Tutti pazzi per il green pass e l’obbligo vaccinale

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Il “governo dei migliori” ha, dunque, esteso il green pass, a partire dal 15 ottobre, a tutti i lavoratori, pubblici e privati, e in molti, a cominciare dalla Cgil, invocano addirittura l’obbligo vaccinale. Ciò avviene, almeno all’apparenza, con un consenso diffuso. Eppure le cose non sono affatto lineari e semplificare non giova, come ha ammonito qualche giorno fa, su queste pagine Tomaso Montanari, invitando ad aprire sul punto un confronto serio, pacato e razionale. Esattamente il contrario di quanto sta accadendo nel Paese in cui prevale la logica degli insulti e degli slogan. Da parte di “no vax” e “no green pass”, certamente, giunti in taluni casi finanche alle minacce fisiche. Ma anche dalla parte opposta, in cui politici di primo piano, direttori di giornali, editorialisti tuttologi e conduttrici o conduttori televisi à la page usano una violenza verbale inusitata nei confronti di chiunque esprima dubbi sulle scelte governative. Il tutto mentre molti “scienziati” danno il peggio di sé utilizzando il palcoscenico dei talk show per polemizzare aspramente gli uni con gli altri ed esibirsi, talora, in proposte indecenti, come quella, subito ripresa da settori della politica, di imporre ai non vaccinati il pagamento di eventuali cure ospedaliere (quasi che l’assistenza sanitaria fosse un grazioso dono del sovrano e non un servizio pubblico finanziato dai cittadini – almeno da quelli che pagano le tasse –  indipendentemente dalle loro convinzioni, dalle loro virtù e dai loro vizi). Ha ragione Montanari: il confronto razionale e sgombro da emotività (comprensibile ma spesso fuorviante) è la sola strada possibile per uscire dalla pandemia senza accrescere i danni gravissimi che già si sono verificati. Per molte ragioni. Perché la scienza è, per definizione, ricerca e sperimentazione e deve, dunque, tener conto dell’evolversi di situazioni e conoscenze. Perché gli errori nelle scelte politiche sono (almeno in parte) inevitabili e vanno corretti strada facendo. Perché occorre guardare all’oggi (ché la pandemia è ora, e qui bisogna salvaguardare la vita e la salute delle persone) ma, insieme, al domani (ché le situazioni di emergenza e i provvedimenti in esse assunti non sono mai semplici “parentesi”  e,  nelle società come nella fisica, «un corpo, sottoposto a una pressione, mantiene una deformazione anche quando la tensione si allenta o termina»).

Con questo spirito, e consapevole di non avere la verità in tasca, provo ad aggiungere alcune considerazioni a quelle svolte nella prima fase della pandemia e all’affacciarsi sulla scena del green pass. Con due necessarie premesse: a) l’entità e la gravità della pandemia in atto sono evidenti ed è irresponsabile sottovalutarle: non siamo di fronte alla peste di Milano del Seicento (che, in un solo anno, provocò nel Nord Italia un milione di morti su 4 milioni di abitanti)

né alla spagnola (che, un secolo fa, determinò nel nostro Paese oltre 600mila morti in due anni) ma l’aumento di 100mila unità di decessi nel 2020 rispetto alla media degli anni 2015-2019, rilevato dall’Istat, non ammette repliche, pur ferma la necessità, proprio in nome della scienza, di una trasparenza e di un approfondimento dei dati oggi gravemente carenti; b) il vaccino, o più esattamente i vaccini, sono un elemento fondamentale nell’azione di contrasto del virus: non sono una bacchetta magica (perché richiedono ulteriori verifiche nel tempo, perché la loro efficacia a fronte delle possibili varianti è inevitabilmente incerta e perché, comunque, le bacchette magiche non esistono) ma presentano vantaggi di gran lunga superiori ai rischi (potenziali e, in ogni caso, nelle classi di età non pediatriche, assai limitati). Dunque, guai a sottovalutare la situazione e ben venga un’ulteriore intensificazione della campagna vaccinale. Ma tra questi imperativi e l’adozione del green pass e l’obbligo vaccinale non c’è alcuna necessaria consequenzialità e c’è, piuttosto, un salto logico. Prima di argomentarlo è necessario, peraltro, un ulteriore rilievo. Tra i tanti dubbi c’è una certezza: la pandemia non si contrasta in un solo paese ma a livello globale, posto che è nata (a quanto pare) in Cina e che le varianti più significative e aggressive (stimolate prevalentemente dalla circolazione del virus) rimandano al Brasile e all’India. Ma ciò – come segnalato su queste pagine da Gianni Tognoni e Nicoletta Dentico – non sembra interessare i governi occidentali che si limitano a parole di circostanza, mentre in Africa i vaccinati non superano tuttora il 2%…

