Noi, i nostri comportamenti, la guerra

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I modi consueti del nostro comportamento, e in special modo del nostro comportamento relazionale, possono dirci qualcosa rispetto ai valori che ci guidano e ai principi che ci ispirano. Certi modi di agire e interagire ordinari – quelli, cioè, che abitualmente pratichiamo e vediamo praticare –, con i modi di pensare che ne sono alla base, possono essere intesi come sintonici con il clima generale di surriscaldamento bellico in cui siamo. Una buona domanda, che resterà senza risposta, è se essi possano – al di là delle intenzioni – costituire anche un buon mezzo di coltura o addirittura diffusione per i semi di guerra. Potremmo tranquillizzarci, da questo punto di vista, pensando alla contrarietà all’escalation bellica espressa dalla grande maggioranza dei cittadini nostrani. Ma alcune considerazioni possono essere fatte, se concordiamo con l’idea che, in una qualche misura e in una qualche forma, i modi consueti e diffusi di fare possano trasferirsi da un campo a un altro dell’esistenza.

Scrive Zygmunt Bauman che «tutte le nostre concezioni della logica e del buon senso, o le più diffuse tra esse, sono tendenzialmente prassomorfiche» (Bauman, L’etica in un mondo di consumatori, trad. it. Laterza, 2011, p. 4): le prassi umane, cioè quello che noi abitualmente facciamo e tendiamo a fare e il modo in cui sappiamo farlo, costituiscono una lente attraverso la quale noi guardiamo la realtà, e questa “natura prassomorfica” della percezione ci porta «a scoprire, là fuori nel mondo, quello che abbiamo imparato a fare e facciamo qui a casa, e quello che nella nostra testa […] rappresenta l’immagine di come sono veramente le cose» (ivi, p. 6). Aggiungerei che, a stare sotto a tutto, incluse le prassi umane, vi sono modi di pensare, di concepire, di concettualizzare: modi che sono rinforzati dalla pratica assidua delle consuetudini di comportamento che li inverano. Ad ogni modo, ciò che ora dobbiamo fare è chiederci se vi siano, nella nostra società, modi di comportarsi nelle interazioni umane che possiamo individuare come ampiamente agiti e tipici.

Porterò qui solo un caso, tratto da un campo dell’esperienza molto lontano da quello bellico: sto parlando delle “conversazioni” sui social network. Per molti motivi, sarebbe un errore pensare di generalizzare alla vita offline, prendendole tal quali, le modalità interattive e gli atteggiamenti visibili nell’online. Tuttavia, con le dovute cautele, potremmo considerare i social come uno schermo su cui poter rilevare, in forma amplificata (ma anche in parte distorta da fattori tipici dell’interazione via social), certe tendenze di comportamento, modi di pensare e valori. Inoltre, possiamo immaginare che l’interagire su e attraverso questi mezzi sia divenuto una pratica abituale per molti: seguendo il ragionamento di Bauman sopra riportato, possiamo allora anche ipotizzare che essa possa fare da lente attraverso la quale andiamo «a scoprire, là fuori nel mondo, quello che abbiamo imparato a fare e facciamo qui a casa» (ibidem). Sicuramente tutti ricordano la terribile vicenda della piccola Diana, morta di stenti dopo essere stata lasciata in casa da sola, per giorni, da sua madre. Voglio qui portare l’attenzione sulla qualità della generalità dei commenti a post e articoli che affrontavano questo atroce fatto. Lo stile era questo: “ci vorrebbe la pena di morte, con una morte molto lenta e il più atroce possibile”, “raccogliamo le firme per darle una pena esemplare e vendicare la figlia”, “che viva tra torture e dolori atroci. Troppo comodo crepare”. Affermazioni spesso accompagnate da dichiarazioni circa la propria sensibilità (“non riesco a leggere l’articolo: troppo doloroso”) e riguardo la possibilità che la donna fosse sottoposta a perizia psichiatrica: “non bisogna darle la giustificazione del disturbo mentale, ma solo punirla”, “non è disturbata ma solo malvagia, un mostro”. Commenti di tale genere, molto tipici di casi come questo, mostrano alcuni tratti interessanti e tra loro concatenati: la distinzione immediata tra “noi” e l’altro; l’inserimento dei due elementi in categorie chiuse e antitetiche del tipo “buonissimi/cattivissimi”; la collocazione del fatto in una dimensione morale; il conseguente emergere dell’idea (culturalmente radicata) che occorra difendere i “nostri” valori dai loro nemici; l’apparire della vendetta come unica soluzione pensabile (prima ancora che possibile) e come principio-guida del comportamento. È la connotazione morale totalizzante nella quale il fatto si ritrova immerso che rende possibile, in modo apparentemente paradossale, l’esplicitazione delle proprie cruente determinazioni e la loro ostentazione fiera, ed è sempre essa a escludere dal campo d’azione la comprensione e contestualizzazione dell’evento: esse sarebbero deprecabili, potendo essere usate da qualcuno come una “giustificazione” per il mostro (nulla deve frapporsi tra la nostra giusta azione punitiva e l’empio), oltre che inutili, visto che il mostro è cattivo per natura (nulla si può fare per prevenirne i comportamenti mostruosi).

