Il declino della classe media: lettera ai “cervelli in fuga” di mezza età

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A scuola, eri bravino (o forse no); all’Università, ti sei laureato in corso e, magari, con il massimo dei voti. Ti sei, poi, probabilmente specializzato presso Scuole prestigiose, per iniziare subito – da giovane ambizioso qual eri – una promettente carriera all’estero in una multinazionale che ti avrebbe fatto sentire coccolato. Così, a 30 anni, sospinto dall’adrenalina, ti sentivi invincibile e fortunato, e guardavi da lontano i pantani dell’Italia; nella carambola della globalizzazione, finivi quindi a Ginevra, città ricca e rassicurante, economicamente vivace e socialmente stabile: non casualmente, punto cardinale di un pantheon mondiale di affari e rifugio ideale per persone e famiglie. Col favore dell’agiatezza economica, magari già prima dei 40 anni, ti concedevi la soddisfazione di un’accogliente casa (e ingombrante mutuo), il lusso di una scuola internazionale per i tuoi figli, magari il piacere di circoli esclusivi, a testimonianza di una radicata fiducia nelle rosee aspettative di vita. D’altronde, tu avevi investito in formazione altamente specializzata o avevi imboccato audaci sentieri professionali molto presto, avevi imparato le lingue, avevi deciso senza esitazioni di sfidare il rodeo globale del lavoro: sentivi, perciò, di poterti legittimamente adagiare – materialmente e mentalmente – sul tuo gradino al sole.

Però poi – a volte – qualcosa accade, il cielo si rannuvola all’improvviso e scopri sulla tua pelle che i tramonti possono essere più repentini del previsto: giungono tra i corridoi i primi echi di ventilate ristrutturazioni aziendali, i dissapori con i superiori per basse performances si acutizzano, i fantasmi di giovani leve in arrivo si fanno minacciosi; come una tromba d’aria, il tepore della “zona di comfort” inizia a vacillare, piccoli spiragli di aria fredda diventano tempeste gelide, fino a spalancarti le porte lontano dalla tua (ex) scrivania, dalle tue (ex) relazioni, dalle tue (ex) abitudini. Accompagnato all’uscio (nella migliore delle ipotesi) con dei cuscinetti finanziari, senti i lividi per l’urto della forza centrifuga che ti ha investito; tuttavia, ti incoraggia la consapevolezza che Ginevra goda di un tasso di disoccupazione minimo e, all’occorrenza, di un ammortizzatore sociale rodatissimo; conti, in ogni caso, nelle opportunità offerte dalla (presunta) mobilità del mercato: nutri, legittimamente, le tue aspettative con i pretesi anticorpi del modello economico di cui sei frutto e, volente o nolente, alfiere e vittima.

All’inizio, prendi le misure con le sensazioni di euforia o spiazzamento dovute alla novità del tempo libero a disposizione per immaginare nuove pagine di vita e dedicarti magari un po’ a stesso; poi, dopo dodici mesi di inattività, uno strisciante nervosismo diventa comprensibile preoccupazione per lo scorgere all’orizzonte del termine del periodo massimo di indennità di disoccupazione.

Nel frattempo, hai probabilmente iniziato a “mettere a folle” alcune spese che (forse) impreziosivano la tua routine e il tuo profilo privato e pubblico: viaggi intercontinentali, soggiorni invernali in montagna, frequenti e spensierate cene al ristorante con amici e figli al seguito; in ogni caso, ti immergi gradualmente in un bagno di realtà, accogliendo amaramente l’idea di dover scendere di qualche gradino. Immancabili, fanno vorticosamente capolino riflessioni a ruota libera: non sei (o non ti senti) giovane abbastanza per riprendere il cammino verso altri lidi geografici, non sei nelle condizioni di intravedere già un “buen retiro”, sei stato sufficientemente all’estero per non poter non temere il riadattamento di un ipotetico rientro in Italia, sei ben cosciente degli investimenti fatti e, non in ultimo, sei intriso di uno stile di vita che è divenuto la tua pelle. Dopotutto – ti sei convinto, nel corso degli anni – il benessere materiale, oltre a coronare una condizione sociale e personale, rappresenta il giusto controvalore dei tanti prezzi pagati: distanza dai luoghi di origine, rinuncia a coltivare alcuni affetti, vuoti di appartenenza, carichi di responsabilità familiari e professionali assunti lungo le varie tappe.

