Social o sociale?

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Affidiamo ogni giorno, ogni ora, ogni istante la nostra vita ai social. Beninteso, non intendo il tema, peraltro di assoluta importanza, dei nostri dati personali, le nostre scelte di consumo, svago, investimento, che cediamo gratuitamente a piattaforme che li trasformano in profitti. Mi riferisco alla trasposizione ambivalente che ormai rende indistinguibili vita reale, sociale, e vita sui social.

Postiamo di tutto, ogni atto che compiamo, i momenti di gioia, di dolore, ciò che mangiamo, pensiamo, senza ormai alcun filtro, discutiamo animatamente, non di rado senza alcun rispetto, con persone che poi dal vivo non salutiamo nemmeno. È questa la vita che ci attende all’epoca del distanziamento sociale? Ma, soprattutto, è questa la vita?

A volte ho la sensazione che la piattaforma divenga, oltre che un ottimo strumento di promozione delle proprie attività cui io stesso non sfuggo, una sorta di catarsi virtuale dove mostriamo ciò che vorremmo essere e che non siamo oppure dove evidenziamo le nostre virtù; al contempo tuttavia la sensazione di libertà assoluta che il social trasmette ci fa ritenere di poter dire ciò che vogliamo, senza freni, senza attenzione agli altri. Un palcoscen(ic)o dove siamo i soli protagonisti, dove non interagiamo col pubblico pur cercandone il consenso, dove il nostro individualismo non conosce barriere. Una sorta di vita parallela (ma non è Plutarco) dove le nostre ansie e i nostri timori trovano momentaneo ristoro, perché il nostro io ci fa meno paura e lo maneggiamo come se al contempo fosse dentro e fuori di noi. Il social rappresenta, al contempo, uno psicologo very low cost che fa emergere i nostri lati brillanti ma anche oscuri, che permette di trattare le relazioni senza essere veramente in relazione, di essere anche ciò che non si è.

L’uomo contemporaneo ormai, novello protagonista del romanzo di Stevenson, è sdoppiato tra social e sociale e, probabilmente, non sa più cosa sia, ma mostra cosa vorrebbe essere e al contempo le sue abiezioni, il peggio di sé, forse senza esserne nemmeno consapevole. Un moderno cacciatore, ma di like che si procura con le armi della comunicazione, a ogni costo, che punta a essere visibile, a far parlare di sé, ma non è in grado di parlare di sé. Un essere umano che vorrebbe fermare il tempo con i suoi selfies e in un certo senso ci riesce: il social sopravvive anche alla morte del suo protagonista, perché resta. L’icona di questa incredibile ambivalenza sono gli auguri di compleanno a chi nel frattempo è defunto.

Non so se l’uomo contemporaneo abbia plasmato il social o viceversa, ma ormai ne è a tutti gli effetti parte integrante. Siamo più social che sociali, ma soprattutto soli nonostante la bulimica e a tratti disperata esposizione di momenti di socialità, cene, feste, vittorie sportive, ma anche di un dolore che forse resta la parte più autentica di questa tragica finzione.