Se dopo secoli di emarginazione gli africani sfidano l’Occidente

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Noi europei guardiamo l’Africa dall’alto in basso. Se la guardiamo. Non solo perché il canone cartografico disegna l’Africa sotto l’Europa. È che ci pretendiamo superiori agli africani in ogni senso. Verità che non merita spiegazione. Postulato che può al meglio volgere in esotismo – hic sunt leones – al peggio in sfruttamento bestiale di popoli e risorse, quasi gli africani fossero cose a disposizione. Complesso di superiorità strutturato attorno all’essenzialismo più sfrenato: noi siamo nella Storia, voi non ci siete mai entrati; noi benestanti evoluti voi poveri arretrati; noi nazioni voi tribù. Insomma: noi bianchi voi neri. Razzismo istintivo, talmente immediato e spontaneo che stentiamo a percepirlo tale. Inasprito dal politicamente corretto che vorrebbe mascherarlo mentre perpetua il sentimento da velare.

Niente da fare: «Il Nero non è un uomo, il Nero è un uomo nero». Così Frantz Fanon, genio martinicano, settant’anni fa si lacerava sulla nevrosi della persona di colore davanti allo sguardo bianco del colono che lo rendeva prigioniero. Sicché aspirava alla “lattificazione”. Avrebbe voluto sbiancarsi, coprire pelle nera con maschera bianca. Fanon aspirava a liberare l’uomo nero da sé stesso. Essere riconosciuto dall’uomo bianco e così riconoscerlo. Dialettica della condizione umana: il razzismo cancella la persona, che il colono riduce al valore d’uso che può estrarne.

Oggi i coloni non ci sono più, o almeno non si ostentano tali. Eppure la mentalità coloniale resiste, come la discriminazione per razza. Anche fra africani bianchi e africani neri. Nel Maghreb arabo i primi usano definirsi ahrar (uomini liberi) mentre applicano ai neri il peggiorativo abid (schiavi). E spesso li trattano di conseguenza, non ricambiati, nella piena coscienza dei governi europei che remunerano i “pelle chiara” perché impediscano con ogni mezzo ai subsahariani di imbarcarsi verso l’Italia. Gheddafi e Ben Ali ne avevano fatto un triste commercio, alcuni loro epigoni una mattanza trasferita dalle coste mediterranee alla linea della palma. Vera frontiera tra Africa ed Europa.

Su questo sfondo, i rapporti fra africani e occidentali stanno peggiorando al galoppo. Specie fra ex colonie francesi e Parigi. Negli ultimi tre anni l’ex impero africano della Francia è stato colpito da un’epidemia golpista. Della Françafrique, sistema postcoloniale di influenza francese nel Continente Nero, resta l’ombra. Sono cambiati uno dopo l’altro sette regimi fra Ciad, Mali, Guinea, Burkina Faso (colpo doppio), Niger e Gabon. Tutti nell’Africa ex francese. Il primo coperto e pilotato da Parigi, gli altri contro. Con prevalenza di dittature militari “transitorie”. Gli ultimi due, specie il nigerino, hanno suscitato un’eco internazionale senza precedenti. Eventi che un tempo sarebbero stati registrati nelle pagine interne o nei servizi di coda dei media “globali” – a eccezione dei francofoni (empire oblige) – stanno concentrando un fascio di luce non troppo effimera su entità di cui la maggioranza degli occidentali ignorava l’esistenza. In Francia, poi, è emergenza nazionale. “Viviamo in un mondo di pazzi”, ha sovranamente stabilito Macron davanti ai suoi ambasciatori.

Che cosa è cambiato? Il contesto, anzitutto. Insomma il mondo (non Macron). La crisi strutturale dell’impero americano eccita i protagonismi dei massimi avversari, Cina e Russia, le inquietudini degli ambigui occidentali di periferia quali noi italiani e altri europei appariamo alla torre di controllo di Washington, le aspirazioni di potenze medie e piccole, rivalutate dall’autunno della massima. Dopo secoli di emarginazione, gli africani scoprono il gusto del protagonismo.

L’Italia non ha alcun interesse all’umiliazione della Francia. Siamo semplicemente troppo legati da prossimità, dossier incrociati e memorie comuni per immaginare che la disgrazia dell’uno non sia, entro variabile misura, anche la propria. L’incontrollabile francofobia delle nostre élite è poco intelligente e molto autolesionista. Specie in questo frangente, quando abbiamo bisogno del supporto francese contro il ritorno all’austerità germanica nell’Eurozona, grave per Parigi, disastrosa per Roma.

Invece di massacrarci sulla questione migratoria, su cui coltiviamo interessi opposti – da gestire perché non tralignino in guerrigliette di frontiera attorno a Ventimiglia – possiamo ad esempio renderci utili sul fronte militare. Parigi deve ridurre drasticamente le basi africane, se non vuole esserne cacciata. Servirà un piano di disimpegno graduale ma non troppo, già oggetto di negoziati informali con la giunta nigerina. L’Italia potrebbe contribuire a “europeizzare” (si fa per dire) lo schieramento francese in alcuni paesi africani insieme a tedeschi, spagnoli e altri soci Nato/Ue. Però sul serio, non come finora accade, per cui ciascuno si trincera nella sua monade per non far quasi nulla (noi) o troppo (i francesi, che nemmeno ci avvertono del golpe nigerino di cui sapevano quasi tutto prima, salvo poi cercare di arruolarci nel loro fantastico controgolpe). Purché nel contesto di un approccio collaborativo con i governi africani – quelli effettivi, “legittimi” o meno – sui principali dossier economici, a cominciare dalla remissione del debito. Attento a umori e necessità delle comunità locali, esistenzialmente interessate alla sicurezza dei propri territori. Chissà che un giorno i caporioni del neo-antimperialismo africano non ci scoprano più affidabili dei russi.

Se invece la Francia punterà i piedi, o vorrà cavarsela con qualche evacuazione simbolica, dal Sahel sarà espulsa. Sconfitta sul campo. Ingloriosa catabasi dagli effetti strategici forse paragonabili alla ritirata di Russia. Con Putin trionfante nel Continente Nero come Alessandro I a Parigi. Solo che questo “zar”, meno mistico di quello vero, non ama la Francia. E ciò che prende non lo molla. Specie se glielo regaliamo.

L’articolo è tratto da La Stampa del 16 settembre


Rompiamo il silenzio sull’Africa

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Rompiamo il silenzio sull’Africa.

Non vi chiedo atti eroici, ma solo di tentare di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire i drammi che tanti popoli africani stanno vivendo. Scusatemi se mi rivolgo a voi in questa torrida estate, ma è la crescente sofferenza dei più poveri ed emarginati che mi spinge a farlo. Per questo, come missionario e giornalista, uso la penna per far sentire il loro grido, un grido che trova sempre meno spazio nei mass-media italiani, come in quelli di tutto il mondo del resto. Trovo infatti la maggior parte dei nostri media, sia cartacei che televisivi, così provinciali, così superficiali, così ben integrati nel mercato globale. So che i mass-media, purtroppo, sono nelle mani dei potenti gruppi economico-finanziari, per cui ognuno di voi ha ben poche possibilità di scrivere quello che veramente sta accadendo in Africa.

Mi appello a voi giornalisti/e perché abbiate il coraggio di rompere l´omertà del silenzio mediatico che grava soprattutto sull’Africa.

È inaccettabile per me il silenzio sulla drammatica situazione nel Sud Sudan (il più giovane stato dell’Africa) ingarbugliato in una paurosa guerra civile che ha già causato almeno trecentomila morti e milioni di persone in fuga.

È inaccettabile il silenzio sul Sudan, retto da un regime dittatoriale in guerra contro il popolo sui monti del Kordofan, i Nuba, il popolo martire dell’Africa e contro le etnie del Darfur.

È inaccettabile il silenzio sulla Somalia in guerra civile da oltre trent’anni con milioni di rifugiati interni ed esterni.

È inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinaia di migliaia di giovani in fuga verso l´Europa.

È inaccettabile il silenzio sul Centrafrica che continua ad essere dilaniato da una guerra civile che non sembra finire mai.

È inaccettabile il silenzio sulla grave situazione della zona saheliana dal Ciad al Mali dove i potenti gruppi jihadisti potrebbero costituirsi in un nuovo Califfato dell’Africa nera.

È inaccettabile il silenzio sulla situazione caotica in Libia dove è in atto uno scontro di tutti contro tutti, causato da quella nostra maledetta guerra contro Gheddafi.

È inaccettabile il silenzio su quanto avviene nel cuore dell’Africa, soprattutto in Congo, da dove arrivano i nostri minerali più preziosi.

È inaccettabile il silenzio su trenta milioni di persone a rischio fame in Etiopia, Somalia, Sud Sudan, nord del Kenya e attorno al Lago Ciad, la peggior crisi alimentare degli ultimi 50 anni secondo l´ONU.

È inaccettabile il silenzio sui cambiamenti climatici in Africa che rischia a fine secolo di avere tre quarti del suo territorio non abitabile.

È inaccettabile il silenzio sulla vendita italiana di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi. (Lo scorso anno l’Italia ha esportato armi per un valore di 14 miliardi di euro!).

Non conoscendo tutto questo è chiaro che il popolo italiano non può capire perché così tanta gente stia fuggendo dalle loro terre rischiando la propria vita per arrivare da noi. Questo crea la paranoia della “invasione”, furbescamente alimentata anche da partiti xenofobi. Questo forza i governi europei a tentare di bloccare i migranti provenienti dal continente nero con l´Africa Compact, contratti fatti con i governi africani per bloccare i migranti. Ma i disperati della storia nessuno li fermerà.

Questa non è una questione emergenziale, ma strutturale al sistema economico-finanziario. L´ONU si aspetta già entro il 2050 circa cinquanta milioni di profughi climatici solo dall’Africa. Ed ora i nostri politici gridano: «Aiutiamoli a casa loro», dopo che per secoli li abbiamo saccheggiati e continuiamo a farlo con una politica economica che va a beneficio delle nostre banche e delle nostre imprese, dall´ENI a Finmeccanica. E così ci troviamo con un Mare Nostrum che è diventato Cimiterium Nostrum dove sono naufragati decine di migliaia di profughi e con loro sta naufragando anche l´Europa come patria dei diritti. Davanti a tutto questo non possiamo rimanere in silenzio. (I nostri nipoti non diranno forse quello che noi oggi diciamo dei nazisti?).

