Stavolta le primarie servono davvero?

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L’incerta navigazione alla ricerca di un soggetto in grado di contendere il governo dell’Italia all’indecente conglomerato meloniano si blocca alla fonda davanti alla scelta di due rotte rituali entrambe sfinenti: il mitico programma, ereditato dal combinato disposto del paternalismo democristiano con il pedagogismo didattico PCI di matrice togliattiana, e il presunto modernismo innovativo delle primarie, quale lavacro di una politica autoreferenziale attraverso la temporanea immersione nella democrazia diretta. In questo secondo caso – si suole dire – dono alla Sinistra della Seconda Repubblica di due democristiani post-DC – Romano Prodi e Arturo Parisi – che ne promossero l’utilizzo per le elezioni regionali in Puglia del 2005. Ma già barlumi di investitura del leader dal basso potevano riscontrarsi nelle modalità con cui Romano Prodi legittimò nel 1995 la propria candidatura a sfidare Silvio Berlusconi l’anno seguente, attraverso incontri con la base in tutta la penisola (l’itinerario del famoso “pullman dell’Ulivo”) e la nascita di una miriade di comitati pro-Professore (il mio si chiamava APProdi).

Ripensando quegli anni ormai lontani, mi torna alla mente un incontro che ho sempre considerato illuminante: si era nel marzo del 2005 e mi trovavo sull’aereo da Genova a Roma, seduto a fianco di un singolare prete politologo, all’epoca piuttosto noto: Gianni Baget Bozzo. Un mio concittadino dalla personalità travagliata, entrato in politica nella “Comunità del porcellino” dossettiana, la sinistra del partito cattolico, e poi imbarcato dalla meteora Ferdinando Tambroni, primo ministro sostenuto dai voti del MSI. Operazione bloccata dall’insurrezione dei camalli genovesi, che mandò in crisi il giovane tambroniano; ordinato prete nel 1967 e sempre alla ricerca di figure paterne, dominanti e protettive: prima il cardinal Siri, poi Bettino Craxi e infine Silvio Berlusconi, del quale divenne cappellano e ghost-writer. Un interlocutore di cui era interessante ascoltare le analisi, al tempo lucide e imprevedibili. Per questo la nostra conversazione si concentrò necessariamente sulla nascita dell’Ulivo il mese prima, come incontro tra la sinistra democristiana e l’intero PCI. La mia lettura dell’operazione era che assistevamo all’inglobamento di sparsi lacerti della Balena Bianca da parte di un corpaccione imponente di funzionari e militanti quale quello comunista. «Per dirla alla Eugenio Scalfari, ne salterà fuori un pasticcio che mescola la carne di un cavallo e quella di un’allodola, il cui gusto finale, stante il peso dei rispettivi ingredienti, non potrà che essere equino». «È qui che ti sbagli, caro Pierfranco» – la replica immediata del Don – «quelli che chiami ‘sparsi lacerti’ sono portatori di una tecnologia del potere, derivata da Santa Madre Chiesa, infinitamente superiore a quella dei burocrati di Botteghe Oscure. Stai certo che ben presto l’allodola se lo divorerà lei il cavallo». Una profezia che il tempo ha confermato appieno. Non a caso le successive primarie vararono candidature col marchio dell’allodola ecumenica: i democristianizzati Francesco Rutelli e Valter Veltroni, con Enrico Letta e Paolo Gentiloni a far buon peso. Una bella serie di pretini, magari addobbati negli stilemi up-to-date di Terza Via. Annuncio dell’incubo di morire democristiani?

In realtà l’ideazione dello strumento primarie attribuita al duo-sagrestia Prodi-Parisi è un palese falso. E basta digitare il fatidico lemma su Wikipedia per scoprire che «le elezioni primarie sono un’invenzione politica nata negli Stati Uniti all’inizio del XX secolo per sottrarre il controllo delle candidature ai capi di partito. Le prime forme embrionali risalgono al XIX secolo (come nel Partito Anti-Massonico nel 1831), ma il sistema moderno si è sviluppato progressivamente nei singoli Stati tra la fine dell’Ottocento e il 1912, anno in cui 14 Stati tennero le prime vere elezioni primarie».

Dunque l’ennesima americanata, al tempo in cui l’americanizzazione della politica italiana procedeva a ritmo serrato. Berlusconi importava (spacciandoli per propri) i know-how messi a punto dai think-tanks reazionari sulle rive del Potomac e dell’Hudson, a supporto della contro-rivoluzione reaganiano-thatcheriana: la demonizzazione della leva fiscale e la sua funzione distributiva (le tasse equiparate al “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”), l’attacco allo Stato come “problema e non soluzione”, lo smantellamento del welfare pubblico in nome dell’efficienza e della sburocratizzazione, l’apoteosi dell’individualismo imprenditorializzato (Margaret Thatcher aveva appreso da un consulente aziendale – Peter Drucker – che “la società non esiste”); soprattutto che libertà e proprietà sarebbero sinonimi. A fronte di questo arsenale di ogive tossiche, le animulae vagulae blandulae inguattate nei palazzi decadenti di passate stagioni dominate dalla Sinistra – i “trenta gloriosi” keynesiani liberal-socialisti – sapevano solo replicare pigolando buonismi teatralizzando una partecipazione sempre più vuota. In cui cui le primarie hanno svolto sovente il ruolo di rito propiziatorio.

