Uomini e donne: tra dominanza e uguaglianza

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La prevaricazione, fino alla violenza, degli uomini sulle donne è una triste costante nella società italiana, che si esprime non solo in efferate uccisioni ma anche in molti altri modi più pervasivi e considerati quasi scontati, come il minore stipendio e il minore accesso a posizioni lavorative apicali nelle donne. In realtà essa è una costante non solo nel mondo occidentale ma in tutto il pianeta e lungo la storia umana, dove gli uomini hanno esercitato ed esercitano sopraffazione e dominio nei confronti non di una minoranza, ma di metà della popolazione umana.

La dominanza maschile è in genere spiegata con il perdurare della cultura patriarcale. Questa interpretazione non riesce a chiarire perché il modello dell’uomo dominante e della donna subordinata sia così ampiamente diffuso in culture e tempi storici molto diversi tra loro. Inoltre essa si fonda sull’implicito presupposto che l’essere umano sia influenzato solo dalla cultura, dimenticando un’evidenza decisiva: siamo dei mammiferi – benché molto speciali per caratteristiche cognitive e sociali – con un corpo e un cervello che sono il risultato di una lunga evoluzione filogenetica. Anche se non siamo mossi da rigide predeterminazioni istintuali al comportamento, non possiamo ignorare le disposizioni biologiche provenienti dal nostro antico passato filogenetico, ancora presenti nel nostro cervello. A ciò si deve aggiungere che è stato proprio lo sviluppo del cervello, in specifico della neocorteccia, a rendere possibili il pensiero, la parola, la capacità simbolica, l’autocoscienza: tutte capacità che hanno permesso lo sviluppo di complessi sistemi culturali trasmissibili, superando i limiti di spazio e tempo. Ciò ha fatto della cultura uno strumento di adattamento che non solo si affianca alle disposizioni biologiche ma interagisce continuamente con esse, contribuendo a plasmare il cervello e la mente di ognuno di noi. Ne deriva che le influenze culturali non possono essere considerate in modo separato e isolato da quelle biologiche: vanno invece studiate le reciproche interazioni tra patrimonio biologico e patrimonio culturale, tra natura e cultura, senza riduzionismi di alcun tipo. Di conseguenza, anche le relazioni tra uomini e donne, e in particolare i comportamenti maschili di dominanza e violenza sulle donne, vanno studiati alla luce della complessa interazione tra influenze biologiche e culturali. È un compito molto ampio e appena avviato, ma oggi siamo già in grado di delineare un quadro sufficientemente fondato, sulla base di conoscenze scientifiche che ci provengono da discipline diverse; a questo approfondimento ho dedicato il libro Amori molesti. Natura e cultura nella violenza di coppia (Laterza, 2015, 2019).

Si tratta allora di riconoscere, anzi tutto, che esistono nel cervello umano arcaiche disposizioni che connettono la sessualità all’aggressione nei maschi e alla paura nelle femmine, in un rapporto di dominanza sottomissione degli uni sulle altre. Queste disposizioni primitive risalgono ai primi vertebrati (i rettili); non sono quindi proprie della nostra specie, e per noi non sono più adattive. La nostra specie, infatti, ha sviluppato, nel corso della filogenesi, un’ampia gamma di capacità di socialità positiva, che sono comparse con il cervello emotivo e si sono poi ampliate enormemente con lo sviluppo della neocorteccia. Si tratta delle capacità di stabilire relazioni individualizzate e personali, legami di attaccamento, sintonia emotiva, cooperazione e altruismo (per approfondire: Bonino S., Altruisti per natura, Laterza, 2012). Inoltre, nel corso della filogenesi, la sessualità umana si è disgiunta dalla primitiva connessione con l’aggressione nei maschi e con la paura nelle femmine, e si è congiunta alla capacità di stabilire legami personali. Essa ha così perso la sua funzione unicamente riproduttiva per diventare uno strumento al servizio del mantenimento della relazione affettiva, congiungendo sesso e sentimento. Queste modificazioni hanno portato alla comparsa dell’amore sessuale, specifico degli esseri umani, nei quali l’esercizio della sessualità è del tutto sovrabbondante ai soli fini riproduttivi. Infatti non esistono specifici e riconoscibili periodi di estro e la disponibilità sessuale, in entrambi i sessi, è continua, in presenza anche di alcune modificazioni corporee che favoriscono l’attrazione sessuale (come il seno femminile) e il reciproco piacere sessuale.

Questa trasformazione della sessualità umana è avvenuta per rispondere sia alle esigenze di cura prolungata di una prole con un’infanzia lunghissima, che richiedeva l’impegno continuativo di entrambi i genitori e non solo della madre, sia a quelle di relazione affettiva di esseri dotati di altissima socialità e di un’articolata vita di gruppo con i propri simili. Ciò che è specifico degli esseri umani è quindi la capacità di stabilire relazioni personali paritarie che coniugano sesso e affetti, basate sul riconoscimento reciproco della comune e uguale umanità; al contrario, la relazione di dominanza sottomissione è pre-umana, non distintiva della nostra specie.

