La scuola della destra e quella che vogliamo

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Fra i molti articoli che si sono occupati dell’inizio dell’anno scolastico colpisce la scelta del Sole 24 Ore di indicare ben 20 novità destinate a prendere il via proprio in questi giorni. Nel sottotitolo si affastellano temi di diverso significato e portata: nuovi programmi, istruzione tecnica, stop al cellulare, consenso informato, AI etc. Probabilmente questa lista puntigliosa può essere soddisfacente per il Governo in generale e per il ministro Valditara in particolare, ma indica anche la pericolosa china che rischia di travolgere il nostro sistema di istruzione, bisognoso, certo, di cambiamenti, ma non così eterogenei e così privi di una visione complessiva della scuola del futuro. A ben guardare, peraltro, una visione c’è: rimettere indietro per quanto possibile le lancette dell’orologio e restaurare ciò che, nel passato, ha voluto e potuto favorire rigorosa selezione di classe e scarsa democrazia all’interno della scuola. Con una spruzzatina di modernità qua e là, come l’inserimento un po’ generico e improvvisato della Intelligenza Artificiale.

E allora è bene tentare di affrontare il tema del cambiamento da una diversa prospettiva. Proviamo, perciò, ad affrontare alcuni grandi temi e, su di essi, a sviluppare una discussione approfondita, che rispecchi anche posizioni differenti. I temi proposti sono cinque, ma l’elenco che segue non ha alcuna pretesa di essere esaustivo. Costituisce un punto di partenza. Il filo rosso che li collega è rappresentato dal tentativo di dare risposta a due domande: quale scuola vogliamo costruire per il futuro? Una scuola può essere considerata soltanto come un luogo destinato alla trasmissione delle conoscenze oppure può essere pensata come uno spazio democratico nel quale gli studenti imparano a partecipare, confrontarsi, sviluppare lo spirito critico e vivere concretamente i valori della cittadinanza?

Il primo tema individuato è l’autonomia scolastica, introdotta nel processo di riforma collegato alla stagione delle leggi Bassanini, approvate alla fine degli anni ’90, che si proponevano di modificare il funzionamento della Pubblica Amministrazione, realizzando la semplificazione e il decentramento amministrativi. A distanza di circa trent’anni è necessario interrogarsi sui risultati raggiunti e sugli aspetti positivi e negativi dell’esperienza scaturita dall’applicazione di quei principi nell’ambito dell’istruzione. L’autonomia può essere interpretata come uno strumento che consente alle singole istituzioni scolastiche di rispondere in modo più puntuale alle caratteristiche del territorio. In questa prospettiva una scuola autonoma può progettare le proprie attività e organizzare la propria offerta formativa tenendo conto delle esigenze degli studenti. Allo stesso tempo, però, se le scuole dispongono di possibilità differenti e operano in territori caratterizzati da condizioni economiche e sociali eterogenee c’è il rischio che le diversità tra istituti e territori si accentuino. Inoltre, come è stato più volte sottolineato, l’autonomia può anche indurre a considerare la scuola come azienda, in affannosa competizione con le altre istituzioni e con lo sguardo volto essenzialmente al reperimento di risorse economiche da gestire in proprio. Tuttavia, in un momento in cui le tendenze autoritarie della destra al governo sono evidenti, l’autonomia può essere uno strumento attraverso cui la scuola può conservare spazi di indipendenza culturale e didattica che l’indirizzo politico dominante vorrebbe restringere. Il tema viene proposto proprio per sollecitare una discussione sul significato che assume oggi una riforma organizzativa assai contestata che può assumere un nuovo significato se concepita come un modo per garantite la libertà di insegnamento e i diritti fondamentali degli studenti.

Il secondo tema riguarda direttamente il futuro del sistema scolastico, in particolare della scuola secondaria di II grado. Sono molti i cambiamenti posti in essere dal ministro Valditara, volti a consolidare gli aspetti negativi già presenti nel modello attuale, che ha origine nella divisione gentiliana fra il liceo, destinato alla formazione delle classi dirigenti, e gli istituti tecnici e professionali, destinati a fornire soggetti precocemente indirizzati verso le professionalità richieste dal mondo del lavoro. Certo, oggi il liceo classico è in crisi profonda, ma altri licei, in particolare lo scientifico nelle sue differenti opzioni, ne hanno ormai preso il posto. Il Ministero ha anche puntato molto, negli ultimi tre anni, sul modello del 4+2, con l’evidente obiettivo di ridurre (almeno per una parte degli studenti) il tempo dello studio e di favorire un precoce inserimento nel mondo del lavoro, garantendo, in ogni caso. l’accesso all’università dopo il percorso quadriennale. Questo modello presenta molti rischi ed è necessario un confronto con altri Paesi, in particolare la Francia e la Germania. Il confronto internazionale può quindi servire a comprendere meglio le caratteristiche e le conseguenze delle scelte compiute in Italia. Si tratta di scelte sulle quali sarebbe opportuno che anche il mondo accademico, che da sempre lamenta l’insufficiente preparazione degli studenti che accoglie, s’interrogasse.

