Il brutto spettacolo dello sport al tempo del Coronavirus

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La strana vita nell’era del Coronavirus riguarda e strania anche lo sport. Con reazioni epidermiche a volte esagerate e/o improprie.

Nel contesto europeo avvertiamo ancora una volta come la presunta solidarietà internazionale evapori quando ad essere colpita è una singola nazione, in questo caso l’Italia. Gli interessi particolari, nazionalistici, a volte campanilistici, fagocitano il grande progetto di un’Unione Europea autorevole, comprensiva e pronta all’emergenza. Le trasferte internazionali delle squadre italiane sono diventate un rompicapo risolto da provvedimenti compromissori, digeriti più che accettati dalla controparte. Come accettare le proteste turche per la partita giocata dalla Virtus Bologna basket contro il Darussafaka Istanbul con l’assurdo rilievo che l’evento era ospitato da Belgrado, luogo di possibile tifo per Markovic, Teodosic, Djordevic, rispettivamente giocatori e allenatore della squadra italiana (dimenticando il particolare che la partita era a porte chiuse: leitmotiv, per altro verso, dalle evidenti implicazioni economiche e geopolitiche)?.

Ma al suo interno il fronte italico non ha certo dato un esempio migliore.  

A cominciare dal calcio, la disciplina con più interessi economici in ballo. Qui la virulenta rivalità tra Juventus e Inter, al vertice della classifica (senza dimenticare la Lazio), in relazione allo scontro diretto, è stata acuita dal ruolo di velenoso ex di Beppe Marotta (ora amministratore delegato dell’Inter ma già dirigente della Juve). Il presidente dell’Inter Steven Zhang poi, personaggio certo non entrato nel cuore e nell’immaginario dei tifosi, ha donato 100.000 euro al Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche dell’Ospedale di Milano come contributo all’individuazione e all’isolamento del virus, ma qualche ora prima ha sparato a zero sul presidente della Lega Calcio Dal Pino con parole scomposte e in libertà: «Dal Pino sei un pagliaccio, vergogna». E Dal Pino, dopo qualche giorno di riflessione, ha deciso di quereralo. Che avranno pensato all’estero dell’immagine del calcio italiano con questa rissa da angiporto esplicitata in inglese?

Un ambiente che avrebbe bisogno di compattezza ha offerto nelle ultime ore anche la discutibile sortita del presidente della Juve, Andrea Agnelli, che ha messo in dubbio il buon diritto dell’Atalanta di disputare la Champions League per la mancanza di requisiti economici all’altezza di quelli della Roma. Come se il calcio fosse solo quello e non parlassimo della più bella espressione di gioco dell’ultimo campionato (appunto, l’Atalanta).

La contraddizione fondamentale che incontra lo sport (e soprattutto il calcio con i suoi impegni serrati) è il rispetto della programmazione. I calendari sono un insormontabile “dover essere”, prevedono un inizio e una fine e il mese di marzo (questo dell’insorgenza epidemiologica) è proprio quello in cui si decidono i tornei e ci si avvia alla disputa dei match decisivi. Così in qualche caso si può annullare l’evento spot (la maratona di Roma ad esempio), in altri casi ci confronta e si litiga, caso per caso, campionato per campionato, trasferta estera per volta.

Nelle more è stato sconvolto anche il Torneo delle Sei Nazioni di rugby: non si sa ancora quando l’Italia incasserà l’ennesima figuraccia contro l’Inghilterra perché ci si dibatte nel tentativo di trovare una data alternativa nel fitto calendario dei britannici. Anche il Motomondiale parte dimezzato e con un calendario che avrà bisogno di molti aggiustamenti in progress. Lo sport non può dare disdette, deve risponde alla sua mission, a volte anche forzosamente economica (i club di calcio sono società per azioni, complice Veltroni)! Porte chiuse, a volte socchiuse perché per la partita scudetto di Torino le varie figure professionali garantite per l’accredito all’evento alla fine hanno fatto salire il numero dei presenti a 500. E mille precauzioni per gli sportivi e i tifosi, quelli attivi e quelli passivi. Vietati autografi, selfie, strette di mano, contatti troppo ravvicinati. Nel tennis di Coppa Davis persino i raccattapalle devono rivedere il rito abituale della consegna dell’asciugamano. Ma negli sport di contatto come ci si regola considerando che qualche sportivo ha già contratto il virus, segnatamente i ciclisti?

Un mondo che cambia, limita e si adegua ma con estrema difficoltà e molte, a volte evitabili, polemiche.  

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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