Convivono dunque in noi, uomini e donne, disposizioni biologiche diverse e con differente valore adattivo. Quelle arcaiche (aggressione e dominio nei maschi, sottomissione e paura nelle femmine) non sono distintive della nostra specie: non si può giustificare la violenza sessuale o il predominio maschile sulle donne invocando la “natura” umana, perché quella non è più la nostra natura. Le disposizioni primitive sono un fardello proveniente da un antico passato filogenetico che permane nella parte più arcaica del nostro cervello come possibilità, non certo come istinto o determinazione al comportamento.

Entra qui in gioco la cultura, poiché nel funzionamento unitario del cervello e della mente le parti più arcaiche interagiscono sempre con quelle più evolute. La cultura può favorire, giustificare e legalizzare la primitiva supremazia del maschio sulla femmina, a danno delle disposizioni egualitarie più evolute e recenti. Quando ciò avviene, il pensiero mette le proprie sofisticate modalità di funzionamento al servizio non delle predisposizioni alla socialità positiva, specificamente umane, ma della sopraffazione primitiva preumana. In concreto: la cultura non solo offre stimoli, messaggi e valori che favoriscono la subordinazione femminile, ma anche elabora leggi, norme giuridiche, prescrizioni religiose che la legittimano. È quindi nell’alleanza tra pensiero, cultura e tendenze primitive di dominio, che si favorisce e si rafforza in modo deciso e stabile la prevaricazione degli uomini sulle donne, con modalità diverse nelle varie culture e tempi storici.

Quali conseguenze concrete ha il riconoscimento dell’esistenza delle tendenze primitive nel cervello maschile e femminile? Non certo la giustificazione o la rassegnazione passiva: gli uomini non sono necessariamente dei prevaricatori e dei violenti e non sono condannati per destino biologico alla prevaricazione sulle donne. Essi hanno però una disposizione primitiva in tale senso e possono diventare dei prevaricatori se non prendono consapevolezza delle tendenze arcaiche dentro di loro e di quanto la cultura spesso le favorisca, a scapito della socialità evoluta. Di conseguenza, il tema del dominio sulle donne riguarda ciascun uomo e nessuno può dire: la questione non mi tocca personalmente. Le donne, a loro volta, non sono condannate per destino biologico alla sottomissione, ma possono facilmente subirla e accettarla se non prendono consapevolezza della disposizione arcaica alla paura, in un rapporto di dominanza-sottomissione. Questa tendenza può prevalere in presenza di una cultura che ostacola il riconoscimento delle relazioni paritarie e anzi favorisce e legittima quelle di subordinazione.

L’attenzione si sposta quindi sulla cultura e sull’individuo che in essa vive. Occorre allora chiedersi se l’attuale cultura occidentale favorisca negli individui le disposizioni egualitarie proprie della nostra specie. La risposta è negativa: essa favorisce la dominanza maschile e la sottomissione femminile. Se è facile individuare i modelli culturali che sono retaggio di una cultura patriarcale tradizionale (come le giustificazioni dei violentatori e l’attribuzione di colpa alla vittima nelle aule dei tribunali, da parte non solo degli avvocati difensori ma anche degli stessi giudici nelle loro sentenze), assai meno scontato è riuscire a smascherarne altri che si ammantano di modernità, ma che nei fatti favoriscono e giustificano l’emergere delle primitive modalità di sopraffazione. Di fatto sono molte le forme di dominio culturalmente accettate e intellettualmente giustificate con svariati ed elaborati argomenti. Tra quelle più recenti troviamo l’oggettivazione e sessualizzazione della donna e la pornografia, accanto alla prostituzione, pratica antica ma persistente. Queste forme di dominio maschile sono oggi talvolta giustificate in nome della liberazione della sessualità femminile, dimenticando che la sessualità umana si è evoluta coniugando sesso e sentimenti in una relazione egualitaria. In queste interpretazioni ancora una volta il pensiero elabora teorie al servizio della dominanza maschile primitiva.

Prendere atto sia delle disposizioni primitive presenti in ciascuno di noi sia delle varie influenze culturali che le favoriscono è indispensabile per impedire che la cultura lavori a danno delle nostre disposizioni specificamente umane. Contro questa presa di coscienza agiscono molte resistenze, sia negli uomini sia nelle donne, nel timore che riconoscere le proprie disposizioni biologiche significhi giustificazione o passiva rassegnazione del dominio maschile. Come detto, non è affatto così. Se non possiamo cambiare le antiche disposizioni filogenetiche che continuano a persistere nel nostro cervello, possiamo cambiare la cultura che in molti modi le favorisce. Si tratta allora di lavorare, come individui e come società, per una cultura che, interagendo con la nostra natura, faciliti l’emergere e il rafforzarsi delle disposizioni di socialità positiva che ci sono proprie, le uniche in grado di far vivere bene sia gli uomini che le donne.