicazione (dimenticando che si tratta di un contratto, come tale modificabile tra le parti tramite nuova intesa o con ricorso all’autorità giudiziaria); che anche nelle rinegoziazioni è giusto che le banche non subiscano perdite (in verità ne hanno un bel guadagno perpetuando gli interessi fuori mercato) perché le banche non possono fare operazioni in perdita; che la clausola è motivata dalla necessità della banca di coprire il proprio rischio di perdite con l’aumento dei tassi di interesse (dimenticando che qui stiamo parlando di estinzione in caso di riduzione dei tassi di interesse di mercato e che la riduzione di tassi di interesse molto più alti del mercato avrebbe comportato per le banche non delle perdite ma solo una riduzione dei profitti!). Da notare che nel primo semestre 2023 le principali banche hanno dichiarato utili record (7 miliardi Intesa San Paolo, 4,4 Unicredit, 1,8 CDP) e che la distanza tra i tassi di interesse praticati sui prestiti e la remunerazione dei conti correnti è cresciuta del 25% negli ultimi sei mesi (4,3% contro 0,4%) a favore delle banche (la Repubblica, 17 settembre, p. 8).

Il presidente o l’amministratore delegato di Intesa San Paolo o di CDP non avrebbe potuto riassumere meglio dell’assessora il punto di vista degli istituti di credito. Ma quello dell’ente pubblico e, soprattutto, dei cittadini è lo stesso? La posizione dell’assessora è quella dell’intera maggioranza comunale? C’è qui la dimostrazione del fatto che quando parliamo di strapotere delle banche in città, di supina subordinazione degli amministratori, di incapacità di tutela degli interessi dei cittadini non si tratta di un discorso ideologico ma di una triste verità.

Il futuro. Superfluo aggiungere che la considerazione dell’assessora secondo cui con gli aumenti record del 2023 un’eventuale operazione di estinzione anticipata non è più conveniente non annulla gli errori del passato e del presente e non esime l’attuale Amministrazione dall’obbligo morale di tutelare meglio il denaro dei cittadini e di battersi per eliminare la clausola capestro dai nuovi contratti. Anche perché i tassi potrebbero nuovamente scendere e in quel caso, poiché, a oggi, il 63% dell’ammontare del debito comunale – secondo la Corte dei Conti Regionale – è composto da mutui a tasso fisso, si ricreerebbe in modo ancora più pesante la situazione penalizzante del decennio 2013-2022.


Per una moneta “bene comune”

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A partire dall’ultima grande crisi finanziaria del 2007-2008 è cresciuto, sia dentro che fuori l’ambito accademico, l’interesse per la moneta e la sua fenomenologia moderna, e ovviamente per il ruolo delle banche centrali, il cui protagonismo, attualmente, è dato soprattutto dalla cosiddetta “lotta all’inflazione”, a sua volta concepita, dogmaticamente, come un fenomeno monetario. Ma la moneta, oggi, da dove viene? Sono tanti, tra gli economisti accademici e non, quelli che hanno cercato di dare risposte esaustive a questa domanda negli ultimi anni. Ci prova, riuscendovi bene, anche Enrico Grazzini nel suo Il fallimento della moneta. Banche, debito e crisi. Perché bisogna emettere una moneta pubblica libera dal debito (Fazi, 2023), indicando per di più una via d’uscita per il superamento delle attuali criticità del sistema.

Intanto, ricorda l’autore, bisogna distinguere tra banconote, riserve e moneta bancaria. Le prime due sono emesse dalle banche centrali, mentre la terza, che costituisce l’80% del denaro in circolazione, è costituito da depositi che le banche private creano erogando prestiti a cittadini e imprese. La quasi totalità del denaro in circolazione, creato dal nulla, è dunque credito delle banche e debito per chi lo riceve. Ma se il denaro può essere creato all’infinito, come mai «milioni di persone soffrono la fame perché non hanno abbastanza denaro per acquistare cibo»? Perché la distribuzione della moneta è una questione politica: attraverso di essa si cerca di regolare i conflitti sociali.

E le banche centrali? Sono essenzialmente banche delle banche commerciali. Queste ultime, in competizione tra loro, fanno credito per fare profitti, non per sostenere l’economia e finanziare valori d’uso sociali. «Non allocano nella maniera migliore le risorse monetarie, né tendono all’equilibrio», sottolinea Grazzini. Fino a quando il giocattolo non si rompe, come è accaduto con la crisi dei mutui americani. Le banche non sono di aiuto per uscire dalle crisi, piuttosto «ne costituiscono il principale fattore». Ma il money-for-profit, è la conclusione dell’autore, «comporta strutturalmente l’inasprimento delle diseguaglianze e la concentrazione della ricchezza presso l’1% della popolazione, il finanziamento delle industrie fossili oligopoliste, la pro-ciclicità del credito privato (boom and burst, prosperità e depressione), e spinge le banche – a causa della competizione spasmodica e della ricerca del massimo profitto nel più breve tempo possibile –, a finanziare soprattutto attività immobiliari e finanziarie che promettono di procurare grandi plusvalenze in tempi brevi. Da qui la tendenziale trasformazione degli istituti di credito in società finanziarie, e quindi la creazione di enormi quantità di moneta-scommessa, di capitale fittizio, ovvero la creazione di mercati puramente speculativi e fondati sul debito che mandano in rovina l’economia reale (come i derivati, le criptovalute e gli eurodollari)».

Le periodiche crisi finanziarie «sono dunque endogene» al sistema. Anche per questo è necessario cambiare la missione delle banche centrali. È il momento di ripensare alla loro “indipendenza” (che è “dipendenza” dai mercati e dagli interessi della speculazione), restituendo alla moneta una sua funzione, per così dire, “sociale”, in quanto “bene comune”.

