Il calcio italiano balla sul Titanic

Anche se vuol continuare a esporre un profilo alto, il calcio italiano presenta contraddizioni crescenti e un andamento economico sempre più prossimo al fallimento.

Una botta sostanziale al suo riassesto sembra darla l’esclusione dai progetti per i nuovi stadi di Firenze e Genova dei forti incentivi del Piano di Ripresa e Resilienza. In questo quadro è facile intuire perché i pacchetti di maggioranza dei club di serie A, spesso poco trasparenti, siano sempre più appannaggio di speculatori esteri che sanno poco di calcio (tanto meno di quello nostrano) ma tanto di finanza. Ed ecco celarsi, dietro il complesso varo dell’operazione stadio nelle due più grandi metropoli nazionali, propositi di business a dir poco vandalici. Gli appetiti dei competitor sui nuovi impianti di Roma e Milano sono sempre più forti. Con il calcio giocato che è solo uno schermo posticcio per interessi trasformativi (negozi, sviluppo del marketing, ristoranti, delivery).

Tutto ciò è cominciato quando l’allora ministro Veltroni autorizzò la trasformazione dei club in società per azioni. Di lì a poco la quotazione e l’ingresso in Borsa: con tutte le controindicazioni del caso visto che qualcuno ha preferito uscire da questo schiacciante ingranaggio. Del resto quale investitore nostrano cum grano salis investirebbe in un calcio di cui sono padroni gli ultrà, dove la corruzione imperante è evidenziata dal recente scandalo della Juventus (con legami coattivi con altri sei club per il meccanismo criminale delle plusvalenze) e dove la generazione degli stadi è sostanzialmente ancora ferma a Italia ‘90? Un ingresso nella cabina di comando delle società equivale a un harakiri e questo rischio sembra volerlo correre solo il rampante Iervolino della Salernitana, con interessi contigui nell’editoria. Ma è l’unica new entry degli ultimi anni.

Il sistema nasconde la spazzatura sotto l’apparente benessere dei risultati. Squadre protagoniste in tutte le Coppe con particolare evidenza per la Champions dove, peraltro, lo scontro fratricida Inter-Milan eliminerà una delle possibili pretendenti mentre l’altra, la vincente, non sarà di sicuro favorita nella finale, visto il peso tecnico della possibile rivale. Ma non bisogna dimenticarsi che la Nazionale, massima espressione del movimento, non è riuscita a guadagnare la porta, pur larga, di ammissione ai mondiali e che il trionfo agli Europei è stato favorito, come si capirà ex post, da particolari coincidenze (rigori favorevoli, supplementari propizi). Intanto il calcio non ha neanche trovato l’antidoto ai sensazionali guadagni dei procuratori (324 milioni di euro il loro guadagno complessivo, certificato dai bilanci): un’anomalia senza giustificazioni.

Il calcio è un mondo che non si emenda da solo. Non sono bastate una sequela di scandali e la purga di Calciopoli. Del resto come non capire che è stato un sistema marcio a produrre i Moggi come ras di un apparato facilmente penetrabile? E oggi il meccanismo di espulsione riguarda Andrea Agnelli, quasi con le stesse modalità. Si capisce perché sia stata considerata una boutade la proposta di Mario Monti, allora presidente del Consiglio, di bloccare per un anno il campionato. Il calcio consente di indirizzare su questioni secondarie pulsioni che potrebbero, pericolosamente, essere indirizzate verso il soddisfacimento di bisogni primari. Le tesi di Vinnai (“Il calcio come ideologia”) tornano vertiginosamente di moda. L’Italia, che non si è troppo agitata per la riforma Fornero (a differenza della Francia con lo strappo di Macron), metterebbe presumibilmente a ferro e fuoco le piazze per la sospensione di un torneo calcistico. Ed è una proiezione non troppo consolante.

Gli autori

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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