Mostra d’arte cinematografica di Venezia – 76ª edizione / 1

Autore:

La settantaseiesima edizione della Mostra Internazionale d’arte Cinematografica di Venezia è stata inaugurata da La Vérité del giapponese Hirokazu Kore-eda, una delle figure più importanti del cinema del Sol Levante e vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 2018 con lo splendido Un affare di famiglia. La Vérité è un film di produzione francese, ed è la prima fatica internazionale dell’autore giapponese, il quale ha cercato di tradurre in una cornice europea molte delle sue tematiche e dei suoi stilemi più riconoscibili; a partire dal racconto e dall’analisi di legami e tensioni familiari. La riflessione sull’istituto famigliare e sugli affetti che non necessariamente coincidono con la biologia è il punto cardinale del suo cinema, e qui riemerge nel ritrovamento, a metà strada tra lo “scontro” e l’“incontro” e catartico per entrambe, tra un’anziana attrice (Catherine Deneuve) e la figlia (Juliette Binoche). Così come il legame tra le due donne è sospeso tra affetto e recriminazioni, anche Kore-eda rimane, per così dire, a metà del guado tra la fedeltà alla sua poetica e l’aderenza a certi canoni cinematografici del paese di produzione. Il risultato è quello di un film, aldilà dell’innegabile ed evidente mestiere, poco incisivo, poco originale e anonimo, pur nella gradevolezza di fondo. Kore-eda si affida ai volti e alla bravura delle due protagoniste, limitandosi a farsi notare con qualche elegante e sporadico movimento di macchina o con lo splendore con cui la fotografia coglie le sfumature dei colori di alberi e foglie, e rimane impantanato nella palude del “caruccio” e del già visto dimenticabile. La Véritè è così uno di quei film per i quali sarebbe peccato dire che è “brutto”, e sarebbe troppo generoso affermare che è realmente “bello”.

Un discorso simile può essere fatto per The perfect candidate di Haifaa Al Mansour, prima regista donna dell’Arabia Saudita e celebre per il “neorealista” La bicicletta verde (2015). L’interesse del film, presentato in concorso, più che alle sue qualità è legato soprattutto al contesto politico, sociale e produttivo che, illuminando l’opera di riflesso, in qualche modo diventa un’attenuante per l’esilità dell’approccio e per la mancanza di reale vigore della comunque emblematica vicenda raccontata: una tenace dottoressa la quale, per far asfaltare la disastrata e pericolosa strada che costeggia l’ospedale in cui lavora, decide di candidarsi come consigliera comunale, sfidando il maschilismo radicato nella società saudita. Il film quindi è sì un’importante e significativa testimonianza, ma allo stesso tempo manca di nerbo e rimane troppo spesso sulla superfice delle tematiche e delle questioni affrontate. Ancora una volta, ci troviamo quindi nel territorio dei film gradevoli e anonimi.

Se sia Kore-eda che Al Mansour soffrono di eccessiva “timidezza”, il kolossal di fantascienza intimista Ad Astra (ancora in concorso) dello statunitense James Gray gioca nei territori opposti della magniloquenza, della “grandeur” estetica e delle numerose e dense tematiche affrontate e metaforizzate. Momenti di cinema assoluto e grandioso, alternati ad altri più ovvi ed eccessivamente pomposi – nei dialoghi come in certe scelte stilistiche –, caratterizzano un’opera pregna di un nichilismo che non esclude la briciola di speranza e che conferma Gray come uno degli autori statunitensi contemporanei più umanisti. Nel suo cinema e nel suo umanesimo la forma e il racconto, a costo di essere didascalici, sono strumentali a ciò che i personaggi vivono e provano, e non viceversa, come spesso capita in molto cinema – anche decisamente riuscito – statunitense contemporaneo, dove sono il personaggio e la sua interiorità ad essere strumenti di altri discorsi. La famiglia e in particolare il rapporto padre/figlio messo in tensione da rimossi, differenze e sensi di colpa (il “classico” e cupo poliziesco notturno Padroni della notte), così come la fascinazione verso qualcosa di misterioso e grandioso che diventa ossessione e che agisce proprio su questi legami (l’herzoghiano Civiltà perduta) sono i cardini di questo umanesimo e caratterizzano anche quest’opera vertiginosa e spiazzante, certamente altalenante tanto quanto stimolante e complessa, non folgorante come altre opere del regista ma ad ogni modo riuscita. Brad Pitt raramente è stato così bravo, mentre Tommy Lee Jones è una conferma.

Convince invece con pochissimi se e ma e con quella semplicità che non significa anonimato Noah Baumbach con A marriage story, ancora in concorso. Prodotta da Netflix, è una commedia decisamente amara che unisce Woody Allen e Ingmar Bergman – è, per così dire, un Scene da matrimonio in salsa di commedia sulle nevrosi – e che racconta il lento disgregarsi di una coppia alle prese col divorzio. Allontanamenti, rimpianti, recriminazioni, cattiverie, ritrovamenti e un affetto incapace sia di vincere che di essere sconfitto vanno in scena in questo “malincomico” film, tetro e lancinante anche nella sostanza dei momenti più divertenti e ridicoli, dove i vari toni vengono perfettamente dosati. È un film decisamente parlato, semplice nell’esposizione e chiaro nella sua derivazione alleniana, ma in cui Baumbach non si limita a dirigere il traffico; decisamente sagace è infatti, per esempio, il lavoro sulle geometrie e sulla disposizione dei personaggi nello spazio dell’inquadratura, così come altrettanto efficace è il lavoro sui primi piani, ben dosati ed esaltati dal montaggio (la sequenza del cancello che si chiude in faccia ad entrambi è esemplare da questo punto di vista). A marriage story è il film che conferma la maturità di Baumbach, già sceneggiatore di Wes Anderson e regista in passato capace di dipingere il disagio generazionale soprattutto di chi lavora in ambiti culturali e artistici (Frances Ha, il sottovalutato e screwball Mistress America e Giovani si diventa), forse da oggi il più serio candidato a raccogliere e aggiornare l’eredità di Woody Allen. Bravissima (e, permettetemi, stupenda più che mai nel suo look dolce e quotidiano) Scarlett Johansson, e superbo Adam Driver, che sorprende dimostrando di avere anche doti canore.