La legione straniera del basket

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I minuti di presenza dei giocatori stranieri nel campionato di basket (che è un eufemismo definire italiano) ammontano circa all’85% dell’universo complessivo. La percentuale ci fa ricordare un calembour dell’ex presidente del CONI Mario Pescante che definiva l’Inter come «la migliore squadra straniera su suolo italiano». Preistoria, ora realtà. E per tutte le squadre, anche nel basket.

Il fenomeno non è solo nazionale. Ma i Paesi dell’est sono stati più bravi a tamponare gli esiti della legge Bosman. Capita perciò che la prima squadra del torneo nostrano (la Virtus Bologna) vada a giocare a Belgrado e, nonostante la massiccia immissione di stranieri tra cui i serbi Teodosic e Markovic, rimedi una sonora lezione da un Partizan quasi del tutto autoctono.

Volete veder snocciolato il quintetto base della squadra italiana più quotata, quell’Armani Jeans Milano che spesso rimedia brutte figure in Europa? Rodriguez-Nedovic-Micov-Scola (argentino)-Gudaitis. Primi cambi: Roll, White, Sykes, Tarzewski, Mack (ora tagliato). Complementi italiani: Moraschini (nel passato torneo giudicato l’italiano di miglior rendimento), Della Valle, Cinciarini (virtuale capitano non giocatore). Notate che Della Valle è stato stabilmente nel quintetto base della squadra azzurra nelle qualificazioni mondiali e in quella rosa c’era lo stesso Cinciarini, scartato con gli ultimi tagli. L’Armani jeans costa circa otto milioni a stagione ma ha difficoltà a primeggiare in Europa e stenta anche in Italia dopo aver preso come allenatore Messina, unanimemente definito il miglior coach italiano, ora convertito anche in presidente per convincerlo ad abbandonare definitivamente il sogno di allenare una squadra NBA.

Un altro esempio? Il punto fermo sotto canestro della nazionale è Paul Biligha che, a dispetto del cognome, è nato e cresciuto in Italia. Bene, lo stesso è stato stabilmente tenuto in panchina dal suo allenatore Walter De Raffaele nella finale scudetto playoff del campionato 2018-2019 giocata e vinta dalla Reyer Venezia.

Come si fa ad assemblare una nazionale credibile se i giocatori nostrani marciscono in panchina? E costano di più di un mediocre straniero. Prendiamo i criteri di composizione di una media squadra di provincia come Brindisi. I giocatori dominanti sono tutti stranieri: Banks (capo-cannoniere del torneo), Brown, Thompson, Sutton, Martin. Gli italiani? Complementi voluttuari: Zanelli, Gaspardo, Iannuzzi, Campogrande. Tutti a contribuire in minima misura a successi e identità di squadra.

Con tali premesse come si può pensare che la nazionale italiana di Sacchetti, fatta di tagli e ritagli di elementi che giocano all’estero (Datome) e non necessariamente confidente nell’apporto di chi dovrebbe rendersi disponibile negli States (Belinelli, Gallinari, Melli) possa avere qualche speranza di riuscita nel match secco con la Serbia che si giocherà in terra avversa definendo una partecipante all’Olimpiade? La piccola Serbia non ha di questi problemi e probabilmente avrebbe il sopravvento anche con una selezione B, ricca di talenti su cui ha investito all’insegna della difesa del patrimonio tecnico nazionale. Non è un caso che sia la nazione che sotto bandiera jugoslava ha espresso i Divac, i Petrovic, i Kukoc, i Radja.

Aggiungiamo che l’Italia, per arrangiarsi, nazionalizza con grande disinvoltura. Un manager di Trento ‒ Trainotti ‒ è stato ingaggiato dalla Federazione basket con il precipuo scopo di dotare di un passaporto italiano alcuni giocatori di formazione americana di sicuro futuro successo. L’operazione è andata in porto con Mannion, ora si ripeterà con Devincenzo. Il problema è che, per le norme internazionali, questa disinvoltura regolamentare è consentita con l’arruolamento di un solo elemento alla volta. Se gioca Mannion non può giocare Divincenzo e viceversa. Al momento in nazionale gioca Brooks (riserva Burns). Ma una costante comune della nazionale è che al capitolo stranieri arruola sempre giocatori in declino e a fine carriera. Il trend di Rocca, Maestranzi, D’Antoni (azzurro a 38 anni!) si ripete con Brooks che non fornisce quell’addizione di qualità sperata. Ergo, a giocare con i peggiori… si peggiora.

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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