Gravidanza per altri: non confondiamo libertà con subalternità

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La questione della maternità surrogata (o gestazione per altri) fa discutere – non da oggi – e divide il mondo femminista. Su queste pagine ce ne siamo occupati nei mesi scorsi con scritti di Valentina Pazé (https://volerelaluna.it/controcanto/2023/03/31/maternita-surrogata-il-silenzio-a-sinistra/) e Mia Caielli (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2023/05/23/la-liberta-fragile-delle-donne/). Come prosecuzione del confronto ci sembra utile ripreso, dopo l’articolo di Lea Melandi pubblicato su il manifesto l’11 luglio, la risposta di Silvia Niccolai comparsa sullo stesso giornale il giorno successivo. (la redazione)

Il femminismo di ogni tempo lotta contro la subalternità delle donne, ma che cosa significa essere “subalterne”? Farsi dettare l’agenda, sia pure per reazione, dalla politica dei partiti, ecco la vera subalternità: non c’è modo migliore di mostrare che la politica delle donne viene dopo, e sta letteralmente sotto l’unica politica vera e che conta (per le subalterne), cioè quella dei partiti.

Di questa subalternità dà prova chi, come ha fatto Lea Melandri su queste colonne, accusa di dare argomenti alla destra le molte donne di ogni età e di ogni paese che, del tutto indipendentemente da chi è, è stato, o sarà al governo, sono da sempre contrarie alla surrogazione di maternità. Ma bisogna esser grate all’autorevole scrittrice perché ha messo il dito sulla piaga, mostrando un tema di cui sarebbe davvero ora di (tornare a) discutere: quale sarebbe lo spazio di un’autonoma presa di parola femminile se dovessimo ogni volta preoccuparci di modulare questa presa di parola a seconda di chi governa? Dove starebbe la radicalità, in questi esercizi di timorata moderazione, con cui il discorso femminile scade a brutta copia di quello dominante?

Per esempio, invocare l’autocoscienza, come fa Melandri, per poi confondere la surrogazione di maternità (o gpa, gestazione per altri) con l’esistenza di famiglie omogenitoriali, quando alla gpa ricorrono al 90% coppie etero, e per il resto non le “coppie omogenitoriali” ma, solitamente, le coppie maschili, è fare qualcosa di molto simile al populismo. Il quale per l’appunto – a destra come a sinistra – si basa sulla confusione, sull’alzare polveroni e far di tutta l’erba un fascio. A vantaggio di chi? Certo non della Costituzione che pure, a colpi di Bella ciao, di tanto in tanto si ama invocare contro il governo “fascista”.

È in nome della Costituzione che la giurisprudenza, in un percorso complesso, tanto impegnativo quanto luminoso, ha riconosciuto che la gpa contrasta coi valori di dignità e libertà della persona umana (i più alti consessi internazionali, penso tra molti esempi a una dichiarazione del Consiglio Onu per i diritti dei bambini del 2018, la definiscono senz’altro un mercato dei bambini). Per questo non è possibile in quei casi trascrivere in modo automatico e integrale gli atti di nascita. La trascrizione integrale e automatica è funzionale alle esigenze dei mercanti di gpa, poiché riduce «i costi amministrativi e processuali che impediscono la più efficace allocazione delle risorse nel mercato transnazionale della riproduzione» (così, criticamente, la privatista Valentina Calderai), e non risponde al diritto del bambino allo status di figlio. Questo è garantito naturalmente nei confronti del genitore biologico e viene realizzato col dovere dell’altro di ricorrere all’adozione in casi particolari. Soluzione quest’ultima del tutto compatibile con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, afferma la Corte di Strasburgo, e certamente non discriminatoria per orientamento sessuale. Sta scritto a chiare lettere ovunque, nella nostra giurisprudenza (ma qualcuna la ha letta?), che il rifiuto della gpa non ha a che vedere con dubbi sull’idoneità genitoriale degli omosessuali, ma col divieto costituzionale di disporre di altri esseri umani per soddisfare i bisogni di taluno, di qualunque natura quei bisogni siano.

Finalmente è dunque stato riconosciuto che una cosa è la gpa, con cui una donna si impegna a portare a termine una gravidanza per conto di terzi, e altra cosa è la procreazione medicalmente assistita (pma), in cui la donna che si sottopone al trattamento intende diventare madre del bambino che ne nascerà; ed è stato riconosciuto che solo la prima offende il nostro ordine pubblico costituzionale, fatto di libertà, eguaglianza, tutela delle persone vulnerabili (i bambini, in questo caso, di cui gli adulti, surrogate comprese, dispongono). Ora si tratta di fare passi avanti, e per questo serve un femminismo capace di criticare le forze politiche e di opinione se travisano questi importanti arresti giurisprudenziali facendone mazze di una politica difensiva della famiglia tradizionale, come mi pare sia accaduto, e soprattutto capace di essere propositivo e di sviluppare temi e urgenze in maniera autonoma e non reattiva, capace cioè di guidare le forze politiche (di destra e di sinistra), anziché di limitarsi a rincorrerle.