Per questo vi prego di rompere questo silenzio-stampa sull´Africa, forzando i vostri media a parlarne. Per realizzare questo, non sarebbe possibile una lettera firmata da migliaia di voi da inviare alla Commissione di Sorveglianza della RAI e alla grandi testate nazionali? E se fosse proprio la Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI) a fare questo gesto? Non potrebbe essere questo un’Africa Compact giornalistico, molto più utile al Continente che non i vari Trattati firmati dai governi per bloccare i migranti? Non possiamo rimanere in silenzio davanti a un´altra Shoah che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Diamoci tutti/e da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa.


Vaccinare gli adolescenti (italiani)?

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L’appello rivolto un mese fa dal direttore generale dell’OMS ai paesi ricchi a non procedere con la vaccinazione dei più giovani e a destinare i vaccini alle fasce a rischio dei paesi poveri, a partire da anziani e operatori sanitari, ancora drammaticamente scoperti, è caduto nel vuoto. La notizia è durata lo spazio di un mattino. Nessuno dei tanti politici-opinionisti-scienziati che imperversano sui nostri schermi o sulle pagine dei giornali si è degnato di prenderla in considerazione e di commentarla, anche solo per provare a convincerci che la proposta non sta in piedi e che per raggiungere l’agognata immunità di gregge, o qualcosa che le si avvicini, è indispensabile estendere le vaccinazioni innanzitutto ai nostri adolescenti.

Ma è davvero così? Ed era così infondato e inopportuno il (peraltro timido) invito dell’OMS a ribaltare la scala delle priorità, provando ad assumere un’ottica veramente globale nella lotta al Covid?

La situazione in cui ci troviamo oggi ha qualcosa di paradossale. Lanciata in grande stile in Europa e negli Stati Uniti (con qualche eccezione, come la Germania, che ha deciso di non vaccinare i ragazzi della fascia d’età 12-17 anni: https://www.fanpage.it/esteri/la-germania-raccomanda-la-vaccinazione-dei-bambini-solo-in-presenza-di-patologie-pregresse/), la campagna di vaccinazione dei giovanissimi sta incontrando le prime resistenze. La morte della diciottenne di Sestri Levante, ma più in generale i (pur rarissimi) casi gravi di trombosi associati alla somministrazione di vaccini ad adenovirus e gli (altrettanto rari) casi di miocarditi rilevate dopo l’assunzione di Pfizer fanno sorgere dubbi sul reale rapporto costi-benefici dell’immunizzazione degli adolescenti da un’infezione che si tramuta in una malattia grave e potenzialmente letale solo nelle persone mature, o con altre patologie e fragilità. I dubbi aumentano se pensiamo che stiamo parlando di prodotti farmaceutici approvati con una procedura d’emergenza, sui cui effetti di medio-lungo periodo, nei giovanissimi, sappiamo per ora davvero poco (https://www.lastampa.it/2021/06/14/news/silvio-garattini-sbagliato-immunizzare-i-giovani-bisogna-avere-piu-informazioni-1.40386485).

Nel frattempo in quasi tutta l’Africa e l’America Latina e in buona parte dell’Asia i vaccini sono drammaticamente insufficienti e la sbandierata promessa di donare un miliardo di dosi ai paesi bisognosi entro la fine del 2022, da parte dei membri del G7, ben attenti a non fare nessuna concessione sulla sospensione dei brevetti e la condivisione delle tecnologie per la produzione di medicinali a basso costo, suona come l’ennesima presa in giro. Come scrive Nicoletta Dentico su il manifesto, di vaccini ne servirebbero, per immunizzare la popolazione dei paesi poveri, 11 miliardi di dosi, non le “briciole”, insufficienti e tardive, che vengono oggi lasciate cadere dalla tavola dei grandi, attraverso la “filantropia strategica” di Biden e il fallimentare programma europeo Covax (https://ilmanifesto.it/gioco-sporco-sulle-diseguaglianze-vaccinali/). I vaccini, oltretutto, servirebbero subito, entro fine anno (Biden ha promesso invece 200 milioni di dosi nel 2021 e 300 nel 2022), perché nel frattempo il virus corre e la probabilità che si sviluppino le paventate nuove, pericolose, varianti – non da noi, dove la circolazione è bassa – ma nei paesi rimasti ai margini della campagna vaccinale, è elevata. Varianti che, come ormai sappiamo, non si fermano certo erigendo muri e illudendosi di sigillare le frontiere.    

«Prima gli americani» era lo slogan spudoratamente cinico di Trump. La nuova amministrazione americana, a braccetto con un’Unione europea mai così intransigente nella difesa dell’ordine neoliberale, ha invece oggi la sfacciataggine di levare alti proclami universalistici («la salute bene comune», «nessuno rimarrà indietro») mentre snobba i richiami dell’OMS a condividere davvero i vaccini e sigla un patto d’acciaio con i colossi farmaceutici, chiudendo la porta a qualsiasi deroga al sistema dei brevetti. Cinismo contro ipocrisia: difficile dire che cosa sia peggio (come documenta il bel volume di Leonard Mazzone, Ipocrisia. Storia e critica del più socievole dei vizi, Orthotes, 2020). Ma la sostanza rimane la stessa: un mondo diviso in due. Da una parte chi si accaparra la quasi totalità dei vaccini disponibili, nell’illusione di accelerare il ritorno alla “normalità” immunizzando l’intera propria popolazione, dalla culla alla tomba; dall’altra chi si vede negati non solo i vaccini ma, ancora più grave, l’accesso alle conoscenze e alle tecnologie necessarie per potenziarne la produzione e deve accontentarsi della (magra) beneficienza altrui.

Peccato che la politica del “prima gli italiani” (o i francesi, o gli americani) si stia rivelando, su una questione come questa, particolarmente miope, oltre che razzista e disumana. Perché dalla pandemia usciremo tutti insieme. O non ne usciremo.


Uno spettro si aggira per il mondo: il lavoro informale

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Probabilmente il termine «economia informale» fa parte del linguaggio degli specialisti e, sempre probabilmente, una parte di questi pensa che sia una attività diffusa nel terzo modo e nei paesi in via di sviluppo. Non è così.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro per «economia informale» si intendono «tutte quelle attività economiche svolte da lavoratori e unità produttive che – nella legislazione o in pratica – non sono sufficientemente coperte da sistemi regolari, o non lo sono affatto». Quindi anche in Italia moltissimi lavoratori – la maggioranza dei lavoratori dell’agricoltura e tanta parte dei lavoratori della logistica – si trovano in questa situazione per il reddito percepito e per la parzialissima, o assente, protezione sociale e previdenziale. Non parliamo del lavoro domestico e non parliamo delle donne che svolgono l’attività con un rapporto di lavoro precario o a part-time involontario, che dopo una vita di lavoro scopriranno di non avere neppure raggiunto il minimo di contributi per maturare la pensione. Si può obiettare che il sistema è “regolare” perché previsto dalla legge e convenuto nel 1995 dai sindacati confederali, ma in pratica sono prive di una copertura previdenziale e dovranno aspettare i 70 anni per avere la pensione dei poveri. Si stima che in Italia i lavoratori informali siano 16% (più il 3% presente anche nelle attività regolari) e non a caso l’OCSE si ricorda che il 10-15% di lavoratori (lavoratrici e immigrati) percepisce una retribuzione inferiore ai minimi previsti dal contratto collettivo nazionale.

Il problema è che nel mondo queste forme di lavoro si vanno diffondendo. La corsa verso il basso dei salari e dei diritti dei lavoratori si è affermata come il nuovo modo di produrre. Le catene globali di produzione (non solo di manufatti, ma sempre più di servizi) vedono concentrarsi il potere in un numero sempre più ridotto di grandissime imprese con il parallelo diffondersi della subfornitura che non è, meglio ricordarlo, la tradizionale componentistica della fase di produzione industriale del passato. Le multinazionali e i grandi conglomerati come Amazon, Walmart, Alibaba, controllano i mercati di sbocco della piccola e media impresa. Per essere competitivi in questo processo gli Stati stanno favorendo la nascita nel loro territorio di “zone franche” dove la regola è il lavoro senza diritti. In qualche caso è lo stesso Stato che sceglie di essere zona franca. È il caso del Bangladesh: sicuramente in Italia circola qualche maglietta Benetton prodotta alla Rana Plaza prima del crollo dell’edificio che causò la morte di 1124 lavoratrici che lavoravano senza assicurazione contro gli infortuni e i committenti si sono rifiutati di pagare i risarcimenti alle famiglie delle vittime.

La produzione si fa ora in questo modo e così possiamo comprare a basso costo molti beni di consumo che diversamente non potremmo comperare dati i livelli retributivi decrescenti. Luciano Gallino aveva caratterizzato questo costume sociale come il «modello Walmart». Comunque oltre due miliardi di esseri umani cercano di lavorare per avere di che vivere con lavoro informale: più del 60% degli occupati censiti a livello mondiale.

Nella mappa mondiale si evidenzia la distribuzione del loro lavoro considerando tutti i rami di attività, compreso quello agricolo, dove il lavoro informale è diffusissimo.

La rilevazione dei dati nei diversi paesi non è omogenea ed è difficile indicare con precisione se c’è un aumento o una riduzione. Ci si avvicina maggiormente alla realtà esaminando le tendenze in alcune aree territoriali vaste o continenti.

In America Latina c’è stata una diffusa e significativa riduzione del lavoro informale in pressoché tutti i paesi ma, dopo il cambio dei governi avvenuto negli ultimi anni, questo ha ripreso ad aumentare. Sicuramente è aumentato in Europa e in Asia Centrale con la sola eccezione dell’Armenia. Certo, in Europa e in Asia Centrale questo tipo di attività si assesta attorno al 7%, nell’America del Nord al 17%, mentre in Africa è mediamente del 76% e in alcuni paesi superiore al 90. Proprio esaminando la mappa risulta evidente che in alcuni territori, come l’Africa o i paesi arabi, oltre il 90% delle unità produttive sono classificabili come informali: è evidente l’incidenza dell’impresa individuale e dell’economia agricola mentre il lavoro informale si riduce con l’aumento delle classi d’ampiezza delle unità produttive.

Su due miliardi di lavoratori informali 740 milioni sono donne, ma questo dato medio è fortemente influenzato dall’occupazione in due paesi come la Cina e la Russia. Se si considerano solo i cosiddetti paesi in via di sviluppo il rapporto percentuale si capovolge e il lavoro informale è decisamente prerogativa delle donne.

