Lo sport femminile tra professionismo e ipocrisia

image_pdfimage_print

Quando la legislazione sembra mettersi al passo della realtà, approvando provvedimenti che pareggiano il progressismo della società civile, il rituale è collaudato. Così nel nostro Paese il tributo del mainstream all’introduzione del professionismo per le calciatrici è stato generale e non sono emerse voci di dissenso. Anche se non è tutto oro… Infatti, se non va certo negato il buon diritto dell’equiparazione formale del calcio femminile a quello dei maschi (sia pur avvenuto con minimi tabellari esigui e non sempre facilmente applicabili), c’è da chiedersi se e come la conquista si tradurrà a regime. Finché ci sono club come Juventus e Roma, che rispondono a società potenti, tutto verrà automaticamente di conseguenza ma nelle piccole realtà provinciali fino a che punto il merito sportivo potrà modificare l’etichetta di amateur? Ci saranno forse club che eviteranno la promozione in serie A per non essere costretti al rispetto dei nuovi limiti tabellari e contrattuali? Del resto anche lo sport olimpico, ipocritamente, non ha superato gli steccati imposti dal barone De Coubertin che portarono, nel 1913, alla squalifica di un campione vero come Jim Thorpe e non solo. Ricordate Dorando Petri? Beh, i suoi duelli con Jonny Hayes dopo la drammatica maratona olimpica di Londra del 1908 (nella quale Petri vinse ma venne squalificato per essere stato sorretto negli ultimi metri da uno dei giudici) furono incentivati a suon di centinaia di dollari dagli organizzatori per l’ipotetica rivincita senza che nessuno sollevasse particolari discussioni sullo status dei protagonisti.

E poi, ora le calciatrici sono in regola, ma le altre sportive? Facciamo un esempio concreto. Stefania Pellegrini può essere considerata una dilettante se, fino a che ha gareggiato (dai 14 ai 32 anni), ha fondato tutta la propria attività sui proventi degli ingaggi natatori (della Federazione, del club, degli organizzatori di singoli meeting)? E ciò vale anche per sport di blasone meno mediaticamente popolare. La ginnasta Raffaeli, balzata sotto i riflettori per i successi in Coppa del Mondo di ginnastica, ha rivelato di allenarsi otto ore al giorno: come possiamo considerarla dilettante se dedica un terzo della propria disponibilità oraria allo sport in cui eccelle? Potremmo anche scendere di fascia e parlare di tiravoliste, di giocatrici di hockey su prato o di pallamano e persino di chi pratica il curling. E possiamo considerare dilettante la migliore pallavolista italiana ‒ Paola Egonu ‒ in procinto di trasferirsi a un club turco con la lusinga dell’ingaggio di 500.000 euro?

La questione non riguarda solo i leader dei singoli sport. Proviamo a pensare a una qualunque giocatrice di basket o di pallavolo in serie A. Perché la trasformazione da dilettante in professionista non dovrebbe riguardarla? Evidentemente c’è un limite di sistema e di risorse finanziarie che impedisce un passaggio radicale in questa categorizzazione. Il fatto è che lo sport vive di contraddizioni infinite. E l’ammissione all’Olimpiade rispetta questo equivoco. Un cestista (maschio) che milita nel terzo campionato nazionale è considerato un dilettante ma è un professionista a tempo pieno la cui esistenza dipende integralmente dallo stipendio (o rimborso spese) versatogli dalla società.

Ma torniamo al punto da cui siamo partiti. La riforma si è fermata in mezzo al guado, obbedendo a una richiesta nata sullo slancio di un’esaltazione un po’ demagogica del calcio femminile i cui risultati internazionali, peraltro, sono la pallida copia di quelli ottenuti in maglia azzurra trent’anni fa ai tempi della Morace e della Vignotto. Del resto si sa, il calcio ha sempre un occhio di riguardo rispetto alla quarantina di altri sport in lista d’attesa. Anche se è lo sport, in chiave maschile, ormai cronicamente escluso dai mondiali e, dunque, con risultati non certo pari alle pretese.

Gli autori

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.