In particolare, a me sembra che, con le cose messe in chiaro sulla gpa, ora siamo a un passo dal riconoscere l’evidenza: tutte le famiglie sono generate da una donna, ed è questa la “essenziale funzione familiare della donna” di cui parla la Costituzione, con un vasto guadagno per tutte (non sta forse qui il vero superamento della “famiglia tradizionale”?), ma anche con l’apertura di questioni molto delicate che andrebbero discusse con la più autentica libertà, cioè autonomia. Per esempio, riformare la legge n. 40 per autorizzare anche in Italia la pma alle coppie di donne o alle donne singole può chiamare in causa i danni alla salute legati alle tecniche più invasive di eterologa, che allarmano molte, e in specie le ecofemministe.

Parliamone, litighiamo, ma per favore non mettiamoci da sole il bavaglio (questo non si dice perché somiglia a quel che dice la Meloni… ). È tempo di pensiero. Certo, ci si può sempre accontentare di confondere libertà con trasgressione, sposando un ribellismo reattivo che ci configge nella nostra subalternità (mi avete voluto madre, ora guardate un po’ io ci sputo sopra e faccio business del mio pancione). Sarebbe però onesto dire, almeno, che proprio sulla confusione tra mero ribellismo e ricerca di libertà corre, da sempre, la “spaccatura” del femminismo moderato e subalterno con quello radicale, il vituperato femminismo della differenza che Melandri dipinge come vecchio e superato, datandolo agli anni Ottanta. Potrebbe ben dire i Settanta, se per questo, quando alcune, per contrapporsi al patriarcato, non trovarono di meglio che chiedere il diritto di abortire a nove mesi e le radicali fecero notare che non si fa politica con richieste irreali come il diritto all’infanticidio. Oggi, per sentirsi libere, si reclama il diritto di vendere o regalare i bambini. Chi mette vino vecchio in otri nuovi?

L’articolo è tratto da il manifesto del 12 luglio


La storia esemplare di Zingara e di Alessandro

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Vorrei raccontare la storia di Zingara. Lei si chiama proprio così: non è uno pseudonimo “etnico” né un nome di fantasia, come dicono i giornali quando parlano di una vicenda personale controversa (mi viene in mente che quando raccontai, anni fa, in un libro, del ragazzo marocchino arrestato e ammanettato ai Murazzi di Torino e che poi finì nel Po e naturalmente annegò, i giornali scrissero che si chiamava “Al Arabi”, cioè l’Arabo, anche se il suo nome era Khalid).

Zingara è una giovane donna Rom, una famiglia della ex Jugoslavia rifugiata in Italia dai tempi della guerra in Bosnia. Una delle tante. Senonché il padre finì in carcere e la madre, che aveva altri otto figli, non sapendo come sopravvivere, affidò la bambina a una casa-famiglia, dove lei crebbe abbastanza bene. Finché il padre uscì di galera e la rivolle indietro. In un campo, nella roulotte. Dove qualche fratello o amico suo la usò come parafulmine per i loro furti sistematici di motorini: Zingara era minorenne, perciò non finiva in carcere, e la sua fedina penale si arricchì.

Ma la ragazza e poi donna non stava bene, nella roulotte, a prescindere dai motorini, era abituata a stare in una casa, cercava una vita migliore. Infine si innamorò, ricambiata, di un non Rom, un romano, che di mestiere faceva la guardia giurata, aveva una casa di sua proprietà e insomma era, ed è, quel che si dice una persona normale. Finalmente una donna Rom occupa nella società una casella che non allarma nessuno.

Senonché l’amore ha le sue conseguenze, Zingara resta incinta, e qui cominciano, o ricominciano, i guai.

Sarà per il nome che sfacciatamente porta, sarà per la fedina penale, o la casa famiglia e poi la roulotte, ma la donna è sotto il microscopio dei servizi sociali del Comune di Roma. O forse si tratta, più o meno consciamente, dell’ostilità verso un bambino un po’ Rom e un po’ no. E insomma una assistente sociale segnala all’ospedale dove Zingara va a partorire che non si deve assolutamente permettere che la donna, e il suo compagno, che nel frattempo ha riconosciuto il figlio, porti via con sé il bambino. Il motivo è che lei, Zingara, è border line e “pericolosa per sé e gli altri”.