C’è una chiara correlazione tra diffusione dell’economia informale e andamento dell’indice di sviluppo umano (reddito, istruzione e speranze di vita nei singoli paesi) che mette in evidenza due aspetti importanti del lavoro: la povertà e la differenza di genere.

È evidente che il drammatico e inarrestabile fenomeno delle diseguaglianze è non solo l’espressione della ingiustizia redistributiva ma anche l’affermazione di un nuovo modello di produzione in agricoltura, nella manifattura e nei servizi. Se si considerano i rapporti di lavoro, diventa chiaro che il lavoro informale senza diritti e senza sicurezza sociale è appannaggio dei contratti a termine, del lavoro a tempo parziale, del lavoro venduto tramite agenzie e del lavoro autonomo economicamente dipendente da committenti, mentre l’84% dei lavoratori con un rapporto di lavoro a tempo indeterminato svolge le sue attività nei settori dell’economia formale: vale in Zimbawe come in Italia.

A livello mondiale il numero delle ore perse per effetto della pandemia da Covid 19 corrisponde a una riduzione di 400 milioni di occupati a tempo pieno ma la ripresa economica non avverrà spontaneamente e a livelli così accelerati da riportare l’occupazione ai livelli precedenti. C’è quindi una seria preoccupazione che il numero di lavoratori senza diritti e senza sicurezza sociale crescerà. La Cina pare essere in controtendenza, ma non è una contraddizione perché è la conferma del nuovo modello produttivo, il “modello Walmart”.

L’indebolimento delle organizzazioni sindacali è inevitabile se non verrà trovato il modo di organizzare i lavoratori senza diritti e senza sicurezza sociale; c’è bisogno di una nuova solidarietà e quindi di una rinnovata vita associativa che permetta una loro partecipazione affermando nuovi legami, per rendere i lavoratori nuovamente protagonisti della lotta per affermare l’eguaglianza dei diritti umani attraverso l’accesso universale e pubblico all’istruzione, alla tutela della salute, alla sicurezza per la vecchiaia.

Per fare questo è necessaria una cultura dei “progressisti” che sappia far vivere la lotta per i diritti civili integrandola indissolubilmente con la lotta per cambiare le condizioni materiali e, con esse, i rapporti sociali. In fondo la più grande diseguaglianza è ritornata ad essere quella del potere.


Migranti senza confini nel Sahel

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Il Sahel (in arabo, costa del Sahara) è una vasta area che si estende tra l’Oceano Atlantico e il Mar Rosso. Dei 14 Stati che lo compongono prenderemo in considerazione solo quelli dell’area Nord occidentale, importanti per il ruolo storico e attuale nei processi commerciali e migratori tra Africa ed Europa: Niger, Mali, Ciad.

Da tenere comunque presente che il Sahel ha confini con Senegal, Mauritania, Camerun, Algeria, Marocco, Libia, Sudan, Eritrea, Etiopia, Repubblica centro africana. Un vasto territorio, perlopiù desertico e poco popolato, da secoli importante nei rapporti commerciali tra Africa sub sahariana e Mediterraneo.

Oggi è uno dei crocevia più importanti per i flussi emigratori

La zona orientale ha avuto, da sempre, una funzione critica quale crocevia delle vie di collegamento tra Africa sub sahariana e Mediterraneo. È la cerniera naturale lungo l’asse nord-sud, ovvero tra l’Africa settentrionale (araba e musulmana) e l’Africa nera.

La sua importanza geo-politica è particolarmente cresciuta nell’ultimo decennio quale via di transito delle migrazioni da diversi Paesi africani del Sud del centro e del Sud del continente.

Proprio da qui si dipartono le piste che, avventurandosi nel deserto del Sahara lungo le antiche rotte carovaniere, mettono in comunicazione con il bacino del Mediterraneo; con la differenza, non da poco, che rispetto al passato non si commerciano più spezie, avorio, sale e oro ma bensì droga, armi, materie prime ed esseri umani (questi ultimi, in verità rappresentano una costante).

Il Sahel è, di conseguenza, una regione di importanza fondamentale non solo per gli equilibri dell’Africa settentrionale e centrale ma anche, di riflesso, per l’Europa meridionale; purtroppo la sua stabilizzazione è ostacolata dal sovrapporsi degli interessi interni ed esterni e da un approccio sbagliato, neocolonialista da parte della Francia: interventi militari; compromessi e sostegno a governi corrotti e dispotici (nel solo Mali si sono avuti cinque primi ministri in cinque anni); controllo sulle materie prime; disinteresse per le opposizioni democratiche perseguitate.

Tutta l’area è colpita da un problema naturale. La scarsità e soprattutto la variabilità di risorse idriche. A piogge torrenziali e violente seguono lunghi periodi di siccità, un flagello ricorrente e un pericolo continuo di desertificazione. La più recente è stata la catastrofe del 2010 che provocò la morte per fame e denutrizione di centinaia di migliaia di persone e la diffusione di malattie, colera, gastroenterite, disturbi respiratori, meningite). Ne sono seguite altre con impatti meno devastanti ma comunque sempre drammatici umanamente e distruttivi per il territorio.

La geografia, popolazioni, risorse

Il Sahel è scarsamente antropizzato: nell’Est, il territorio che ci interessa, vivono appena circa 100 milioni di abitanti con poche città degne di questo nome, seppur talvolta con alle spalle una storia millenaria (oltre a Timbuctù da ricordare anche Dienné e Gao sempre in Mali, Agadez e Bilma in Niger e Oudane in Mauritania). L’urbanizzazione è, però, in forte crescita per l’arrivo di persone che fuggono dalla miseria di zone agricole e anche di rifugiati emigranti da altri Paesi.

Per meglio comprendere la situazione nel sub-Sahara occorre dapprima cogliere alcuni dei principali aspetti in corso di mutamento al suo interno.

Contrariamente a una diffusa percezione di immutabilità, la regione è da anni attraversata da profonde trasformazioni di carattere economico, politico e sociale, che qui possiamo richiamare solo in maniera sintetica.

Da un punto di vista economico, i Paesi sub-sahariani hanno vissuto tra il 2000 e il 2014 il periodo di crescita più rapida e sostenuta fin dalla loro creazione negli anni Sessanta, dopo l’indipendenza dalla Francia, potenza coloniale dell’area. Il tasso medio annuo di espansione del PIL è stato pari al 5,5%, frutto di dinamiche di sviluppo che hanno coinvolto buona parte delle economie della regione nelle zone coltivabili o pastorizie e dall’esportazione di petrolio (per alcuni). Un ruolo importante è stata la scoperta di materie prime rare tra cui l’uranio e minerali usati nelle nuove tecnologie. Lo scenario economico internazionale è andato tuttavia deteriorandosi a partire dalla fine del 2014, con il calo del prezzo degli idrocarburi e ha significativamente frenato questi sviluppi. I Paesi subsahariani esportatori di petrolio (su tutti la Nigeria) e di altre risorse minerarie sono stati i più colpiti.

 

Altro importante fronte di profonda e continua trasformazione è quello demografico. L’Africa sub-sahariana è l’area del mondo la cui popolazione sta attraversando l’espansione più rapida, al pari del continente. Il graduale allungamento della vita media degli africani non è accompagnato da una riduzione dei tassi di fertilità sufficientemente rapida da contenere gli aumenti e le pressioni demografiche. Le previsioni più accreditate indicano che la popolazione della regione raddoppierà nel 2050, proseguendo una dinamica di crescita sostenuta fino alla fine del XXI secolo. Secondo le proiezioni della popolazione delle Nazioni Unite, l’Africa sub-sahariana subirà un’impennata demografica e vedrà la sua popolazione aumentare da 970 milioni di oggi a 2,2 miliardi nel 2050, sarà l’area con il 22% della popolazione mondiale.

Tuttavia, due fattori demografici rendono obsoleta l’ipotesi di un flusso migratorio verso l’Europa paragonabile a questa crescita, con buona pace di chi grida alle invasioni: «L’Africa sub-sahariana emigra poco, a causa della sua povertà», osserva l’INED, l’Istituto nazionale di Studi Demografici francese, e «quando emigra, il 70% si sposta in un altro Paese sub-sahariano e solo il 15% in Europa, il resto è diffusione tra i Paesi del Golfo e il Nord America».

Secondo la “matrice” della migrazione costruita per quindici anni dalla Banca mondiale, l’OCSE e il FMI, incrociando le proiezioni demografiche con quelle delle Nazioni Unite, gli immigrati subsahariani di prima generazione dovrebbero avvicinarsi in Italia, nel 2050, al 3% della popolazione contro lo 1,5% di oggi. In tutti i Paesi dell’OCSE, dove gli immigrati subsahariani ora sono nella media dello 0,4% della popolazione, potrebbero aumentare la loro quota al 2,4% nel 2050. «Si tratta di un aumento significativo, ma del 2,4%, non significa in alcun modo parlare di “invasione”, nemmeno aggiungendo la seconda generazione». La migrazione subsahariana «non è un’anomalia minacciosa ma una forma ordinaria di mobilità umana».

Gli abitanti della regione vivono una cultura della migrazione. Fa parte della loro esistenza. Il tasso di migrazione stagionale tra i Paesi dell’area e quelli vicini è assai elevato. Il Niger ne è l’esempio più chiaro da moltissimi anni. La migrazione stagionale, localmente chiamata Exode, svolge un ruolo importante nella vita economica e culturale della nazione. Sebbene sia una pratica comune in molti Paesi, il Niger vede un terzo della popolazione rurale trasferirsi in un altro Paese per lavoro stagionale, durante la lunga stagione secca. Non solo le vie ma anche il modo di queste migrazioni sono il costrutto di centinaia di anni, e le destinazioni e il lavoro variano a seconda della comunità e del gruppo etnico.

Altro esempio sono le popolazioni del deserto, le comunità del nord, come i pastori dell’etnia Fula che hanno i loro modelli di migrazione stagionali stabiliti dai cicli di transumanza delle mandrie per pascoli e mercati. Tuttavia, anche loro vedono migrazioni di manodopera stagionale. L’Algeria, la Libia e il sud della Nigeria sono le destinazioni più comuni tra le comunità tuareg dalla complessa struttura in clan. L’attività di esportazione di successo proveniente dalle montagne Aïr, oasi per la produzione di prodotti come le cipolle spinge altri uomini fino al sud della Costa d’Avorio. Gli uomini Tuareg sono spesso presenti nelle città di tutta la regione del Sahel. Conducono la stessa vita e svolgono i medesimi lavori degli abitanti locali mostrando nei comportamenti una trasformazione culturale, anche in quelli di casta aristocratica o guerriera.

