Sanità: no all’autonomia regionale differenziata

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Il principale problema del Servizio Sanitario Nazionale è oggi lo strangolamento finanziario in funzione della progressiva privatizzazione della risposa al bisogno pubblico di assistenza. Lo si denuncia sulla stampa e lo si patisce ogni giorno da parte di cittadini e professionisti. A ben vedere ad esso è funzionale anche il processo attuazione della Autonomia Regionale Differenziata (ARD), già bipartisan, perseguita dal governo e dalla maggioranza in coerenza con il suo programma elettorale, e purtroppo, con l’opposizione parziale o vacua di settori prevalenti dell’opposizione. Lo segnalo dal 2019, e da ultimo nell’autunno 2022.

In tema di Autonomia differenziata regionale differenziata non si può non apprezzare, per la sua esauriente documentazione, il Report di Gimbe sull’art.116, comma 3, Costituzione pubblicato nei giorni scorsi in versione aggiornata (file:///C:/Users/Livio/Downloads/2023.02.10%20Report_Osservatorio_GIMBE_2023.01_Regionalismo_differenziato_in_sanita.pdf). Il report di Gimbe pecca però, a mio avviso, di una contraddizione sul piano politico sanitario: approda a una posizione, pragmatica di (pretesa) riduzione del danno, del tipo “meglio no, ma se proprio, bisogna che…”. È una posizione perdente nei fatti perché dà l’alibi (“è possibile, se però”) ai sostenitori della ARD, mentre il fallimento dell’autonomia regionale in Sanità è già macroscopico, inconfutabile. E non c’è neppure bisogno di rifarsi alla gestione dell’epidemia di Covid 19. Basta rifarsi ai LEA, i cui tassi di assolvimento sono non un mero indizio ma una prova di fallimento certa e ripetuta negli anni, così come lo è la mobilità sanitaria interregionale, entrambe indagate efficacemente dal Report, così come lo è la situazione dei professionisti costretti in gabbie salariali, precarietà e progressiva difformità di rapporti contrattuali tra le diverse regioni. Per questo, se si è coerenti con l’impegno/obbiettivo politico di eliminare le disuguaglianze e le disfunzioni dell’assistenza sanitaria pubblica finanziariamente strangolata e già normativamente troppo regionalizzata, occorre opporsi all’ulteriore balcanizzazione della sanità pubblica con la Autonomia regionale differenziata “senza se e senza ma”. Non ci sono alternative.

Vedo lo stesso errore di pragmatismo e (pretesa) riduzione del danno nella proposta di legge di iniziativa popolare di M. Villone (http://www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it/raccolta-firme-proposta-di-legge/), che si propone di porre vincoli sulle materie, sanità compresa, e sulle procedure di attuazione della ADR (https://volerelaluna.it/rimbalzi/2022/11/17/il-governo-preme-lacceleratore-sullautonomia-differenziata/) e che ha raccolto promotori anche in ambito sanitario. Non si può non dare atto che in materia di sanità la LIP di Villone, fa due sacrosante operazioni. La prima (art.117, comma 2, lett. m) è prevedere, in luogo dei «livelli essenziali delle prestazioni» (LEA), i «livelli uniformi delle prestazioni» (LUA), con trasformazione dei primi in questi ultimi. Non è mera questione nominalistica. Si tratta di affermare che in tutte le regioni deve essere perseguita e assicurata l’uguaglianza (cfr. art. 3 Costituzione) quali/quantitativa dell’assistenza sanitaria e non solo la mera “essenzialità”, la quale comporta necessariamente livelli diseguali e difformi di assistenza in relazione alla capacità di spesa e di amministrazione delle singole regioni. La seconda è prevedere che «tutela della salute e servizio sanitario nazionale» siano inserite tra le materie di «esclusiva legislazione dello Stato» (art.117, comma 2, lett. m). Purtroppo, però tale previsione è inficiata da quella successiva di mantenere tra le «materie di legislazione concorrente» (tra Stato e Regioni) la «assistenza e organizzazione sanitaria» (art. 117, comma 3) riportandola con ciò nell’ambito delle materie devolubili all’autonomia legislativa regionale. Non si capisce che logica e che necessità vi siano in questa previsione. È evidente, infatti, che legiferare in ordine al Servizio Sanitario Nazionale, è anche legiferare in tema di assistenza e organizzazione sanitaria, come è accaduto con la legge n. 833/1978 e le successive modificazioni e come è avvenuto ad esempio lo scorso anno, in piena vigenza di fatto dell’autonomia regionale differenziata in sanità, con l’adozione, previa intesa con la Conferenza Stato Regioni, del decreto ministeriale n. 77/1922 sugli standard anche organizzativi della medicina territoriale.