Così, la donna e il padre del bambino, nel frattempo chiamato Alessandro, per due mesi vanno, ogni giorno, all’ospedale, dove lei allatta e tutti e due si prendono cura del figlio, lo cambiano, gli fanno il bagnetto eccetera. E si comportano, secondo l’ospedale, in modo amorevole e sollecito. Al termine dei due mesi, Alessandro viene “dato in pre-adozione”, cioè rubato ai suoi genitori, e affidato a una coppia regolarmente italiana che, guarda caso, era pronta ad accoglierlo. Segue indagine di polizia che, perquisita la casa dei due genitori naturali e trovata la pistola da guardia giurata, del tutto regolare, sequestra l’arma, dato che Zingara è “pericolosa”, e quindi lui perde il lavoro. Seguono due tappe giudiziarie, dove l’assistente sociale spiega che Zingara l’ha minacciata. E come? chiede il giudice. Mi ha detto che mi fa una fattura e dopo tre giorni muoio. Il perito, una donna, del tribunale certifica invece la sanità mentale di Zingara, il fatto che non è affatto pericolosa ed è ansiosa di fare la madre. Ma i giudici, niente. In base alla legge italiana, che stabilisce come in questi casi prevalga il “benessere” dei bambini, confermano, sia in primo e che nel secondo grado, che Alessandro è adottabile, cioè non deve stare con una madre zingara e con una coppia non tanto regolare.

Si dirà che è una storia piccola, individuale, può capitare. Ma non è così. Qualche anno fa, l’associazione 21 luglio, che si occupa di Rom, presentò una ricerca intitolata “mia madre era Rom”, da cui si ricavava che nel Lazio un minore Rom ha 60 probabilità in più di essere segnalato come “adottabile” rispetto a un suo coetaneo non Rom, ciò che si traduce in un 40 per cento di probabilità in più di essere dichiarato adottabile. In definitiva, per un minore Rom su 33 (il 3,1 per cento della popolazione minorenne Rom nel Lazio) è stata emessa una sentenza in via definitiva che ha dichiarato il bambino adottabile. Di contro, i minori non rom dichiarati adottabili nello stesso arco di tempo nel Lazio sono stati lo 0,08 per cento della popolazione minorenne non rom, ovvero uno su 1250. E poi dice che sono gli zingari a rubare i bambini.

È talmente sistematica, questa pratica, da far pensare a quel che facevano gli australiani con i figli degli aborigeni o i canadesi con i figli dei nativi americani o “prime nazioni”, cioè il tentativo di cancellare, assorbire, le culture non europee e non cristiane con l’assimilazione forzata delle nuove generazioni. Pratiche tanto diffuse e feroci da spingere i governi australiano e canadese a chiedere scusa, mentre si scavano, in Canada, le fosse comuni dove, ai margini delle scuole (molto spesso cristiane), finivano i bambini più riottosi.

Un paragone esagerato? Forse. In fondo in Italia non esiste alcuna norma o legge che consenta di rapire i bambini, come non esiste alcun regime codificato di apartheid nei confronti, in generale, di Rom e Sinti. Ma il fatto che nulla sia scolpito in leggi, non impedisce che la discriminazione sia sistematica, come nel caso di quel padre di famiglia che, buttato fuori dalla baracca perché l’allora sindaca di Roma Raggi, alla ricerca spasmodica di voti, aveva fatto sgombrare il campo senza di fatto offrire alcuna alternativa, viveva in macchina con tutta la famiglia, finché i vigili urbani gli contestarono che l’assicurazione era scaduta e minacciarono di sequestrare l’auto, e volonterosi dovettero fare una colletta per pagare l’assicurazione.

Altro caso isolato? Ma la sindaca Raggi ha sgomberato in questo modo cinico molti campi rom, compresi quelli regolari, e centinaia di famiglie sono andate a vivere sotto i ponti, ai margini del Tevere, in una piccola stazione ferroviaria dove almeno c’erano dei rubinetti per lavarsi, eccetera. Per non parlare della sordità o ostilità dell’“ufficio rom” quando si trattava di dare alle famiglie Rom gli aiuti d’emergenza per la pandemia o il reddito di cittadinanza. O dei pregiudizi dei servizi sociali, appunto.

