Ingiusta detenzione e sfida del garantismo

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Di garantismo si è molto parlato, più a sproposito che a proposito, nel recente dibattito referendario. Passato il clima elettorale, è forse il momento di proporre riflessioni più pacate e approfondite sull’argomento, raccogliendo le sollecitazioni provenienti, a volte in buona fede e altre meno, dai sostenitori della riforma costituzionale bocciata referendum.

Magari partendo dal più scottante dei terreni di confronto: quello del contrasto alla criminalità organizzata. Contrasto da cui è impossibile deflettere, ma che, laddove inteso come “lotta” a un fenomeno criminale anziché come accertamento di fatti e reati, finisce per porre questioni che attengono alla difesa di libertà fondamentali e forse anche alla tenuta del tessuto democratico di zone non marginali del territorio nazionale. Non marginali soprattutto se considerate, non in chilometri quadrati o prodotto interno lordo, ma in termini di radicamento, resistenza e riproduzione di “sistemi criminali” capaci di estendere la propria influenza a ogni latitudine e in ogni ambito. Dei quali è forse giunto il momento di chiedersi se non possano essere meglio fronteggiati con più democrazia e più libertà anziché con meno dell’una e dell’altra.

È forse giunto il momento di dire parole che facciano esistere quello che continua a rimanere invisibile ai nostri occhi, magari partendo da uno strumento tanto utile, quanto poco usato e molto migliorabile, quale la relazione su misure cautelari e ingiusta detenzione annualmente presentata dal Ministro ai sensi dell’art.15, legge n. 47/2015. I cui dati risultano ancor più illuminanti se incrociati con quelli relativi alla popolazione nazionale e regionale.

Secondo il censimento ISTAT del 2025, al 31 dicembre la popolazione abitualmente dimorante in Italia era di 58.943.464 individui. Nelle tre regioni d’origine ed insediamento delle principali mafie la popolazione era pari a 12.204.373 individui (cioè il 20,7% del totale). Di cui 5.582.337 individui (pari al 9,47%) in Campania; 4.787.390 (pari al 8,12%) in Sicilia e 1.834.646 (pari al 3,11%) in Calabria. Se si comparano questi dati con quelli delle citate relazioni ministeriali emergono cose interessanti. Nei sette anni dal 2018 al 2024 il totale dei procedimenti di riparazione per ingiusta detenzione incardinati è di 8.623, ci cui 4.502 (pari al 52,2% del totale) nelle tre regioni citate e ben 1.780, pari al 20,64% in Calabria (in Campania 1.341, pari al 15,55% e in Sicilia 1.381, pari al 16,01%). Nel medesimo periodo l’importo totale delle riparazioni corrisposte dallo Stato risulta pari a 220,5 milioni di euro e quello corrisposto per le ingiuste detenzioni riferibili alle corti calabresi pari ad € 82.559.686, ovvero il 37,52% del totale.

Naturalmente, fra le due ipotesi di equa riparazione di cui all’art. 314 codice procedura penale, riveste maggiore interesse quella prevista dal secondo comma e relativa alla cosiddetta ingiustizia formale o illegittimità dell’ordinanza cautelare: i veri errori giudiziari in tema di libertà personale su cui dovrebbero concentrarsi le analisi. Quando, cioè, sia accertato che non sussistevano, ab origine, le condizioni di applicabilità previste dagli articoli 273, 274 e 280 dello stesso codice. Anche sotto questo profilo, i macrodati relativi alle terre di mafia sono impressionanti. Restando ai dati del solo 2024, sono 81 le ordinanze irrevocabili di accoglimento delle domande di riparazione per ingiusta detenzione dovuta all’illegittimità dell’ordinanza cautelare emesse sull’intero territorio nazionale. Di queste, 16 (pari al 19,75%) sono relative a ordinanze emesse da Corti siciliane, 11 (pari al 13,58%) da corti Campane e ben 28 (pari al 34,56%) da corti calabresi. In totale, nelle tre regioni, le ordinanze di riparazione per illegittimità della misura cautelare sono state 57, pari al 70,37% del totale.

