Le intenzioni di Putin, le dimissioni di Draghi: a chi parlano gli analisti?

Volerelaluna.it

19/07/2022 di:

Il senso degli eventi storico-sociali non dipende dalle intenzioni di chi agisce, ma dalla “ricezione” che le azioni hanno in un “contesto” sociale, formato da gruppi o cerchie di riconoscimento che reagiscono a quell’azione, conferendovi così valore e senso. È, questo, il nocciolo dell’insegnamento di uno dei più raffinati teorici sociali italiani, Alessandro Pizzorno (cfr. Il velo della diversità, Feltrinelli, 2007). Nella prospettiva intenzionalista, secondo Pizzorno, la razionalità è un predicato dell’attore e dell’interazione sociale; mentre in quella della ricezione la razionalità è un predicato che riguarda la manifestazione comunicativa delle ragioni dell’azione di fronte a una cerchia di riconoscimento che giudica queste ragioni come socialmente valide. Secondo questa impostazione, l’osservatore che si ponga scopi di analisi dei fenomeni e dei processi socio-politici non può in alcun modo accedere alle “intenzioni” del soggetto dell’azione e, neppure, inferirle ingenuamente dalla documentazione scritta od orale a questi riconducibile.

Il senso di straniamento che coglie, per esempio, quando si leggono analisi dei processi internazionali inferire le intenzioni di Putin dai suoi discorsi ufficiali – o quando ci si imbatte in interpretazioni psicologiche sulla sua personalità realizzate con strumenti il cui rigore è paragonabile ai “test” dei giornali scandalistici (Putin è preda o predatore?) – ha questa radice. Non si tratta di una spiegazione rivolta a chi richiede narrazione, ma di un’azione diretta a una cerchia di riconoscimento che giudica quella “storia” in base a criteri di valore specifici. Dal punto di vista storiografico e sociologico, desumere le intenzioni di Putin dai suoi discorsi pubblici è un’operazione inaccettabile, priva di rigore metodologico e il cui obiettivo è solo politico-performativo. La vera conoscenza che si può trarre da queste “storie”, quindi, risiede nell’analisi del rapporto che intercorre tra le narrazioni che giornalisti e presunti analisti fanno pubblicamente, attribuendovi un valore conoscitivo inesistente, e l’obiettivo di creare effetti nel mondo riconosciuti come “degni di valore” da una o più cerchie sociali. La vera domanda, dunque, è: a chi e perché parlano coloro che riducono la guerra in corso alle intenzioni di Putin o ai presunti tratti psicologici della sua personalità? Cosa nasconde questa narrazione? E perché tale occultamento interessa specifiche cerchie sociali?

La crisi di Governo che stiamo vivendo consegna una situazione non dissimile. Il senso pubblico dell’evento è dato non dalle intenzioni dei soggetti agenti o “protagonisti” sulla scena (Conte e Draghi, semplificando), quanto dalla presenza di narrazioni (osservatori di secondo livello) che a queste azioni reagiscono attribuendovi un senso valido per specifiche cerchie di riconoscimento. Anche in questo caso sussiste, al netto delle evidenti differenze, un incontro tra domanda e offerta di narrazione pubblica degli eventi. Per Pizzorno la domanda di narrazione dipende in prima battuta dagli interpreti di primo grado, i quali “richiedono narrazione” posti di fronte a eventi di innovazione radicale o di incertezza di valore, quando il senso degli eventi non è immediatamente riconducibile a qualche schema pregresso. La narrazione crea coscienza della propria storia e permette di distinguersi da altre collettività, generando così un’identità durevole. Così, siamo prima di tutto “noi” – con le nostre determinanti strutturali di classe e gruppo di status – a chiedere interpretazioni e senso. Non si tratta, però, di una vera e propria scelta consapevole, quanto di un “bisogno” che spesso agisce in modo pre-riflessivo e che serve a mantenere coerenza con la nostra biografia e a segnare confini sociali con altri gruppi e classi, anche loro portatori di una “domanda” di narrazione. Confini, però, che pur dipendendo da interessi di classe e status non vi calzano a pennello, come un guanto che prende la forma della mano. L’esito dipende dall’offerta di narrazione, che può avere o meno interesse a scombinare questi confini, vuoi nascondendoli, vuoi negandone la validità. Nell’offerta di narrazione, come prima sottolineato, svolge quindi un ruolo centrale la scelta dei narratori o “interpreti di secondo grado” i quali – diversamente dagli interpreti di primo grado, cioè “noi” – osservano non per interagire con la situazione d’azione, ma per «comunicare ad altri (la natura di) quello che ha(nno) osservato» (p. 71). Questa operazione, però, è potenzialmente aperta a esiti diversi: «La natura dell’orientarci nel nostro lavoro di storici o di scienziati sociali consiste nell’identificare le domande che emergono, o facciamo emergere, nella cultura che consideriamo nostra, e se il nostro compito non è di convertire qualcuno, ma di rispondere a quelle domande e riformularle con trasparenza, dove mai può nascondersi la tentazione di non essere obiettivi? Solo nell’incapacità di non essere trasparenti agli altri e a noi stessi. O nell’imbroglio volgare» (op. cit. p. 105).

Ecco che l’offerta di narrazione può avere scopi di “conversione” (voglio mostrare la mia nuova appartenenza), imbroglio (racconto il falso) o potere (racconto ciò che serve certi interessi). Scopi, di nuovo, che dipendono dalla relazione tra “narratore” e cerchie di riconoscimento. Nel raccontare una storia capace di rispondere alla domanda di senso che gli eventi a elevata incertezza portano con sé, l’interprete di secondo grado ha la possibilità o di essere trasparente a sé stesso, o di manipolare intenzionalmente e in modo riflessivo la “storia” che racconta.

Così, per tornare all’esempio precedente, raccontare la guerra in Ucraina richiamando le intenzioni di Putin sulla base delle sue dichiarazioni pubbliche, piuttosto che rappresentare la crisi politica in corso con il linguaggio del tradimento della patria o della nave che affonda senza un’analisi che riconduca gli eventi agli interessi oggettivi che ne sono alla base, non è un’operazione che ha come obiettivo la ricerca delle cause, la spiegazione degli eventi e l’analisi dei processi storico-sociali. Ma un’operazione di sense-making tramite la quale l’offerta di narrazione si colloca (con la propria identità, biografia e progettualità futura) di fronte a una o più cerchie di riconoscimento, che sono portatrici di schemi di valore e metriche di qualità sintoniche con quella narrazione. In altri termini, le palesi ingenuità metodologiche che squalificano il valore scientifico delle pseudo-spiegazioni offerte non sono causali, ma riconducibili ai legami e ai gruppi di potere che “battono la moneta” necessaria per attribuire valore alle “storie” così raccontate e, soprattutto, ai loro autori e autrici. Che prima o poi saranno ricompensati per tanto sforzo.