Lo sport italiano: risultati importanti, pessima progettazione

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C’è uno sport nazionale che colleziona successi in campo agonistico e un altro, dietro a una scrivania e a una progettazione, che batte invece colpi a vuoto e non sembra all’altezza degli standard europei. Sul primo versante ci riferiamo alle tre finali delle squadre italiane di calcio nelle Coppe europee, al successo della Pro Recco nella Coppa campioni di pallanuoto (virtualmente la prima squadra al mondo), al bel momento collettivo del tennis (Musetti, Sonego, Sinner, Berrettini e pure Fognini ancora capace di qualche exploit), alla pole position mondiale della scherma ed europea nella ginnastica ritmica e nel nuoto, alla pregevole continuità dell’atletica leggera sull’onda degli irripetibili cinque successi olimpici. Ma dal punto di vista dirigenziale e infrastrutturale le preoccupazioni non mancano. Lo strappo tra Coni e Sport salute fa sì che le competenze e l’interlocuzione con il Governo siano sempre equivoche e contraddittorie. Di più, la generazione di carismatici ancorché discussi membri Cio (Carraro, Pescante, Cinquanta) si è un po’ dissolta per comprensibili motivi di età e non è stata sostituita. Al contrario un presidente che ha fatto grande il nostro nuoto – Paolo Barelli – è stato disarcionato dall’ente europeo per una vicenda pecuniaria mai ben chiarita.

Così arrancano le grandi organizzazioni. Doveva essere a costo zero l’Olimpiade invernale 2026 Milano-Cortina ma si è capito che l’esclusione di Torino costringe le sedi prescelte a pagare dazi e a inventarsi impianti per discipline minori che sulla carta sembravano già coperte. Il conto economico cresce ed è un libro aperto all’infinito di cui si tireranno le somme solo dopo che saranno spenti i riflettori sulla manifestazione, secondo un collaudato schema all’italiana. È ben più vicina la data limite degli europei di atletica del 2024 ma qui, dopo il ritiro dalla Fondazione del presidente onorario Gola, mai così rimpianto come presidente di federazione, si assiste a un grottesco gioco delle parti che favorisce l’attendismo e non una corretta marcia di avvicinamento all’evento.

E che dire del puzzle-stadi, un pasticciaccio ancora in corso d’opera? Una norma del 2013 è la pietra dello scandalo: offre la possibilità di costruire nuovi impianti, comprensivi di uffici, negozi, centri commerciali, per chi demolisce un vecchio stadio e ne costruisce uno nuovo. La tentata applicazione è a Milano e a Parma, con possibili vittime il Meazza e il Tardini. Persino Vittorio Sgarbi, certo non un ambientalista, si è pronunciato contro la demolizione di San Siro. I due club meneghini – Milan e Inter – procedono in ordine sparso e si è capito che agiscono in perfetta distopia: Sesto San Giovanni, San Donato Milanese e hinterland vengono dragati per ipotesi sempre alla fine scartate per motivi plausibili. E la posa della prima pietra ottimisticamente viene preventivata per il 2029. Situazione leggermente meno complessa a Roma dove, ovviamente, non è d’attualità la demolizione dello Stadio Olimpico. L’area indicata è quella di Pietralata, accanto all’Ospedale Pertini, un’autentica rivoluzione per il quartiere che perderà l’area verde al momento garantita. Paga la Roma e il Comune assiste da spettatore dopo aver assistito al fallimento del progetto Tor Di Valle sotto l’egida della Raggi e il rinvio a giudizio dell’imprenditore Parnasi. Chi ha spessore di statista dovrebbe chiedersi che fine farà il primo impianto romano. Diventerà una cattedrale nel deserto come il Flaminio dopo che è stato ripudiato dal Sei Nazioni di rugby?