Rendere la scuola della Costituzione il futuro della scuola

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Scuola, «luogo e tempo di vita, luogo e tempo della salute, del gioco,
del fare e del sapere, in cui il dilemma istruzione-educazione
si risolva nell’apprendimento come processo e atto di socializzazione»
(M.A. Manacorda)

La scuola sta incrociando una fase storica che la coinvolgerà in un lungo e radicale cambiamento. Si sta aprendo, per condizioni oggettive, un tempo di trasformazione importante ma non ancora definito; la direzione e i contenuti rimangono aperti: è un’occasione se si possiedono le idee e la forza per segnarlo. Il cambiamento è possibile quando si crea una congiuntura in cui si incrociano positivamente le condizioni oggettive di trasformazione e la capacità soggettiva di avvalersene e di governarle. Non è un’azione neutra; dipende dalla visione di scuola che si vuole costruire, dal legame con l’età del lavoro, dal modello di città che contribuisce a edificare; insomma dalla idea di società verso cui si orienta. Il problema è che un orientamento è in atto; tutti i governi degli ultimi decenni hanno prodotto una fiumana di provvedimenti innovativi privi di una dichiarata visione e una prospettiva progettuale, ma accomunati nell’allontanare la scuola dal mandato costituzionale con l’obiettivo di potenziarne la funzionalità al mercato del lavoro. Con l’operato del ministro in carica tale processo sta subendo una preoccupante accelerazione intaccando il senso stesso dell’esperienza scolastica. Per un progetto alternativo serve capire le radici della crisi, esplicitare il senso della scuola da costruire, definire un’agenda coerente di politica scolastica che sostenga la rigenerazione del fare scuola. Prima di pensare a come cambiare la scuola è necessario condividere a cosa serve.

Partire dal senso della scuola per un’agenda di politica scolastica che sostenga la rigenerazione del fare scuola

Serve costruire una nuova visione, superare le scelte politiche di questi ultimi anni che hanno orientato la scuola in senso funzionalista al mercato del lavoro anticipando le scelte a 14 anni e riducendo gli investimenti. La crisi della scuola democratica va proprio ricercata nell’impatto con i processi segnati dall’orientamento economico-politico neoliberista ben rappresentato dalla teoria del capitale umano. È l’orientamento da ribaltare: a scuola si va per diventare cittadini competenti e consapevoli e questo è anche il miglior servizio per il futuro lavoro. Non serve una politica del “cacciavite” bensì una vera alternativa strategica per dare alla scuola il senso di meravigliosa esperienza di umanizzazione culturale per tutti e per ciascuno assumendola come uno dei pilastri del rilancio civile oltre che economico del nostro Paese.

La scuola può rappresentare quell’orizzonte di senso che manca sempre più nell’esperienza giovanile. Un processo che richiede ampia condivisione e coinvolgimento di tutti i soggetti nei processi di cambiamento. Si deve aprire una stagione di rilancio della scuola come organo costituzionale finalizzata a garantire l’infanzia e l’adolescenza come tempi pieni di vita per sostenere l’entrata nel mondo adulto da cittadini consapevoli e responsabili. Per contrastare l’orientamento politico che sta stravolgendo la scuola è necessario opporsi puntigliosamente alle azioni in corso ma è ancor più indispensabile costruire l’agenda per una alternativa praticabile che coerentemente sostenga il processo di cambiamento del fare scuola. Ci sono nodi fondamentali alla base del progetto di cambiamento: rilanciare il progetto curricolare da 0 a 19 anni, superare effettivamente la precarietà, sostenere la formazione iniziale e la ricerca in servizio degli insegnanti, rendere la scuola parte attiva della Città educativa, costruire un rapporto costruttivo tra scuola e lavoro, realizzare l’inclusione come interazione positiva, ripensare l’organizzazione delle scuole rivitalizzando la partecipazione democratica… La politica per orientare un processo di rigenerazione della scuola dovrebbe avere quel carattere diffuso, condiviso ed entusiasmante che fece coniare a Giancarlo Cerini la bella immagine di “ballata popolare”.

