Le mani della destra anche sullo sport

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Il vento di destra spira forte nelle istituzioni e nella cultura. Uno spoil system feroce e vendicativo attraversa longitudinalmente tutte le sfere della società: con decreti legge (come quello strumentale per silurare Tridico all’Inps ben prima della scadenza del mandato), con pesanti raccomandazioni alla Rai (nonostante i segnali di fallimento: vedi Pino Insegno o Nunzia De Girolamo) o con nomine o riconferme ad hoc (dopo Giuli al Maxxi, Buttafuoco alla Biennale, Giordano Bruno Guerri al Vittoriale chissà se è rimasto qualcosa per Marcello Veneziani…).

In questo contesto lo sport non è l’isola felice e indipendente che a volte si picca di essere. E ciò mentre la destra ancora evoca strumentalmente la rinuncia alla candidatura di Roma olimpica 2024 (come se fosse facile battere Parigi e se le condizioni che hanno portato alla rovinosa sconfitta nel ballottaggio per l’Expo 2030 non sussistessero già allora, quando la scelta di rinunciare venne fatta ricadere esclusivamente sulla Raggi) e i Giochi invernali del 2026 sono in evidente impasse (con gli organizzatori che discettano sulla mancanza della pista di bob e sull’opportunità di localizzarla in Italia o all’estero e si mostrano incapaci di una necessaria autocritica per aver lasciato deperire gli impianti di Torino 2006: 17 anni, non un secolo, fa).

Il presidente della Federcalcio Gravina, destreggiandosi affannosamente tra scandali, mancata qualificazione ai mondiali, fuga di Mancini, faticosissima qualificazione all’Europeo (complice il rigore non assegnato all’Ucraina) è sempre più ospite di Palazzo Chigi con una discreta riconversione a destra rispetto al proprio percorso originario. Mentre ha scarse chance di succedere a Malagò, Luca Pancalli (quando sarà: le vie dei mandati sono infinite), vista la sua abilità e competenza da vice e da responsabile del Comitato Paralimpico, ma anche la sua scarsa affidabilità rispetto alla attuale coalizione governativa.

La casta dello sport – soprattutto i presidenti di federazione di più lunga data (non necessariamente dei fan di Malagò) – guarda saldamente a destra: con Binaghi nel tennis e Barelli nel nuoto (un politico in pista nonostante denunce e procedimenti penali ancora in corso) mentre medita di ricandidarsi nel basket l’onnipresente Petrucci, democristiano da sempre, già sindaco di San Felice Circeo, opportunista e cinico come pochi.

Ça va sans dire, batte saldamente a destra, nonostante qualche ripulitura istituzionale, il cuore del ministro dello Sport Andrea Abodi, abbonato ai poteri forti, in gioventù militante di piazza, un passato da dimenticare. E guarda nella stessa direzione il neo presidente di Sport e Salute Marco Mezzaroma (pargolo di ricca famiglia, imparentato con Lotito, presidente della Lazio e formidabile lobbysta in Parlamento) fresco di nomina, contraltare del già citato Malagò, amico di tutto il generone romano e non solo, in un arco costituzionale che va da Gianni Letta a Renzi, senza radicalità “sinistre”. I Mezzaroma sono vicinissimi alla Meloni. Mezzaroma è figlio di costruttori e imprenditore egli stesso, già marito di Mara Carfagna, con dubbie competenze nel mondo dello sport. Non si fa fatica a capire come la pensi ideologicamente. Ed è una nomina di Abodi in perfetta linea con il restyling sportivo dei nostri tempi. Letteralmente spoil system si traduce con “sistema di rovina”. Un segnale?

Gli autori

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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