Lo sport a scuola e i Giochi della Gioventù

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C’è un modo apparentemente innocente di rovinare le cose buone: celebrarle male. Accade quando un’idea giusta viene trasformata in un dispositivo sbagliato. Quando una parola carica di memoria viene rimessa in circolo senza interrogarsi su ciò che, nel frattempo, la scuola ha costruito, spesso in silenzio, spesso con poche risorse, quasi sempre grazie alla responsabilità di docenti, dirigenti, associazioni e comunità locali. I Giochi della Gioventù appartengono a questa categoria fragile della memoria pubblica. Sono un nome che evoca un’Italia diversa, una scuola più povera ma forse più capace di riconoscere allo sport una funzione educativa, sociale, popolare. Per questo non vanno liquidati con sufficienza. E bene ha fatto chi, in questi anni, ha posto il tema dello sport scolastico al centro del dibattito politico. Bene ha fatto Mauro Berruto, e bene ha fatto il Partito Democratico, a ricordare che il movimento, il gioco, la pratica sportiva non sono un ornamento della formazione, ma una parte essenziale della crescita di ragazze e ragazzi.

Il punto, però, è proprio questo: se i Giochi della Gioventù devono tornare, non possono tornare contro la scuola reale. Non possono tornare come evento che assorbe energie senza generare continuità. Non possono tornare come cerimonia nazionale mentre i percorsi quotidiani restano senza risorse. Non possono tornare come macchina organizzativa che chiede alle scuole adesione, dati, burocrazia e disponibilità, senza riconoscere pienamente il lavoro educativo che già esiste. Non possono tornare, soprattutto, riducendo lo sport scolastico a una fotografia da esibire.

Perché il numero è importante. Ma il numero non basta. Una politica pubblica dello sport scolastico deve porsi il problema di coinvolgere più studenti possibile. Deve allargare la partecipazione, non limitarla a chi è già più bravo, già più formato, già più vicino allo sport. Da questo punto di vista, il coinvolgimento delle classi ha un senso profondo, soprattutto nella scuola primaria e nelle prime fasi interne d’istituto, dove il carattere ludico, polisportivo e inclusivo dell’attività rende il gruppo-classe uno strumento naturale di partecipazione. La classe è il primo luogo dell’appartenenza. È lo spazio in cui si impara a stare insieme, a condividere regole, limiti, possibilità. È il luogo dove anche chi non pratica sport fuori dalla scuola può incontrare il movimento senza sentirsi subito selezionato. Ma la classe non è tutta la scuola. E soprattutto, nella scuola secondaria, la classe non può diventare l’unica forma attraverso cui pensare gli sport di squadra. Può essere la porta d’ingresso, non il punto d’arrivo. Può servire ad allargare la partecipazione, non a sostituire la rappresentativa d’istituto.

Qui sta il nodo. Negli sport individuali il modello è meno contraddittorio, perché la partecipazione dello studente può restare personale pur dentro una cornice scolastica. Uno studente corre, salta, nuota, lancia, gioca, si misura dentro una disciplina, rappresentando sé stesso e la propria scuola. Anche qui, naturalmente, serve attenzione: perché non basta iscrivere singoli ragazzi a una gara per costruire cultura sportiva. Anche negli sport individuali servono preparazione, continuità, gruppi sportivi scolastici, accompagnamento educativo. Ma almeno la forma della partecipazione non contraddice la natura della disciplina.

Negli sport di squadra, invece, la questione è diversa. Una squadra non è la somma casuale degli alunni di una sezione. È un gruppo che si costruisce. Si allena. Apprende ruoli, relazioni, responsabilità. Impara a stare dentro un sistema comune. A fidarsi. A scegliere. A perdere e a vincere insieme. Se la squadra coincide rigidamente con la classe, il rischio è evidente: si producono numeri più grandi, ma si impoverisce il percorso. Si coinvolgono più studenti nel breve periodo, ma si indebolisce ciò che potrebbe restare dopo. Si ottiene una partecipazione larga, ma si rischia di spezzare la continuità dei centri sportivi scolastici, dei gruppi pomeridiani, delle rappresentative d’istituto, delle collaborazioni territoriali. E allora bisogna evitare una falsa alternativa. Non si tratta di scegliere tra classe e rappresentativa. Non si tratta di contrapporre partecipazione di massa e qualità del percorso. Non si tratta di dire che debbano partecipare pochi al posto di molti. Questa sarebbe una posizione debole, e persino sbagliata.