Uno snodo strategico per orientare il futuro della scuola: quale scuola degli adolescenti

Definire la scuola degli adolescenti può rappresentare il filo conduttore per il progetto di scuola da sviluppare. È un problema che ha le sue origini negli anni Sessanta. Sono stati anni in cui il dibattito culturale e politico è stato alto; i dieci punti di Frascati nel 1970 e nel 1972, le proposte della Commissione Biasini hanno accompagnato un importante processo di sperimentazione. Si è protratto con diversi disegni di legge fino all’inizio degli anni Ottanta per approdare alle “sperimentazioni assistite dal ministero” e al progetto della Commissione Brocca (1994). I sogni sono finiti nei tentativi svaniti della riforma dei cicli di Berlinguer e nella controriforma Moratti. Si è tornati alle innovazioni dei piani di studio e dei programmi nella struttura tradizionale dei licei, degli istituti tecnici e professionali ai quali si sono affiancati i percorsi di istruzione e formazione professionale. Le nuove prospettive sul nuovo assetto della scuola dopo i 14 anni rappresentano il ritorno all’idea di scuola degli anni Cinquanta.

Eppure la riflessione sulla scuola degli adolescenti ha vissuto proprio negli anni Sessanta/Settanta una stagione a cui si può attingere per riprendere a costruire una prospettiva di cambiamento. Mario Alighiero Manacorda (Riforma della Scuola n. speciale 5-6/1967) enuclea una proposta che si basa su alcuni presupposti di incredibile attualità: “ (a) Eliminare ogni gerarchia tra i vari corsi di istruzione, per garantire a tutti il diritto a una piena formazione culturale, qualunque sia il lavoro o la destinazione di studio a cui ciascuno sarà poi chiamato. […] (b) Eliminare l’enciclopedismo dell’istruzione secondaria tradizionale, il suo carattere erudito e libresco. […] (c) Attuare il diritto allo studio, che se non fosse scritto nella Costituzione sarebbe scritto nelle cose, perché veramente il perdere i talenti come noi oggi facciamo è un tragico lusso che non ci possiamo permettere”. È passato mezzo secolo e l’innalzamento dell’esperienza scolastica a sedici anni rimane la sfida su cui costruire il progetto della scuola per i prossimi decenni.

Le azioni del ministro Valditara sulla filiera formativa tecnologico-professionale (4+2=5-1), la prospettiva di ridurre la scuola secondaria di secondo grado a 4 anni e le incombenti indicazioni nazionali rendono urgente la priorità di rilanciare l’estensione della scuola per la cittadinanza a 16 anni in un percorso rinnovato da zero a diciannove anni. Rilanciare il biennio unitario della scuola secondaria di secondo grado per tutti può contribuire da un lato a recuperare e realizzare effettivamente una conquista di civiltà e da un altro lato a poter realmente operare alla costruzione del curricolo verticale per la cittadinanza. È una scelta che ridisegna la scuola come uno dei fondamentali motori di democrazia, contrapponendosi allo strisciante processo di descolarizzazione che si respira in alcuni atteggiamenti sociali e politici.

Il significato del “diritto allo studio” è nel garantire un ciclo di studi sufficiente (nella qualità e nel tempo) per contrastare gli svantaggi sociali. Nell’età della prima adolescenza (14-16) si trova un nodo storico, e non ancora risolto, della scuola; vale a dire la definizione della natura delle scelte e quindi del ventaglio delle proposte di percorsi formativi da proporre ai ragazzi al termine del primo ciclo. Dagli anni Settanta si è continuamente ripresentata l’oscillazione tra la proposta di percorsi onnicomprensivi di scuola secondaria superiore che rimandassero la formazione professionale oltre i diciotto anni per tutti e quella di percorsi paralleli di scuola e formazione professionale già dai quattordici anni. L’alternativa praticabile e non velleitaria è considerare il biennio come quel tassello dell’istruzione da garantire a tutti affinché non si interrompa l’esperienza scolastica proprio nell’età in cui il consolidamento culturale non è ancora pienamente realizzato. Differenziare precocemente i percorsi formativi metterebbe in discussione il ruolo della scuola come luogo di “decondizionamento sociale”, costringendo gli adolescenti entro una architettura progettata nel passato, mentre il loro orizzonte temporale contempla il futuro e la progettualità.