L’ultima parte del lavoro di Enrico Grazzini è un programma di riforma del sistema monetario. Limitare i movimenti di capitale e deglobalizzare la finanza, innanzitutto. Ma il sistema monetario non dovrebbe essere monopolio dello Stato, che pure dovrebbe liberarsi dall’abbraccio mortale con i mercati, monetizzando il proprio debito (finanziamento della spesa pubblica con moneta libera dal debito). La soluzione prospettata ricalca quella del cosiddetto Chicago Plan, il piano elaborato negli anni Trenta da un gruppo di economisti dell’omonima città statunitense, tra cui Irving Fisher. Separare l’attività creditizia dalla creazione ex nihilo di moneta. Le banche per prestare il denaro devono averlo, la riserva deve essere del 100%. Mentre la creazione di moneta, libera dal debito, dovrebbe avvenire democraticamente. Le banche centrali dovrebbero essere controllate dalle associazioni dei lavoratori, degli imprenditori, dei consumatori e delle parti sociali. Dovrebbe essere la società civile a stabilire, in base ai suoi bisogni reali, la produzione e la distribuzione di moneta. Utopia? Grazzini è consapevole che qualsiasi riforma del sistema monetario è destinata a incontrare una resistenza durissima da parte dei “padroni della moneta”. Troppo alta è la posta in gioco, ci sono di mezzo interessi colossali. Ma l’alternativa è un mondo sempre sull’orlo di crisi che sfociano in catastrofi sociali. Le banche e il sistema bancario “ombra” (shadow banking) provocano le crisi, che vengono sanate dalle banche centrali portando il conto ai cittadini. È quello, ad esempio, che è accaduto in Europa con la cosiddetta “crisi dei debiti sovrani” nel 2011-2012.

Resta, nondimeno, un interrogativo. Il sistema capitalistico è, come ci hanno insegnato da Marx a Keynes, un’economia monetaria. Nondimeno, è sufficiente cambiare l’architettura del sistema monetario per rovesciarne radicalmente il segno? Le questioni affrontate nel libro di Enrico Grazzini sono di fondamentale importanza. Ma una società diversa da quella capitalistica presuppone soprattutto un cambiamento nei rapporti di produzione e la fine della separazione tra chi detiene i mezzi di produzione e chi vende la sua forza-lavoro, intellettuale o manuale che sia. E Grazzini questo aspetto non lo trascura: «Karl Marx aveva ragione: la radice delle disuguaglianze nasce dalla struttura dei rapporti produttivi e sociali e deriva essenzialmente dalla disparità di potere economico, e quindi dalla diseguaglianza crescente tra redditi di lavoro e redditi da capitale», ma «non vi è alcun dubbio che le disuguaglianze originate nell’economia reale siano enormemente amplificate dal sistema bancario e finanziario».


Il Governo servo di due padroni

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Cerchiamo di capirlo, una buona volta. Nell’epoca che ci tocca di vivere, la scena politica è essenzialmente dominata da due fazioni. Da un lato ci sono i capitali più forti, in posizione di credito, vincitori della competizione sui mercati e per questo ben rappresentati dai partiti di orientamento liberista. Dall’altro lato ci sono i capitali più deboli, con debiti sulle spalle, che dalla lotta sui mercati escono malconci e bisognosi di prebende, e i cui interessi trovano talvolta espressione nelle cosiddette forze populiste. Queste due bande armate a volte si blandiscono, altre volte si scontrano, e sempre vanno a braccetto quando si tratta di schiacciare i salari e i diritti della classe lavoratrice. Che la ribalta politica, invece, non la vede da un pezzo.

Questo semplice schema interpretativo vale oggi un po’ per tutti i grandi paesi dell’occidente capitalistico, e ovviamente vale anche per l’Italia. Con una piccola variante, però. Il governo di Meloni e Salvini si è reso protagonista di un interessante esercizio di equilibrismo politico. Il tentativo consiste nel rendersi servi di tutti e due i padroni. Giorgia, Matteo e gli altri ministri di turno stanno sudando le proverbiali sette camicie – o sette canotte, a seconda del guardaroba – per soddisfare le pretese dei capitali forti come dei capitali deboli, dei creditori come dei debitori, delle grandi famiglie proprietarie come dei piccoli imprenditori.

La recente imposta sui cosiddetti extraprofitti bancari è un tipico esempio di questo zelante tentativo di camerierato su due tavoli. Stando a dati di Bankitalia e Abi, nell’ultimo anno i maggiori gruppi bancari italiani hanno registrato aumenti delle entrate da interessi netti per circa 13 miliardi, di cui oltre 11 a carico delle imprese debitrici. Si tratta di un aumento che le banche potranno registrare pressoché integralmente sotto la voce profitti, dal momento che gli interessi passivi che pagano sui depositi della clientela sono rimasti quasi fermi. Lo spostamento di reddito dai debitori alle banche creditrici è indubbiamente notevole. Del resto, come abbiamo cercato più volte di spiegare, la politica degli alti tassi d’interesse decisa dalla Bce serve esattamente a questo scopo: non certo frenare l’inflazione quanto piuttosto adeguare ad essa i tassi d’interesse. L’aumento dei tassi, infatti, compensa l’erosione di valore del capitale che i creditori e le banche subiscono a causa dell’aumento dei prezzi. In sostanza, la banca centrale agisce come una sorta di “scala mobile per i capitalisti” in posizione di credito. Quelli hanno ancora l’adeguamento al costo della vita, i lavoratori ovviamente no.

Banche e creditori, dunque, calorosamente ringraziano per l’aumento dei tassi d’interesse deciso a Francoforte. Ma le imprese debitrici? Finché l’inflazione persiste, queste possono scaricare l’aumento dei tassi direttamente sui prezzi. Ma se la fase inflazionistica volge al termine allora l’aumento degli oneri sul debito non trova più sbocchi e inizia a mordere, specie per le piccole imprese con scarso potere di mercato. Che a quel punto cominciano a lamentarsi. Meloni e Salvini temono così che l’esercizio di equilibrismo tra i due padroni finisca tra le proteste di uno di essi: i padroncini. Per questa ragione, inventano una piccola imposta straordinaria, che dovrebbe dare un gettito di circa 2 miliardi. Una parte cospicua di queste entrate, statene certi, andrà a mitigare proprio l’onere delle piccole imprese debitrici. Sarà sufficiente per evitare una nuova rivolta degli imprenditori a rischio di insolvenza? A Palazzo Chigi ci sperano tanto.