Il Niger è un punto di transito per gli immigrati provenienti da tutta l’Africa occidentale, che viaggiano in camion e autobus verso nord, specialmente in Libia, frequente punto di partenza nel tentativo di attraversare l’Europa. Come già detto l’esperienza della migrazione è antica nel Sahel, ha mescolato linguaggi, rapporti. Il linguaggio di diverse etnie non contiene termini come confine, Stato, divieti etc. Non è raro lo spaesamento dei nomadi nell’attraversare check point e vedersi controllati nei pressi di confini per loro inspiegabili.

L’insieme di questi mutamenti, sommati alle crisi politiche e agli effetti del cambiamento climatico, hanno prodotto ripercussioni sulla stabilità, sociale e politica, con alta frequenza di guerre civili inter-etniche. Tra il 2005 e il 2010, i conflitti armati in Africa subsahariana risultavano ben più circoscritti. L’area nel suo complesso dava un’immagine più stabile e sicura rispetto al passato; tra il 2010 e il 2016 tuttavia la conflittualità è fortemente cresciuta con la comparsa del fondamentalismo islamico violento e il ritorno di tensioni storiche (tuareg in Mali). Significativamente ciò è avvenuto contemporaneamente all’aggravarsi della situazione economica e i cambiamenti dovuti al riscaldamento climatico. Il Sahel, che rappresenta oggi il crocevia dell’instabilità africana, viene soprattutto descritto come una regione in cui predominano rivendicazioni di natura religiosa, sostenute da gruppi armati vicini ad al-Qāida nel Maghreb Islamico, o Boko Haran nel nord della Nigeria e la sua penetrazione in Ciad e Mali. Una visione riduttiva e schematica delle cause della conflittualità che vedono incrociarsi problemi socio-economici, legati alla marginalizzazione delle regioni settentrionali del Mali quelle confinanti con il Sahara, a tensioni comunitarie e ribellioni autonomiste e secessioniste di parte delle comunità come quella Tuareg. In Nigeria e nel bacino del lago Ciad, la violenza armata di Boko Haram è alimentata da motivazioni sociali e politiche, distruzione di vecchi equilibri tra agricoltura sedentaria e pastorizia nomade. Tutti fattori al centro della propaganda religioso-fondamentalista. L’aridità crescente dei terreni coltivabili per lo più posseduti da cristiani costringe a migrazioni verso le città o produce conflittualità con i gruppi nomadi pastorizi, mussulmani, per il controllo dell’acqua. La rovina del lago Ciad sta privando d’acqua l’intera regione, molti fiumi sono quasi in secca. L’aumento di temperatura è la prima ragione della scarsità idrica e della susseguente aridità del terreno.

Il Ciad, un esempio paradigmatico

Anche il Ciad è una situazione esemplare della condizione dell’area. Vi sono più di 200 gruppi etnici. Attraverso le loro antiche relazioni religiose e commerciali con il Sudan e l’Egitto, molte persone nell’est Sahel e delle regioni centrali sono state più o meno arabizzate.

Il principale gruppo etnico del Ciad sono i Sara, di religione cristiano/animista (popolo Sara) che vive nel sud e compone il 20% della popolazione. Nel Ciad centrale come nel nord Mali la popolazione è soprattutto nomade e si dedica alla pastorizia. I montanari del nord sono sparsi, principalmente di religione musulmana povera. Ciascuna comunità-tribù nel Ciad (più piccola dei gruppi descritti sopra) ha sviluppato la propria religione, musica e folclore.

Il Ciad è stato valutato dall’ONU come uno dei Paesi a più alto rischio sociale dato dalla combinazione di alta povertà, frequenti conflitti e rischio di siccità e alluvioni. La popolazione del Ciad è per lo più giovane. L’alta disoccupazione giovanile ha già causato disordini nella capitale N’djamena. Il Paese è stato in guerra civile o conflitto per 35 dei suoi 57 anni di indipendenza dalla Francia.

Il Ciad è più grande di quanto molti occidentali potrebbero pensare. Ha 1,28 milioni di km² ed è più esteso della Nigeria (il doppio della Germania); i suoi 10 milioni di abitanti vivono nella metà meridionale del Paese, poiché la maggior parte della metà settentrionale si estende fino al deserto del Sahara con clima arido poco coltivabile.

La maggior parte dei ciadiani basa il proprio sostentamento sull’agricoltura di sussistenza e sull’allevamento del bestiame. Le pianure semiaride del Sahel, nel nord del Paese, forniscono pascoli per il bestiame durante la stagione delle piogge, mentre i fertili campi agricoli nel sud producono la maggior parte del reddito e delle colture alimentari. Una geografia analoga a quella del Niger e del Mali. Quando inizia la stagione secca, i pastori spostano le loro mandrie verso sud per nutrirle con gli avanzi del raccolto agricolo.

Il Ciad e il clima che cambia

Dalla metà del XX secolo, le temperature in Ciad sono costantemente aumentate mentre le precipitazioni diminuiscono. Il più grande lago dell’area, il lago Ciad, è quasi scomparso negli ultimi 50 anni a causa di una combinazione di siccità e aumenti dei prelievi per l’irrigazione in agricoltura.

Gli studi sul clima prevedono temperature più calde nel corso del XXI secolo, il che significa minori raccolti, pascoli peggiori e una vita più dura per chiunque sia dipendente dal lago Ciad.

Le aree rurali sono maggiormente a rischio perché è lì che si trova la buona parte della popolazione. Tuttavia, anche le aree urbane non sono sicure, in quanto le città sono in crescita e vivono gravi difficoltà per l’arrivo di nuovi residenti. I servizi igienico-sanitari come il liquame, il drenaggio delle acque piovane e la raccolta dei rifiuti sono scarsi, secondo la Banca Mondiale. In caso di alluvioni, come accaduto nel 2010, 2011 e 2012, l’infrastruttura non può far fronte e le acque reflue non trattate possono infettare l’approvvigionamento idrico, creando un alto rischio di malattie infettive come il colera.

Sfide demografiche in Ciad

Secondo le stime delle Nazioni Unite, il Ciad ospita anche 300.000 rifugiati provenienti dal Darfur, al confine orientale con il Sudan, mentre altri 67.000 rifugiati dalla Repubblica Centrafricana sono nei campi al confine meridionale. Questi rifugiati consumano le risorse limitate del Ciad e talvolta competono con la popolazione locale. Ciò crea risentimento e talvolta violenza tra i rifugiati e i loro ospitanti.

A peggiorare le cose, la crisi di Boko Haram nel nord-est della Nigeria si è riversata nella regione del lago Ciad, che ora conta più di 60.000 sfollati registrati e altre migliaia che non sono registrati. Ciò è preoccupante poiché la gioventù disoccupata del Paese potrebbe essere a rischio di reclutamento e radicalizzazione da parte di Boko Haram.

Cambiamento climatico e conseguenze

Le radici degli alberi stabilizzano i suoli e proteggono dall’erosione durante le forti piogge, mentre assicurano il ripristino della fertilità semplicemente producendo lettiera. La mancanza di acqua determina essicamento delle piante e l’intero ciclo resta sconvolto.

Per affrontare le conseguenze del riscaldamento climatico sono necessarie risorse per progetti di miglioramento nelle tecniche agricole, diversificazione delle culture, sistemi di raccolta dell’acqua etc. I pochi progetti dimostrano che cambiamenti in positivo possono esserci, ma il Paese è povero. Il Ciad ha iniziato a produrre petrolio nel 2003 che ora rappresenta il 93% di tutte le esportazioni. Tuttavia, questo Paese è vulnerabile al calo dei prezzi del petrolio.

L’agricoltura è ancora la colonna portante dell’economia senza un suo ammodernamento e sviluppo la situazione del Paese può diventare tragica. Nel lungo termine lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile e l’allevamento potrebbero essere la chiave per creare occupazione e migliorare la produzione. Sono però necessarie risorse per attivare progetti mirati, introdurre nuovi metodi e tecnologie. Risorse che mancano al Ciad. La situazione è davvero allarmante. «In Ciad, la produzione di cereali è diminuita drasticamente rispetto all’anno precedente. Nel mese di novembre, ci sono stati solo due mesi di riserve, non di più», ha dichiarato Jean-François Caremel, capo missione di Azione contro la fame (ACF), con sede nella capitale N’Djamena. Il raccolto è stato povero nei mesi senza piogge, nel mese di aprile fino a settembre-ottobre, i granai sono vuoti e il nuovo raccolto non è ancora pronto.

Mali

Il Mali, Paese confinante del Ciad, è diviso in un Nord prevalentemente desertico e in un Sud coltivabile e fruttifero. Al Nord vivono popolazioni di pastori Tuareg, nomadi e mussulmani di lingua berbera: quei Tuareg che hanno sempre rifiutato i confini stabiliti dai francesi dopo l’indipendenza e anche quelli con la Libia.

L’estensione territoriale è notevole – due volte la dimensione del Texas – e ha sofferto di conflitti di lunga data tra il popolo nomade del nord e i gruppi più stabiliti del sud, che hanno tradizionalmente tenuto il potere. Queste tensioni hanno provocato un colpo di Stato militare nel 2012 e sono state sfruttate da gruppi islamisti sempre più organizzati e violenti. Negli ultimi anni questi gruppi hanno ucciso migliaia di persone. Le Nazioni Unite hanno schierato una missione di peacekeeping di circa 12.000 soldati con un budget di circa $ 1 miliardo l’anno per il Mali, mentre i francesi, gli americani, gli inglesi e altri hanno inviato truppe o supporto militare, e i Paesi della regione hanno dispiegato 5.000 militari come forza di supporto. Ma le soluzioni ai problemi del Mali non possono essere risolte con le armi: servirebbe una governance inclusiva, equa e trasparente con il coinvolgimento dei gruppi tribali.

I tuareg che da tempo rivendicano l’autonomia si mossero verso il Sud occupandone una buona parte del territorio e costringendo il governo centrale a un accordo. I gruppi di opposizione nel Mali vedono in questo accordo la possibilità di introdurre cambiamenti politici e di imporre cambiamenti alla stessa struttura di potere: oggi corrotta, clientelare, inefficiente e sostenuta dalla Francia che ha notevoli interessi in loco.

