Il nuovo fascismo e l’anticorpo della memoria

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Il 23 agosto 1923 veniva barbaramente ucciso don Giovanni Minzoni. Picchiato e ucciso dagli squadristi di Ferrara che non potevano più tollerare la libera iniziativa, nel campo educativo e associativo, di questo giovane sacerdote di Ravenna che non voleva allinearsi all’imposizione del clerico-fascismo dominante in Emilia-Romagna e che aveva scelto coraggiosamente di “varcare il Rubicone”. Don Giovanni Minzoni viene ricordato perché aveva scelto, dunque, di schierarsi contro “la vita stupida e servile che ci si vuole imporre”.

Ecco, il ricordo oggi di questo delitto, così come il ricordo di tutte le vittime della barbarie fascista, è essenziale. Non per una mera retorica o per una circostanziale rievocazione di facciata. No, è proprio essenziale per ricordarci cos’è stato il fascismo. E che cosa è il fascismo oggi. Nel primo caso, lo sappiamo tutti cos’è stato il fascismo, avendolo studiato sui libri di scuola e non solo. Almeno, mi auguro che sia così. Nel secondo caso, invece, abbiamo a che fare oggi con un nuovo fascismo, non sempre riconoscibile ai più. Mi riferisco, in particolare, a quel tipo di fascismo che si annida nei revisionismi storici che si rivelano a cadenza saltuaria e che si mostrano del tutto impermeabili persino alle sentenze a titolo definitivo della giustizia, frutto di regolari e legittimi processi sui fatti di terrorismo; oppure mi riferisco al libero e impudico sdoganamento, sempre ai giorni nostri, di idee razziste e sessiste da parte di taluni che si trincerano dietro l’alibi di un’illimitata libertà di parola e si sentono spalleggiati oramai da un’opinione rafforzata “dai tanti che la pensano così”. Come se la condivisione di pensieri intollerabili e incivili potesse essere giustificazione di un’esposizione pubblica delle proprie idee, nonostante queste siano retrograde e mai giustificabili agli occhi della storia e agli occhi di qualsiasi comunità umana.

Ci sarebbero tanti altri esempi di questo nostro “fascismo moderno” ma credo che il senso sia chiaro. Anzi, sembra quasi – e lo dico con voluta provocazione – che ci sia un richiamo a quell’idea di “fascismo-movimento” coniata da Renzo De Felice per evidenziarne una netta separazione dal “fascismo-regime”. Lo storico, infatti, vedeva nel primo (il fascismo movimento) quel tanto di vitalità «e di velleità rinnovatrice, di interpretazione di certe esigenze, di certi stimoli, di certi motivi di rinnovamento, quell’insieme di elementi culturali e psicologici […] che costituiva l’autorappresentazione proiettata nel futuro, al di là dei condizionamenti, delle paure, delle sconfitte imposte dal regime, al di là della stessa vita di Mussolini» (R. De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M. A. Ledeen, Laterza, 1997). Sembra quasi di sentire, dietro tali parole, le riflessioni oggi di talune posizioni di pensiero per cui, mentre si prendono le distanze in modo formale dal regime del secolo scorso, dalla linea politica del ventennio e persino da quella sovrastruttura del potere personale mussoliniano (appunto, il fascismo-regime), si rimpiangono però certi aspetti rivoluzionari nel nome, ancora adesso, di un taglio netto con il recente passato (come si diceva anche negli anni Venti del secolo scorso) e di un’esigenza di rinnovamento che purtroppo attrae ancora il consenso di tanti italiani.

Se il fascismo oggi è questo, non è chiaro, purtroppo, l’anticorpo da adottare di fronte a questo revanscismo anacronistico, quasi fosse un virus latente mai debellato nel nostro corpo istituzionale e che, di tanto in tanto, torna a rimettere in luce i propri venefici sintomi, sia pure sotto altre vesti (più o meno istituzionali o radicate con il potere politico). L’unico anticorpo che conosco si chiama “memoria”. La memoria intesa come conoscenza, come studio e continua meditazione, appunto per distinguere ciò che è psicosi (considerando anche il fatto che alcuni continuino a sostenere a gran voce che nel nuovo millennio “il fascismo è morto”) da ciò che è “collasso di resistenze e di princìpi”. Lo sosteneva anche Nicola Chiaromonte, giornalista e critico teatrale, che negli anni Trenta fu costretto all’esilio e che così scriveva nel 1935 per i Quaderni di Giustizia e Libertà: «Di fronte a questo fatto, e sebbene esso abbia piuttosto i caratteri della psicosi che quelli della ragion veduta, sarebbe una leggerezza e un pessimo errore sottovalutare la forza elementare, i motivi e i problemi gravissimi che il fenomeno fascista mette in luce, attaccandosi alla superficialità delle idee che pretende di bandire, e al bilancio indubbiamente negativo del suo dominio per tutto quanto riguarda le questioni veramente serie della vita di un popolo» (N. Chiaromonte, Le verità inutili, L’ancora del Mediterraneo, 2001).

Dunque, torniamo alla memoria. La memoria come anticorpo e come palestra mentale. La memoria è come un’attività ginnica che ha bisogno sempre di essere esercitata, per non perdere la propria vigoria e il proprio tono “muscolare”. Alcuni anni fa, io prestavo servizio all’Anpi di Pesaro e Urbino e, in quell’occasione, mi occupavo della rivista dell’associazione che si chiamava appunto Memoria Viva. Un titolo che ritenevo bellissimo e che ancora oggi ritengo opportuno quanto mai. Quella memoria da praticare a scuola nella sua funzione critica e di “sveglia moderna”, per avvisarci dei pericoli derivanti dai rigurgiti del passato e soprattutto dalle distorsioni della linea evenemenziale degli accadimenti storici, per non trasformarli in una pericolosa deriva delle verità giudiziarie e della stessa visione storiografica, intesa nella sua globalità. Così come ritengo opportuno rievocare il centenario dell’uccisione di Don Minzoni, nel nome appunto di quella pratica quotidiana che reclama la memoria affinché essa sia sempre attiva e vigile. Anno dopo anno, giorno dopo giorno. E per svolgere quell’essenziale funzione di anticorpo nei confronti del fascismo, sia esso quello mussoliniano, sia esso quello scaltramente riproposto da alcuni oggi all’opinione pubblica (un fascismo-movimento 2.0?), nella sua molteplice veste metamorfica. Perché, al di là dei diversi aspetti con cui si presenta, e al di là dei tempi della sua epifania, è e resta sempre una forma di fascismo. Lo dico senza alcuna presunzione di moralismo ma basandomi semplicemente sul buon senso comune. Quel senso comune che ha i suoi pilastri nella lotta alle diseguaglianze e ai soprusi, nella difesa delle minoranze e nel rispetto di tutti i diritti umani.

In homepage Jan Pierce, Memoria viva, Venezuela, 2003

Gli autori

Michele Canalini

Michele Canalini insegna in un istituto professionale e tecnico della Lunigiana. Si occupa principalmente di scuola, tema su cui ha pubblicato due libri: "L’insegnante di terracotta. La Buona Scuola… e poi?" (Mimesis, 2018) e "La ricreazione a distanza. Una manica di studenti alle prese con quei pezzi di insegnanti" (Kimerik, 2021). Ha lavorato come docente di lingua italiana presso l’Università del tempo libero del comune di Carrara. Antifascista per educazione e convinzione, ha collaborato con l'Anpi di Pesaro e Urbino. Appassionato di cinema, ha scritto per il sito di divulgazione cinema4stelle.it e per il sito di informazione culturale idranet.it.

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