Come nel circo, l’equilibrismo tra due padroni si fa sempre più difficile ma prosegue. Cosa resta dunque alle famiglie di lavoratrici e lavoratori alle prese con il caro mutui? Poco o nulla, per due ragioni. In primo luogo, il gettito andrà in soccorso in misura maggiore ai debitori principali, che sono imprese, per l’appunto. In secondo luogo, l’imposta non si applica sulle commissioni, e si può star certi che le banche le aumenteranno soprattutto sui piccoli depositi. La tassa sugli extraprofitti, insomma, è un Robin Hood che al limite toglie ai ricchi più forti per dare ai ricchi più deboli. Dei poveri sostanzialmente se ne frega.

Da tutto questo si potrebbe anche ricavare un insegnamento per le opposizioni desiderose di rappresentare gli interessi della classe subalterna. Quando il governo dei due padroni getta un misero osso, è sempre meglio attaccare che scodinzolare.

L’articolo è tratto da il manifesto dell’11 agosto, in cui è stato pubblicato
con il titolo “I due padroni del governo e l’opposizione”


Extra-profitti delle banche: la tassa non è per i poveri

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Lo scorso 7 agosto, con una norma infilata nel cosiddetto “decreto omnibus”, il Governo ha deciso a sorpresa di istituire una tassa straordinaria sugli extra-profitti delle banche. La misura, secondo Matteo Salvini, dovrà servire a reperire risorse aggiuntive per far fronte al caro-mutui, per «abbassare le tasse» e per tagliare, ancora, il cuneo fiscale. Introiti attesi? Forse «alcuni miliardi», è stata la conclusione laconica del ministro. Si vedrà.

Intanto, il primo effetto della decisione è stato il crollo in borsa dei titoli bancari (bruciati 9 miliardi di capitalizzazioni). I mercati hanno detto la loro: in Italia come in Europa, perché si teme che dopo Madrid e Roma, anche altri Paesi possano mettere nel mirino i lauti guadagni degli istituti di credito. Non tutti nelle crisi ci perdono. L’inflazione che attacca il potere d’acquisto dei ceti popolari è la stessa che fa ricchi i soci delle banche (come guerra e speculazione hanno fatto il bene delle compagnie energetiche), complice la politica monetaria della Bce (i recenti fallimenti di alcuni istituti americani, tuttavia, dicono che la politica dei tassi alti può anche nuocere ai bilanci delle banche, dal momento che ne risente il valore delle obbligazioni che le stesse banche hanno in pancia).

L’aliquota, fissata al 40%, verrebbe applicata al cosiddetto «margine di interesse» delle banche, «escluse le società di gestione dei fondi comuni e le società di intermediazione mobiliare», se questo, nel 2022, ha ecceduto del 5% quello dell’anno precedente e nel 2023 è stato maggiore del 10% rispetto al 2021. Il «margine di interesse», ad ogni buon conto, è la differenza tra gli interessi passivi e quelli attivi di una banca, ergo tra quanto costa il denaro alla banca e quanto costano i prestiti a cittadini e imprese.

Grazie alla stretta monetaria (rialzo dei tassi), le banche hanno visto lievitare di molto i loro profitti negli ultimi due anni. Si stima che le prime cinque banche italiane, nel primo trimestre di quest’anno, abbiano visto crescere del 57,6% il proprio «margine di interesse». Hanno fatto meglio delle altre banche europee, perché i loro attivi sono maggiormente agganciati a tassi variabili, quindi immediatamente influenzabili dalle scelte di Francoforte (rate aumentate del 63% da inizio 2022). In valore assoluto, i numeri rendono ancora meglio l’idea. Nel 2020 il margine di interesse aggregato delle cinque più grandi banche del Paese (Intesa, Unicredit, Banco Bpm, Bper e Mps) è stato di 38,74 miliardi. Nei primi sei mesi di quest’anno le stesse banche hanno già totalizzato 40 miliardi. La sola Intesa San Paolo, da gennaio ad oggi, ha fatto registrare un aumento degli utili dell’80%, con dividendi per gli azionisti pari a 3 miliardi di euro.

Applicando l’aliquota del 40% al «margine di interesse» dei primi sei mesi dell’anno, secondo alcuni analisti lo stato incasserebbe non meno di due miliardi e mezzo di euro. Ma non è affatto scontato. Bisognerà innanzitutto attendere la versione finale della norma (e i criteri applicativi), confidando nella fermezza del Governo nel voler perseguire fino in fondo i suoi obiettivi (le marce indietro sono una costante del Governo Meloni). Finora, l’unica certezza è che sono bastati i tonfi in borsa delle principali banche del Paese e un duro ammonimento di JP Morgan («Italia sotto osservazione dopo il provvedimento del Governo sulle banche») a far fare all’esecutivo un primo passo indietro sulle soglie di profitto oltre le quali scatterebbe il prelievo straordinario (dal 3 al 5% quella del 2022, dal 6 al 10% quella del 2023).

Ma è l’utilizzo che si dovrebbe fare di questi soldi che lascia maggiormente perplessi (c’è da considerare comunque che il prelievo è una tantum). Vada per l’aiuto a chi ha fatto il mutuo per la prima casa, ma se tra gli obiettivi c’è anche quello di «abbassare le tasse» a chi può pagarle (per i ceti meno abbienti il problema non è la tassa sul reddito ma il reddito stesso, che non c’è o è insufficiente), oppure quello di porre a carico del bilancio dello stato gli aumenti salariali che dovrebbero discendere invece dalla contrattazione (il sempreverde «taglio del cuneo fiscale»), la manovra rischia di tradursi in un trasferimento di risorse da un capo all’altro dello stesso segmento medio-alto della società. Un altro regalo a chi sta sopra, insomma, dopo la cancellazione del reddito di cittadinanza per 160 mila famiglie (altre 90 mila da qui a dicembre).

Un curioso paradosso: l’unico, tra i banchieri, a mostrare comprensione per la scelta del Governo è stato Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa San Paolo, che però ha ammonito: «I proventi vengano utilizzati per far fronte all’emergenza sociale del Paese, quella della crescita delle disuguaglianze, con misure per chi si trova in maggiore difficoltà». Ma non è difficile scavalcare a sinistra Salvini e i suoi amici del Governo.