Il terzo tema riguarda la repressione del dissenso nelle scuole. In particolare, ci si deve soffermare sull’impatto che alcune misure adottate negli ultimi anni dal governo di destra possono avere sugli studenti e sugli insegnanti. Il tema riguarda soprattutto le scuole secondarie di secondo grado e le università. La questione della partecipazione studentesca deve essere inserita nel più ampio problema del rapporto tra scuola, libertà e democrazia. La possibilità per gli studenti di organizzarsi, discutere e manifestare le proprie posizioni deve essere posta al centro della vita delle istituzioni scolastiche. Frutto di una visione autoritaria dell’istruzione è anche il grave provvedimento del cosiddetto consenso informato, cioè l’autorizzazione scritta preventiva da parte dei genitori (o degli studenti, se maggiorenni) per la partecipazione a attività extracurricolari o di ampliamento dell’offerta formativa relative ai temi dell’eduzione sessuale o affettiva. E non si può certo dimenticare l’inserimento del voto di condotta fra gli elementi che possono condizionare pesantemente il successo scolastico. La strada da imboccare è esattamente quella opposta: la scuola deve educare alla partecipazione democratica, all’ascolto e alla condivisione .

Il quarto argomento che ci si propone di analizzare tocca alcuni cambiamenti epocali che la scuola non sembra in grado di affrontare. Il primo è il cambiamento climatico, che proprio in questi giorni costringe in locali surriscaldati la maggior parte della popolazione studentesca e sta facendo emergere l’inadeguatezza sia delle misure di ammodernamento dell’edilizia scolastica sia dei modesti provvedimenti governativi. Il nostro paese sta affrontando, inoltre, un vistoso calo demografico. Nel 2025 il numero dei nati è stato circa la metà del numero dei morti. Però la diminuzione del numero degli studenti potrebbe anche rappresentare un’opportunità per migliorare alcuni aspetti dell’organizzazione scolastica. La riduzione degli studenti potrebbe essere utilizzata, innanzitutto, per intervenire sul rapporto all’interno delle classi, superando una visione nella quale il calo demografico viene considerato esclusivamente come una difficoltà. Ma anche l’articolazione dell’impegno degli insegnanti, i lavori di gruppo, le attività di sostegno e di supporto devono essere incentivate, favorendo altresì l’inclusione degli studenti privi della cittadinanza italiana, che registrano tassi di abbandono degli studi assolutamente inaccettabili. La dispersione scolastica non colpisce ovviamente solo loro, ma rappresenta uno degli aspetti più evidenti delle difficoltà che incontrano i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze che devono inserirsi nel nostro sistema di istruzione. Si deve anche sottolineare che la proposta del ministro Valditara di rendere obbligatori i corsi di lingua italiana per i genitori di alunni stranieri in difficoltà non può rappresentare un’imposizione, ma deve offrire la possibilità di scelta, e non può essere considerata uno strumento sufficiente per affrontare il problema dell’abbandono della scuola da parte dei loro figli.

L’ultimo tema è quello dell’inclusione degli studenti con disabilità e con Disturbi dell’apprendimento e del ruolo degli insegnanti di sostegno. Tra i problemi segnalati vi è soprattutto quello relativo al numero insufficiente di personale assegnato al sostegno. La questione dell’organico diventa quindi centrale per garantire concretamente l’inclusione. Allo stesso tempo, non si deve dimenticare l’importanza dell’eredità delle riforme del Novecento, che hanno contribuito a costruire la specificità del modello italiano di inclusione. Una storia positiva della scuola italiana, che rischia oggi di essere messa in discussione. In particolare, suscita allarme la proposta attribuita a Vannacci relativa alla creazione di classi separate sulla base del merito e/o della presenza di alunni con disabilità e Bisogni Educativi Speciali.

Su tutto questo occorre – e su altro ancora – occorre fermarsi, in questo inizio d’anno scolastico, per contribuire a formulare un progetto di scuola che produca una decisa inversione dell’attuale tendenza e consenta al “sistema istruzione” di assumere appieno la funzione di strumento di emancipazione culturale e sociale prevista dalla Costituzione.

Gli autori

Maria Chiara Acciarini

Maria Chiara Acciarini è stata insegnante e preside in una scuola media superiore e ha fatto parte della segreteria della CGIL Scuola di Torino. È stata consigliera comunale di Torino e, poi, deputata e senatrice in rappresentanza dei Democratici di Sinistra, che ha lasciato nel 2007. Ha scritto tra l’altro, con Alba Sasso, il libro “Prima di tutto la scuola” (2006).

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