I soliti noti, ovvero l’eterna casta dello sport

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Il permanere di caste autocratiche è una costante della società italiana. Ma il fenomeno è un’abitudine devastante nello sport nostrano, invano temperata dal limite del terzo mandato: uno sbarramento tardivo che può essere superato da una maggioranza speciale per un’ulteriore conferma. Il fermo immagine su chi governa le federazioni restituisce la fotografia sbiadita di una perenne immobilità per funzioni che una volta erano nobilmente non ricompensate e che oggi rappresentano una sinecura professionistica garantendo introiti non trascurabili, dunque in pratica posti di lavoro di serie A con almeno cinque zeri in busta paga.

Ci si può chiedere dunque quando lascerà il mondo dello sport il 78enne Gianni Petrucci, immarcescibile conductor della Federazione basket, già presidente del Coni, già segretario di federazioni varie, già emissario di Ciarrapico nella Roma (il suo lavoro più facile, mezzo miliardo di lire per non fare niente), già sindaco di San Felice Circeo. Non è un mistero che con Petrucci, a causa di una serie di gaffe dirigenziali non trascurabili, il basket italiano abbia fatto un sostanzioso passo indietro nelle gerarchie mondiali. Così la rievocazione del successo europeo di Nantes del 1983, fatta al recente Festival dello sport organizzato dalla Gazzetta dello Sport a Trento, è stata, per chi sa leggere gli eventi, una celebrazione un po’ mesta e una sorta di coprente per gli insuccessi nel nuovo millennio, esclusioni olimpiche comprese.

E che dire di Binaghi, il (pur abile) numero uno della Federtennis, già ricco di sei mandati? O di Chimenti in sella nel golf da innumerevoli anni, godendo il bonus di essere stato il principale sponsor di Malagò in occasione del ballottaggio con Pagnozzi per la presidenza del Coni? Oggi Chimenti si gode il successo mediatico della Ryder Cup organizzata a Guidonia ed è più che mai in sella alla propria federazione. Parliamo di dirigenti che hanno superato (eufemismo) la maggiore età e che hanno fatto il brutto e il bello nel proprio sport, secondo un’attitudine sostanzialmente monarchica. Come Sabatino Aracu, abruzzese, ex agonista, politico di Forza Italia, indagato per Sanitopoli, responsabile degli sport rotellistici dal 1993, che ha accumulato cariche diventando anche presidente di World Skate: trent’anni di incontrastato dominio.

Tutto ciò è frutto di un metodo ben oliato: il presidente uscente controlla la macchina elettorale (dei voti) e crea meccanismi di auto-referenzialità che ne accrescono progressivamente il potere. Un lungimirante dirigente sportivo dovrebbe sapere quando è il momento di defilarsi per numero di mandati o raggiunto limite di età ma il decoro e la dignità non sembrano appartenere a questo mondo. Basti pensare al presidente della Federcalcio Gravina, che ha resistito imperturbabile a tutti i recenti scandali, compreso il disastro pre mondiale della nazionale senza mai adombrare neppure l’intenzione di rassegnare le dimissioni.

La casta è fatta anche di questo, un’estrema resilienza. L’incarico, più che una missione, vale lo stipendio.