Torino: dal rischio di dissesto a una pioggia di milioni

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In questi giorni il Comune di Torino ha approvato il bilancio preventivo 2023 e il conto consuntivo 2022. I numeri ci raccontano uno scenario fatto di luci e di ombre. Ma la contraddizione, come si diceva una volta, è il motore della storia.

L’ombra del dissesto. A fine 2020 la situazione dei conti comunali appariva disastrosa (https://volerelaluna.it/territori/2022/05/16/torino-tra-rischio-di-dissesto-e-sovvenzioni-statali/): 3 miliardi e 467 milioni di debito, tra il residuo dei mutui per investimenti e spesa corrente finanziata in debito (anticipazioni di liquidità, 516 milioni dal 2013 da parte della giunta Fassino), uguale a quello lasciato dalle amministrazioni Chiamparino nel 2010 . Ma dopo aver pagato 2 miliardi e 84 milioni di euro alle banche tra interessi e quota capitale e aver venduto, sempre nello stesso periodo 2011-2020, beni comunali per 490 milioni di euro. Dieci anni consecutivi di cassa negativa al 31 dicembre, con -116 milioni a fine 2020 e nonostante un ulteriore prestito da CDP per oltre 194 milioni di euro per poter pagare i creditori. Ingenti perdite sui derivati comunali, circa 15 milioni all’anno, interessi passivi di cassa intorno ai 7 milioni annui. Crollo della capacità di contrarre nuovi mutui, una media di soli 35 milioni all’anno, una cifra irrisoria per le necessità di una grande città come Torino. Incapacità cronica di recuperare i propri crediti per multe, sanzioni e tributi, tanto che a fine 2020 su 1 miliardo e 330 milioni di crediti comunali (detti residui attivi), oltre la metà, 735 milioni, erano ritenuti dagli stessi amministratori irrecuperabili, persi e coperti da accantonamenti obbligatori (FCDE) (https://volerelaluna.it/talpe/2018/07/13/la-crisi-finanziaria-del-comune-di-torino-ragioni-e-prospettive/

Una pioggia di milioni. Torino si trovava a questo punto tra le quattro città più indebitate d’Italia (https://volerelaluna.it/territori/2021/11/08/il-debito-di-torino-se-39-miliardi-vi-sembran-pochi/): ma ecco che iniziano i regali: nel 2021 il Governo le assegna 30 milioni perché ha troppo disavanzo (!) e 112 milioni perché alcune sentenze della Corte Costituzionale hanno obbligato il Comune a restituire i debiti di spesa corrente (detti anticipazioni di liquidità, totale 711 milioni dal 2013) in dieci anni e non in trenta come precedentemente era stato previsto. Con la nuova amministrazione Torino firma il “Patto per Torino”, nome pomposo che contiene un miliardo e 100 milioni in venti anni, senza alcuna restituzione né interesse, per evitare il fallimento della città. In effetti sono già stati accettati 79 milioni per il 2022, 141 per il 2023 e 114 per il 2024. In totale siamo a 476 milioni di euro che arricchiscono il bilancio comunale, a cui si aggiungono consistenti anticipi per la linea due della metro. Si concretizza il miracolo: la cassa a fine anno diventa attiva già nel 2021 e addirittura di 183 milioni a fine 2022 e gli interessi passivi di tesoreria crollano a poco più di 2 milioni e 600 mila euro.

Altro regalo: il PNRR, ovvero una pioggia di opere pubbliche gratis. Se dipendesse dalle disponibilità del bilancio comunale gli investimenti dei prossimi anni sarebbero quasi nulli: nel 2022 sono stati contratti nuovi mutui per 10 milioni e questa stessa somma si prevede non verrà superata in ognuno dei due anni successivi. Ma arriva il PNRR della Comunità Europea, che porta a Torino ben 458 milioni di euro in opere pubbliche da realizzare nei prossimi anni. Circa 170 milioni vanno per il rinnovo del parco autobus; circa 100 milioni all’area del parco del Valentino (nuova biblioteca civica e riqualificazione teatro nuovo per 72 milioni, recupero del parco, 13 milioni, restauro del borgo medioevale, 6 milioni e ripristino della navigazione sul Po, siccità permettendo, per 9 milioni). Per la discussa e discutibile creazione nel parco del Meisino della Cittadella dello sport sono previsti 11,5 milioni. Il Comune ha inserito inoltre: una quindicina di manutenzioni straordinarie di edifici scolastici per circa 39 milioni; il restauro delle biblioteche di quartiere per oltre 23 milioni; la manutenzione straordinaria dei principali mercati rionali, compresi Porta Palazzo e corso Racconigi, per 10 milioni. Viene prevista la manutenzione straordinaria di impianti sportivi e piscine per 9 milioni; circa 7 milioni sono per la manutenzione delle aree verdi e infine circa 50 milioni per la manutenzione straordinaria di edifici comunali, unità abitative, edilizia residenziale pubblica (dati tratti dalla relazione dei Revisori dei conti al consuntivo 2022, pp. 33-35). Seguono una serie di interventi sparsi che omettiamo per brevità. Tutto bene allora? Vorremmo poter dire di sì.