L’esodo dei Tuareg può essere considerato un esempio di quale sarà lo stato della regione con l’avanzare degli aumenti di temperatura. Un fenomeno non circoscritto ma generale che potrà determinare spostamenti massicci di popolazioni. Studi condotti da un istituto universitario tedesco prevedono che l’intero Medio oriente non sarà più abitabile nel corso del secolo.

Niger

Il Niger, classificato in termini di sviluppo, all’ultimo posto tra i 182 Paesi membri delle Nazioni Unite, è il terzo più grande produttore di uranio.

Alcune popolazioni sono già state classificate dall’ONU come “vulnerabili” in conseguenza del riscaldamento della Terra. Il geografo Harouna Mounakaïla descrive, nell’osservare gli effetti di una crisi climatica: «movimenti molto più massicci del solito, di famiglie rurali verso le città in cerca di piccoli lavori, o per chiedere l’elemosina». La situazione ricorda la crisi del 2005, quando tre milioni di nigeriani soffrirono la fame. Non c’è da stupirsi, scrive un coordinatore di una ONG, che «si moltiplichino piccole e grandi delinquenze nelle città e nuovi affari legati alle emigrazioni».

Il Niger è un caso particolarmente interessante. Può essere considerato specchio e banco di prova delle politiche migratorie europee e anche di quelle di Italia e Francia, Paesi mediterranei. Situato nel medio continente africano, il Niger è composto per i 2/3 del territorio dal deserto del Sahara, inabitabile, che costituisce il nord del Paese. Il resto, sulle sponde del fiume Niger, presenta grandi savane dove è possibile allevare bestiame e praticare agricoltura di sussistenza. In quest’ultima regione si trova la capitale, Niamey, e la maggior parte dei centri abitati. Nella parte sudorientale del Paese si trova il Lago Ciad, che è condiviso con il Ciad, la Nigeria e il Camerun.

Il clima del Niger è uno dei più caldi al mondo, tanto che la temperatura media supera facilmente i 30°C. Le precipitazioni sono trascurabili nelle regioni settentrionali, mentre nelle regioni meridionali raggiungono gli 800 mm annui, concentrandosi tra giugno e ottobre.

Il Niger è uno dei più importanti Paesi al mondo per l’estrazione dell’uranio (circa 3243 tonnellate l’anno) ad opera della multinazionale francese Areva.

Fino a poco tempo fa, il Niger era il principale Paese di transito per i migranti subsahariani in viaggio verso l’Europa. La città di Agadez era l’ultima tappa, un punto di concentrazione e di attrezzatura logistica, prima di attaccare l’inferno del Sahara sino alle coste del Mediterraneo della Libia o dell’Algeria. «Nel 2015 e nel 2016, ogni anno ad Agadez sono arrivati 100.000 migranti, ha dichiarato Hassoumi Massaoudou, attuale ministro delle finanze, che ha poi ricoperto il portafoglio degli interni. Nel 2017, erano solo 20.000».

Al ministero dell’Interno Hassoumi Massaoudou fu l’architetto della fine dell’applicazione del 2016 di una legge per punire drasticamente il contrabbando. L’Europa ha applaudito, prima di tutto la Francia, per aver reso il Niger uno dei suoi migliori alleati nella regione nella lotta contro il terrorismo. Un centinaio di veicoli utilizzati per convogliare i candidati a partire sono stati effettivamente sequestrati dalla polizia, i contrabbandieri sono stati arrestati, processati e condannati. Un’economia fiorente e ufficiale – vettori, commercianti, proprietari terrieri… – è andata in frantumi in questo Paese che è tra i più poveri del mondo. E soprattutto la regione di Agadez, che un tempo era un prospero crocevia di carovane, e quindi una destinazione turistica, prima di essere rovinata dalle ribellioni tuareg degli anni ’90 e dall’attività dei gruppi jihadisti.

«La situazione è estremamente complessa», ha dichiarato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) Filippo Grandi durante una visita ad Agadez, esortando che l’assistenza allo sviluppo sia fornita alla comunità locale: «Che ci piaccia o no, la riduzione dei migranti ha fatto sì che migliaia di famiglie abbiano perso il loro sostentamento. Se la comunità internazionale non supporta il Niger, queste famiglie potrebbero rivoltarsi contro estranei bloccati qui».

Agadez è diventato un vicolo cieco. L’UE, attraverso il Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa, nonché i partner bilaterali, ha promesso centinaia di milioni di euro per aiutare la popolazione locale, al fine di offrire un’alternativa professionale agli ex trafficanti. Ma gli effetti non si sono ancora visti. Le conseguenze sociali sono diventate disastrose: aumento vertiginoso della criminalità, mendicità pervasiva, traffici collegati alla tratta dei migranti, corruzione nel sistema di amministrazione cittadino, violenze urbane.

Allo stesso tempo, la situazione è cambiata e comporta nuovi rischi. Da un lato, le reti di trasportatori stanno ora scegliendo rotte transahariane più pericolose di quelle precedentemente utilizzate, ora controllate dalle autorità.

Inoltre, le tensioni in altri Paesi spingono nuove immigrazioni. La città ha visto arrivare migliaia di rifugiati sudanesi del Darfur, in cerca dello status di rifugiato politico che possono teoricamente dare loro i funzionari dell’Ufficio francese per la protezione dei rifugiati e degli apolidi, prontamente inviato in Niger per collaborare con IOM e UNHCR. La Francia è impegnata ad accogliere 3000 rifugiati dal Ciad e dal Niger, ma, ad oggi, solo poche decine sono state ospitate. Questo flusso di richiedenti asilo ha causato tensioni con la popolazione locale. È per lo stesso motivo che il Ciad, vicino al Niger, si oppone all’idea di questi centri di smistamento e registrazione.


Osservatorio quindicinale sull’Africa Subsahariana

Autore:

1 novembre 2018

Eletta la prima presidentessa e il primo governo a parità di genere nella storia dell’Etiopia; annunciata l’istituzione dell’università libera in Liberia; Paul Biya eletto presidente del Camerun per il settimo mandato; hackeraggio di Anonymous contro oltre 70 siti istituzionali del Gabon.

 

Africa Occidentale e Sahel

Benin

  • L’esponente dell’opposizione e uomo d’affari Sebastien Ajavon, con altri tre imputati, è stato condannato a 20 anni di carcere per traffico di cocaina. Il caso risale all’ottobre 2016, quando Ajavon era stato arrestato dopo la scoperta di circa 18 kg di cocaina in un contenitore destinato a una delle sue aziende. Nessuno degli imputati era presente al processo e uno dei loro avvocati ha denunciato “gravi irregolarità”. Durante l’udienza è stato emesso un mandato di arresto internazionale nei loro confronti.

Burkina Faso

Ciad

Costa d’Avorio

Gambia

Guinea Conakry

Liberia

Mali

  • Le elezioni legislative sono state nuovamente rinviate. Previste per novembre-dicembre, sono state rinviate al 2019 senza una data specifica. Inoltre, è stato prolungato di un altro anno lo stato di emergenza, in vigore quasi senza interruzione dall’attacco jihadista contro l’hotel Radisson Blu a Bamako, la capitale, nel novembre 2015.
  • Due caschi blu del Burkina Faso sono stati uccisi e diversi sono stati feriti in un attacco alla Missione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) nella regione di Timbuktu.

Niger

    • Il ministro delle finanze ha annunciato alla televisione pubblica che lo Stato indennizzerà con 3 milioni di euro le migliaia di bambini della città di Tibiri, nel centro-sud del Paese, che hanno subito malformazioni per aver bevuto acqua con alto contenuto di fluoruro tra il 1985 e il 2000. Nel 2001 il Centro per la salute di Tibiri aveva dichiarato che 4918 bambini erano stati vittime di varie malformazioni. Tuttavia, il ministro non ha indicato alcun termine per il pagamento del risarcimento.
    • Presunti jihadisti hanno bruciato tre scuole e la casa di una guardia forestale nella regione di Tillabéri, vicino al confine con il Burkina Faso. Un civile è stato ucciso.
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Nigeria

 

Africa Centrale

Angola

      • Il governo della Repubblica Democratica del Congo ha espresso indignazione dopo l’espulsione dall’Angola di circa 30.000 congolesi e il ritorno volontario di altri 200.000 a seguito di una grande operazione contro l’immigrazione clandestina all’inizio di ottobre. Durante tale operazione di polizia una dozzina di cittadini congolesi sarebbe stata uccisa.

Camerun

Congo Brazzaville

Gabòn

Guinea Equatoriale

Repubblica Centrafricana

Repubblica Democratica del Congo

 

Africa Orientale e Corno d’Africa

Burundi

Etiopia

      • Il primo ministro dell’Etiopia ha nominato il primo governo a parità di genere (10 uomini e 10 donne) del Paese, dopo averlo riorganizzato il 16 ottobre. Inoltre, il 25 ottobre, il parlamento ha nominato la prima donna presidente, Sahlework Zewde. Attualmente è l’unico capo di Stato donna nel continente africano.
      • Il governo ha firmato un accordo di pace con uno dei maggiori partiti di opposizione del Paese, il Fronte di liberazione nazionale dell’Ogaden. Un mese fa aveva cancellato dall’elenco dei “gruppi terroristici” sia questo gruppo che quello di Ginbot 7, la più grande organizzazione armata in esilio e il cui capo è tornato in patria lo scorso settembre.

Kenya

Somalia

Tanzania

 

Africa Australe

Sudafrica

 

Madagascar e gli Stati delle isole

Comore

Madagascar


Osservatorio quindicinale

Autore:

Le notizie più importanti dall’Africa Subsahariana

16 ottobre 2018

La visita della moglie del presidente nordamericano in diversi Paesi africani; le elezioni in Camerun; il primo anniversario dell’attacco più micidiale della storia della Somalia; il riconoscimento del premio Nobel al chirurgo congolese Denis Mukwege…

 

 

Africa Occidentale e Sahel

BurkinaFaso

  • Sette soldati sono morti in due attacchi in diverse parti del Paese. Il 3 ottobre, nella notte, sei soldati sono stati uccisi e diversi feriti quando il loro veicolo ha calpestato un dispositivo esplosivo artigianale nell’est del Paese, coinvolto negli ultimi mesi da un nuovo fronte jihadista. Il 4 ottobre, in un secondo attacco a un sito minerario nel nord del Paese dove i jihadisti conducono attacchi in armi dal 2015, un gendarme è morto e un altro è rimasto ferito.