Si dirà che quello citato è un caso-limite. Non è così, credo. Caratteristiche simili possono rinvenirsi, in forme magari attenuate, in riferimento a situazioni molto differenti da questa e tutti possiamo facilmente notare, nella comunicazione via social (e non solo), una diffusa tendenza alla polarizzazione delle opinioni, al costituirsi di opposte fazioni, all’escalation rapidissima dei toni, alla spesso completa indifferenza rispetto all’altro di per sé: a lui di frequente si risponde sulla base di un impulso del momento e tenendo conto non di quanto effettivamente ha detto, bensì della propria convinzione di ciò che “sicuramente ha detto”. Una convinzione che sembra fondarsi su una concezione dell’altro come nemico (in qualche senso: odiatore, disturbatore, troll, oppositore, e così via dicendo) che, a sua volta, fa da premessa per l’attribuzione di significato.

Ma ci sono altri elementi che si possono evincere dalla comunicazione sui social, e uno è particolarmente rilevante per il nostro discorso: esso consiste in un’attitudine, che mi pare assai diffusa e consistente, a farsi seguaci di un leader, pronti a una battaglia (verbalmente) sanguinosa per difenderlo da chiunque ne contesti le idee o semplicemente non lo applauda. In maniera complementare, vi è discreta disponibilità di individui pronti a farsi leader, talvolta nel senso peggiore del termine: essi non fanno nulla per placare le acque spesso già tempestose dei social e, anzi, frequentemente le agitano a loro volta, aizzando la folla di seguaci, magari spinti dal desiderio di avere più like e interazioni sulla propria pagina e/o dalla genuina convinzione di essere i depositari di una conoscenza che sentono di dover insegnare al resto del mondo. Lo stile che ne deriva è facilmente quello di una sorta di crociata virtuale.

Se è vero che gli individui pronti a mettersi nel ruolo del “contestatore seriale” sono – sembrerebbe – parecchi, d’altro canto è anche osservabile il fatto che le “conversazioni” sotto i post (e a volte i post stessi), a prescindere dal tema affrontato, appaiono tristemente molto simili, quanto alle modalità di interazione e comunicazione rilevabili. Non solo: le parti che dibattono – che difendano i diritti civili o li osteggino, che discutano di scienza o discettino di terra piatta, che esaltino la pace o si infiammino per la guerra – paiono anch’esse frequentemente indistinguibili, sempre se non badiamo alla sostanza delle opinioni esplicitate ma solo all’atteggiamento agito verso l’altro. La sola convinzione di avere un modo “più giusto” di quello degli altri di vedere le cose sembra essere spesso motivo più che sufficiente, per tutti, per non mettere in discussione la liceità dell’aggressività da se stessi praticata (quando, nella migliore delle ipotesi, venga riconosciuta) e per connotarla come la “giusta e inevitabile reazione” a un attacco subìto, che non può restare senza risposta.

Vendetta e ritorsione; difesa di valori e noncuranza verso i mezzi per perseguire il fine; eliminazione (in qualche senso) del nemico e messa alla gogna dei suoi sostenitori; leaderismo e fanatismo; attacchi violenti e inevitabilità della risposta; radicalizzarsi delle parti ed escalation; deprecazione della complessità e fierezza nel qui e ora; biasimo del ragionamento e lode della reazione immediata. Tante volte abbiamo associato proprio queste dinamiche, attitudini, valori e idee-guida alla guerra e al dibattito sulla guerra; tante volte – io credo – ci sfuggono la nostra familiarità e confidenza con essi: forse, sono molto più presenti nelle nostre menti e nelle nostre pratiche di comportamento abituali di quanto non pensiamo. E se, come sostiene Bauman, “scopriamo” nel mondo là fuori ciò che facciamo nella nostra quotidianità, se quello che scorgiamo della realtà lo vediamo attraverso la lente delle nostre prassi, forse riflettere su di esse può rappresentare un atto fondamentale e preliminare, da molti punti di vista e per molti scopi. E chissà che la cura delle nostre relazioni, virtuali o meno che siano, e la pratica della gentilezza non possano tornare utili anche per allontanare la guerra oltre che, comunque e in ogni caso, per vivere meglio e in un mondo migliore.

Gli autori

Daniela Calzolaio

Daniela Calzolaio è psicologa e psicoterapeuta, specializzata in psicoterapia a orientamento sistemico-relazionale. Grande appassionata del pensiero sistemico e dell'epistemologia della "complessità". Collabora con l'associazione "PeaceLink" e con "Il Manifesto in rete".

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