I nodi irrisolti. Come vanno gli aggregati che dipendono dall’amministrazione comunale? I derivati nel 2022 hanno continuato a dissanguare le casse comunali, -15 milioni; totale dal 2002, 169 milioni di perdite! L’impegno preso solennemente nel Patto per Torino di aumentare la riscossione dei tributi e delle sanzioni comunali non ha avuto seguito. Anzi, si è intensificata la cancellazione dei crediti comunali peraltro già impegnati e spesi: nel consuntivo 2021 sono stati cancellati 56 milioni di multe stradali relative all’anno 2015 e ora, consuntivo 2022, altri 62 milioni relativi al 2016. Nei due anni considerati le cancellazioni hanno, per la prima volta, superato gli incassi, peraltro quasi totalmente spontanei. Anche per la Tari, seppure evasa in misura decisamente minore, i crediti non sono stati riscossi se non in minima parte. L’unica misura attuata, l’aumento dell’addizionale Irpef, ha portato 19 milioni in più all’anno nelle casse del Comune. Occorre rilevare però che, essendo l’Irpef abbondantemente evasa, la misura ha continuato a colpire gli onesti che già la pagavano. Nei nuovi mutui – pochi – la città continua a subire la clausola vessatoria che impedisce estinzioni anticipate in caso di calo dei tassi di interesse e che ha già fatto perdere molte decine di milioni negli scorsi anni, a favore delle banche, San Paolo in primis, quando i tassi erano scesi al minimo e quelli comunali erano almeno il doppio. Una conferma autorevole è venuta dalla stessa assessora al Bilancio in un dibattito alla circoscrizione 3. Nonostante le promesse di sostituire almeno i dipendenti che vanno in pensione, è continuata l’emorragia del personale: erano 12.350 nel 2005, solo più 7.192 a fine 2022, un calo del 42%. Si capisce allora perché occorrono sei mesi per il rinnovo della carta di identità. Il costo della restituzione dei mutui rimasti supererà, nel 2023, i 200 milioni.

Il macigno del debito. Dal 2013 in poi, mentre il Comune continua a restituire i mutui degli investimenti, il debito per la spesa corrente è aumentato. Il risultato è che a fine 2022, a fronte di 2 miliardi e 413 milioni di mutui residui, ci sono 681 milioni di disavanzo di spesa corrente, per un totale debitorio di 3 miliardi e 94 milioni di euro. Il debito totale, che, alla fine dei 10 anni della giunta Chiamparino, era di 3 miliardi e 454 milioni, è dunque sceso, dodici anni dopo, di 360 milioni, 30 miseri milioni all’anno. Se l’aritmetica non è un’opinione, di questo passo, e senza fare alcun nuovo debito, ci vorranno cento anni abbondanti per azzerare il debito! Per qualche anno questa situazione di dissesto incombente e di paralisi amministrativa per mancanza di risorse potrà essere mascherata coi finanziamenti ottenuti dallo Stato e con le opere pubbliche gratuite del PNRR. Ben vengano questi fondi. Ma non affrontando nessuno dei nodi gordiani che strozzano il bilancio cittadino – dallo strapotere delle banche all’incapacità di riscossione, dai rapporti opachi con le controllate INFRA.TO e GTT alla mancanza dell’IMU sulla prima casa – c’è da temere che, al più tardi fra tre o quattro anni, ci ritroveremo seduti per terra. E allora non resterà che raccomandarci alla Divina Provvidenza.


Draghi, Renzi e la dittatura del mercato

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La sensazione è quella di scivolare su un piano inclinato: dal male (un male senza alternative migliori) del governo Conte al peggio del possibile governo Draghi, al pessimo di un governo Salvini-Meloni, che sembra ora ancor più inevitabile.

Matteo Renzi c’è riuscito di nuovo. Prima con Letta, adesso con Conte: attraverso crisi extraparlamentari strozzatesi nelle ovattate stanze del Quirinale, ha ucciso due governi che avrebbe dovuto lealmente sostenere. Nel primo caso per fatto personale (l’ascesa alla presidenza del Consiglio), in questo anche (per riacquistare un qualche credito agli occhi dell’establishment internazionale). E in entrambi con la stessa disinteressata dedizione agli interessi del Paese che è apparsa nel mostruoso episodio saudita (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2021/02/01/matteo-renzi-e-il-rinascimento-saudita/): che da solo sarebbe bastato a porre fine a a qualunque carriera politica, in un paese civile.

Renzi, dunque, trionfa: umiliando tutti (a partire dal Parlamento) e presentandosi a fianco di Mattarella come il salvatore della patria. Un gioco di sponda che, spiace dirlo, ingenera qualche dubbio anche sul ruolo del presidente della Repubblica: specie per il singolare discorso con cui questi ha escluso tassativamente la possibilità di andare ora ad elezioni. Un orientamento che Renzi forse non ignorava, come invece, evidentemente, lo ignoravano i vertici del Pd: i quali, inducendo Conte a dimettersi laddove non era affatto necessario, ne hanno servito a Renzi la testa su un piatto d’argento.

Se Renzi è il grande elettore di Draghi, cosa faranno gli altri? La Lega ha un duplice interesse a permettere che questo governo nasca: prima astenendosi (e così rivelandosi determinante, e apparendo affidabile a mercati e poteri internazionali – «Salvini ha una grande opportunità – ha subito twittato il direttore di Repubblica Maurizio Molinari – il sostegno a Draghi gli consentirebbe di avere la legittimità europea che gli manca»), e poi intercettando la protesta sociale che l’azione di Draghi provocherà. Il Pd è nella situazione peggiore: il suo profilo moderato e “responsabile” gli rende difficile sfilarsi, ma il rischio che Renzi se lo riprenda, svegliando le quinte colonne dormienti, è ora concretissimo. Il Movimento 5 Stelle ha invece la sua grande occasione per tornare a un ruolo antisistema, recuperando un po’ di quella presa che sembrava ormai irrimediabilmente perduta: se dice di no a Draghi, potrebbe essere l’unica opposizione – insieme, forse, alla falange della Meloni, frenata però dalla linea morbida di Forza Italia e Lega, e comunque tentata dall’astensione. Se invece dovesse prevalere la sindrome di Stoccolma, e i Cinque Stelle votassero per Draghi, il Movimento sarebbe davvero finito: e anche questo colpisce nella scelta di di Mattarella, avvenuta senza consultazioni sul nuovo nome. Perché imporre al Movimento non una Cartabia o una Lamorgese, ma il grande custode del sistema bancario internazionale, quasi pretendendo la definitiva abiura dei 5 Stelle dalla loro più profonda identità?

Perché, al di là dell’effimera geometria parlamentare di cui sopra, il significato profondo dell’avvento del messia Draghi è assai evidente: esce di scena il tentativo di risposta (fallimentare, caotico) alla domanda di giustizia ed eguaglianza suscitata dalla dittatura del mercato internazionale e dell’establishment ad esso legato; e rientra in scena, attraverso un suo gran sacerdote, esattamente quel mercato e quell’establishment. Passiamo da una cura inadeguata e sbagliata, al ritorno in grande stile della malattia. Vista dal punto di vista della grande maggioranza del Paese (chi vive del proprio lavoro, e chi lavoro non ha), è una netta regressione.