Dopo tanti anni, hai l’impressione di essere su un binario senza troppi bivi; tuttavia, poiché solerzia e tenacia fanno oramai parte del tuo toolbox, continui imperterrito le tue frequentazioni esplorative di networking, le tue cavalcate sui social media, le tue incursioni con il fioretto degli headhunters, le tue passeggiate di ispirazione in compagnia di transitional coach, infoltendo la lunga lista di applications cadute nel vuoto.

Alla fine, arreso all’evidenza che le luminose statistiche di occupazione non riflettono il grado di felicità di ciascuno e pronto a leccarti le ferite, saprai probabilmente accontentarti della prima concreta occasione in transito che tenga lontani i precipizi di un fallimento: a quel punto, per quanto in parte sollevato, realizzi che, circa 20 anni prima, il turbo-mercato globale era un aereo solo andata, e per di più senza neanche troppi paracaduti, partorito da un modello economico ingordo che ti ha illuso, rapito, ingoiato e espulso a suo piacimento. Eppure, dopotutto, il protocollo l’avevi seguito tutto: sarà, forse, necessario cambiare protocollo. O prospettiva di vita. Non è mai troppo tardi.

Ginevra, anno 2024.

PS: Questa non è la mia storia, ma la storia un po’ inquietante di molti – troppi, direi, dati i numeri – amici e conoscenti che, dopo anni di fortunate carriere in giro per il mondo, ricevuto il “benservito” alla soglia dei 50 anni, vivono tempi di incertezza e precarietà (nella speranza non diventino conclamate fragilità) in uno dei fazzoletti più verdi del mondo.

Gli autori

Andrea Pappalardo

Andrea Pappalardo è avvocato e vive a Ginevra. Anima “Blutopia: Forum Mediterraneo”, spazio di approfondimento giuridico di tematiche legate al diritto del mare.

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2 Comments on “Il declino della classe media: lettera ai “cervelli in fuga” di mezza età”

  1. Bello quest’articolo, Hai colto molti aspetti dell’emigrato della nostra generazione. Prima chi emigrava aveva una formazione “elementare” e la voglia di fare e lavorare, erano sempre altissime e questo bastava per essere premiati dalla vita. Adesso queste voglie fanno i conti con un contesto, economico e sociale, molto più fragile e ci si ritrova alla soglia dei 50 anni, ma anche oltre sta soglia, a doversi re-inventare, andare a ripescare quelle energie che avevi messo in standby, pensando che, finalmente, avresti potuto incrociare i piedi sulla scrivania e navigare tranquillamente, in pilota automatico, verso l’isola della pensione.
    Ci si rende conto che, poco contano la tua formazione, sulla quale hai investito e il network che hai costruito negli anni, ora devi fare appello anche ad altri skills, che magari avevi messo in sordina, per mantenere la tua barca sulla giusta rotta che ti condurrà alla fine della tua vita attiva. Ora, i tuoi concorrenti non sono soltanto le giovani ma anche l’intelligenza artificiale, e ti dici: bhé, forse mi conviene fare un’attività manuale e creativa, un’IA non potrà mai installare una cucina.
    Personalmente mi ritengo molto fortunato ad avere ancora le energie per ricominciare, re-inventarmi, ma mi rendo conto che questo non é da tutti, e quindi mi chiedo : la generazione dei nostri figli riuscirà a re-inventarsi? A rimettersi in gioco? Me lo auguro di cuore.

    1. Caro Gianluca, Ti ringrazio per l’attenzione dedicata e condivido diverse cose di quello che scrivi: idealmente, aggiungo (visto che menzioni l’IA come sistema – anche – di apprendimento), dai 50 anni in poi dovrebbe essere possibile ricavarsi un ruolo, in una società, per insegnare a qualcun altro e condividere le proprie competenze, in nome del progresso. Che è esattamente il contrario di quello spesso accade con il modello imperante di questa epoca.

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