Entrambe le sacrosante, pur col limite precitato, previsioni della legge di iniziativa popolare di Villone sono inficiate dai limiti oggettivi della sua stessa iniziativa politica. Il primo e più evidente limite, segnalato dallo stesso prof. Villone con l’acutezza e la onestà intellettuale che gli sono proprie, è che la Costituzione vigente è già incompatibile con una attuazione dell’art. 116, comma 3, che non sia «in diretta connessione con una specificità territoriale» essendo tale specificità «requisito essenziale per la concessione di “forme e condizioni particolari” di autonomia». L’art.116, comma 3, infatti, argomenta il prof. Villone, è norma derogatoria dell’art. 5 della Costituzione («La Repubblica, una e indivisibile») e comunque è vincolata all’art. 3 («È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini». Non si vede quindi per quale motivo dovrebbe essere modificata una Costituzione che è già baluardo giuridico inefficace non perché in sé lacunosa, ma perché non fatta valere (come nel caso delle richieste per la Sanità di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, nessuna delle quali, come si evince dal report Gimbe ha il carattere della “specificità territoriale”, così come nel caso delle altre 22 materie). «Tale lettura non è stata fin qui seguita» – ammette lo stesso prof. Villone, e segnala –: «Va però detto che nessuna riforma testuale della Costituzione potrà mai di per sé bloccare la deriva verso la frantumazione sostanziale del paese. L’unità della Repubblica e l’eguaglianza dei diritti sono difesi anzitutto con la battaglia politica». Il secondo limite politico è l’(auto)illusione che «una riforma mirata del testo costituzionale può creare condizioni migliori perché quella battaglia sia vinta», ponendola in alternativa a «proposte radicali, come ad esempio la abrogazione dell’intero Titolo V, e il ritorno al testo originario della Costituzione del 1948», che «sarebbe di bandiera per alcuni, ma non avrebbe concrete possibilità di essere assunta nei processi politici e nelle sedi istituzionali». Ma quali «concrete possibilità di essere assunta nei processi politici e nelle sedi istituzionali» avrebbe oggi l’iniziativa di legge popolare, che postula la centralità del Parlamento e la riduzione degli ambiti dell’autonomia regionale differenziata, a fronte di un governo di destra-centro e della sua grande maggioranza parlamentare che si sono affermati elettoralmente e che operano sulla base di un patto di riforma istituzionale che prevede sia il presidenzialismo che l’autonomia regionale differenziata? Nessuna. Esattamente come quelle che il prof. Villone definisce radicali e di mera bandiera.

Governo e maggioranza parlamentare, pur con le contraddizioni ideologiche e politiche (centralismo statalista versus regionalismo secessionista autarchico) che le caratterizzano proseguiranno anche in Parlamento sulla strada della autonomia regionale differenziata e non faranno propria la legge di iniziativa popolare che al massimo potrà contare in Parlamento su una opposizione comunque minoritaria. L’autonomia regionale differenziata potrà essere fermata solo da altri “ostacoli” che mobilitino l’opinione pubblica nelle varie regioni e con ciò mettano a repentaglio il sistema di consenso e governo politico e la possibilità materiale di attuarla (https://volerelaluna.it/politica/2022/11/28/autonomia-differenziata-unita-della-repubblica-e-uguaglianza-dei-diritti/).

Un ostacolo sarà che i Presidenti delle regioni con minore sviluppo dei servizi, anche sanitari, e minore gettito fiscale richiedano che, in via preliminare alla attuazione della ARD, siano ridotte le differenze strutturali tra regioni. Ciò sarà impossibile essendo il relativo costo già stimato in decine e decine di miliardi aggiuntivi alle attuali dotazioni del fondo sanitario nazionale, come si desume dai Rapporti della Corte dei Conti (ultimo quello del gennaio 2023), e sostenerlo è in contrasto con la politica dell’attuale governo e della sua maggioranza. Entrambi, come i precedenti, considerano infatti, il SSN non un settore su cui investire per il benessere sociale e il PIL, ma un settore le cui spese sono da tagliare in nome dell’austerity, salvo che non siano in gioco i profitti delle aziende distributrici di fonti energetiche fossili (spacciati come costi) o quelli delle multinazionali del farmaco.