Sicché il sottoscritto – allergico agli americanismi non meno che alle maniere da sagrestia – le ha sempre detestate. Un vassallaggio psicologico alla presunta Démocratie en Amérique, che magari aveva senso per Alexis de Tocqueville reduce dai suoi viaggi oltre atlantico; molto meno nell’oggi, quando ormai risulta evidente che nella presunta “terra dei liberi” la democrazia latita e la libertà è appannaggio di una oligarchia che va ulteriormente restringendosi. Come annunciava già settanta anni fa Charles Wright Mills nel suo saggio L’élite del potere. Soltanto che “I quattrocento metropolitani” di allora sono stati definitivamente soppiantati dalla ben più ristretta combriccola dei tecno-miliardari sciroccati di Silicon Valley; da Elon Musk a Peter Thiel, a Bill Gates, ai tycoon di GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple). Per cui non c’azzecca Massimo Cacciari – esegeta del suo collega filosofico Karl Marx (classico esploratore della rivoluzione industriale ottocentesca) – quando, in recente dialogo con Gianni Cuperlo, sentenzia che «il capitalismo ha vinto». Ma dai! Ha senso parlare di capitalismo (la ricchezza si riproduce attraverso l’investimento) nella fase storica in cui a trionfare è la finanza (e la ricchezza si accumula governando i varchi dei flussi: materiali delle merci e immateriali dei simboli, vulgo denaro)? E l’epicentro della trasformazione è l’America, giunta alla fine del secolo omonimo. Con tutti i colpi di coda della sua egemonia morente. Per cui ha ragione un giovane piddino quando invita a prendere le distanze dal modello tardo stelle-e strisce. A ruota della segretaria del movimento giovanile che rifiuta la linea bellicista dei dirigenti senior. I quali senior hanno subito sbranato i loro junior. Ed è qui che arriviamo alle primarie.

Al di là delle sbobbe programmatorie, su cui convenire è sempre possibile (magari grazie a qualche slalom lessicale), l’accordo sul che fare del fronte progressista rimane in surplace perché bloccato tra il si e il no sulla questione non mediabile delle armi all’Ucraina, tra l’opzione bellica (nell’auspicio di una altamente opinabile sconfitta sul campo della Russia), e quella della trattativa diplomatica (con un ipotetico ruolo pontiere della UE). Il si di cui è portavoce una Elly Schlein accerchiata dai cacicchi; il no che ha come promotore Giuseppe Conte. Un’antitesi insuperabile, che si porta dietro altre questioni altamente divisive: la collocazione del nostro Paese nell’ordine mondiale in ridefinizione, una nuova idea di europeismo, un modello di sviluppo tra il ricorso all’economia di guerra e la scelta di imboccare sul serio l’ipotesi green, il blocco sociale con cui porre fine per via democratica al mezzo secolo di dominio reazionario. E così via. Una sfida da far tremare i polsi, sicché è chiaro perché la furba renziana Salis e chi la consiglia insistono a tenersi lontani dalle primarie. D’altro canto qui siamo. Come avrebbe detto Rossana Rossanda, hic Rhodus, hic salta.

Ma questo nodo strettissimo non può essere sciolto direttamente dai leader di due schieramenti irriducibili su temi che non offrono il minimo spazio alla mediazione (alla faccia del buonsenso pacioso di Pierluigi Bersani). Da qui la necessità di passare la palla al demos, chiamato ad esprimere in tutta Italia la parola definitiva ai banchetti dove si decide da chi farsi rappresentare. Prima di morire soffocati dallo stallo, l’ultima speranza è quella di confidare nella saggezza popolare. Pur consapevoli delle manovre manipolatorie che sono già (e a maggior ragione saranno) in atto per confondere le idee e distorcere gli orientamenti di quel popolo che si era naturalmente aggregato per il referendum sulla giustizia. Intanto la campagna elettorale è già partita nelle sue modalità più deteriori: la Schlein ha proposto a Giorgia Meloni di dialogare su materie fuori dalla loro portata, come l’energia, e la premier ha espresso a modo suo tutto il gradimento di avere la tarda sessantottina dall’oscuro parlare come antagonista elettorale. Gli eterni odiatori di un Conte, che minaccia i privilegi di establishment, gli hanno scatenato contro il Grillo furioso; vellicando i deliri d’onnipotenza di chi vorrebbe riprendersi il giocattolo a cinque stelle. Tra l’altro, a conferma dell’insipienza di questi manovratori nell’ombra. Una partita tutta da giocare, ma da cui stavolta le primarie potrebbero spazzare via le intromissioni indebite peggiori. Spes ultima dea.

Gli autori

Pierfranco Pellizzetti

Pierfranco Pellizzetti (Genova 1947) ha insegnato nell’Ateneo Genovese “Politiche di Territorio” ad Architettura, “Sociologia dei fenomeni politici” e “Politiche globali” a Scienza della comunicazione e “Comunicazione istituzionale e d’impresa” a Ingegneria. Ha scritto – tra l’altro – per il “Secolo XIX”, “il Fatto Quotidiano”, “il Manifesto”, la pagina genovese de “la Repubblica” e “La Vanguardia” di Barcellona. Ha collaborato con “MicroMega” e ora con “Limes”.

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