La soluzione è costruire un doppio binario. Da una parte, una fase interna d’istituto, larga, partecipata, capace di coinvolgere tutte le classi degli alunni che potranno poi essere selezionati. Questo garantisce numeri, inclusione, accesso. Porta lo sport dentro l’orario scolastico. Permette anche a chi non pratica di provare, scoprire, misurarsi. Produce quel dato quantitativo che una politica nazionale può legittimamente rivendicare. Dall’altra parte, però, proprio mentre quella fase si svolge, la scuola deve poter attivare o rafforzare il proprio gruppo sportivo scolastico pomeridiano: ragazze e ragazzi interessati a quella disciplina, provenienti da classi diverse, che iniziano un percorso gratuito, continuativo, accompagnato dai docenti e, dove possibile, dalle collaborazioni territoriali. Non bisogna aspettare la fine della fase a classi per costruire la rappresentativa d’istituto. Al contrario: il fatto che esista una fase successiva tra scuole dovrebbe diventare il motivo per tenere vivo, durante l’anno, un gruppo sportivo scolastico.

Chi scopre interesse durante la fase di classe può entrare nel percorso pomeridiano. Chi già pratica può trovare nella scuola un luogo di appartenenza diverso dalla società sportiva. Chi non pratica può essere agganciato, seguito, accompagnato. La fase tra istituti dovrebbe arrivare più avanti, in primavera, dopo un periodo reale di attività e prima delle eventuali fasi successive, proprio per consentire alle scuole di lavorare durante buona parte dell’anno scolastico. A quel punto non sarebbe più una gara improvvisata, né una semplice somma di classi, ma l’esito di un percorso: prima partecipazione larga, poi continuità educativa, infine rappresentanza della scuola. Così il numero non diventa propaganda. Diventa accesso. E la selezione non diventa esclusione. Diventa percorso. La classe deve essere la soglia democratica dell’accesso. La rappresentativa d’istituto deve essere la forma educativa del percorso.

È questa la differenza tra un evento che registra partecipanti e una scuola che costruisce sport. Nel primo caso si fotografa una giornata. Nel secondo si genera una comunità educativa. Negli anni, molte scuole hanno costruito una piccola infrastruttura civile dello sport: centri sportivi scolastici, gruppi pomeridiani, collaborazioni con associazioni sportive, tornei interni, percorsi multidisciplinari, esperienze continuative. Non parliamo di un dettaglio amministrativo. Parliamo di uno dei pochi luoghi in cui lo sport può ancora essere realmente pubblico, gratuito, accessibile, non subordinato alla capacità economica delle famiglie. In un Paese in cui fare sport è sempre più spesso una questione di reddito, la scuola resta l’unico spazio in cui una ragazza o un ragazzo può incontrare una disciplina senza dover prima pagare una quota, comprare materiale, iscriversi a una società, essere accompagnato tre volte a settimana da una famiglia organizzata. La scuola è il luogo in cui lo sport può ancora arrivare prima della selezione sociale. Prima del talento riconosciuto. Prima del mercato. Per questo la multidisciplinarità non è una parola tecnica per addetti ai lavori. È una scelta politica.

Praticare più sport, sperimentare gesti diversi, attraversare giochi, regole, spazi e ruoli differenti significa costruire alfabetizzazione motoria, ma anche libertà. Significa permettere ai ragazzi di non essere incasellati troppo presto. Significa contrastare l’abbandono, allargare la socializzazione, educare il corpo e la relazione, offrire tempo e possibilità a chi, fuori dalla scuola, quelle possibilità non le avrebbe. La multidisciplinarità è il contrario della scorciatoia. È il contrario dell’evento vetrina. È il contrario della logica che prende una classe, la prepara per una scadenza e poi la lascia lì, quando la manifestazione è finita. Lo sport scolastico, se vuole essere educativo, deve costruire percorsi. Non solo appuntamenti.

Ed è qui che l’impianto dei Nuovi Giochi della Gioventù rischia di entrare in contraddizione con la sua stessa promessa. Perché dichiarare inclusione, partecipazione e multidisciplinarità non basta, se poi l’organizzazione concreta indebolisce proprio i luoghi dove quei principi possono diventare pratica quotidiana. La rappresentativa d’istituto non è un residuo del passato. È una forma educativa. Dice a uno studente: tu non rappresenti solo la tua classe, rappresenti la tua scuola. Dice a una ragazza: puoi giocare con

compagne più grandi o più piccole, puoi imparare da chi ha più esperienza, puoi essere parte di una comunità più ampia. Dice a un docente: il tuo lavoro non si esaurisce nella preparazione di una gara, ma nella costruzione di un ambiente. Dice alla scuola: lo sport non è una parentesi, è una funzione. La classe, se resta porta d’ingresso, allarga. Se diventa gabbia organizzativa, restringe. Rischia di premiare la casualità della composizione di una sezione più della capacità di una scuola di costruire un progetto. Rischia di rendere marginali i gruppi sportivi pomeridiani. Rischia di depotenziare le collaborazioni tra scuola e territorio. Rischia, infine, di trasformare lo sport in un adempimento: una classe partecipa, una piattaforma registra, un evento si svolge, una fotografia certifica il successo. Ma la scuola non è una piattaforma. E lo sport non è una rendicontazione.