1.
Parto dalla prospettiva più radicale, quella dell’obbligo vaccinale, diventato un leitmotiv del discorso pubblico, adombrato anche dal presidente del Consiglio e definito, da alcuni, più responsabilizzante e “meno ipocrita” del green pass. La prospettiva è in effetti, a prima vista, egualitaria e risolutiva. Ma, a ben guardare, non è così ché, in realtà, si tratta di una strada impropria e foriera, a medio e lungo termine, di effetti assai pericolosi. Mi riferisco, ovviamente, all’obbligo vaccinale generalizzato, non a quello limitato ad alcune categorie sensibili (già previsto dall’art. 4 del decreto legge n. 44/2021 per gli operatori sanitari e che non differisce, nella sostanza, dall’originario green pass). Le parole hanno un senso e non vanno usate con leggerezza evocativa soprattutto quando incidono su situazioni delicate. Che cos’è un obbligo vaccinale posto dallo Stato a tutti i cittadini? È, all’evidenza, un obbligo giuridico, non competendo ai Governi imporre obblighi di altra natura (e la storia ci insegna dove portano i regimi che pretendono di dettare ai cittadini l’etica, la morale, la virtù o la religione…). Ma un obbligo giuridico ha – lo dico per renderne esplicite le conseguenze – una caratteristica ineludibile: il mancato adempimento spontaneo comporta o la sua esecuzione coattiva ovvero, quando ciò non è possibile, una responsabilità del soggetto inadempiente e una conseguente sanzione a suo carico. È ciò che accade per gli obblighi vaccinali in età pediatrica previsti dal decreto legge n. 73/2017 la cui violazione comporta la somministrazione coatta del vaccino (sostituendo alla volontà dei genitori una decisione giudiziaria, come ritenuto da alcuni tribunali per i minorenni) ovvero l’impossibilità, per i bambini, di frequentare asilo nido e scuola materna (ma non anche la scuola primaria) e, per i genitori, una sanzione economica. Cosa accadrebbe, dunque, in caso di inadempimento dell’obbligo vaccinale? Esclusa la praticabilità di trattamenti sanitari obbligatori (che integrerebbero scenari da fantascienza), resterebbero le sanzioni. Ma qui tutto si complica. Anzitutto è pressoché impossibile individuare sanzioni adeguate: quelle economiche non varrebbero, almeno in misura significativa, a indurre gli inadempienti a vaccinarsi e resterebbero per lo più inevase (come accade nel nostro Paese per tutte le sanzioni pecuniarie), aprendo interminabili contenziosi; mentre quelle consistenti in divieti non potrebbero che corrispondere all’attuale green pass, non essendo ipotizzabile per i contravventori, anche qui senza disegnare scenari da fantascienza, divieti assoluti di scendere in strada (in una sorta di detenzione domiciliare diffusa) o di accedere all’acquisto dei beni di prima necessità (come il cibo o i farmaci) o di portare a spasso l’incolpevole cane.

