La piccola Italia dell’Olimpiade di Pechino

L’Italia dello sport torna dall’Olimpiade di Pechino con un bottino di medaglie meno brillante di quanto superficialmente appaia. Il presidente del Coni Malagò, dimentico di aver pronosticato prima dell’evento 20 podi (alla fine 17, un numero che tradizionalmente non porta bene), puntava a raddoppiare la dote della precedente edizione. Ma sul risultato, al di là di ogni apparenza, pesano considerazioni che ne ridimensionano la portata, soprattutto alla luce del testimone passato a Milano Cortina 2026 quando, giocando in casa, le aspettative saranno certamente maggiori.

Anzitutto dal mazzo dei 17 podi si estraggono solo due medaglie d’oro (e una, con tutto il rispetto, dal curling, certo non disciplina primaria). La constatazione evidenzia la palese assenza di numeri uno, di dominatori della specialità. L’infortunio della Goggia probabilmente ha privato la spedizione di una probabilissima medaglia d’oro ma certo tra i rappresentanti azzurri manca un Tomba, un leader, un trascinatore, meglio ancora se pluri-medagliabile (vedi pattinaggio o biathlon).

La seconda considerazione verte sull’età avanzata dei nostri protagonisti. Malagò ha promesso di gestire personalmente l’anagrafe dei più forti, in una sorta di volenteroso ripasso di Gerovital presidenziale. Ma bisogna inevitabilmente fare i conti con l’età dei protagonisti più in vista. La Fontana e la Lollobrigida hanno 31 anni, come la Brignone, Pellegrino e la Wierer. Per non parlare dello sci maschile dove facciamo i conti con i 33 anni di Paris, i 37 di Innerhofer e l’assenza di adeguati rincalzi dato che Sala passa per giovane dal basso dei suoi 26 anni. Aggiungete i quattro anni della prossima scadenza e quasi ci troviamo a congegnare del fantasport, escludendo a priori Visentin e Confortola (33 anni oggi). Appena sotto la linea divisiva dei 30 anni troviamo solo la Goggia, Ghiotto e Moioli.

Come si intuisce siamo a un grado di spremitura intensa e di scarse speranze di rinnovamento. In gran parte questa è una generazione nata sulla scia di Torino 2006 (prima Olimpiade per Fontana) ma senza un’estensione nel reclutamento nel successivo decennio. E poi (Malagò ne è perfettamente conscio) se è vero che le 17 medaglie vinte a Pechino rappresentano in termini numerici il secondo miglior risultato dopo Lillehammer non si può nascondere che nell’Olimpiade norvegese le gare in palio erano 61 mentre in Cina sono diventate 109 ampliando a dismisura la disponibilità di medaglie. E poi in Norvegia l’Italia si collocò al quarto posto nel medagliere mentre in Cina è scesa al tredicesimo, stante il già sottolineato esiguo numero di medaglie d’oro. Infine come non notare che, se anche abbiamo raccolto risultati in un numero interessante di specialità, ci sono settori prestazionalmente desertici? Alludiamo allo slalom femminile, dove nessuna atleta di punta si è impegnata, alla combinata nordica, al bob, allo straziante nulla del fondo femminile dove si acuisce il ricordo dell’apporto generoso di Belmondo e Di Centa.

Per quanto riguarda l’investimento sulle nuove leve c’è il rischio del palleggio tra Coni e Sport e salute, in un continuo di rimandarsi responsabilità, deleghe e accuse. Il problema diventerà sempre più stringente quanto più si avvicinerà la fatidica data del 2026 che già, organizzativamente presenta, di suo, qualche non piccola contraddizione.

Gli autori

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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