Riassumendo. Negli anni 2018-24, in tre regioni in cui è insediato appena il 20,7% della popolazione nazionale è stato incardinato il 52,2% dei procedimenti per ingiusta detenzione. Nella sola Calabria, ove dimora appena il 3,1% della popolazione nazionale, abbiamo il 20,64% delle domande totali e addirittura il 37,52% dell’ammontare delle riparazioni per ingiusta detenzione erogate. E, delle ordinanze di custodia cautelare delle quali si è accertata l’illegittimità nel 2024, il 70,37% è stato emesso da uffici giudiziari delle tre regioni citate, nella sola Calabria addirittura il 34,56%. Insomma, per restare alla mia regione, un cittadino calabrese ha 11 volte più possibilità di essere ingiustamente arrestato di un cittadino delle regioni più fortunate del paese.

Tutti sappiamo che la gran parte di questi eccessi custodiali si riscontrano nei maxi-processi, per la banale ragione che in processi con molte decine, spesso centinaia di indagati/imputati i rischi dell’errore si moltiplicano geometricamente. Per non parlare della giusta valutazione della responsabilità individuale anche di chi poi risulti colpevole, che Luigi Ferrajoli definisce «comprensione equitativa della singolarità di ciascun caso» e che ritiene «pesantemente compromessa nei tanti maxi-processi per reati associativi, talora con centinaia di imputati e decine di imputazioni che impediscono valutazioni approfondite e differenziate delle accuse addebitate a ciascuno degli imputati», perché «nello stesso modo in cui i fatti denominati dal medesimo nomen juris sono tutti diversi tra loro, anche il grado di colpevolezza e prima ancora di partecipazione di ciascun imputato a un’associazione criminale è diverso da quello degli altri e meriterebbe quindi una valutazione specifica». Questione tutt’altro che marginale, alla quale se ne può aggiungere un’altra tratta dalla comune esperienza di chiunque abbia svolto le funzioni di pubblico ministero: è ben vero che le mafie sono organizzazioni ramificate, spesso numericamente poderose e dedite alla commissione di una serie indefinita di delitti, ma è altrettanto vero che i “maxi” nascono da informative di polizia giudiziaria, che pervengono sulle scrivanie dei pubblici ministeri, spesso dopo interlocuzioni informali e poi si sviluppano ed eventualmente ampliano quando, iniziato il procedimento, quelle interlocuzioni si formalizzano secondo le regole della procedura. La prassi è che la polizia giudiziaria tenda a dilatare le dimensioni delle indagini e, quindi, dei successivi processi. A volte, per la notorietà che queste indagini danno a chi le conduce e per le possibilità di carriera che esse schiudono. Tendenza, rispetto alla quale i magistrati inquirenti possono assumere un atteggiamento accondiscendente, remissivo o rigorosamente regolativo. Scelte connesse all’idea che si ha del proprio ruolo costituzionale, atteso che, anche per loro, dalla conduzione di uno o più di questi “maxi” discendono notorietà ed opportunità professionali.

La sfida del garantismo si potrebbe articolare anche in molti modi. A me viene in mente, tanto per cominciare, una proposta di modifica dell’art. 15 della legge n. 47/2015 finalizzata a integrare e ampliare le rilevazioni statistiche che il Ministro della Giustizia dovrà presentare ogni anno alle Camere anche con i seguenti dati: la rilevazione delle riparazioni per ingiusta detenzione riferite a processi penali con più di 70 (o 100 o 150, ecc.) imputati, sempre distinte per riparazioni ex 1° e 2° comma dell’art. 314 codice procedura penale, per verificare con i numeri se vi è un nesso, ed eventualmente quale, fra le ingiuste detenzioni ed i maxi-processi; la rilevazione del numero di condanne definitive nei procedimenti che hanno determinato scioglimenti di amministrazioni locali; la rilevazione del numero di condanne definitive nei procedimenti che hanno condotto a sequestri aziendali; la rilevazione del numero di assoluzioni e condanne definitive di imputati per il delitto di cui all’art. 416 codice penale, con la specificazione del numero di essi che è stato sottoposto ad intercettazioni telefoniche/ambientali e a misure custodiali. Il guanto di sfida del garantismo è lanciato, vediamo adesso chi è disposto ad accoglierlo.

Gli autori

Emilio Sirianni

Emilio Sirianni, magistrato, è presidente della sezione lavoro della Corte d’appello di Catanzaro e segretario della sezione locale di Magistratura democratica

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