Senza dire dell’impossibilità di applicarle in maniera generalizzata e uniforme nei confronti di milioni di persone (ché di questo si tratta, stando ai dati forniti dal commissario all’emergenza in tuta mimetica), con la conseguente inevitabile selezione dei destinatari, magari in base a elementi che nulla hanno a che vedere con la pandemia (come già sta accadendo, per esempio, con i militanti No Tav, sanzionati per avere trasformato in dinamiche delle manifestazioni statiche, mentre l’intera Italia si assembrava, impunemente, per festeggiare la vittoria calcistica degli europei). Tirando le somme: un obbligo giuridico in senso proprio sarebbe impraticabile, dilaterebbe in modo abnorme la discrezionalità del Governo e della polizia e segnerebbe una regressione politica in direzione di uno Stato etico che certo non merita rimpianti né revival.

2.
Torniamo, dunque, al “più realistico” green pass. I suoi limiti sono evidenti e più volte denunciati: «È davvero pazzesco che il passaporto sanitario sia (per esempio) necessario per pranzare alla mensa della fabbrica, ma non nel ristorante dell’albergo di lusso; per passeggiare in un parco monumentale, ma non per consumare superalcolici al banco; per andare a teatro, ma non alla messa; per andare all’università ma non al supermercato; per salvare la vita dei ricchi sulle Frecce (170.000 al giorno), ma non per tutelare i 6 milioni di pendolari che ogni giorno viaggiano sui treni locali» (Montanari). A questa irrazionalità il Governo ha risposto dilatando a dismisura – con il decreto legge approvato il 16 settembre – l’area di applicazione del green pass, estesa a 23milioni di lavoratori, e prevedendo che i non vaccinati per scelta possano lavorare (id est procurarsi il necessario per vivere) solo a pagamento, sottoponendosi, a proprie spese, a tamponi periodici. Ma questa estensione, oltre a non far venir meno le disparità di trattamento (perché, per esempio, il green pass per i magistrati e non per gli avvocati in tribunale, o per chi va a lavorare e non per i fedeli che partecipano a cerimonie religiose?), allontana sempre più la misura dal suo originario carattere sanitario (in qualche modo rinvenibile allorché era prevista solo per categorie sensibili come medici e infermieri) trasformandola in puro strumento di pressione per indurre/costringere i cittadini a vaccinarsi, come candidamente ammesso dal ministro della salute nella conferenza stampa del 16 settembre e dalla proposta del ministro per la pubblica amministrazione di estenderla finanche ai lavoratori in smart working. Caratteri, entrambi, che introducono non pochi dubbi sulla costituzionalità della previsione, anche a prescindere dal fatto che l’eventuale copertura costituzionale non ne farebbe comunque venir meno l’improprietà politica e amministrativa.

3.
Che fare allora? Subire irresponsabilmente la pandemia rassegnandosi a contare le vittime e rischiando di esserne parte (soprattutto se si è fragili o non più giovani)?

