Le nuove generazioni motore della crescita?

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Il Rapporto annuale ISTAT 2023 “in pillole” (già proposto, insieme al Rapporto integrale, su queste pagine: https://volerelaluna.it/materiali/2023/07/28/la-situazione-del-paese/) è, come avrebbe detto Maurizio Crozza quando imitava Conte (l’allenatore) “agghiacciante”. Particolarmente orrido il paragrafo intitolato “Le nuove generazioni come motore della crescita futura”; il titolo farebbe ben sperare ma apprendiamo subito che «nel 2022 quasi un giovane su due (47,7 per cento dei 18-34 enni) mostra almeno un segnale di deprivazione in uno dei domini chiave del benessere (Istruzione e Lavoro, Coesione sociale, Salute, Benessere soggettivo, Territorio). Di questi giovani oltre 1,6 milioni (pari al 15,5 per cento dei 18-34enni), sono multi-deprivati ovvero mostrano segnali di deprivazione in almeno 2 domini». Peggio ancora: «i livelli di deprivazione e multi-deprivazione sono sistematicamente più alti nella fascia di età 25-34 anni, che risulta la più vulnerabile». Di conseguenza abbiamo giovani e giovani adulti che hanno oltrepassato i trent’anni senza un lavoro stabile, senza un reddito dignitoso, senza un inserimento sociale soddisfacente. C’è di più: veniamo informati che la cosiddetta “trappola della povertà” – e cioè la trasmissione della povertà da una generazione all’altra – funziona in Italia molto bene. Vale a dire: se si nasce poveri si hanno grandi opportunità di rimanere tali, più che nella maggior parte degli altri Paesi europei. La mobilità sociale in Italia è quasi inesistente e il rischio della povertà incombe proprio su adulti che provengono da famiglie povere. Naturalmente, l’altra faccia della medaglia è che se si nasce ricchi (meglio ancora, molto ricchi) ci sono ottime possibilità di mantenersi tali sino alla settima generazione, con buona pace della “meritocrazia”. Se qualcuno non l’avesse ancora capito, l’ideologia meritocratica serve a giustificare il privilegio. Sei ricco? Bravo, vuol dire che ti sei guadagnato quello che hai. Poco importa se gran parte di ciò che possiedi lo hai ereditato; poco importa se conosci le lingue perché la tua famiglia ti ha consentito di frequentare le scuole all’estero, mentre il figlio del falegname (vedi Briatore) si accontentava dell’istituto professionale periferico più vicino a casa sua; poco importa se, nella corsa della vita, sei partito a pochi metri dal traguardo mentre altri si trovavano a distanza di chilometri. Tutti fatti, questi, inessenziali, trascurabili. Adesso dirigi l’impresa di famiglia per merito tuo e, se proprio non sei una capra, potrai facilmente aumentare il tuo reddito. Inoltre, grazie a leggi e leggine molto generose verso i ricchi, il passaggio ereditario sarà quasi indolore. Il compianto Berlusconi passerà le sue molte ricchezze agli eredi in linea diretta pagando di tasse un modico 4% del valore del patrimonio (ammesso che non si trovi il modo di non far loro pagare nemmeno quello).

Ma lo Stato, di fronte alla diseguaglianza socio-economica, che fa? Come cerca di riequilibrare e di dare maggiori opportunità a chi ha di meno? Per esempio, cosa fa per la scuola? Parrebbe ben poco, nonostante la grancassa della “scuola 4.0” e l’esibita pioggia di risorse economiche legate al PNRR. L’Italia continua ad essere il fanalino di coda rispetto alle maggiori economie europee: spende per l’istruzione il 4,1% del PIL contro il 5,2 della Francia, il 4,6 della Spagna e il 4,5 della Germania e si colloca sotto la media dei paesi Ue27 (4,8%). Quanto alle prestazioni sociali erogate alle famiglie e ai minori il nostro Paese spende l’1,2% del PIL (la Francia spende 2,5% e la Germania il 3,7%). Inoltre, per dare una risposta parziale alla oziosa domanda sulla scarsa natalità, basterebbe guardare al dato relativo alla copertura dei posti disponibili nelle strutture educative per la prima infanzia (0-2 anni): rispetto ai bambini residenti è pari al 28%. Anche qui siamo sotto i parametri europei.

Alla fine di questo paragrafo del rapporto ISTAT (che si conclude ricordando al lettore che soltanto il 40% degli edifici che ospitano le scuole italiane possiede la certificazione di sicurezza) torniamo al titolo: “Le nuove generazioni come motore della crescita futura”. Viene spontaneo chiedersi se si tratti di umorismo involontario. Il quadro che emerge dal rapporto ISTAT è fosco, inquietante, privo di prospettive, proprio per quei giovani che dovrebbero essere “motore della crescita futura”. Sempre l’ISTAT ci aveva informato che tra il 2012 e il 2021 circa un milione di italiani, in gran parte giovani, sono espatriati e che un quarto di questi aveva la laurea. È una mossa davvero astuta: formare i nostri figli per poi farli espatriare.

