I trattori trattano ma i mercati maltrattano

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Se si vuole avere ulteriore dimostrazione che questo sistema socio economico è iniquo e non funziona ecco un altro esempio. “La rivolta dei trattori” è lì a ricordarci tutte le contraddizioni di questo modello di sviluppo neoliberista che scarica i suoi distorsivi effetti dal livello planetario a quello locale.

Quando è la massimizzazione del profitto a dettar legge, sopravanzando ogni altro criterio di convivenza civile a partire dal primato dell’uomo e dei suoi diritti-doveri, non si potrà non assistere a un continuo peggioramento della situazione complessiva. Gli esempi, sotto gli occhi di tutti, ormai si sprecano: dall’aumento delle disuguaglianze tra gli Stati e al loro interno, alla questione climatica, all’instabilità geopolitica, al progressivo snaturamento delle relazioni umane sempre più condizionate da un eccesso di individualismo. Per non parlare dell’aumento della precarietà esistenziale che grava soprattutto sui giovani e così via di seguito.

Si ha un bel discutere e, giustamente, agitarsi nel settore agricolo su concorrenza sleale, filiera dei prezzi iniqua, sussidi europei, mercato drogato, transizione ecologica e relativi benefici e costi. Quello che non si vuole apertamente ammettere, ben oltre le sacrosante quanto essenziali e ineludibili esigenze di sussistenza del giorno per giorno, è che fin quando non si inizieranno a rimuovere i vizi all’origine di un sistema che favorisce solo i più forti, non ci potrà essere inversione di questo processo disgregativo. Perché si è dato potere assoluto al “libero gioco” delle multinazionali spesso a scapito degli interessi dei popoli? Perché si è consentito l’ingresso in borsa, con tutte gli annessi strumenti speculativi, di acqua, grano, riso e quant’altri generi alimentari fondamentali per il nostro vivere? Perché il cosiddetto “libero mercato” è strutturato per favorire i grossi complessi produttivi e non i piccoli produttori pur associati? Perché l’Europa politica non instaura rapporti più bilanciati con gli altri Paesi a partire dai quelli del cosiddetto Terzo Mondo e con i Brics?

Certo non basta porre dei perché (anche se una maggior consapevolezza può costituire l’inizio del cambiamento) ma occorre inserire le pur doverose azioni di tamponamento (tassazioni, dazi, politiche creditizie, sovvenzioni ecc.) in una logica valutativa più ampia. In altri termini e per essere concreti, vista la spesso strumentalmente agitata questione di chi paga la non più rinviabile transizione ecologica (con l’evidente rischio che le vittime del sistema diventino co-artefici dello stesso), perché il sistema politico nel suo insieme non fa pagare i costi della transizione ecologica ai grandi gruppi che da anni lucrano sui super profitti derivanti dal petrolio e dal gas che in gran parte sono la causa dello stravolgimento ambientale? E così pure perché non si toccano gli interessi di megagruppi bancari e assicurativi a cui si consente di condizionare la sorte di interi Stati col ricatto dei debiti sovrani? I sacrifici li devono fare solo i cittadini e i piccoli produttori? Ma che giustizia è mai questa che tutela i più forti e affossa i più deboli?

Lo stesso si dica quando, nei fatti, si tollerano i grandi evasori ma si criminalizzano indistintamente i percettori di sussidi di sostentamento per i più poveri. Un sistema alla Robin Hood al contrario che prima o poi esploderà se non si adottano inversioni di sistema che modifichino le attuali regole spacciate per vangelo ma in realtà solo costruzione di uomini. Ad ognuno esserne parte attiva sia nel micro che nel macro, avendone ben presente gli aspetti glocali e cioè l’interrelazione tra livello globale e quello locale.

Gli autori

Germano Bosisio

Germano Bosisio è animatore di iniziative in ambito parrocchiale, cofondatore di una cooperativa sociale, ambientalista, attivista per una democrazia dal basso. Attualmente pensionato, vive nel lecchese e collabora con alcune testate locali.

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