Ovviamente no. Le vie alternative esistono, e sono, oltre che più corrette, anche potenzialmente più efficaci: da un lato, puntare sulla persuasione e, dall’altro, potenziare le misure di cautela già in atto, prive di controindicazioni perché – esse sì – non discriminatorie e, in ogni caso, poco invasive perché non incidenti sui corpi delle persone. Conosco le obiezioni: il ricorso alla persuasione è un rifugio consolatorio e irrealistico per anime belle e le cautele di carattere generale sono già in atto. Non è così. Che la tecnica della persuasione, se perseguita in modo adeguato, non paghi è un’affermazione apodittica e smentita anche nel caso concreto: con essa si è arrivati, prima dell’introduzione del green pass, a una soglia di vaccinati, almeno con la prima dose, prossima all’80 per cento ed è quantomeno da dimostrare che le resistenze al vaccino siano state indotte dalla propaganda negazionista più che dalle carenze e dai disastri della comunicazione ufficiale, a cominciare dai contraddittori balletti sull’uso dell’AstraZeneca e dalle irresponsabili farneticazioni televisive di virologi “di chiara fama” secondo cui il Coronavirus era «clinicamente sparito» già nell’estate scorsa. Quanto, poi, alle cautele (mascherine, distanziamenti etc.), indispensabile complemento del vaccino al fine evitare la trasmissione del virus, è ben vero che sono tuttora in vigore ma è altrettanto vero che il calo di tensione nel loro uso, già tangibile nei fatti, è incentivato dalle illusioni sull’efficacia taumaturgica del green pass che hanno indotto autorevoli ministri a proclamarne il superamento, totale o parziale, persino per discoteche, stadi e aule scolastiche. La questione dunque – qui sta il punto fondamentale – non è di carattere sanitario o di efficacia ma ha a che fare con la cultura politica e le tecniche di governo delle società complesse. Ed è una questione risalente anche se rimossa, su cui mi limito a due flash. Primo: le società si governano più utilmente con gli ordini e i divieti o con il coinvolgimento e la partecipazione? L’uso di sostanze stupefacenti si disincentiva con l’educazione o con la punizione (come si dibatteva all’epoca della stretta repressiva del 1990)? le varie forme di devianza si affrontano con un incremento mirato del welfare o con interventi ispirati alla “tolleranza zero” (secondo il leitmotiv delle campagne elettorali di alcuni decenni or sono)? bisogna puntare su leggi autoritarie per impaurire i destinatari (secondo il modello hobbesiano) o sul “diritto mite”? Il pensiero dominante, prossimo a diventare unico, ha da tempo scelto la prima alternativa ma i risultati non sono certo entusiasmanti e tanto meno possono esserlo in situazioni di disgregazione sociale e politica come quella attuale in cui – come ricordano alcuni (pochi e isolati) intellettuali di diversa estrazione, a cominciare da Tariq Ali e Roberto Saviano – anche il movimento contro i vaccini e le procedure di sicurezza è, almeno in parte, prodotto o incentivato dal fatto che una quota crescente di persone «non si fida più del Governo e dello Stato» e vive «un disagio che la politica non riesce a interpretare, una rabbia confusa in cui la reazione diventa l’unico orizzonte possibile». Secondo. È vero, la pandemia ci mette sotto gli occhi i guasti della concezione egoistica e individualista della libertà propria del liberismo imperante e pone in primo piano l’esigenza della solidarietà (o, meglio ancora, della fraternità, evocata nella carta della rivoluzione del 1789). Ma anche qui non basta proclamare una principio e occorre interrogarsi su come realizzarlo: la fraternità può essere imposta per legge o è il frutto di una paziente opera di incentivazione della partecipazione e del senso civico che la legge può/deve accompagnare e favorire ma non può imporre? La risposta è, per me, ovvia, anche alla luce delle troppe esperienze negative, interne e internazionali, vissute negli ultimi anni e mesi. La riflessione su questi punti non può essere elusa sulla spinta dell’emergenza: se si uscirà dalla pandemia potenziando – sia pur, come si usa dire, a fin di bene – una cultura autoritaria questa si trasferirà stabilmente nella società, che non è fatta di compartimenti stagni indipendenti. E servirà a poco lamentarsene o protestare…

Un ultimo flash. Mi infastidisce e mi preoccupa avere come contingenti compagni di strada in alcuni passaggi di questo ragionamento esponenti della peggiore destra. Mi rinfranca, peraltro, che la parziale identità di argomentazioni nella fase dell’opposizione si dissolva come neve al sole allorché si passa a quella progettuale (nella quale le parole d’ordine della destra tornano ad essere quelle, antitetiche alle mie, della tolleranza zero, dello Stato penale, della discriminazione e del rifiuto). E, soprattutto, mi irritano il conformismo e la sudditanza di quella che un tempo era la sinistra, oggi incapace di qualsivoglia analisi e impegnata solo, anche su questo punto, a tessere le lodi dell’uomo della provvidenza regalatoci dalla Banca centrale europea, dietro cui occorre stare allineati e coperti come soldatini ubbidienti, incuranti persino del fatto che si finisce così per consentire alla destra di presentarsi, strumentalmente e falsamente, come presidio delle libertà e finanche della Costituzione (sic!). So bene che il trend è ormai, almeno nel breve periodo, immodificabile. Ma non è una buona ragione per abbozzare. Almeno a futura memoria.