Costa d’Avorio

  • La Germania e l’Unione europea finanzieranno il primo impianto solare in Costa d’Avorio con 40 milioni di euro, come hanno annunciato dalle loro ambasciate il 3 ottobre. Sarà situato nel nord del Paese con l’obiettivo di aumentare l’uso di energie rinnovabili all’11% entro il 2020.
  • Il primo ottobre è ripreso dopo mesi di interruzione il processo al Tribunale penale internazionale contro l’ex presidente della Costa d’Avorio, Laurent Gbagbo, e il suo ex ministro della gioventù, Charles Blé Goudé. La prossima udienza è stata fissata al 12 novembre. Entrambi sono accusati di crimini contro l’umanità (omicidi, stupri, persecuzioni e altri atti inumani) in relazione alla crisi post-elettorale che il Paese ha vissuto nel 2010. Sebbene il Paese non sia più in crisi, molti ivoriani credono che una vera pace sarà possibile solo quando Laurent Gbagbo sarà rilasciato, e considerano quello in atto un processo politico.

Ghana

  • Il Ghana è stato la prima destinazione della first lady americana, Melania Trump, nel suo tour nel continente africano. È atterrata martedì 2 ottobre ad Accra, la capitale del Paese. Visiterà anche il Malawi, il Kenya e l’Egitto. Prevalentemente si sono commentati i suoi vestiti e i suoi gioielli.

Guinea Bissau

  • Una barca di legno con circa 60 persone a bordo si è rovesciata durante una tempesta. I resti della nave sono stati trovati, ma i corpi non sono stati recuperati. Secondo un ufficiale dalla marina, la guardiacoste della Guinea Bissau ha due motoscafi ma spesso non possono operare a causa della mancanza di carburante. La nave era probabilmente partita con l’intenzione di raggiungere le Isole Canarie secondo una rotta alternativa per evitare le acque senegalesi dove opera la marina senegalese, sostenuta dalla Guardia Civil Spagnola, per impedire ai migranti di partire.

Liberia

Mali

  • Almeno quaranta persone, civili e militari, sono rimaste uccise nei recenti attacchi dei gruppi jihadisti o in altri scontri armati nel centro e nel nord del Paese. Tra questi attacchi ci sono quelli relativi alla violenza tra le comunità al confine tra il Niger e il Mali dove si confrontano i gruppi etnici Peuls e Tuareg, mentre nel centro del Mali sono in corso scontri tra Peuls e Dozos.
  • Altri attacchi sono stati condotti dai gruppi jihadisti contro l’esercito dell’operazione francese Barkhane, le forze armate maliane e la missione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA).

Niger

Nigeria

Senegal

  • I Giochi olimpici giovanili del 2022 si terranno a Dakar, la capitale del Senegal. È l’annuncio dell’8 ottobre del Comitato olimpico internazionale. Sarà il primo evento olimpico in Africa, che per la seconda volta ospita una grande competizione internazionale, dopo la Coppa del Mondo di calcio in Sudafrica nel 2010.
  • Lo scorso 30 settembre si è svolta la 31a edizione della traversata Dakar – Isola Gorée e ritorno a nuoto. Ogni anno centinaia di persone partecipano a questo evento che vuole ricordare gli schiavi che non volevano essere rivenduti e si gettavano in acqua al momento dell’imbarco. Si tratta di una prima traversata di 4500 metri e di una seconda di 5200.

 

Africa Centrale

Camerun

  • Si sono svolte domenica 7 ottobre le elezioni presidenziali e il presidente al potere da 36 anni aspira a ricevere un settimo mandato. Poco prima delle elezioni, nove candidati dell’opposizione hanno ritirato le loro candidature per formare una coalizione con Maurice Kamto, che si è dichiarato vincitore già prima dello svolgimento delle elezioni. Il governo ha criticato questo cambiamento dell’ultimo minuto e il Ministro delle comunicazioni ha affermato in una conferenza stampa che c’era una trama di alcuni candidati pronti a “promuovere azioni violente” e che “il governo avrebbe preso tutte le misure per mantenere la pace sociale, durante e dopo le elezioni”. Le elezioni sono state sospese nella zona anglofona, dove erano in corso diverse azioni violente da parte di uomini armati.

Gabòn

  • Si sono svolte il 6 ottobre le elezioni legislative e locali con quasi due anni di ritardo. In questo modo si intende lasciare alle spalle la crisi politica che il Paese sta vivendo dalle ultime elezioni del 2016, in cui la rielezione di Ali Bongo, presidente dal 2009, venne fortemente contestata dopo la successione a suo padre che ha guidato il Paese dal 1967. Molti elettori hanno mostrato grande scetticismo riguardo alle elezioni.

Guinea Equatoriale

Repubblica Centrafricana

Repubblica Democratica del Congo

 

Africa Orientale e Corno d’Africa

Burundi

Etiopia

  • Il conflitto inter-comunitario continua, almeno 44 persone sono morte per violenze tra giovani di gruppi che si sono affrontati nell’ovest del Paese a partire dal 26 settembre. Secondo gli osservatori delle Nazioni Unite, 70.000 persone sono state sfollate per fuggire dai combattimenti.

Kenya

Mozambico

  • È iniziato il 3 ottobre un processo contro 189 sospetti jihadisti. Sono accusati di essere coinvolti in attacchi contro civili e polizia nel nord del Paese. Tra di loro c’erano mozambicani, ma anche tanzaniani, congolesi, somali e burundesi; 42 sono donne. Nell’ultimo anno, nel nord del Paese, circa 50 persone sono morte a seguito di attacchi.

Ruanda

Somalia

  • Almeno 3 civili sono stati feriti in un attacco a un convoglio militare dell’Unione Europea a Mogadiscio, la capitale della Somalia. La missione dell’Unione Europea in Somalia è stata istituita nel 2010 per addestrare i soldati somali nella lotta contro il gruppo jihadista Al-Shabab.
  • Almeno 20 persone sono state uccise in due distinti attacchi di sospetti attentatori suicidi nella città di Baidoa, nel sud della Somalia.
  • Inoltre, l’unico condannato alla pena capitale dei cinque presunti responsabili del più micidiale attacco terroristico nella storia della Somalia, con quasi 600 vittime, è stato giustiziato il 14 ottobre in coincidenza con il primo anniversario dell’esplosione.

Tanzania

Uganda

Zimbabwe

 

Africa Australe

Sudafrica

 

Madagascar e altri Stati delle isole

São Tomé e Príncipe

  • Una nave spagnola che opera sotto la bandiera senegalese e autorizzata alla pesca del tonno nel Golfo di Guinea è stata sequestrata per pesca illegale di pinne di squalo. È successo lo scorso 22 settembre mentre navigava nelle acque dell’arcipelago di São Tomé e Príncipe ed è stata resa pubblica dall’ONG Sea Shepherd. Sono state scoperte a bordo due tonnellate di squali. Le pinne di squalo sono molto richieste nel mercato asiatico.

 

tradotto dal sito: lamarea.com


Osservatorio quindicinale

Autore:

Le notizie più importanti dall’Africa subsahariana

16 settembre 2018

La morte di 90 elefanti nel Botswana; la crescita negativa dell’economia del Sudafrica; il salvataggio di 439 persone nel deserto del Sahara…

Africa Occidentale e Sahel 

Burkina Faso

  • Continuano gli attacchi armati nella regione orientale del Burkina Faso. Negli ultimi 15 giorni cinque persone sono state uccise in un attacco a una moschea (tre della stessa famiglia di due villaggi diversi e due soldati), e sei altre sono rimaste ferite quando il loro veicolo ha calpestato una mina artigianale.
  • Inoltre, sono state attaccate due stazioni della guardia forestale e della gendarmeria, mentre sono state incendiate tre scuole elementari e gli alloggi degli insegnanti.
    https://www.voaafrique.com/a/4554362.html

Ghana

Mali

Niger

  • 439 persone sono state salvate al confine tra Algeria e Niger dall’Organizzazione Internazionale per i Migranti (IOM) tra il 3 e il 4 settembre. L’agenzia delle Nazioni Unite non specificato il luogo del salvataggio, ma dall’anno scorso in Algeria è aumentata l’espulsione dei migranti sub-sahariani dal loro territorio, abbandonandoli al loro destino nel Sahara. Il Niger è un Paese di transito per migranti diretti in Libia o in Algeria per cercare di raggiungere l’Europa.
  • Continua l’epidemia di colera in Niger con 2752 casi a partire dal 10 settembre.

Nigeria

Africa Centrale

Angola

Camerun

Ciad

  • Il primo settembre, l’agenzia di controllo e regolamentazione dei media ha sospeso per tre mesi il settimanale ciadiano Al-Shahed per “diffusione di informazioni false”. La rivista ha pubblicato degli articoli che accusano il Qatar e il Sudan di essere collegati a gruppi armati ribelli. Il direttore dell’organismo di regolamentazione ha dichiarato che mancano le prove per accusare due paesi che hanno un rapporto di cooperazione e amicizia con il Ciad. Il giornale aveva confermato di avere fonti affidabili e prove della veridicità delle accuse. Il Ciad è classificato al 123° posto su 180 nella classifica della libertà di stampa, realizzata dall’agenzia Reporter Senza Frontiere.
  • D’altra parte, l’Unione europea ha chiesto al Ciad di abolire la pena di morte nel suo territorio dopo che quattro cittadini sono stati condannati a morte per “atti di terrorismo” il 27 agosto. Il Chad ha abolito la pena di morte nel 2016, con l’eccezione dei casi di terrorismo.

Gabòn

  • José Antonio Camacho, allenatore del Gabon, è stato espulso dopo la sconfitta di 0-1 in una amichevole contro lo Zambia il 12 settembre. Camacho ha ottenuto solo due vittorie in 17 partite. Con lui alla guida, il Gabon è stato eliminato dalla selezione della Coppa d’Africa 2017 (CAN) e non si è qualificato per la Coppa del Mondo.