Un altro ostacolo efficace sarebbe lo svilupparsi di una forte opposizione sindacale dei professionisti e dei lavoratori del SSN, sia a livello nazionale che regionale e locale, come, mutatis mutandis, è accaduto e sta accadendo in Francia, Inghilterra e Spagna, a difesa di remunerazioni e condizioni di lavoro che sarebbero ulteriormente “precarizzate” dalla distruzione della contrattualistica nazionale. Nei mesi scorsi ci sono stati pronunciamenti unitari contrari all’Autonomia regionale differenziata sia delle componenti autonome che di quelle confederali in Sanità, e anche di esponenti degli ordini professionali. È però necessario che si passi dalle parole sindacali ai fatti sindacali inserendo l’opposizione alla ARD nelle piattaforme rivendicative di tutte le vertenze sindacali compatibili, non solo nel comparto Sanità. Ed è anche necessario che il sindacalismo apra un dialogo a tal fine con le Associazioni dei pazienti, al momento mute, e con i sindaci, tutti necessariamente interessati alla funzionalità delle strutture del SSN sul territorio che amministrano. Molti sindaci ne hanno preso consapevolezza ed hanno cominciato ad opporsi, a cominciare da quelli di Napoli, Bari e Bologna.


Povera salute! L’autonomia regionale differenziata nelle urne

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1.
Siamo in campagna elettorale e per la sanità, e la salute, l’Autonomia Regionale Differenziata è un rischio tanto sottaciuto quanto immanente. Anzi, un dramma immanente. Il fatto che in Italia il Servizio Sanitario Nazionale sia già oggi articolato in 21 Servizi e Sistemi sanitari (19 regioni più 2 provincie autonome) e che ciò sia fonte di diseguaglianze e gravi problemi assistenziali è osservazione e denuncia “assai diffusa”, anche nel mondo della Sanità: una per tutte l’ultima ferma denuncia dell’ANAAO su Quotidiano Sanità dello scorso 5 luglio. Che la denuncia sia fondata lo conferma il Rapporto Le Performance Regionali, di CREA Sanità, che con la figura di seguito pubblicata sintetizza quali sono, ad oggi, i risultati dell’Autonomia Regionale Differenziata (=Federalismo Sanitario) di fatto in vigore, prima della sua adozione “istituzionale” proposta in attuazione dell’art.116 c della Costituzione.

Nello stesso rapporto CREA la figura è corredata da eloquenti tabelle di come nelle Regioni con le peggiori performance si evidenzino minori finanziamenti pro/capite, fenomeni fino al 12% di persone che hanno rinunciato alle cure per motivi economici, fino all’8% di famiglie che sono impoverite per spese sanitarie. Non credo possano esistere dubbi che tale situazione sia da ascrivere non al fato ma alle attività politiche e amministrative, sostanzialmente congiunte, dei Governi centrali e dei Presidenti e delle Giunte delle Regioni che si sono succeduti negli anni. Una per tutte, ultima e clamorosa, la mancata impugnazione da parte del Governo Draghi, e del suo ministro della Salute Speranza, della legge della Lombardia n. 22 del 14 dicembre 2021 “Modifiche al Titolo I e al Titolo VII della legge regionale 30 dicembre 2009, n. 33 (Testo unico delle leggi regionali in materia di sanità)” in franca contraddizione con la Costituzione e la normativa in vigore a partire dalla legge n. 833/78.

È una massa enorme di temi di politica ed economia sanitaria la cui soluzione, in qualsiasi senso si procederà, condizionerà l’assetto futuro del servizio sanitario nazionale, il ruolo del “privato” nel sistema sanitario italiano, in ultima analisi la tutela della salute e suoi costi “sanitari”. Tale massa enorme di temi è però, a monte, condizionata sul piano politico e istituzionale dalla scelta di procedere, o non (come fortemente auspico), sulla strada della Autonomia Regionale Differenziata ex art. 116 c Costituzione.

