Il “caso Moro”: un noir italiano

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Nel campo dell’editoria ogni anno vengono pubblicati migliaia di titoli, e da tempo prevalgono nelle vendite, nel loro insieme, i generi del giallo, del noir e del thriller. I tre generi sono tra loro differenti perché nel giallo, il classico poliziesco, si individua e si punisce il colpevole che nel noir resta invece impunito, e in genere nel thriller, con un colpo di scena nel finale, il protagonista riesce a sopraffare il criminale. Ma c’è un genere di lettura che è ben più interessante e che meriterebbe maggiore attenzione, perché raccoglie contemporaneamente e in un mix molto avvincente i tre generi. Anche se, a dire il vero, alla fine prevale il filone del noir perché il colpevole rimane impunito. Ed è la lettura della storia d’Italia dal secondo dopo guerra ad oggi, periodo storico che in parte è solo passato prossimo e quindi vissuto direttamente da gran parte degli italiani ancora in vita, in particolare da chi ha attraversato gli anni della contestazione iniziata nel ‘68, dominante nel decennio degli anni ‘70 e poi sconfitta e via via refluita fino al grigiore odierno dove ci si ritrova con un Governo, grazie all’assenteismo sociale ed elettorale della sinistra e in generale dei progressisti, che è in piena dicotomia con l’antifascismo sancito dalla Carta costituzionale.

Al di là del pur importante e consolidato giudizio politico (che però non abbiamo saputo diffondere nella memoria storica dei più giovani), quello che sappiamo con certezza del passato prossimo della storia d’Italia  è che non sappiamo niente rispetto alle stragi di Stato rimaste impunite e con molte zone d’ombra. Una ragnatela nera ha inquinato e occultato la recente realtà storica che non si presta a una lettura univoca ma che, sicuramente, è ben diversa da quella che quotidianamente viene rappresentata da istituzioni che non sono mai state disinquinate dal “timbro” della passata dittatura fascista.

Tra le maggiori manipolazioni in corso da anni c’è l’utilizzo ad ombrello del termine “anni di piombo” per mimetizzare gli anni in cui lo Stato non ha esitato a utilizzare il suo apparato repressivo nella “strategia della tensione” per fermare, con stragi in cui la manovalanza neofascista è stata supportata dalla efficiente e protettiva logistica fornita dai Servizi segreti, la svolta a sinistra del Paese che, negli anni ‘70, era ad un passo dal diventare maggioritaria. In Italia ci sono stati ben tre tentativi di colpo di Stato: il più grave è il “Golpe Borghese” del 1970, seguito dal “Golpe Bianco” del 1974, e preceduto dal “Piano Solo”, elaborato nel 1964 dal Generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, che oltre al coinvolgimento dell’allora Capo dello Stato Antonio Segni, come effetti collaterali favorì la nascita dell’organizzazione neofascista della Rosa dei Venti. I tentativi di golpe fallirono ma incisero pesantemente sul percorso democratico già nel 1964, condizionando con il “tintinnio di sciabole” le prime aperture del secondo Governo di Aldo Moro al centrosinistra. Non c’è da stupirsi del “tintinnio di sciabole” e nemmeno dei successivi “boati bombaroli” perché l’improvvida amnistia di Togliatti del 1946 lasciò impuniti i fascisti che rimasero nei loro posti all’interno dell’apparato statale, e che all’indomani di Yalta vennero sostenuti e implementati nei Servizi segreti, in funzione anticomunista, forti dell’appoggio della NATO che è da sempre a trazione degli interessi USA.

Esistono i Servizi deviati? Assolutamente sì, ma non sono quelli che operano in dispregio della Costituzione.