Repubblica Democratica del Congo

  • L’epidemia di ebola continua a diffondersi a causa dell’insicurezza dell’area in cui è iniziata, ed è arrivata nella città di Butembo, con due casi confermati. A partire dal 12 settembre, ci sono stati 137 casi (106 confermati) e 92 morti (61 confermati).
  • I cinque principali leader dell’opposizione nella Repubblica Democratica del Congo si sono incontrati a Bruxelles per cercare di condividere un unico candidato per le elezioni del prossimo 23 dicembre. Due dei partecipanti alla riunione, Moïse Katumbi e Jean-Pierre Bemba, sono stati esclusi dalla competizione elettorale. Il 4 settembre, quest’ultimo ha accusato l’attuale presidente Joseph Kabila di voler scegliere gli avversari che sfideranno il suo candidato, Emmanuel Ramazani.
  • L’11 settembre un giornalista è scomparso a Bukavu, a est del paese. Il giornalista coordinava ogni domenica una trasmissione radiofonica di dibattito politico. Aveva ricevuto minacce dopo avere commentato la candidatura del delfino Kabila.

Sudan

  • Il presidente del Sudan dal 1989, Omar Al-Bashir, ha sciolto il governo e nominato un nuovo ministero riducendo il numero di portafogli da 31 a 21, annunciando che lo stava facendo per risolvere una difficile situazione economica in cui si trova il paese. Il Sudan ha un’inflazione del 65% ed ha sofferto per 20 anni – fino ad ottobre 2017 – le sanzioni da parte degli Stati Uniti, che continua a mantenere il paese nell’elenco dei paesi che sostengono il “terrorismo”, condizione che continua a frenare l’intervento di possibili investitori stranieri.

Africa Orientale e Corno d’Africa

Burundi

  • Un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite afferma che ci sono ragioni per credere che continuino in Burundi i crimini contro l’umanità, l’omicidio, la tortura e lo stupro. L’anno scorso la Commissione della missione investigativa delle Nazioni Unite sul Burundi aveva già denunciato la responsabilità di alti funzionari statali per crimini contro l’umanità. Il Burundi ha cercato di fermare i lavori della Commissione di indagine creata nel 2016 dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. I funzionari del paese hanno definito il rapporto “menzogne”.

Eritrea

Etiopia

Kenya

  • Le autorità kenyane hanno arrestato un cittadino cinese per aver descritto come “scimmie” i Keniani e il loro presidente ha annunciato che verrà espulso.

Somalia

Sud Sudan

Tanzania

Uganda

  • Il cantante Bobi Wine ha lasciato l’Uganda per recarsi negli Stati Uniti venerdì 31 agosto, di notte. Sarà curato per le ferite causate dalle violenze subite durante la carcerazione preventiva dopo essere stato accusato di aver partecipato a scontri tra sostenitori dell’opposizione e del governo. Il 6 settembre ha annunciato di voler tornare in Uganda: “voglio continuare a combattere per quello in cui credono tutti gli ugandesi “, ha detto.

Zimbabwe

Africa Australe

Sudafrica

Botswana

Madagascar e gli Stati delle isole

Isole Maurizius

  • Il governo delle Isole Maurizius ha chiesto alla Corte Internazionale di Giustizia, il 3 settembre, di completare il processo di decolonizzazione britannica delle isole Chagos, un arcipelago di 64 isole nel mezzo dell’Oceano Indiano sulla cui isola principale, Diego Garcia, c’è una base militare statunitense. Secondo il ministro della Difesa delle Isole, che negoziarono l’indipendenza del paese negli anni sessanta, Londra “aveva minacciato” di non concedere l’indipendenza se non fossero stati d’accordo con la divisione dell’arcipelago. Negli anni sessanta, il Regno Unito affittò Diego Garcia agli americani, dove costruirono una base militare per le operazioni di guerra in paesi come l’Afghanistan e l’Iraq.

Madagascar

  • Almeno una persona è morta e più di trenta sono rimaste ferite per una fuga precipitosa alle porte dello stadio di calcio ad Antananarivo, la capitale del Madagascar. È successo quando migliaia di spettatori cercavano di entrare poco prima che iniziasse la partita di qualificazione per la Coppa d’Africa (CAN) tra le squadre del Madagascar e del Senegal.

Altre notizie


Osservatorio quindicinale

Autore:

Le notizie più importanti dall’Africa Subsahariana
18 agosto 2018

Manifestazioni contro la violenza sessista in Sud Africa; un nuovo focolaio di Ebola in Repubblica Democratica del Congo; la liberazione dell’ex prima donna ivoriana dopo sette anni di arresto, tra le altre notizie

Africa Occidentale e Sahel

Burkina Faso

  • Cinque gendarmi e un civile sono stati uccisi in un attacco jihadista in due comuni rurali nel Burkina Faso orientale. In questo Paese lo jihadismo si è insediato nel nord mentre agisce nella capitale per effettuare attacchi contro persone occidentali. Militanti jihadisti starebbero provando a spostarsi anche nell’est del Paese, dove possono nascondersi in aree boschive.

Costa d’Avorio

  • L’ex prima donna della Costa d’Avorio, Simone Gbagbo, è stata rilasciata l’8 agosto, dopo sette anni di carcere per una condanna a venti anni per le sue responsabilità nelle violenze post-elettorali nel 2010-2011, quando il presidente uscente, Laurent Gbagbo, e l’attuale presidente, Alassane Ouattara, si dichiararono entrambi vincitori delle elezioni. La liberazione è avvenuta a seguito di un’amnistia che il presidente Alassane Ouattara ha concesso a lei e ad altre 800 persone il 6 agosto con l’intenzione di promuovere la riconciliazione nazionale. Tuttavia, la prima donna è ancora perseguita dal Tribunale penale internazionale (ICC), che ha emesso contro di lei un ordine di cattura nel febbraio 2012. Suo marito, l’ex presidente del Paese Laurent Gbagbo, è stato arrestato per ordine della ICC nel 2011. Molti ivoriani credono che la vera riconciliazione arriverà solo quando verrà rilasciato.

Mali

  • Il 2 agosto sono stati annunciati i risultati delle elezioni presidenziali del 29 luglio. Il presidente uscente, Ibrahim Boubacar Keïta (IBK), ha vinto con il 41,42% dei voti sul suo principale rivale, Soumaïla Cissé, 17.80% di voti. In questo primo round, il cui tasso di partecipazione è stato del 43%, sono state riscontrate varie irregolarità come la vendita di schede di voto e attacchi violenti o armati. Il secondo round si è svolto il 12 agosto, con il presidente uscente in testa e con un tasso di partecipazione inferiore a quello del primo turno. L’avversario, Soumaïla Cissé, ha respinto i risultati prima della loro pubblicazione. Il peggior incidente durante questo secondo turno elettorale è stato la morte del presidente di un seggio elettorale nella regione settentrionale di Timbuktu, ucciso da sospetti jihadisti.

Mauritania

Niger

Africa Centrale

Angola

  • Il 14 agosto si è svolto a Luanda, capitale dell’Angola, un vertice regionale allo scopo di analizzare l’evoluzione della situazione nella Repubblica Democratica del Congo, l’applicazione degli accordi sottoscritti per il Sud Sudan e sui temi della pace e della situazione politica e di sicurezza nel continente. All’incontro hanno partecipato i presidenti di Gabon, Uganda, Zambia, Repubblica Democratica del Congo e Congo-Brazzaville.

Camerun

  • Sette soldati sono stati arrestati dopo l’indagine svolta a seguito della pubblicazione di un video sui social network in cui persone vestite da ufficiali militari camerunensi partecipano alla esecuzione di due donne, di una ragazza e di un ragazzo, accusati di essere collegati al gruppo jihadista Boko Haram. Inoltre, un nuovo video che circola sui social network mostra l’esecuzione sommaria di una dozzina di persone disarmate e vestite con abiti civili da parte di uomini che indossano uniformi dell’esercito.

Gabòn

Repubblica Democratica del Congo

  • Il governo ha annunciato un nuovo focolaio di Ebola nel Paese una settimana dopo aver proclamato la fine dell’epidemia nella provincia di Equateur, nel nord-ovest del Paese. Questo nuovo focolaio si verifica nel nord-est, nella provincia del Nord Kivu, a più di 2500 chilometri di distanza da quello precedente; nulla indica che queste epidemie siano correlate. Al 12 agosto erano registrati 57 casi (30 confermati e 27 probabili e di questi 41 persone sono morte, sebbene solo per 14 decessi è stato confermato che erano dovuti al virus). È il decimo focolaio nella Repubblica Democratica del Congo da quando venne scoperto il virus nel 1976 in questo Paese. Questo nuovo focolaio si verifica in un’area di conflitto armato che complica la situazione limitando l’accesso alle popolazioni colpite da parte degli operatori umanitari per fermare l’epidemia. La Croce Rossa ha rivolto un appello al dialogo tra i gruppi armati per garantire l’intervento sanitario. Inoltre, il 14 agosto, è stato confermato un primo caso di Ebola nella provincia di Ituri, vicina alla regione del Nord Kivu.
  • Nelle prime due settimane di agosto si è svolta una intensa attività politica. Da un lato, l’attuale presidente, Joseph Kabila ha annunciato che non parteciperà alle elezioni previste per dicembre di quest’anno, rispettando così la Costituzione che limita a due i mandati presidenziali. Kabila avrebbe dovuto lasciare nel dicembre 2016, quando terminò il suo penultimo mandato, ma le elezioni presidenziali vennero rinviate per evitare di perdere la carica presidenziale.
  • Rilasciato dalla Corte criminale internazionale a giugno, dopo essere stato assolto dall’accusa di crimini di guerra, l’ex presidente della RDC, Jean Pierre Bemba, è rientrato il 1 agosto nel suo Paese e si è candidato alle elezioni. Anche un avversario, Moises Katumbi, esiliato dal 2016, ha cercato di entrare nel Paese per presentare la sua candidatura, ma è stato bloccato al confine tra lo Zambia e la RDC, impedendogli di presentare la sua candidatura entro la scadenza. Infine, le cinque principali organizzazioni della società civile hanno lanciato il 14 agosto una piattaforma di sensibilizzazione e mobilitazione dei cittadini per il monitoraggio del processo elettorale.

Africa Orientale e Corno d’Africa

Burundi

  • Il presidente del Burundi, Pierre Nkurunziza, ha emesso un decreto che vieta l’uso di sacchetti di plastica entro i prossimi 18 mesi. Quando entrerà in vigore la norma, il Burundi si unirà agli altri Paesi africani che li hanno già banditi, come il Ruanda e il Kenya.