L’alternativa, per tutti i temi di politica sanitaria su richiamati, è se essere gestiti in un contesto istituzionale di “Federalismo sanitario regionale” oppure no, non essere più gestiti in un contesto “federalistico” (non previsto peraltro dal Titolo I della Costituzione, ma surrettiziamente inserito, senza nominarlo per evidente incompatibilità con detto Titolo I, dalla cosiddetta “riforma del Titolo V” nel 2001).
E quel “oppure no” si declina in due varianti: recuperare la centralità del Parlamento nella legislazione sanitaria, affidando al decentramento amministrativo delle Regioni e dei Comuni (controllato con il concorso delle Conferenze delle Regioni e delle Autonomie Locali ed avocabile ex art. 120 della Cost. in caso di inadempienze) la unitaria gestione del Servizio sanitario regionale per assicurare l’uguaglianza nell’accesso al diritto alla salute (come auspico) oppure centralizzare non solo l’attività legislativa sul Parlamento ma anche l’attuazione amministrativa delle leggi approvate dal Parlamento sul Ministero della Salute, o comunque sui Ministeri e sul Governo nazionale (come non auspico assolutamente poiché si butterebbe a mare quel decentramento amministrativo (non della funzione legislativa!) a Regioni ed Enti Locali che è funzionale al controllo democratico dei cittadini.

2.

Nei programmi elettorali, salvo eccezioni di cui più avanti, il tema della autonomia differenziata in Sanità non è esplicitamente trattato di fronte agli elettori, ma è nei fatti trattato nelle prese di posizione sulla Autonomia Regionale differenziata in generale, che ricomprende anche la Sanità. In particolare, le coalizioni di Centro Destra e di Centro Sinistra si impegnano, con accenti diversi ma con esito concorrente, ad attuarla nel corso della prossima legislatura, come del resto si trovarono insieme a sottoscriverla nel 2018 con l’allora Governo Gentiloni le due regioni governate dal centro destra, Veneto e Lombardia, e la regione Emilia-Romagna, governata dal centro sinistra. Si legge infatti nel “Programma quadro per un Governo di centrodestra” nel paragrafo “Riforme Istituzionali”: «Attuare il percorso già avvenuto per il riconoscimento delle Autonomie ai sensi dell’art. 116 comma 3 della Costituzione garantendo tutti i meccanismi di perequazione». E nel programma della lista “Insieme per un’Italia Democratica e Progressista” del Centro Sinistra: «Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni (ndr, Autonomia regionale differenziata ex art.116 c Costituzione) potranno essere concesse nell’ambito di una legge quadro nazionale, solo previa definizione dei Livelli Essenziali di Prestazioni concernenti i diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale, il superamento della spesa storica come criterio esclusivo di allocazione delle risorse, il potenziamento dei fondi di perequazione infrastrutturale. Sono comunque esclusi dalla differenziazione delle competenze regionali i grandi pilastri della cittadinanza, a partire dall’istruzione».

A dire il vero, nella coalizione di centro sinistra, una lista, quella di “Alleanza Verdi Sinistra”, afferma che «è indispensabile espellere il tema Sanità dalla eventuale attuazione dell’autonomia regionale differenziata». Inoltre, in una recente intervista al quesito se il problema fosse il “federalismo” applicato alla sanità, il prof. Crisanti, tanto autorevole quanto disallineato dal programma della lista di centro sinistra nella quale è candidato, ha sostenuto: «È una iattura. Le regioni possono anche decidere se aprire o no alla sanità privata e i cittadini nemmeno ne sono consapevoli». È però vero che tali voci critiche, pur positive, sono “imbelli” a fronte di un programma elettorale della loro coalizione che conferma l’impegno per la Autonomia Regionale Differenziata.

M5Stelle e Azione-Italia Viva, si ritrovano invece in assonanza nel richiedere la riforma del titolo V per ridare più poteri allo Stato in materia sanitaria, evidentemente espungendola dalla Autonomia Regionale Differenziata. Da ultimo, Unione Popolare, sola tra le coalizioni, propone nel suo programma «la ricostruzione del Servizio Sanitario Nazionale unico per tutte le regioni, superando la controriforma del 2001», eliminando l’aziendalizzazione e tornando alle USL con controllo democratico del territorio», esplicitando l’obiettivo di «fermare l’autonomia differenziata e salvaguardare i beni comuni e i servizi locali» con «stop al progetto di Autonomia differenziata che divide ulteriormente il paese tra regioni ricche e regioni povere, in particolare penalizzando il Sud».

