L’arte abbandonata della memoria

image_pdfimage_print

Senza memoria artificiale oggi è possibile svolgere una qualsiasi attività? Oppure la massiccia diffusione dei dispositivi elettronici ha reso irreversibile l’affidamento alla semplice mente umana per qualsiasi lavoro?

Quello che ci appare come un requisito esclusivo della nostra contemporaneità, invece era già una condizione ricercata dal pensiero antico. Platone sosteneva che conoscere significa prima di tutto ricordare: il filosofo greco utilizzava il termine anamnesi per caratterizzare la teoria di origine mitico-gnoseologica con cui l’anima riesce a risalire ai concetti che non apprende dall’esterno ma “ricorda” dentro di sé, a partire da quelle idee che aveva contemplato, prima di trasmigrare in un corpo. Ma se Platone intende la conoscenza come richiamo a schemi concettuali innati, il retore latino Quintiliano, nella sua Institutio oratoria, parla di una specifica arte della memoria come di una tecnica da insegnare agli apprendenti. Tuttavia, il solo vero trattato conosciuto su tale disciplina risale ancora più indietro nel tempo. S’intitola Ad Caium Herennium libri IV e lo ha compilato un ignoto maestro di retorica a beneficio dei propri allievi. La tecnica mnemonica su cui si basava quel trattato era distinta in due momenti: prima realizzare delle immagini di ciò che si voleva ricordare, poi stabilire un percorso che fissasse tali figure concettuali lungo una successione ordinata di “luoghi”, in grado di richiamare alla mente le nozioni correlate. Un esempio di preparazione di un simile percorso ben costruito è la struttura della Commedia di Dante, per citarne uno noto a tutti e più vicino a noi nel tempo.

Torniamo all’attualità e ci rendiamo conto che oggi non si coltiva più alcuna “arte della memoria”. Anzi, abbiamo il timore che ci sia un esclusivo ricorso alla memoria artificiale e con questa s’intende la conservazione delle informazioni affidata quasi essenzialmente a supporti elettronici. Siano essi smartphone, hard disk, touch screen di qualsiasi elettrodomestico e dispositivi “intelligenti” di differente ambito.

Ebbene, in tutto questo la memoria umana può ancora ritagliarsi uno spazio?

In un’intervista televisiva di qualche settimana fa, Sigfrido Ranucci ha rivelato a Massimo Gramellini che lui nel programma Report non fa uso del “gobbo” perché si ricorda a memoria gran parte dei contenuti da esporre. Alla reazione quasi incredula di Gramellini, Ranucci ha semplicemente replicato che sua madre era un’insegnante e, sin da piccolo, lo ha abituato a imparare a memoria testi e poesie e ora la sua mente è, come dire, il device più affidabile. Mi ha colpito, questo racconto, perché, da insegnante, vedo presentarsi sempre più studenti dalla memoria praticamente a breve, se non a brevissimo termine. Solo perché è stata allenata davvero poco. Eppure, la nostra mente è il miglior “dispositivo” che mai potremmo possedere nel corso della nostra vita, sia giovane sia adulta. Anzi, a ben dire, è il miglior “report” di efficienza delle nostre facoltà conoscitive. Anche perché il ricorso esclusivo ai dispositivi artificiali moderni (quelli elettronici) rischia di farci precipitare ancora di più in una “trappola collettiva”, come l’hanno definita economisti quali Leonardo Bursztyn, Ben Handel, Christopher Roth e altri ancora, quando si sono riferiti all’uso obbligato dei social a opera di coloro che non li amano. Questi ultimi infatti sono costretti a usare comunque i social e gli smartphone per non essere tagliati fuori dalla comunità (Tim Harford, Perché usiamo i social anche se li odiamo, su “Internazionale”, 29 marzo 2024).

Sulla scia dello stesso ragionamento, per ricordarci qualsiasi nozione o concetto, ciascuno di noi è a sua volta costretto a ricadere nella “trappola collettiva”. Dunque, chi non ricorre all’ausilio di altra memoria che non sia la sua, è destinato inesorabilmente a divenire un emarginato del nostro “millennio elettronico”, un soggetto destinato paradossalmente, per forza di cose, alla damnatio memoriae?

Gli autori

Michele Canalini

Michele Canalini insegna in un istituto professionale e tecnico della Lunigiana. Si occupa principalmente di scuola, tema su cui ha pubblicato due libri: "L’insegnante di terracotta. La Buona Scuola… e poi?" (Mimesis, 2018) e "La ricreazione a distanza. Una manica di studenti alle prese con quei pezzi di insegnanti" (Kimerik, 2021). Ha lavorato come docente di lingua italiana presso l’Università del tempo libero del comune di Carrara. Antifascista per educazione e convinzione, ha collaborato con l'Anpi di Pesaro e Urbino. Appassionato di cinema, ha scritto per il sito di divulgazione cinema4stelle.it e per il sito di informazione culturale idranet.it.

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.