Non è un caso che, attorno ai Nuovi Giochi della Gioventù, siano emerse critiche forti da parte di docenti, associazioni professionali e sigle sindacali. Alcuni hanno parlato di fondi insufficienti, altri di organizzazione inadeguata, altri ancora di rischio di utilizzare il lavoro delle scuole come carburante per una narrazione nazionale. Naturalmente, dentro queste critiche ci sono sensibilità diverse, interessi professionali diversi, toni diversi. Ma sarebbe un errore liquidarle come resistenze corporative. Quando chi lavora ogni giorno nella scuola dice che un progetto rischia di non sostenere la scuola, la politica deve ascoltare. Non per bloccare tutto. Non per rifugiarsi nel conservatorismo. Non per dire che ogni novità è sbagliata. Ma per fare ciò che la buona politica dovrebbe sempre fare: distinguere. Separare l’intenzione dall’effetto. Il nome dalla sostanza. La memoria dalla nostalgia. L’evento dal percorso.

I Giochi della Gioventù non devono diventare l’ennesimo esempio italiano di retorica pubblica: grandi parole, poca struttura; grandi cerimonie, poca continuità; grandi proclami sull’inclusione, poche ore pagate a chi dovrebbe renderla reale. Lo sport scolastico non si rilancia con un calendario. Si rilancia con risorse, docenti valorizzati, impianti utilizzabili, alleanze territoriali, continuità pomeridiana, centri sportivi scolastici vivi, progetti gratuiti, rappresentative d’istituto, rapporto serio con le associazioni, dignità culturale dell’educazione motoria.

Questa dovrebbe essere la battaglia. Non contro i Giochi della Gioventù, ma contro la loro riduzione a evento. Non contro la partecipazione delle classi, ma contro la trasformazione della classe in unico criterio organizzativo. Non contro la partecipazione di massa, ma contro l’idea che il numero basti a certificare il successo di una politica pubblica. Non contro lo sport competitivo, ma contro l’idea che la competizione possa vivere senza un ecosistema educativo che la precede e la sostiene. Perché la scuola non ha bisogno di nostalgia. Ha bisogno di politica pubblica. Ha bisogno di adulti capaci di vedere ciò che già funziona e di non distruggerlo per inseguire una formula più comunicabile. Ha bisogno di una sinistra che non si limiti a difendere il principio, ma abbia il coraggio di correggere gli strumenti. Ha bisogno di uno Stato che non chieda entusiasmo alle scuole senza restituire loro tempo, mezzi e riconoscimento.

I Giochi della Gioventù possono essere una grande occasione. Ma solo se tornano a essere ciò che promettono: un modo per allargare lo sport nella scuola, non per restringerlo dentro una classe; un modo

per rafforzare i percorsi, non per sostituirli con un evento; un modo per generare comunità, non per produrre numeri da esibire. La domanda, allora, è semplice. Vogliamo una scuola che faccia sport per partecipare a una manifestazione, o una manifestazione che serva a far crescere lo sport nella scuola? Da questa risposta passa molto più di una formula organizzativa. Passa l’idea stessa di sport pubblico. Passa il diritto di ogni ragazza e ogni ragazzo a incontrare il movimento non come privilegio, non come selezione precoce, non come episodio, ma come parte della propria formazione. Perché quando distruggiamo ciò che funziona nella scuola, non perdiamo solo un progetto. Perdiamo una possibilità di uguaglianza.

 

Gli autori

Patrizio Pacifico

Patrizio Pacifico si occupa di sport e di politica. È allenatore professionista di pallamano e collabora anche con la nazionale italiana. Parallelamente, dopo un lungo percorso nei comitati studenteschi e nella sinistra antagonista, da quasi dieci anni è attivo nel Partito Democratico di Civitavecchia, città in cui ricopre l’incarico di delegato allo sport per il Comune, con un’attenzione particolare alle politiche inclusive, alla promozione dello sport giovanile e al rapporto tra sport, scuola e comunità.

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