Etiopia

Kenya

Mozambico

Somalia

  • Tre persone sono morte il 5 agosto dopo l’esplosione di un’autobomba in una strada di Mogadiscio, la capitale della Somalia. Inoltre, cinque operatori umanitari della Luna Rossa (l’equivalente della Croce Rossa) sono stati rapiti mentre distribuivano cibo nel sud-ovest del Paese. Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità di questo rapimento, sebbene sia sospettato il gruppo jihadista Al Shabaab.

Sud Sudan

  • Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e l’ex vice presidente e capo del gruppo ribelle nel Paese, Riek Machar, hanno firmato il 5 agosto un accordo per il cessate il fuoco definitivo e per la distribuzione del potere allo scopo di porre fine al conflitto. Tuttavia, gli osservatori esprimono scetticismo perché non è il primo accordo di pace che non viene messo in pratica e diversi “cessate il fuoco” sono durati solo poche ore. Il Sud Sudan è diventato indipendente nel 2011 dal Sudan dopo una lunga guerra civile e nel dicembre 2013 ha iniziato la sua guerra interna, a causa delle discrepanze tra Salva Kiir e Riek Machar, che ha comportato l’uccisione di almeno 10.000 persone e 4 milioni di sfollati, di cui 2,48 rifugiati nei Paesi vicini, secondo le Nazioni Unite.

Zimbabwe

Africa Australe

Namibia

Sudafrica

Madagascar e gli Stati delle isole

Comore


Osservatorio quindicinale

Autore:

Le notizie più importanti dall’Africa Subsahariana
31 luglio 2018

La fine dell’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo; le elezioni presidenziali in Mali e Zimbabwe; la visita del presidente cinese in Senegal, Ruanda e Sudafrica… tra gli avvenimenti degli ultimi quindici giorni a sud del Sahara.

Resumen quincenal: lo más destacado de África subsahariana


Africa Occidentale e Sahel

Senegal

  • Il presidente della Cina, Xi Jinping, ha visitato il Senegal per due giorni per firmare accordi bilaterali. È stata la prima tappa del tour nell’Africa sub-sahariana che lo ha portato anche in Ruanda e in Sudafrica. La Cina è il secondo partner commerciale del Senegal dopo la Francia e il primo del continente africano. Il gigante asiatico è interessato alle sue materie prime, che ottiene in cambio di finanziamenti e infrastrutture.
  • 30 senegalesi sono stati condannati per il tentativo di costituire nel Paese una cellula jihadista legata al gruppo nigeriano Boko Haram. Le condanne vanno da 5 a 20 anni. L’indagine era iniziata nel 2015 dopo una pubblicazione su Facebook che mise in allarme i servizi di intelligence senegalesi.

Guinea Conakry

Mali

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Burkina Faso

  • L’esercito del Burkina Faso ha annunciato il 18 luglio di aver arrestato 60 sospetti terroristi durante un’operazione nel nord del Paese. L’operazione ha avuto inizio l’8 luglio con l’obiettivo di smantellare alcune basi terroristiche. Nel frattempo, attacchi, omicidi e sequestri continuano nel nord e si espandono in altre regioni. Il Burkina Faso ha iniziato a soffrire il jihadismo nel suo territorio nel 2015, pochi mesi dopo che Blaise Compaoré, presidente per 27 anni, venne dimesso sotto la pressione popolare dopo aver tentato di modificare la Costituzione. Il governo di Compaoré aveva stabilito un patto di non interferenza con i jihadisti in cambio della liberazione degli stranieri rapiti nella regione del Sahel.

Niger

  • Tre dei 26 attivisti della società civile detenuti da marzo sono stati rimessi in libertà. Il 24 luglio sono stati condannati a tre mesi di prigione, periodo di carcere già scontato prima della sentenza. Il procuratore aveva richiesto una condanna a tre anni di reclusione per aver organizzato e partecipato a una manifestazione non autorizzata contro la legge finanziaria per il 2018. Altri attivisti sono stati condannati a uno o due anni di reclusione e altri ancora sono in attesa della sentenza per mancanza di prove.
  • L’esercito ha annunciato il 21 luglio di aver ucciso dieci terroristi e respinto un attacco di Boko Haram nel sud-est del Paese, al confine con la Nigeria. All’inizio di luglio sei soldati nigerini erano stati uccisi in un attacco del gruppo jihadista e nel mese di giugno tre attentatori suicidi si erano fatti esplodere in diversi luoghi di Diffa, la capitale della regione meridionale, sempre a nome di Boko Haram.

Nigeria

  • Quindici senatori nigeriani hanno abbandonato a causa di discrepanze il partito di governo (APC) per entrare nella principale formazione di opposizione (PDP). Questa decisione ha comportato per il governo la perdita della maggioranza al Senato, ora in mano all’opposizione. Non è la prima frattura interna al partito di governo: a inizio luglio ci fu una scissione con la costituzione di una nuova formazione (RAPC), in vista delle elezioni generali che si terranno nel febbraio 2019.
  • 22 presunti membri di Boko Haram sono stati arrestati dalle forze dell’ordine, secondo quanto riferito dalla polizia nigeriana il 18 luglio. Otto di loro, nell’aprile 2014, sarebbero stati coinvolti nel rapimento, di notevole risonanza mediatica, delle oltre 200 ragazze Chibok. Inoltre, il 27 luglio, undici soldati nigeriani e tre civili sono stati uccisi in un attacco di Boko Haram a un posto militare nel nord-est del Paese.
  • È stato reso pubblico un video che mostra il secondo allenatore della selezione della nazionale nigeriana, Salisu Yusuf, che, nel settembre 2017, sta accettando una tangente di 1000 dollari per includere due giocatori nella lista nazionale.


Africa Centrale

Camerun

  • Sono stati arrestati quattro militari per l’esecuzione di due donne, una ragazza e un bambino, accusati di essere legati al gruppo jihadista Boko Haram. Questi arresti avvengono nell’ambito dell’inchiesta che si sta svolgendo dopo la diffusione di un video sui social network in cui si vedono individui vestiti da soldati camerunensi che compiono gli omicidi.

Repubblica Centrafricana

  • Secondo Europa Press, tre giornalisti russi sono stati uccisi nella notte tra lunedì e martedì 31 luglio da uomini armati non identificati nella città di Sibut, nel centro della Repubblica Centrafricana. Stavano raccogliendo materiale per un reportage sulle compagnie militari private che operano nella regione. La Russia ha contribuito ad armare le forze di sicurezza della RCA e dall’inizio dell’anno ha schierato addestratori militari a Bagui, la capitale. Inoltre, l’attuale consigliere per la sicurezza del presidente, Faustin-Archange Touadéra, è russo.

Repubblica Democratica del Congo

  • Il 24 luglio la Repubblica Democratica del Congo ha dichiarato conclusa l’epidemia di Ebola iniziata l’8 maggio che ha portato a 54 casi (38 confermati e 16 probabili), di cui 33 mortali. È stata la nona epidemia di febbri emorragiche da Ebola dal 1976.
  • Il presidente della RDC, Joseph Kabila, ha pronunciato il 19 luglio un discorso in cui ci si attendeva un annuncio sul suo futuro politico, cioè se intende o meno presentarsi alle elezioni presidenziali del 23 dicembre; pur rimanendo al potere dopo la scadenza del suo secondo mandato terminata nel dicembre 2016 mentre la Costituzione proibisce un terzo mandato. Il capo dello Stato non ha detto nulla al riguardo, ma giorni dopo ha chiesto ai suoi amici di suggerire un “delfino” prima dell’8 agosto.
  • Il 17 luglio il governo congolese è stato invitato a indagare sul sostegno delle autorità provinciali e nazionali alle milizie nella regione del Kasai tra il 2016 e il 2017, secondo un rapporto presentato dal Congo Study Group (GEC) dell’Università di New York.

Congo Brazzaville

  • 13 persone sono state uccise in una stazione di polizia a Brazzaville, nella capitale, secondo diverse testimonianze raccolte dall’Osservatorio congolese dei diritti umani. Le circostanze di ciò che è successo non sono ancora chiare.

Guinea Equatoriale


Africa Orientale e Corno d’Africa

Etitrea

Etiopia

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Sud Sudan

  • Il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e il leader ribelle, Riek Machar, hanno firmato il 25 luglio un accordo “preliminare” di condivisione del potere che ripristina Machar come primo vicepresidente. L’accordo “preliminare” dovrebbe entrare in vigore il 5 agosto e aprire un periodo con un governo di transizione allo scopo di risolvere la guerra civile che è in corso dal dicembre 2013, per contrasti tra i due leader.

Kenya

  • Il ministro del turismo del Kenya ha sospeso sei agenti del Servizio di protezione della fauna selvatica per la morte di 10 rinoceronti durante il loro trasferimento da un parco naturale a un altro. Ha biasimato la negligenza dei funzionari e denunciato la passività del personale. Il ministro ha denunciato che, secondo la ricerca effettuata sulle cause di morte degli animali, si è stabilito che siano morti per «sindrome da stress multiplo intensificata da avvelenamento da sale e per condizioni di disidratazione acuta».
  • Amnesty International ha invitato le autorità keniane a fermare lo sgombero di 30.000 persone dalla baraccopoli di Kibera, a Nairobi, dove è in costruzione una strada per collegare altre due importanti strade della città e alleviare il traffico. Le demolizioni di case, scuole e ospedali di Kibera sono iniziate il 23 luglio. Molti abitanti colpiti dall’azione di demolizione hanno detto di non avere mai ricevuto notizia dell’arrivo dei bulldozer.

Zimbabwe

  • Lo Zimbabwe ha tenuto le elezioni generali il 30 luglio. Sono le prime ad aver luogo senza Robert Mugabe, presidente del Paese per 37 anni fino a novembre 2017, quando ha dovuto dare le dimissioni forzato dai militari, che hanno messo al potere Emmerson Mnangagwa. Mnangagwa era stato vice presidente di Mugabe fino alla sua espulsione nel novembre 2017 e presumibilmente cospirava contro di lui. I principali candidati per le elezioni sono Emmerson Mnangagwa e l’avversario Nelson Chamisa. In una apparizione in conferenza stampa alla vigilia delle elezioni, Robert Mugabe ha dichiarato che non voterebbe per il suo vecchio partito.


Africa Australe

Sudafrica

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Madagascar e gli Stati delle isole

Comore