Calcio: il business della Supercoppa in Arabia

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Il calcio italiano ‒ come si sa da tempo ‒ non è il più bello del mondo ma coltiva ancora un inaspettato appeal all’estero. Sarà per questo che, senza porsi troppi problemi etici, la nuova governance istituzionale (Lega-Federcalcio) ha concordato la disputa della Supercoppa in ballo tra Juventus e Milan a Gedda, in Arabia Saudita, il 16 gennaio 2019.

Le giravolte nel Belpaese sono di casa. E la scelta della Federazione interviene quando aveva appena finito di stupirci Salvini che, immemore delle pesanti considerazioni sulla situazione del Qatar, nel recente viaggio nel Paese baciato dalle materie prime, ha tessuto un panegirico sulla sua sicurezza, il suo ordine, financo la sua bellezza, sulla scia di precedenti perorazioni dell’ex Primo Ministro Renzi.

È la decima volta in cui questo trofeo calcistico si assegna fuori dai confini italiani e la settima in cui si gioca in Asia, un continente commercialmente appetibile e in grado di offrire contratti forti alle squadre italiane di maggior prestigio.

Evidentemente non ha ripercussioni sui gestori del calcio italiano il recente omicidio, nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, del giornalista Jamal Khashoggi. Un assassinio feroce, pianificato e portato a termine con seguito di smembramento del cadavere e alibi morale precostituito per il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, assai in sintonia con gli Stati Uniti e con John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, un falco insediato da Trump.

La Lega di serie A ha firmato un contratto di 21 milioni di euro per tre edizioni di Supercoppa da ospitare nell’arco dei prossimi cinque anni in Arabia Saudita e proprio il principe bin Salman è l’artefice della liaison dei dirigenti italiani con General Sports Authority, la struttura mediatica dell’Arabia Saudita che commercializza anche il calcio.

Naturalmente non ci sono ragioni tecnico-pratiche perché due squadre italiane debbano giocare in Arabia Saudita una partita che riguarda il solo calcio italiano, per di più in una data che confligge con molti appuntamenti del calcio nazionale e continentale. O meglio, ci sono soltanto le ragioni del denaro e il sottinteso principio secondo cui pecunia non olet. Tra l’altro.

Nessun codice etico farà rivedere la decisione. Potrebbe farlo lo sdegno dei fruitori del calcio, peraltro parzialmente appagati dalla trasmissione della partita su una televisione a pagamento…

Il calcio italiano ha ribadito, nell’occasione, la sua attitudine mercantile, la sua inesausta disponibilità a vendersi al miglior offerente. Del resto è noto che quello del calcio è un sistema artificialmente tenuto in piedi dalla sovradimensionata vendita dei diritti televisivi. In assenza di quel doping la bolla economica e le sue sovrastrutture sarebbero mestamente destinate a sgonfiarsi e a rivelare una grande fragilità di fondo.

Naturalmente non ci saranno problemi di sicurezza. La disputa del match del gennaio 2019 allo stadio King Abdullah (capace di contenere 62.241 spettatori) sarà celebrata, una volta concluso l’evento, come un trionfo. Ma il calcio italiano invierà l’ennesimo cattivo messaggio gestionale dimostrando che il business può soverchiare ogni ragione tecnico-agonistica.

About Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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