 

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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5 Comments on “Tutti pazzi per il green pass e l’obbligo vaccinale”

  1. Un articolo davvero mirabile, da leggere e rileggere per trarne insegnamento. Finalmente qualcuno che entra nel merito, nel dettaglio, nell’analisi e nelle prospettive: tutto in un unico ragionamento che non si limita a “dire la propria”. Per questi motivi, le parti che sono passibili di contraddittorio… non meritano di essere contrastate in questa sede dei commenti. Che ciascuno piuttosto ci rifletta da sè, facendosi le proprie deduzioni.
    Io mi limito a sottolineare un punto di prospettiva, che per me è dirimente: che si legga e non si abbia paura a proclamare, nei provvedimenti delle Istituzioni, la loro pulsione a FINGERE. Fingere di aver potere. Fingere di poter agire. Fingere di essere equi. Fingere di non aver alternative.
    Il “governo dei migliori” è in questo paradigmatico. Partiti che aspettano dal Capo (del governo, non più del partito) la direzione verso cui andare coi propri raffazzonati discorsi. I quali finiscono col voler essere giustificazioni ex post. Col terrore che ogni contraddittorio apra le porte alla sciagura. Terrore vero o piuttosto terror vacui?
    Per forza, poi, che la tolleranza si stravolge nel suo contrario. E i principi d’ogni sana politica diventano liquidità da spendere, quando il banchiere gentilmente ne concede l’usufrutto senza usura evidente.
    Per forza, poi, che la legge deve toccare solo di striscio il suo vero oggetto (e gli azzeccagarbugli ringraziano): altrimenti, la finzione si disvela e scatena ancor peggiori impulsi di reazione.
    La nave del potere politico è insomma in balìa della tempesta, sul ponte non si limitano a ballare ma sperano di convincere gli squali ad investire sulla crescita delle pance delle loro prede.

  2. fa riflettere il fatto che i lavoratori abbiano l obbligo vaccinale (ah, no, scusate, il green pass) mentre i clienti, gli imprenditori (che lavorano a fianco ai lavoratori) non lo abbiano.

    alla faccia della rivoluzione francese. da noi i lavoratori (e solo i lavoratori) devono avere il green pass, e sono obbligati a lavorare con clienti senza green pass e forse (non si puo escludere a priori) infetti. non si possono rifiutare di lavorare con un cliente sprovvisto di green pass, in altri termini devono rischiare la propria salute.

    un tempo, quando i neoliberisti non erano al governo e la sinistra era di sinistra, esisteva una legge che prevedeva l obbligo del datore di lavoro di tutelare la salute del lavoratore.
    una legge che é costata molto per ottenerla.

    oggi quella legge é stata “sospesa”: il datore non ha alcuna responsabilita se il lavoratore viene infettato sul lavoro, se si ammala gravemente o schiatta.

    in pratica se non ti vaccini perdi il lavoro (ah no, perdi solo lo stipendio, scusate), se ti vaccini rischi comunque grosso. non ti protegge piu nessuno, nemmeno la sinistra..

    un ministro ha ben pensato di far tornare tutti i lavoratori pubblici in ufficio, come se la pandemia fosse finita, o, si potesse “cancellare” con un decreto ( qualcuno crede di avere i super poteri). tra parentesi la pandemia ha avuto un unico merito: spingere una pubblica amministrazione verso il digitale (cosa che nessun ministro era riuscito a fare).

    rischi grosso per una serie di motivi spesso sottaciuti: il 5% dei vaccinati non produce sufficienti anticorpi (lo affermano i produttori), la variante delta “buca” il 13% dei vaccinati, nessuno sa a priori se fa parte di quel sfortunato 5%. 1 su venti é praticamente senza vaccino ma non lo sa.

    dopo 6 mesi gli anticorpi creati dal vaccino spariscono (le persone vaccinate i primi mesi del 2021 sono gia scoperte).

    il green pass illude tutti di essere al sicuro, di poter girare liberamente,
    i piu si comportano come se il virus non esistesse, si vedono in giro comportamenti folli da incoscenti, come se non sapessero nulla che su questo pianeta c é ancora una pandemia.

    il green pass “sostiene” comportamenti folli. ed era nato con un regolamento UE per far ripartire il turismo in europa, non per andare a lavorare, cari neoliberisti.