A dirlo è la storia dello stesso presidente del consiglio incaricato. Marco Revelli ha ricordato, su questo sito (https://volerelaluna.it/controcanto/2020/03/29/draghi-lupi-faine-e-sciacalli/), il ruolo centrale avuto da Draghi (come direttore generale del Tesoro per dieci anni cruciali dal 1991al 2001) nella svendita del patrimonio pubblico italiano. Nella brutale sintesi di Francesco Cossiga (una volta tanto lucido): «il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica: la svendita dell’industria pubblica italiana quando era direttore generale del Tesoro […]». Cossiga aggiungeva che «non si può nominare presidente del Consiglio dei ministri chi è stato socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana». Uno scrupolo che evidentemente Sergio Mattarella non nutre.

Naturalmente, tutto questo non significa che Draghi non capisca la delicatezza della situazione, e non provi a governare in un’altra direzione. Come ha scritto il direttore della rivista Il Mulino, Mario Ricciardi: «Ciò che Mario Draghi ha fatto in passato, come civil servant e come banchiere centrale, non consente di affermare con certezza in che direzione si orienterà la sua azione in futuro. L’uomo ha mostrato, anche di recente, di essere un pragmatista. La situazione, anche a livello internazionale, non è più quella del 2008. Dogmi sono stati messi in discussione, nuove minacce si sono palesate, che in Italia destano grande preoccupazione». Ma, aggiunge giustamente Ricciardi, «sul piano strettamente politico questo comporta resistere alla pressione, evidente in alcune tra le reazioni alla convocazione di Draghi al Quirinale, di chi non vede l’ora di chiudere la stagione sfortunata dell’alleanza tra Pd e M5s, vedendo nella caduta del governo Conte il segnale di un ritorno alla normalità: la vittoria finale dei competenti sugli incompetenti, il trionfo della meritocrazia sull’arroganza dei mediocri. […] L’idea di un’aristocrazia che si autoproclama tale è una pericolosa illusione, che non può che aumentare ulteriormente, e in modo pernicioso, il solco tra istituzioni e società civile, tra classi dirigenti e cittadini. […] Un’aristocrazia di cosmopoliti il cui principale interesse è la mobilità del capitale finanziario non può andare lontano quando entra in conflitto con una parte consistente della popolazione». Un’aristocrazia a cui credono di appartenere, per esempio, i grandi magnati italiani padroni dei giornaloni che ora spandono nuvole di incenso intorno a Draghi – e al sicario di Rignano.

Le prime parole di Draghi da presidente incaricato hanno menzionato la «possibilità di operare con uno sguardo attento alle future generazioni e alla coesione sociale». “Coesione sociale” può voler dire cose molto diverse: il desiderio della suddetta aristocrazia di strozzare il conflitto sociale, per non vedere il sangue per strada quando scende dal superattico; o, al contrario, un obiettivo di pace sociale da raggiungere attraverso la giustizia sociale. Ora, il passaggio centrale del discorso di Draghi al meeting di Comunione e Liberazione della scorsa estate invocava un unico dogma, anzi un “imperativo assoluto”: «Il ritorno alla crescita, una crescita che rispetti l’ambiente e che non umili la persona, è divenuto un imperativo assoluto: perché le politiche economiche oggi perseguite siano sostenibili, per dare sicurezza di reddito specialmente ai più poveri» (https://volerelaluna.it/controcanto/2020/08/22/le-favole-draghi-e-il-pd/). Se questa è la prospettiva, siamo saldamente dentro la logica suicida di una crescita infinita e produttrice di iniquità letali, appena mascherata da sostenibilità e compassione. Intendiamoci, non che con Conte e la sua maggioranza fossimo su una linea alternativa: ma così si torna all’ortodossia mortale del pensiero unico.

Manca, come sempre, uno sguardo di sinistra: come certifica, tragicomicamente, l’apertura a Draghi da parte delle frattaglie cucite in Liberi e Uguali. Quello sguardo dal basso, icasticamente presente in un tweet di Mauro Vanetti: «Hai poco da compiacerti della competenza del cuoco, se sei un ingrediente».

Già nel 1970 un pensatore profetico come Ivan Illich poteva scrivere che «la questione centrale del nostro tempo rimane quella che i ricchi vanno diventando ancora più ricchi, i poveri ancora più poveri». Il fatto che, cinquant’anni dopo, l’Italia si affidi a un Mario Draghi, fa pensare che siamo ancora ben lontani non dico dall’invertire la rotta, ma anche solo dal capire che quella è davvero, e sempre di più, la questione centrale.


Torino rinegozia i mutui. Le banche ringraziano

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Alla fine degli anni Novanta del secolo scorso le amministrazioni comunali torinesi stipularono, oltre ai classici mutui, dei buoni ordinari comunali (BOC), aventi caratteristiche di prestiti obbligazionari. Tali prestiti sono del tutto simili ai mutui classici nelle modalità di calcolo e di restituzione del debito: la rata semestrale comprende una quota di rimborso del capitale, crescente nel tempo, e una quota di rimborso degli interessi, decrescente a sua volta.
I contraenti furono Crediop, poi assorbito dalla banca belga Dexia, per un importo iniziale di circa 417 milioni di euro; Banco di Sicilia poi San Paolo per 222 milioni, Unicredit e Abn Amro, olandese, per 216 milioni e Deutsche Bank per un unico Buono da quasi 355 milioni di euro. La quota di BOC sottoscritti da Unicredit Abn Amro è stata poi acquistata dalla banca Dexia. I tassi di interesse erano per alcuni boc fissi e per altri variabili.
La maggior parte di questi Buoni furono accompagnati da sottostanti contratti di derivati, stipulati nelle intenzioni degli amministratori per garantire il Comune dai rischi di oscillazione dei tassi variabili e poi estesi anche ai buoni a tasso fisso. I BOC erano equamente distribuiti tra tasso fisso e tasso variabile.

Spinto da una situazione di cassa resa drammatica dalla pandemia il Comune di Torino ha rinegoziato i due BOC che seguono, formalmente su proposta della banca ma in realtà su richiesta dell’ente pubblico.

