Ibrahimovic, dallo scontro con Lukaku a Sanremo

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«Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi» è una citazione che può apparire obsoleta nella pubblicistica sportiva che si nutre di miti, spesso artificiali, ridimensionabili con il tempo per scivoloni di percorso (doping, sconfitte, evasione fiscale, inopinato cambio di maglia). La tendenza all’accentuazione dell’epos sembra avere sempre maggior successo in questi tempi di pandemia. Perché gli dei degli stadi sono ancora più lontani, irraggiungibili da fan tifosi e ultrà intoccabili e, dunque, il mito si nutre anche di distanza e di fascinazioni a mezzo stampa. Va bene molto, se non tutto, a patto di non esagerare.

Nel caso di Ibrahimovic, peraltro, si sta varcando il limite del politicamente corretto, sul filo sottile per tanto tempo del borderline. Il bosniaco naturalizzato svedese si atteggia a Dio. Non pretende di esserlo. Finge di esserlo con pose dionisiache. E c’è il rischio che qualcuno possa prenderlo sul serio e giustificarlo per i suoi comportamenti. Le dichiarazioni sono improntate quasi a un superomismo nietzschiano (anche se dubitiamo che Ibra abbia letto Nietzsche), ma non è Nietzsche da temere, bensì i suoi pedissequi imitatori.

Indiscutibile il valore tecnico del rossonero (che, peraltro, dimostra, in relativo, i limiti del calcio italiano, in cui un quasi quarantenne è in grado di imporsi a suon di goal), sono le sue frasi e la sua ideologia che viaggiano sul filo del rasoio. Dominato da una furbizia figlia della difficile infanzia, l’attaccante ha mostrato il suo repertorio di provocazioni nel recente scontro sul campo con Lukaku, uno scontro vissuto su antichi contrasti. Apostrofando il centravanti interista con un pesante monkey (scimmia), Ibra è poi stato abile nel virare il labiale in un più moderato donkey (asino). Anche passando dalla scimmia all’asino l’intenzione offensiva era comunque palese. Ma in sede di accertamento di giustizia sportiva l’interessato è stato abile nel scongiurare ogni intenzione razzista: «Io razzista? Ma se a me mi definiscono “zingaro” sui campi di mezz’Europa!». Furbo in campo e fuori!

Le sue esternazioni – questo è il punto – mietono appeal e ingaggi. Non è un caso che i nomi più gettonati come ospiti per il prossimo Festival di Sanremo siano quelli di Fiorello, Benigni e, appunto, il suo: inviti (e relative quotazioni) come “specchio dei tempi” per il mainstrem contemporaneo. Qualcuno nel vertice Rai ha provato a dissociarci dall’invito ma senza successo. E – si badi – non si tratta di un’ospitata di pochi minuti ma di cinque costanti presenze. Con l’utilizzo di soldi pubblici. Non solo: la Lega calcio forse adatterà l’orario del match del Milan con l’Udinese in funzione delle sue esigenze sanremesi. Non riusciamo a immaginare quali siano le sue prerogative come uomo di spettacolo. Ballerà, canterà, reciterà? Quale ruolo gli faranno interpretare? Quello dello sprezzante filibustiere, arrogante e presuntuoso? Sarà sfiorata la metafora del Dio in terra, spesso gettonata? Difficile prescindere dall’esagerazione perché la sua partecipazione, entusiasticamente accettata dal Milan nonostante i delicati impegni di calendario, sembra propedeutica all’intenzione di creare scandalo e relativi ascolti. Ibra ha lanciato la partecipazione a Sanremo con la solita dichiarazione sopra e fuori dalle righe: «In carriera ho fatto tanti record ma ne manca uno. Spettatori di Sanremo, preparatevi, faremo un altro record d’ascolto!».

La conclusione è che Ibra verrà invitato per esibire il proprio carattere, comprensivo dei peggiori difetti. L’evento vivrà sulle sue dichiarazioni e sulle sue affermazioni fuori dal coro che è un eufemismo definire anti-conformiste. Immaginiamo già le citazioni sul web, i meme, commenti ed esecrazioni. Un copione già scritto e, se possibile, già visto. Audience, quanti peccati nel tuo nome!

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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