Se Avvenire, quotidiano cattolico, pubblica un appello che denuncia un reale “apartheid” contro Rom e Sinti, appello firmato da personalità di molte provenienze, cattolici ed ebrei, intellettuali e docenti, e gente di sinistra (https://volerelaluna.it/territori/2021/12/13/liberiamo-roma-dallapartheid/), è perché il fenomeno, accuratamente tenuto invisibile ai nostri occhi dai media, c’è ed è grave. Infatti Zingara e gli avvocati che la aiutano a recuperare il suo bambino meditano ora di rivolgersi alla Corte di giustizia europea. Forse lì il pregiudizio è meno ferreo, chissà.


Quelle troppe, infelici parole attorno a Giovannino

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Le cronache della triste vicenda del piccolo Giovannino colpito da una gravissima e rarissima malattia che i genitori non hanno riconosciuto alla nascita, lasciandolo alle cure dell’ospedale Sant’Anna di Torino e – forse un domani – all’intervento dei servizi territoriali e alle premure di una famiglia, sollecitano un’analisi sulle parole utilizzate per raccontare la vicenda. Una premessa: la visibilità data alla vicenda richiederebbe cautele estreme (a cominciare dal nome, che ci auguriamo non sia il vero nome del bambino!) per evitare la caccia alla prima foto, alla prima intervista con colei che ha partorito etc. (materia d’intervento – si confida immediato – della Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza). Tanto più che il racconto sui mezzi di comunicazione si è svolto con locuzioni, frasi, espressioni che molto spesso si sono rivelate incongruenti con il panorama di regole vigenti, addirittura con la realtà dei fatti, apparendo come giudizi affrettati e posizioni sensazionalistiche. Espressioni, anche crudeli, usate se non per ideologia, almeno per ignoranza della materia che gli operatori della comunicazione e coloro che sono coinvolti nei servizi dovrebbero invece conoscere.

Tre casi sono lampanti.

La malattia di Giovannino (e, a volte, per estensione, la sua stessa persona) è stata definita «incurabile», cioè, nel senso più ampio «che non può/deve ricevere interessamento solerte e premuroso, attenzione» (vocabolario Treccani, voce «curare») o, più in specifico con riferimento all’ambito sanitario, «che non può/deve ricevere l’insieme di provvidenze, prestazioni e iniziative finalizzate alla promozione, alla prevenzione o alla cura della salute», in una parola le «cure». Giovannino ha invece una malattia «inguaribile, ma sempre curabile», come dimostrano le notizie e gli appelli che provengono dal Sant’Anna relativi alle prestazioni di cura di cui necessita il neonato e delle quali necessiterà – stanti le attuali conoscenze scientifiche – per tutto il corso della sua vita.
La differenza tra «inguaribile» e «incurabile» non è di poco conto: la prima espressione fa riferimento a una concezione complessiva della sanità e della medicina – alla base, per esempio, di tutte le cure palliative – che prende in carico la persona nelle sue esigenze, accettando l’inguaribilità di alcune patologie, anzi riconoscendo che una parte costitutiva della sua attività è dedicata alla prevenzione, alla diagnosi, alla cura ma non alla guarigione. La seconda espressione, che nega la «curabilità» e quindi la «cura» stessa, è invece figlia di una medicina e di una strisciante ideologia che valuta i pazienti meritevoli di attenzioni sanitarie e di tutela della salute solo in vista della guarigione: nel calderone di questa posizione – molto più diffusa e strisciante di quanto non si pensi – sono confinate tutte le patologie croniche, e per estensione i malati, specie quelle talmente gravi da compromettere l’autosufficienza della persona.
Va detto che tale posizione è non solo invalidata dai fatti – oggi la cura, e non la guarigione, di numerose patologie è la sostanza dell’intervento clinico, con intensità rapportata al fabbisogno della persona (interventi per diabetici, ipertesi, persone colpite da glaucoma e poi ancora pazienti con demenza, esiti irreversibili da ictus o incidenti… solo per citare alcune diffuse cronicità) –, ma è anche contraria a quanto stabilito nella legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, la n. 833/1978, che lo disegna come tenuto a fornire «la diagnosi e la cura [non la guarigione, ndr] degli eventi morbosi, quali che ne siano le cause, la fenomenologia e la durata».