Alla luce di tali impegni programmatico-elettorali e della consistenza prevista delle varie rappresentanze parlamentari nel prossimo Parlamento l’Autonomia Regionale Differenziata, più che un rischio concreto è, quindi, un dramma preannunciato. Un danno preannunciato da sventare assolutamente per il Servizio Sanitario Nazionale, facendo sentire la propria voce critica a coalizioni, partiti e candidati, già oggi nel corso della campagna elettorale. Dopo sarà tardi (anche se per le lotte politiche e sociali per la salute «non è mai troppo tardi»)!

​​In hompage Pablo Picasso, Scienza e carità, 1897, Barcellona, Museo Picasso


Un sospiro di sollievo? L’Emilia Romagna di Bonaccini e la “secessione dei ricchi”

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Nell’entusiasmo per la vittoria, pare essersi offuscata la consapevolezza di quale sia stato, e sia, l’obiettivo strategico perseguito dall’amministrazione Bonaccini con la richiesta di autonomia regionale differenziata.

Il progetto di incrementare le competenze regionali accomuna l’Emilia Romagna, a guida Pd, alle leghiste Veneto e Lombardia. È un progetto che, a fronte della sempre più ampia diseguaglianza che lacera il territorio della Repubblica (su tutti i temi fondamentali: sanità, istruzione, cultura, disoccupazione, giovani, condizione femminile, trasporti, reddito, ricchezza ecc.), individua quale soluzione la “secessione dei ricchi”, come l’ha definita Gianfranco Viesti. Vale a dire, l’abbandono a se stessa della zavorra meridionale che impedirebbe ai territori più virtuosi di dispiegare appieno le proprie potenzialità: una visione non a caso emersa in molti commenti la sera delle elezioni («l’Emilia non è la Calabria», si è detto nella migliore delle ipotesi).

Al cuore delle motivazioni dei fautori del regionalismo differenziato è il tema del “residuo fiscale”. L’idea, cioè, che alcune regioni versino in imposte più di quanto ricevano in servizi pubblici e che, di conseguenza, siano “creditrici” da rimborsare. Un’idea sbagliata: logicamente e giuridicamente. È sbagliata dal punto di vista logico, perché le regioni non pagano imposte né ricevono servizi pubblici: a farlo sono le persone e, in un caso e nell’altro, a nulla rileva che siano residenti in questo o quel territorio regionale. Quel che si paga e quel che si riceve dipende dal reddito, dal patrimonio, dall’età, dallo stato di salute, dalle condizioni personali e familiari ecc.: insomma, da elementi che niente hanno a che vedere con la residenza. Attribuire alle regioni ciò che è proprio delle persone è una fallacia argomentativa insuperabile. Ed è sbagliata dal punto di vista giuridico, perché la Costituzione impone doveri di solidarietà economica, politica e sociale ai cittadini in quanto tali, e non ai veneti nei confronti dei veneti o agli emiliani nei confronti degli emiliani. Di nuovo, il territorio di residenza non assume rilievo alcuno, pena la frantumazione dell’unità nazionale a partire dal popolo che ne costituisce la base. Il principio costituzionale della progressività fiscale implica una redistribuzione della ricchezza tra concittadini, strumento attraverso cui costruire legame sociale: rattrappirla al livello dei corregionali significa sancire il prevalere dell’appartenenza regionale su quella nazionale. In questo, il sovranismo della Lega è intimamente contraddittorio.

Oltre alle questioni finanziarie, a mettere a repentaglio l’unità nazionale sono anche le rivendicazioni di merito avanzate da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Si dice solitamente che quest’ultima ha fatto un uso del regionalismo differenziato moderato rispetto alle due regioni leghiste. Un’analisi, materia per materia, delle richieste avanzate dalla Giunta Bonaccini fa dubitare che le cose stiano realmente così (cfr. i miei www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?Artid=38245 e www.federalismi.it/nv14/articolo-documento.cfm?Artid=40527). Se è vero che, rispetto al Veneto e alla Lombardia, l’Emilia Romagna non si spinge a rivendicazioni eclatanti come quelle che investono la pianificazione paesaggistica, i porti e gli aeroporti, la protezione civile, le acque demaniali fluviali, lacustri e marittime, la produzione, il trasporto e la distribuzione dell’energia, è, d’altro canto, altresì vero che gli ambiti settoriali su cui si concentra la Regione a guida Pd sono numerosi e rilevantissimi: salute, istruzione, università, ricerca scientifica e tecnologica, lavoro, giustizia di pace, beni culturali, tutela dell’ambiente, rifiuti, bonifiche, caccia, difesa del suolo, governo del territorio, infrastrutture stradali e ferroviarie, rischio sismico, servizio idrico, commercio con l’estero, agricoltura e prodotti biologici, pesca e acquacoltura, politiche per la montagna, sistema camerale, coordinamento della finanza pubblica regionale, enti locali.