Ma il nostro è il Paese dei paradossi: è degno di essere ricordato un recente intervento di Elsa Fornero, che continua a fregiarsi del titolo di “economista”, pur essendo corresponsabile di uno dei più massicci interventi di macelleria sociale del “trentennio inglorioso”. Fornero disse già a suo tempo qualcosa di memorabile sui giovani, definendoli choosy nel caso in cui, appunto, facciano gli schizzinosi non accettando il primo lavoro che capita loro. Naturalmente predicava rispetto ai figli degli altri, che devono essere pronti a fare qualsiasi cosa mentre la sua personale prole, per nascita e per qualità indiscutibili, farà senz’altro un lavoro privilegiato. Adesso, questa signora così poco signorile e con tanta puzza sotto il naso, entra con argomenti inqualificabili nella discussione sul salario minimo, in una trasmissione televisiva di pochi giorni fa. Si discuteva di “salario minimo” a 9 euro. Fornero, che è tra gli ospiti, afferma: «Credo che sia necessario e che se ne debba discutere, ma personalmente ritengo che 9 euro all’ora siano un po’ tanti, forse meglio 8 o 7». E poi aggiunge: «Sì, l’Italia è un Paese che si è molto impoverito e noi abbiamo oggi dei contratti anche con le sigle dei sindacati non pirata che hanno 5 euro e non ci scandalizziamo più di tanto».

C’è da non credere alle proprie orecchie e non si sa se in quelle parole offenda più la iattanza, il cinismo o la mancanza di logica comune. Quindi, il Paese è impoverito, perciò contribuiamo all’impoverimento della popolazione: come dire che se si ha l’influenza e ci si potrebbe curare con aspirina e riposo, tanto vale uscire al freddo, non far nulla e rischiare la polmonite. Come economista Fornero dovrebbe sapere quanto è tassato il lavoro in Italia. Tra imposte fiscali e contributi previdenziali si arriva presto presto al 30% – precisiamo che si tratta di un calcolo all’ingrosso e medio. Perciò, con un salario minimo lordo di 9 euro ci si ritroverebbe con meno di 7 euro netti in tasca e con un salario mensile non proprio invidiabile. Tenuto conto che «nel 2022, il 20,1% delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà (circa 11 milioni e 800mila individui) avendo avuto, nell’anno precedente l’indagine, un reddito netto inferiore al 60% di quello mediano (ossia 11.155 euro)» (fonte ISTAT) appare chiaro a tutti che quello del salario mimino per legge forse sarà soltanto un pannicello caldo; non potrà però peggiorare una situazione in cui la discontinuità lavorativa, lo sfruttamento e il lavoro sottopagato non sono eccezioni ma quasi regola.

La scarsa combattività dei sindacati, che nell’ultimo trentennio non sono stati in grado di difendere i diritti dei lavoratori e hanno accettato accordi al ribasso pur di garantirsi la rappresentatività, è senz’altro una concausa importante e che dovrebbe essere tenuta nel giusto conto; più di questa incide il fatto che la lotta di classe, sempre in atto checché ne dicano quelli che la relegano nel repertorio antiquario otto-novecentesco, l’hanno stravinta i padroni, complici economisti neoliberisti pronti a giustificare tutto in nome della presunta crescita e ancora oggi detentori di una bieca egemonia sub-culturale. Il dato di fatto incontestabile è che da trent’anni i salari in Italia scendono e il Paese si impoverisce (l’ha detto persino Fornero!). Più che di salario minimo si dovrebbe quindi parlare di dignità del lavoro e giusta retribuzione. Nella sua semplicità ci guida ancora una volta la Costituzione: «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi».

Sappiamo dall’ISTAT che nel 2022 poco meno di un quarto della popolazione (24,4%) è a rischio di povertà o esclusione sociale. Cresce il lavoro povero e persino con una laurea talvolta non si riesce a guadagnare abbastanza per vivere decorosamente. Perciò, per politici e sindacalisti non obnubilati la parola d’ordine non dovrebbe essere soltanto “salario minimo” ma piuttosto redistribuzione del reddito, riduzione dell’orario di lavoro e riforma del fisco in senso progressivo. Precisiamo: tassare con percentuali più alte chi guadagna di più. In questo carnevalesco e sinistro mondo alla rovescia, meglio prevenire interpretazioni indebite.