La pace era solo una tregua

Volerelaluna.it

21/04/2022 di:

Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / nella miseria.
(Dante, Divina commedia, Inferno, V, 121-123)

Nel XIX secolo il conflitto tra l’impero russo e quello ottomano si svolgeva generalmente ai danni dei paesi balcanici. E proprio a causa del panslavismo era emerso anche il panserbismo, a cui, mutatis mutandis, pur si deve, verso la fine del XX secolo, la guerra e la pulizia etnica nella ex Jugoslavia. Dopo la guerra russo-turca del 1877, l’impero russo si scontrerà anche con il pangermanesimo degli Imperi Centrali, con l’Austria-Ungheria e con la Germania. I due congressi di Berlino del 1878 e del 1884 misero temporaneamente fine a queste guerre imperialistiche, asfittiche e sterili, in Europa, per riesplodere tuttavia trent’anni dopo col Primo conflitto mondiale, ancora in Europa, nei Balcani, a Sarajevo, in tutta la sua moderna brutalità, a un tempo angosciosa e liberatoria. A proposito della Grande guerra, nel Prologo del suo saggio del 2006 Europe. Une passion génocidiaire, lo storico Georges Bensoussan riporta una tesi sostenuta allora anche da studiosi “impolitici” come Thomas Mann e Sigmund Freud: «La guerra diede libero sfogo [alle] pulsioni arcaiche, come se la violenza vietata e rimossa fosse in realtà sempre rimasta nell’ombra, dietro la porta della Legge». Una violenza che la prosa di Ernst Jünger ha cercato di poetizzare e della quale però hanno subito le tremende conseguenze prima gli armeni (condannati dai turchi a un genocidio, proprio perché avevano chiesto l’appoggio alla Russia) e poi i polacchi, visto che la Polonia era in mezzo ai due blocchi imperiali. Prima Lenin, con la pace di Brest-Litovsk (1918), e poi Stalin, con il patto Ribbentrop-Molotov (1939), ne consentirono la spartizione e l’invasione, rendendola così terra di conquista selvaggia e di barbarici stermini di massa, specialmente nei confronti della popolazione ebraica da parte del Terzo Reich e delle sue Einsatzgruppen.

Tramontata definitivamente, sempre alla fine del XX secolo, cioè trent’anni fa, l’idea gorbacioviana di una “casa comune europea” – alla quale volevano essere invitati sia Ucraina che Georgia – oggi, ma a partire dall’inizio del XXI secolo, con l’emergere di forme democraticamente nostalgiche di imperialismo e con l’affermazione di vecchie e nuove superpotenze, la Federazione Russa ha deciso di mettere fine alla sua guerra in Ucraina iniziata otto anni fa, allo scopo di ottenere – approfittando forse dell’emergenza pandemica ancora in corso – il riconoscimento e la legittimazione della sua potenza politica, economica e militare sulla scena internazionale. Infatti, a differenza dell’imperialismo statunitense, che attraverso la Nato, nel bene e nel male, ha avuto la legittimazione della storia come Patto Atlantico, la Russia, per le evidenti contraddizioni storiche, non l’ha potuta ottenere né come Federazione Russa, né tanto meno, in passato, come Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, specialmente sotto l’egida del Patto di Varsavia. Una negazione, un veto che, nonostante l’enorme e decisivo contributo dato dall’Armata Rossa per la vittoria contro la dittatura nazifascista, essa si è vista opporre alla fine della Seconda guerra mondiale con la dottrina Truman e con la conseguente, lunga, complessa e ancora non conclusa “guerra fredda”.

Oggi, come si diceva, sembra che alcune repubbliche democratiche stiano assumendo sempre più la forma di dittature, non solo fuori dell’Europa, non solo ai confini dell’Europa, ma anche all’interno della stessa Unione Europea. Oggi (pensiamo al Brasile, alla Russia, alla Bielorussia, alla Turchia, all’Ungheria) sembra infatti che si possa addirittura parlare di presidenzialismo autoritario, di liberismo monarchico. Ebbene, oggi, mentre le altre democrazie a vocazione imperial-dittatoriale (pensiamo alla Corea del Nord e alla stessa Cina) si mantengono nella loro neutralità, a pagare il prezzo del nuovo scontro tra l’impero statunitense e quello russo è l’Ucraina, uno stato cuscinetto al confine con l’Europa. Col rischio che, andando avanti di questo passo, cioè senza alcuna volontà di pace da entrambe le parti, e tanto meno dai paesi neutrali (forse per un ancestrale motivo di vendetta), tutta quanta l’Europa finisca con diventare essa stessa un insieme di stati cuscinetto. Situazione critica dalla quale alcuni di essi vorranno smarcarsi e che spiega in parte decisioni come la Brexit. Un’Europa che, peraltro, in questa determinata fase critica, svela, suo malgrado, il suo irriducibile razzismo proprio quando cerca di coprirlo con il sostegno offerto ai profughi ucraini. L’Europa infatti non ha previsto né ha mai preso sul serio o affrontato nel modo giusto la questione delle migrazioni. Si ricordi poi che Mimmo Lucano è stato arrestato per presunti illeciti nella gestione dei migranti provenienti dall’Africa. E si rammenti inoltre che mentre accoglie gli ucraini, la Polonia sbarra la strada ad altra povera gente che fugge da guerre e da situazioni altrettanto disperate come quelle che si danno ad esempio in Siria, in Iraq, in Afghanistan. Se l’Europa diverrà una vasta area-cuscinetto, questo vorrà dire che saremo già in piena Terza guerra mondiale. E sappiamo bene qual è il destino riservato agli stati cuscinetto. Specie se i contendenti non disdegnano, irragionevolmente, di fare uso dei loro doviziosi arsenali nucleari.