I “deviati” sono costituiti da una sparuta minoranza che crede nei valori della Costituzione mentre la struttura, al di là di tutti i tentativi di riforma e dei cambi di sigle, dal SIFAR al SID e poi SISMI e SISDE, AISE e AISI, rappresenta la continuità di quel filo nero che dal dopoguerra arriva ai giorni nostri. Basti pensare che negli elenchi della criminale ed eversiva Loggia Massonica P2 di Licio Gelli figuravano iscritti ben 92 ufficiali tra generali e colonnelli, distribuiti tra le varie forze dall’Esercito alla Marina, Guardia di Finanza, Aeronautica e Pubblica Sicurezza. E gli uomini della P2 si ritrovano, non casualmente, nei comitati di crisi costituiti all’indomani del rapimento di Aldo Moro, dal Generale Giuseppe Santovito (direttore del SISMI) al generale Giulio Grassini (direttore del SISDE) e Federico Umberto D’Amato (direttore dell’Ufficio Affari riservati del Ministero dell’Interno). Quest’ultimo, oltre alle pesanti accuse di depistaggi e coperture garantite ai neofascisti negli anni delle stragi, è stato indicato dalla Corte di assise di Bologna come mandante e organizzatore, unitamente a Licio Gelli, della strage neofascista della Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 (anche se, a proposito del vuoto di conoscenza e memoria storica, un documentario inchiesta dell’ottobre 2010, pubblicato da la Repubblica, accertò che per la maggior parte degli studenti bolognesi gli autori della strage erano state le Brigate Rosse).

Il noir, accennato in questo breve articolo, ritorna sulla figura di Aldo Moro sul suo rapimento e la sua uccisione che, nell’immaginario collettivo, rimandano troppo semplicemente alle Brigate Rosse mentre molteplici ipotesi risultano ancora aperte.

Di certo c’è l’innegabile verità che con il rapimento e soprattutto con l’omicidio dello statista democristiano si volle affossare definitivamente la strategia del “compromesso storico” tra DC e PCI, e che, per questa sua disponibilità ad aprire il governo alla sinistra del Paese, i nemici di Moro erano molti, anche all’interno del suo stesso partito, e poi la P2 e quindi i Servizi Segreti nostrani, legati alla Loggia massonica, che risulteranno collegati, in questa tragica pagina della storia d’Italia, ai criminali della Banda della Magliana. Ma le pressioni e le minacce ad Aldo Moro arrivarono soprattutto dall’America che non voleva, in alcun modo, accettare l’ingresso del PCI nell’area di governo, e che aveva in Henry Kissinger (uno dei più scandalosi Nobel per la pace visto il suo ruolo nella guerra del Vietnam e nel golpe in Cile) il suo cardinale Richelieu. «Onorevole, lei deve smettere di perseguire il suo piano politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui, o lei smette di fare questa cosa, o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere». Questa frase, testimoniata dalla vedova Moro, mostra chiaramente il pesante clima ostile che Aldo Moro trovò nel suo viaggio in America. Insomma Aldo Moro aveva falsi amici e molti nemici che lo hanno sacrificato per una “ragione di Stato” e il ruolo delle Brigate Rosse, come emerge dalla Commissione parlamentare d’inchiesta, probabilmente fu supportato logisticamente da Servizi segreti non solo made in Italy, per poi essere ridimensionato in un ruolo di facciata ma non decisionale, schiacciato da un intreccio di interessi geopolitici di ben altri equilibri internazionali. Del resto, come testimoniato dall’esponente socialista Claudio Signorile, il Potere (Cossiga Ministro dell’Interno) fu informato dell’uccisione di Aldo Moro già alle 9,30 del 9 maggio 1978, ben prima della famosa telefonata delle BR che arrivò solo alle 12,15.

In Italia si legge poco… ma per chi volesse approfondire questo mix di “giallo noir thriller” consiglierei La Repubblica delle stragi impunite e I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia, editi da Newton Compton Editori e scritti dal magistrato Luigi Imposimato, a suo tempo giudice istruttore sul “caso Moro”.

Gli autori

Giovanni Vighetti

Giovanni Vighetti vive a Bussoleno ed è esponente del Movimento No Tav. E' appassionato e conoscitore della montagna che frequenta in scialpinismo, mtb ed escursionismo.

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