La semplice elencazione è sufficiente a comprendere in quale misura si ridurrebbe il ruolo dello Stato sul territorio di quella Regione e, di converso, in quale misura aumenterebbe il ruolo regionale. A essere coinvolte sono le leve fondamentali che il costituente ha messo a disposizione del legislatore in vista della realizzazione del cuore del disegno costituzionale: l’uguaglianza in senso sostanziale, attorno alla quale ruotano i diritti sociali. Quanto salute, scuola, lavoro, giustizia, cultura, ambiente, trasporti, enti locali ecc. incidano sulla vita delle persone è evidente a tutti, così come è evidente l’esigenza che molte di queste competenze siano gestite unitariamente. Il caso della scuola è particolarmente significativo, data la sua essenziale funzione nella “costruzione” della cittadinanza, ma altrettanto si può dire per i beni culturali e il paesaggio, che certamente non “appartengono” in via esclusiva ai luoghi in cui si trovano, per i trasporti, che non possono che essere tra loro interconnessi, o per l’ambiente, dal momento che inquinamento e riscaldamento climatico certamente non conoscono confini regionali.

Si aggiunga che, in diversi ambiti, pur evitando di avanzare rivendicazioni mediaticamente eclatanti, l’Emilia Romagna si propone di ottenere risultati comunque assai incisivi, grazie a richieste formulate in modo accorto e puntuale. È questo il caso, per esempio, del «governo unitario del sistema infrastrutturale stradale e ferroviario» regionale: formalmente imparagonabile all’acquisizione di strade e ferrovie al demanio regionale richiesta da Veneto e Lombardia, ma sostanzialmente foriero di implicazioni non così differenti per la quotidianità del trasporto regionale. Analogo il caso del personale sanitario e scolastico: senza rivendicarne il passaggio all’ordinamento giuridico regionale, l’Emilia Romagna richiede l’istituzione di appositi fondi finanziari che le consentano di integrare il personale attualmente disponibile: un modo comunque molto efficace per poter fare affidamento su un numero maggiore di medici, infermieri, insegnanti, personale tecnico-amministrativo. Tutte cose confermate nel programma presentato per le ultime elezioni.

Emerge, in definitiva, il pieno coinvolgimento dell’Emilia Romagna di Bonaccini in quella che – se realizzata – sarebbe la più incisiva trasformazione inflitta all’ordinamento costituzionale sino a questo momento. Un progetto animato da un egoismo territorialista intrinsecamente di destra e radicalmente contrario all’ideale solidarista dei costituenti. La cosa stupefacente è che lo stesso presidente emiliano pare esserne ben consapevole, come si evince dall’accusa da lui rivolta a Veneto e Lombardia di voler «minare i capisaldi dell’ordinamento costituzionale, in primis il principio perequativo – che regola i meccanismi di finanziamento delle funzioni pubbliche territoriali – e i valori solidaristici e cooperativi su cui è fondato» (www.camera.it/leg17/1079?idLegislatura=17&tipologia=indag&sottotipologia=c23_Regioni&anno=2018&mese=02&giorno=06&idCommissione=23&numero=0005&file=indice_stenografico). Come ha scritto Mario Dogliani, «si rende conto, il Presidente della Giunta regionale dell’Emilia-Romagna, che cosa significa: “minare i capisaldi dell’ordinamento costituzionale”? Evidentemente no. Altrimenti, come potrebbe accodarsi a iniziative che egli stesso giudica mirare a quello scopo?» (http://piemonteautonomie.cr.piemonte.it/cms/images/pdf/numero3_2018/dogliani.pdf).

Il punto è esattamente questo. Aver schierato una regione guidata dal Pd a favore del regionalismo differenziato ha dato una forza dirompente alle rivendicazioni leghiste del Veneto e della Lombardia, sdoganandole come un’opzione legittimamente praticabile. Sulla diseguaglianza – assieme all’ambiente il più rilevante problema politico che grava oggi sull’Italia – Bonaccini ha allineato il Pd alle posizioni dell’estrema destra. Tutto ciò, ha qualcosa a che fare con la sinistra? Davvero la sua vittoria può farci tirare un sospiro di sollievo?