Rinegoziazione del Buono ordinario comunale n. 1599 con Dexia Crediop
SITUAZIONE PRIMA DELLA RINEGOZIAZIONE

BOC

Dexia

Oggetto

tasso

 

Scadenza

Quota capitale

Quota interessi

Rata

1599

Dexia Crediop

prestito obbligaz.

euribor +0,1833%

V

2030

79.966.484

287.630

80.254.114

 Nel 1998 il comune stipulò un BOC, il n. 1599, con la banca Dexia di importo oltre 170 milioni di euro; il boc fu rinegoziato nel 2001 e nel 2006, attualmente rimane un debito residuo con Dexia di quasi 80 milioni di euro, che scade nel 2030 al tasso variabile euribor semestrale più 0,1833%. Il tasso euribor a sei mesi è il tasso interbancario di riferimento, frutto della media dei tassi di interesse delle più importanti banche europee; esiste dalla nascita dell’euro. Gli interessi rimasti da pagare ammontano a 287.630 euro.

SITUAZIONE DOPO LA RINEGOZIAZIONE 

BOC

Dexia

Oggetto

tasso

 

Scadenza

Quota capitale

Quota interessi

Rata

1599

Dexia Crediop

prestito obbligaz.

euribor +0,5641%

V

2031

79.966.484

2.152.452

82.118.936

La tabella che precede descrive l’operazione messa in piedi dall’attuale giunta comunale: la scadenza del BOC 1599 viene prolungata di un anno, dal 2030 al 2031, lo spread che si aggiunge al tasso euribor a sei mesi dello 0,1833% viene triplicato, fino al 2031 e passa a euribor a sei mesi più uno spread di 0,5641%, secondo la quotazione provvisoria del 12 giugno, il tutto a vantaggio di Dexia. In cambio la banca concede il rinvio del pagamento di gran parte della quota capitale del 2020, spalmandola sugli anni successivi. Il denaro fresco di cassa disponibile per il Comune, alla canna del gas già prima della pandemia, è di poco più di 5 milioni.
In compenso per Dexia la quota interessi passa da poco più di 287.000 euro per l’intero periodo a ben 2.152.000 post negoziazione, con un guadagno per la banca di 1.864.000 euro. E vai!!! Un affarone per Dexia a spese dei contribuenti torinesi.
La tabella che illustra questi dati è stata prodotta da Finance Active, la società incaricata (si presume dal Comune di Torino) di valutare la convenienza economico finanziaria della rinegoziazione, a pag. 6 del suo rapporto, allegato n. 3 alla delibera.

Rinegoziazione del BOC n. 1619 con Dexia Crediop

 Il BOC 1619, stipulato con Unicredit/Abn Amro nel 2001 è a tasso fisso del 5,30%, è invace soggetto alle norme statali (art. 41 legge 448/2001) che impongono di non stipulare rinegoziazioni a tassi superiori al 4% e non può dunque essere così redditizio per Dexia come il precedente.

BOC

Dexia

Oggetto

tasso

 

Scadenza

Quota capitale

Quota interessi

Rata

1619

Unicredit Abn Amro

prestito obbligaz.

5,30%

F

2021

14.010.327

940.308

14.940.635

1619

Unicredit  Abn Amro

prestito obbligaz.

3,13% *

F

2022

14.010.327

1.130.044

15.140.371

Questo BOC, come già detto in precedenza, Dexia lo ha acquistato da Unicredit Abn Amro. Nella rinegoziazione il tasso fisso si riduce dal 5,30% al 3,13%, la scadenza viene allungata di un anno al 2022 e le rate del 2020 vengono scaricate sul 2021 e 2022 determinando una disponibilità di cassa di 6 milioni e 149 mila euro per il 2020. Il guadagno per la banca contraente è di 190.000 euro (pag. 6 del rapporto Finance Active).
In conclusione su un BOC a tasso fisso di poco più di 14 milioni di euro la banca guadagna 190.000 euro e il Comune ottiene un respiro di cassa di 6,148 milioni. Su un BOC di 79 milioni di residuo, cioè molto più alto a tasso variabile, il Comune ottiene solo poco più di 5 milioni di euro e li paga un milione e 865 mila euro. È evidente che anche applicando le condizioni di mercato è meno penalizzante rinegoziare i BOC a tasso fisso che non quelli a tasso variabile, non protetti da qualche legge.

Se non ricordiamo male, l’assessore Rolando, in sede di Commissione Bilancio, ebbe a dichiarare che essendo soggetta a deliberazioni europee (dicembre 2012) con un piano di risoluzione ordinata confermato, Dexia non poteva essere coinvolta in trattative in quanto gestisce in ammortamento le attività in essere senza nuove attività. Dal 2014 Dexia Crediop fa parte del gruppo. Ora invece la trattativa è stata perfezionata e produce i risultati sopra illustrati. Ma quando in Commissione il rappresentante di “Torino in comune” segnalò i derivati letali, di cui due in capo a Dexia, l’assessore appunto affermò l’impossibilità di aprire qualunque negoziato.

 Purtroppo si dà il caso che il BOC 1599 sia sottostante a due dei quattro derivati letali per Torino, nota 1 fondo pagina, come appare della tabellina che segue:

       

 guadagno o

 
 

perdita totale

   

perdita

 
 

del derivato

   

nel 2017

 
 

-76.985.400

2007

2030

-7.690.004

Dexia

 

-31.866.721

2006

2030

-3.983.858

JPMorgan

Il mutuo 1599 rinegoziato con Dexia è assistito da due derivati, rispettivamente aventi come contraenti del Comune Dexia e Jp Morgan. Nel solo 2017 il Comune ha perso 7.690.000 euro circa col derivato 6 stipulato con Dexia, che prevede che se l’euribor (da anni negativo) non supera il tasso fisso del 6,50% il Comune paga tale tasso fisso a Dexia; idem per Jp Morgan, perdita nel solo 2017 di 3 milioni e 984 mila euro. Nel 2018 lo stesso derivato ha causato una perdita di 7.320.500 euro. Il derivato con Dexia ha totalizzato nel tempo una perdita record di quasi 77 milioni di euro su una perdita totale per il Comune, a causa dei derivati, di oltre 100 milioni di euro.

