I confini della discriminazione e l’identità di genere

31/05/2021 di:

Leggiamo il disegno di legge Zan immaginandoci in una scuola secondaria di secondo grado. In classe c’è un ragazzo, Paolo, che parla di sé al maschile: si sente, e dice di essere, maschio. Ma sul registro – e all’anagrafe – si chiama Paola, perché purtroppo le scuole come il Liceo Ripetta di Roma sono poche. Ipotizziamo che subisca una discriminazione – che, beninteso, non significa chiamarlo “Paola”, atto che denota ottusità burocratica e mancanza di sensibilità, ma non una discriminazione sanzionabile. L’atto “davvero” discriminatorio sarebbe punibile se la legge si riferisse solo al sesso o all’orientamento sessuale? No, perché il suo essere anagraficamente e biologicamente donna è pacifico, e nulla è dato sapersi circa la sua attrazione verso maschi o femmine. Sarebbe punibile se nella legge fosse scritta la protezione verso «le persone transessuali»? No, perché Paolo non lo è, non avendo cominciato la transizione sul piano medico-legale. E quindi? La conclusione è che se si vuole proteggere Paolo-che-sul-registro-è-Paola serve un’espressione per definire la “causa” dell’odio altrui, e tale espressione è «identità di genere», opportunamente indicata nel disegno di legge già approvato dalla Camera e ora all’esame (si fa per dire) del Senato (https://volerelaluna.it/politica/2020/11/10/occuparsi-dei-diritti-civili-in-piena-pandemia/).

Ragazzi e ragazze come Paolo, peraltro, non sempre si situano nettamente nel maschile o nel femminile: l’identificazione di sé può essere fluida, “nel mezzo”, cangiante. A maggior ragione in casi come questi ultimi serve riconoscere una condizione concreta così complessa attraverso l’espressione «identità di genere». Come non si stanca di spiegare chi da anni studia, applica o fa applicare il diritto antidiscriminatorio, «identità di genere» non è una bizzarra invenzione di un legislatore apprendista stregone, ma è un concetto già riconosciuto sia dal diritto e dalla giurisprudenza internazionali, sia da norme italiane (anche regionali, come la legge numero 5/2016 del Piemonte, ad esempio) e da sentenze della Corte costituzionale e della Cassazione.

Anche se fossero finalmente protette dalla legge penale, persone come il nostro studente avrebbero comunque bisogno anche di altro, e cioè di prevenzione. Il mondo degli adulti, in primis nella scuola, deve fare di tutto per evitare che siano commessi atti contro di loro, educando al riconoscimento e al rispetto delle differenze. Il disegno di legge Zan opportunamente non ignora questo aspetto, facendo riferimento alla scuola all’articolo 7, dedicato alla Giornata del 17 maggio contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia. I senatori sapranno senz’altro che in tale articolo viene richiamato quanto già prevede una legge-simbolo dell’epoca renziana, la “Buona scuola”, che stabilisce – onore al merito – la necessità di interventi educativi per prevenire «tutte le discriminazioni» (articolo 1, comma 16). Lo avranno chiaro soprattutto i senatori di Italia viva, che dovrebbero conoscere meglio di chiunque altro il contenuto di quella norma (che, non è il caso di ricordarlo, fu pessima per quasi tutto il resto). Non cambierebbe quindi granché se venisse approvato il disegno di legge Zan, salvo il fatto che si darebbe un grado di maggiore ufficialità alle iniziative che molte scuole già realizzano ogni 17 maggio.

C’è chi si spaventa di questo, immaginando insegnanti che, come soldatini comandati dal legislatore, dimentichi del principio di libertà di insegnamento, si lanciano a indottrinare giovani menti sulla scissione sesso-genere. C’è chi teme un bavaglio per la libertà di espressione fuori e dentro le scuole. Timori infondati, come messo in luce molto bene, recentemente, anche su queste pagine da Francesca Paruzzo (https://volerelaluna.it/societa/2021/05/25/il-disegno-di-legge-zan-e-la-liberta-di-odiare/). Sono le stesse, identiche, paure che venivano agitate contro quel comma della “Buona scuola” di Renzi dai cattolici oscurantisti tipo quelli del sedicente “Popolo della famiglia”, ignari di cosa accada davvero nelle aule. Lì dentro il contrasto all’odio non segue rigidi schemi ideologici, ma aderisce alla concretezza mutevole e incasellabile delle esperienze vissute e raccontate, grazie alla competenza di tante e tanti docenti e al protagonismo positivo di moltissimi ragazzi e ragazze. Ma lì dentro, nelle nostre aule scolastiche, si consumano anche, quotidianamente, abusi e discriminazioni. Che è ciò di cui avere davvero paura. E contro cui lottare.