Secondo appunto linguistico. Più volte Giovannino è stato definito «abbandonato». Considerando che fin dalla nascita si trova inserito in un servizio e in una struttura che prevedono copertura medica, infermieristica e di altri operatori sulle 24 ore, risulta chiaro che il termine «abbandonato» cioè «lasciato solo a se stesso» è quantomeno improprio. Se poi, come in molti dei casi di cronaca della vicenda, il termine vuole indicare il rapporto rifiutato dai procreatori biologici nei confronti del neonato («genitori infami» sono stati pubblicamente definiti da un giornalista «di sinistra»), parlare di abbandono è completamente errato.
È vero, Giovannino non ha, al momento, una madre e un padre che l’hanno riconosciuto, ma ciò è avvenuto non in un contesto di «abbandono», bensì realizzando una precisa «tutela» definita dalla legge. Proprio nell’ottica di evitare abbandoni (per strada, nei cassonetti…), infanticidi, gravidanze e parti tenuti nascosti con grave rischio della vita della donna e del nascituro, la legge vigente prevede la possibilità per la partoriente di non riconoscere il neonato e di conservare l’anonimato. Si tratta di un percorso normato, che permette nel breve periodo una (ri)considerazione ponderata della scelta, ma che soprattutto – e questo mai è stato evidenziato nelle cronache di questi giorni – è la condizione essenziale per rendere immediatamente possibile una vita in contesto famigliare per il neonato, con un’adozione a poca distanza di tempo dal parto, in modo da realizzare in concreto per tutti i nati non riconosciuti ciò che è un loro diritto fondamentale, quello di crescere in un ambiente domestico e amorevole.
Dal 1950 sono circa 100mila i neonati in Italia non riconosciuti dalla partoriente; molti di loro, grazie all’opportunità del non riconoscimento e quindi al fatto che non si è instaurato con la partoriente e il suo partner alcun vincolo giuridico, hanno trovato in una famiglia adottiva, in numerosi casi a pochi giorni o settimane di vita, accoglienza, amore e tutto il necessario per vivere, crescere, disporre delle stesse opportunità dei loro coetanei.
Solo una logica retriva, impostata sul «vincolo di sangue», additerebbe i procreatori biologici di Giovannino, come degli altri bambini non riconosciuti, come «genitori» (imputando quindi loro la «colpa» della mancata genitorialità vissuta).

Terza considerazione. Sulla vicenda di Giovannino pare di rintracciare, purtroppo, nei linguaggi e nell’urgenza di esternare dichiarazioni diverse prese di posizione affrettate. Con tutti gli elementi di ragionevolezza e di solidarietà, anche apprezzabili, su fronti opposti le dichiarazioni del ginecologo Silvio Viale e del padre generale del Cottolengo, don Carmine Arice, paiono un esempio del rischio di appiattimento e limitate ad aspetti parziali – assolutizzati – della vicenda. Generalizzare cosa farebbero mille altri casi in situazioni simili non è possibile («Chiunque di noi, potendo conoscere la diagnosi durante la gravidanza, abortirebbe», Silvio Viale, Corriere della Sera); pare altresì controverso proporre in una lettera aperta a un minore di tre mesi, come fatto da don Arice a mezzo stampa, come «famiglia» e come «casa» un ospedale (soprattutto poiché il ricovero al Sant’Anna non è «a termine» e le attenzioni di una vera, singola famiglia forse non sono impossibili), specificando di «non voler giudicare» e contemporaneamente dimostrando di non considerare ponderata, definitiva, compiuta la scelta del non riconoscimento avanzando la disponibilità ad «aprire le porte alla madre (sic!)» del bambino.
A fare da ponderato contrappeso a improprie semplificazioni, condanne, sciatterie verbali che, va detto, non sono un’eccezione dei mezzi di informazione (che dire, esempio fra tanti, degli assassini che «giustiziano»? cosa hanno a che fare i loro atti violenti con la «giustizia»?) vanno segnalate in positivo le parole del dottor Daniele Farina, primario di Neonatologia dell’ospedale Sant’Anna di Torino, dove Giovannino è nato ad agosto. Riferendosi al non riconoscimento del neonato ha per primo parlato di «una scelta che non giudichiamo, senza dubbio presa con grande sofferenza. Non si può mai sapere come si reagirà in una situazione finché non si è coinvolti direttamente»; poi il chiarimento senza infingimenti sulle condizioni del bambino e sulle possibilità di vita: «Una famiglia è senz’altro il contesto migliore in cui può crescere, ma è chiaro che un bimbo in questa situazione richiede una cura costante, di 18 ore al giorno, che corrispondono a tutte quelle in cui non dorme». Solo una presa in carico continuativa del Servizio sanitario e di tutti gli altri servizi correlati e forse, considerate le mille incognite di questa situazione, una famiglia di buona volontà aiutata, sostenuta, incoraggiata, premiata (con una soluzione di affidamento non provvisorio ma di lunga durata per verificare tutte le condizioni di un’eventuale adozione), possono dare non solo giorni alla vita di Giovannino ma, veramente, vita ai suoi giorni.