Non essendoci, a nostro modesto parere, margini giuridici significativi per impugnare i contratti derivati sciaguratamente stipulati nei primi anni 2000 perché la giunta, approfittando della rinegoziazione così generosamente a vantaggio di Dexia, non ha provato a rinegoziare anche il derivato collegato al BOC, limando magari anche di poco l’enorme tasso a favore della banca, del tutto fuori mercato con tassi dell’uno % attuali?

 A chi conviene la rinegoziazione?

La stessa Finance Active, sfruttando un vuoto normativo, afferma che, applicando al Comune la curva Benchmark Italia dei titoli di Stato, la rinegoziazione non è economicamente conveniente per il Comune. Allora ipotizza che i titoli degli enti locali siano più rischiosi di quelli dello Stato e, applicando una maggiorazione di un punto percentuale, fa diventare conveniente la rinegoziazione. Siamo di fronte a una società che fa valutazioni di convenienza economico-finanziaria basandosi su valutazioni politiche senza alcun fondamento tecnico.

Il Comune ha un grande patrimonio immobiliare, 3,5 miliardi di debiti ed è più a rischio dello Stato che ha 2.409 miliardi di debito a fine 2019 con prospettiva di aumento di centinaia di miliardi? L’amministrazione 5Stelle, che doveva svoltare rispetto alla subordinazione delle precedenti giunte di centro sinistra alle banche, ha continuato nella loro identica politica che fa guadagnare le banche e penalizza i contribuenti torinesi. Piove sul bagnato.

Nota 1: i derivati degli enti locali sono titoli il cui valore deriva dall’andamento di un indicatore finanziario, in genere il tasso di interesse euribor a sei mesi, di cui abbiamo già discorso più su. Nati per coprire i mutui e i boc, sembravano convenienti nei primi anni duemila quando i tassi di interesse erano crescenti. Ora che sono decrescenti o addirittura negativi il comune, guadagnando solo se l’euribor supera il tasso fisso concordato con la banca, nel caso 5,51%, deve pagare la differenza ad ogni semestre.


Debito: non siamo gli ultimi della classe!

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Da un recente studio della Lombard Odier, una banca svizzera specializzata negli investimenti finanziari, emergono dati interessanti sul debito globale e sull’indebitamento dei singoli Paesi.

Anzitutto, si vede che il debito globale mondiale negli ultimi decenni è aumentato in modo preoccupante: nel 1999 ammontava a 79 mila miliardi di dollari (224% del PIL mondiale), nel 2008 è salito a 178 mila miliardi (278% del PIL) e nel 2018 è arrivato a 243 mila miliardi di dollari (317% del PIL globale). Questo peggioramento dell’indebitamento è rappresentato nell’inquietante titolo del report: «Fear and loathing in global debt». Nella presentazione dell’analisi si specifica che «il significativo aumento del debito globale negli ultimi due decenni pone domande legittime sulla sua sostenibilità» e che «oggi potremmo aver raggiunto i limiti del modello di crescita guidato dal debito».

Di solito il principale criterio per valutare la condizione di uno Stato è il debito pubblico in relazione al prodotto interno lordo (PIL). Lo scenario può cambiare radicalmente quando vengono presi in considerazione tutti i debiti: della pubblica amministrazione, delle imprese, dei contribuenti e delle società finanziarie.

È quello che ha fatto la Lombard Odier, predisponendo una tabella con i dati di tutti i debiti riferiti al 2018, dalla quale emerge che i Paesi più indebitati dell’Unione Europea sono Irlanda, Olanda, Danimarca, Belgio e Svezia, mentre i più virtuosi sono Germania, Austria, Finlandia, Grecia e Italia. Un risultato per certi versi sorprendente. In dettaglio si può vedere che l’Irlanda ha un debito globale pari al 671% del PIL, poiché bisogna sommare il 73% del debito pubblico, il 193% di quello delle imprese, il 45% del debito delle famiglie e soprattutto il 362% dell’indebitamento accumulato da banche e società finanziarie irlandesi. L’Olanda, spesso considerata nel novero dei Paesi virtuosi, in realtà segue l’Irlanda da vicino, con il 626% di debito rispetto al PIL. Fuori dall’Unione Europea in questa zona della classifica si trova anche il Giappone con il 537%. Dall’altra parte dell’elenco al primo posto c’è la Germania, con il 236% e con una omogenea distribuzione del debito: 65% debito pubblico, 56% imprese, 53% contribuenti, 62% finanza. La Grecia e l’Italia, pur avendo i più elevati debiti pubblici in Europa, si posizionano in modo inaspettato: il debito globale ammonta rispettivamente al 304% e al 311% del PIL.

Ecco il dettaglio dell’Italia: 141% debito pubblico, 70% imprese, 41% famiglie, 59% banche. Da notare che l’indebitamento privato pari al 41% del PIL è il più basso tra tutti i Paesi considerati nel report: gli italiani, oltre ad essere grandi risparmiatori, sono poco propensi a contrarre debiti privati. Al contrario degli italiani si collocano gli svizzeri. Infatti, la Svizzera, con un indebitamento globale del 385%, ha un debito pubblico molto basso (32% del PIL) e il debito privato più alto (130%), dovuto ad un largo utilizzo delle ipoteche da parte delle famiglie svizzere.

Anche la conclusione dello studio della Banca svizzera per certi aspetti può essere considerata sorprendente: viene detto in modo esplicito che un debito elevato comporta come conseguenza la disuguaglianza, mentre invece sarebbe utile «crescere in modo diverso», poiché la «riduzione delle disparità della stragrande maggioranza delle economie mondiali può essere un modo efficace per sostenere i consumi senza fare affidamento su un eccessivo accumulo di debito». A motivare queste indicazioni della Lombard Odier sicuramente non è il senso di equità o il diritto alla giustizia, ma è positivo che anche una Banca svizzera, nazione considerata il paradiso fiscale per eccellenza, riconosca che è necessario cambiare strada e ridurre le enormi disuguaglianze tra i popoli.