Una scuola che rinunciasse a corrispondere ai bisogni di formazione culturale alta per tutti e riscoprisse la vocazione alla selezione attraverso una separazione precoce dei ragazzi in percorsi con valenza formativa diversa, rappresenterebbe un passo indietro nello sviluppo della società in senso democratico e una risposta miope, arretrata e insufficiente anche per le richieste del mercato del lavoro, finendo proprio per ridurre la formazione di molti cittadini alle esigenze contingenti del mondo della produzione. È questa una difficile sfida per la scuola che si vince solo con la qualità: ai ragazzi in difficoltà si deve poter proporre una scuola che, senza rinunciare alla propria funzione, sia in grado di intercettare la loro esperienza conoscitiva, evitando la suggestione di un percorso rinunciatario che salti alcune tappe formative, in nome del rispetto di ipotetiche e precoci “vocazioni” al lavoro.

È necessario un piano di politica scolastica per rendere il biennio unitario in grado di intercettare la totalità delle/dei ragazze/i tra i 14 e i 16 anni. Serve un progetto culturale e la ricerca azione sul curricolo verticale che sviluppi il percorso 0-16 (19). Servono soggetti politici e sociali che si assumano la responsabilità di renderli attuabili.

Si possono individuare alcuni punti fermi su cui costruire le proposte:

– i percorsi formativi che seguono la scuola 0-14 anni e che porteranno a un diploma e/o a una qualifica professionale devono prevedere l’estensione dell’istruzione per tutti. Solo dopo i 16 anni alla scuola si affiancano percorsi di formazione professionale;

– si può considerare il primo biennio della scuola secondaria superiore come tassello conclusivo dell’obbligo all’istruzione e i diciotto anni come l’età in cui portare a termine il tempo dell’obbligo formativo. Si esclude la riduzione della durata del ciclo di studi;

– il biennio rappresenta la conclusione della formazione di base per la cittadinanza che solo a tale età è possibile realizzare attraverso lo sviluppo di livelli di competenza culturale e di sicurezza necessari a sostenere l’apprendimento per tutta la vita e un lavoro dignitoso;

– si recupera l’obbligo all’istruzione nel primo biennio della scuola secondaria di secondo grado come approvato nella legge finanziaria 2007 (L. 296/2006, articolo 1, comma 622: “L’istruzione impartita per almeno dieci anni è obbligatoria ed è finalizzata a consentire il conseguimento di un titolo di studio di scuola secondaria superiore o di una qualifica professionale di durata almeno triennale entro il diciottesimo anno di età. L’età per l’accesso al lavoro è conseguenteente elevata da quindici a sedici anni”);

– si prospetta il passaggio dalla scuola unica ad un biennio unitario, con curricoli parzialmente differenziati ma equivalenti nella valenza formativa. Si pongono le basi dei corsi quinquennali della scuola secondaria superiore e per i primi percorsi di formazione professionale;

– nel biennio, attraverso la scelta dell’indirizzo, si concretizza l’orientamento costruito durante la scuola “unica” di base. È la prima scelta che i ragazzi sono chiamati a fare e quindi svolge un ruolo non marginale per la crescita della persona sia a livello culturale sia a livello affettivo;

– l’innalzamento della scolarità a 16 anni rinnoverebbe radicalmente il progetto curricolare verticale. L’intero percorso scolastico precedente ne sarebbe coinvolto: si pensi a quale respiro per i curricoli di tutte le discipline. Sarebbe finalmente possibile costruire curricoli verticali e progressivi in grado di rispettare i tempi e i modi di crescita di ciascuno:

– il nostro sistema scolastico è innanzitutto da innovare nella qualità dei processi di insegnamento/apprendimento realizzati in un percorso formativo (da 0 a 19 anni) finalizzato alla formazione della persona umana e non dosato sul futuro lavoro.

Si apre un profondo lavoro di ricerca, di confronto e di scelte politiche necessarie per rendere praticabile l’estensione della scolarità effettiva e con essa il rilancio della scuola della Costituzione.

Gli autori

Domenico Chiesa

Domenico Chiesa, insegnante, ha coordinato per enti e istituzioni pubbliche progetti rivolti al miglioramento dei risultati di apprendimento e al potenziamento del sistema educativo territoriale. È stato Presidente nazionale del CIDI (Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti) e Presidente del Forum Regionale per l’Educazione e la Scuola del Piemonte. È autore di saggi sulle tematiche dell’istruzione.

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