Ebbene, in quel tempo di paura e di miseria sicuramente si finirà col pensare che il periodo della vita vissuta con le mascherine colorate sotto la minaccia subdola della pandemia ci sarà stato utile quanto meno come preparazione a una vita che si dovrà verosimilmente condurre con maschere antigas e con impermeabili antiradioattivi nei bunker sotto terra per sfuggire agli effetti delle radiazioni atomiche. Sono già però disponibili sul mercato delle armi bombe termobariche (usate peraltro anche in Siria) in grado di uccidere le persone persino nei ricoveri sotterranei, senza distruggere gli edifici. In tal modo si potrà almeno evitare la fatica di scavare le fosse comuni. E quello che resterà degli edifici farà da cappella cimiteriale.

Siamo stati davvero degli illusi credendo, come accadde a Renzo nei Promessi sposi, che l’esperienza dell’epidemia virale potesse consentirci di accorgerci delle “erbacce” che popolano anche le nostre aride vigne, ossia di avvederci di tutte quelle cose costitutive del vivere essenziale a cui, prima di quella piaga, non ponevamo alcuna attenzione, presi come eravamo da una frenesia, da una compulsione consumistica forsennata. A cancellare del tutto il potenziale correttivo e redentivo di questo virus, il subentrare ancora più subdolo di un’altra piaga, cioè una guerra inattesa, che risveglia purtroppo la nostra antica passione belluina e ci riporta dolorosamente indietro di almeno ottant’anni verso situazioni e condizioni che la pace ci garantiva. Una pace che oggi si rivela essere stata solamente una tregua. Una pace che quella nostra assurda frenesia non ci ha permesso di salvaguardare, perché nella nostra folle esaltazione, nel nostro davvero arrogante entusiasmo, pensavamo che essa, questa benedetta pace, fosse un dato ontologico che niente e nessuno ci avrebbe mai portato via. Ne eravamo più convinti specialmente quando le guerre si combattevano ben lontano da noi. Ritenevamo che la pace fosse un dato, un dono, un comfort che il semplice processo naturale del venire al mondo prevedeva, un surplus fornitoci come un regalo in dotazione per rendere felice il nostro non quantificabile soggiorno sulla terra; un dono scontato, proprio come lo sono in realtà il nostro pianeta e la nostra stessa vita su di esso. Quale maggior dolore, dunque, nel prendere coscienza, rinsavendo, di aver perso quella felicità?

«[N]ei momenti di avversità – scriveva infatti Severino Boezio nel 524 dalla sua prigione – l’esser stati felici costituisce la forma più straziante di dolore». Cioè: nei momenti in cui la fortuna ci volge le spalle, infelicissimum è colui a cui è capitato essere felice (infortunii fuisse felicem). E anche a noi europei, che non abbiamo appreso a sufficienza la lezione di Machiavelli e di Vico sull’arte e sulla politica della prevenzione, anche a noi, dopo aver conquistato a caro prezzo la pace, è accaduto, come alla stessa Francesca del V Canto dell’Inferno dantesco (il sommo poeta si era ispirato a tal riguardo proprio a quella dolente riflessione del filosofo latino), anche a noi è accaduto di essere felici, per almeno ottant’anni. E ora che siamo di nuovo precipitati nella miseria profonda e nel pericolo reale della guerra, ancora frastornati e incattiviti per la vertigine della pandemia, impotenti dinanzi all’irreversibile devastazione dell’ecosistema, noi che siamo insomma dinanzi al nostro Inferno come alla nostra propria opera, alla quale abbiamo atteso divertendoci sorridendo come ebeti, ebbene proprio ora per noi nessun dolore comincia ad essere maggiore del ricordarsi del tempo felice. Dopo le recenti immagini giunte dall’Ucraina, peraltro, chi oserà più protestare mettendosi davanti a un carrarmato russo? Potremo mai infine dire con un altro poeta Passata è la tempesta, se questo nostro tempo sembra essere invece quello in cui le tempeste anziché cessare o attenuarsi si moltiplicano e si intensificano, generandosi vorticosamente l’una dall’altra, quasi ad arte, in vista di una più che temibile tempesta perfetta?