  3. Sono un’infermiera che lavoro in una struttura sociosanitari e sono vaccinata. Alcuni miei colleghi hanno fatto una scelta diversa, non hanno titolo strettamente sanitari quindi fino a qualche giorno fa non avevano l’obbligo vaccinale. Pare invece che dal 10 ottobre questo obbligo ci sia: perchè? perchè non dare a loro come a tutte le altre categorie di lavoratori la possibilità di un green pass ottenuti tramite tampone ogni 48 ore a cui loro sono disponibili a sottoporsi? Se davvero allo Stato sta a cuore la tutela della salute dei cittadini, di quelli più fragili, dei lavoratori, del posto di lavoro, i tamponi così frequenti sono di certo una sicurezza, un controllo costante. Oppure questo passa in secondo piano e diventa fondamentale l’obbligo vaccinale? qual è il bene vero a cui si sta pensando? Spero si oasi oltre wuesta legge e i miei colleghi come molti altri, facendo gli opportuni controlli e usando le misure di protezione, cone stiamo facendo da un anno e mezzo, possano continuare ad esprimersi nella loro professione, essendo d’aiuto all’intera équipe e soprattutto alle persone fragili di cui fino ad oggi su sono ore di cura.
    Se avete commenti o suggerimenti, grazie. Complimenti per gli articoli scritti, davvero interessanti.

    1. agli inizi della pandemia gli infermieri e tutto il personale sanitario erano considerati degli angeli che hanno salvato molte vite.

      a questo si aggiunga il tristissimo dato dei molti/troppi infermieri e loro familiari che hanno perso la vita per salvare altri.

      ebbene, di tutto questo pare oggi ci sia completa amnesia collettiva.

      trovo incredibile questa deriva autoritaria, ove non esiste piu nemmeno la liberta di curarsi o rifiutare delle cure o un vaccino con consenso informato obbligatorio.. nemmeno da parte degli addetti ai lavori (che qualcosa si suppone ne capiscano…)

      il settore della sanita é per ovvi motivi il piu esposto e i pazienti devono essere al sicuro, questa deve essere la priorita.

      i pazienti non sono affatto al sicuro in quanto chi ha il green pass potrebbe essere contagioso asintomatico e non saperlo, il green pass illude di una sicurezza che non esiste. in ospedale come ovunque altrove.

      paradosslmente i pazienti sarebbero piu sicuri con chi non ha il green pass ma ha il tampone fatto da poco.

      questo dicono le evidenze scientifiche. il resto sa di propaganda politica.

  4. Si può esprimere il dubbio che non si tratti di una PANDEMIA, bensì di una malattia da affrontare con mezzi diversi da obblighi più o meno mascherati e senza fare del terrorismo sanitario?
    Se si trattasse di una situazione così grave, se ogni famiglia – come dice la televisione – ha avuto un lutto a causa del virus, pensiamo davvero che ci sia bisogno di decreti del governo, di persuasione al vaccino e all’ osservanza di comportamenti quali l’uso della mascherina o il distanziamento?
    La gente non uscirebbe più di casa e le scapperebbe qualsiasi voglia di andare al cinema, teatro, ecc. (con green pass o senza green pass).
    E’ necessario invece che si ponga mano al sistema sanitario per renderlo più efficiente, con assunzione di medici e una capillare medicina del territorio. Così la Repubblica dovrebbe “tutelare la salute”.
    Quanto al vaccino credo che dovremmo essere un po’ meno superficiali e pretendere che venga sperimentato secondo i canoni e se poi funzionasse, per coerenza si dovrebbe rendere disponibile anche ai paesi più poveri.

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