A margine della pandemia. Mutuo soccorso o beneficienza?

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La crisi di questi ultimi 12 mesi ha assunto l’aspetto, per le fasce più deboli della popolazione, di una crisi di sopravvivenza: sono venute a mancare certezze anche minime e precarie relative a come nutrirsi, a come pagare affitto e bollette, a come affrontare le emergenze. Niente di nuovo, ma drammaticamente esacerbato dalla devastazione che il virus ha portato in rapporti sociali già pesantemente incrinati.

Costruire reti di solidarietà

In questo quadro, per lo meno a livello delle grandi città, abbiamo assistito al moltiplicarsi di iniziative di solidarietà. A Torino molti soggetti si sono impegnati nella raccolta e distribuzione di generi alimentari e di prima necessità: lo hanno fatto e lo stanno facendo associazioni di quartiere, di solito fornendo il braccio organizzativo ai servizi di assistenza istituzionali e para-istituzionali (Comune, Fondazioni), parrocchie, centri sociali, i Circoli Operai di Lotta Comunista, associazioni di base e mutualistiche come Volerelaluna o Comunet, che affiancano la distribuzione alla messa a disposizione di sportelli di consulenza e di aiuto sui problemi legali, sanitari ecc. Le sfumature sono diverse, l’aspetto solidaristico è più o meno accentuato rispetto a quello caritatevole; ma, almeno per quello che ho potuto cogliere, tutte le iniziative sono caratterizzate da una sostanziale unilateralità: si porta un aiuto a singole persone o famiglie, ma non si costruisce rete sociale (organizzazione forse è una parola troppo grossa), coinvolgimento delle persone che si incontrano nelle attività delle associazioni, né si individua facilmente quali obiettivi proporre per un contrasto collettivo allo stato attuale delle cose.

È sicuramente vero che è più facile dirlo che farlo, ma il problema resta. E questo porta a una riflessione di più ampio respiro su cosa può significare costruire reti mutualistiche e di mutuo soccorso, che vadano oltre il confine incerto e scivoloso fra solidarietà e beneficienza, e che affianchino a una pratica nel sociale, oggi ancora molto da sviluppare, la riflessione teorica su quali strumenti siano oggi necessari per modificare alla radice la struttura economico-sociale in cui il domino del neoliberismo ci ha rinchiuso.

Per aprire questa riflessione potremmo avvalerci di uno sguardo alle esperienze del passato, che ci possono raccontare come le organizzazioni mutualistiche siano nate, per la difesa delle condizioni di vita dei lavoratori, prima ancora che gli Stati si ponessero il problema di intervenire sul sociale, e come queste esperienze si siano strutturalmente intrecciate con le forme di organizzazione sul posto di lavoro per combattere lo sfruttamento, cioè i sindacati. Lavoro interessante ma complesso. In questa sede, molto più limitatamente, prenderò spunto da due articoli apparsi recentemente sul sito della rivista The Nation: a quanto pare, negli USA la discussione su questi temi è più avanti che da noi. Può sembrare strano partire da così lontano, ma si tratta di due contributi che condensano e fotografano utilmente i termini della questione.

Mutual aid

Il primo articolo (Dean Spade on the Promise of Mutual Aid (thenation.com)) è in realtà un’intervista a Dean Spade, docente universitario di legge e attivista anarchico (ancora un professore!), che propone il mutual aid – mutuo soccorso ‒ come risposta a quella che definisce una situazione catastrofica. Nella sua ottica, il cambiamento sociale non può venire dalla politica istituzionale, ma dalle forme di organizzazione che nascono all’interno delle comunità. Il mutual aid «dà gli strumenti per rispondere ai bisogni di ciascuno sulla base di un impegno condiviso per la dignità, la cura e la giustizia. […] Il lavoro sociale, per sostenere le necessità di sopravvivenza di ciascuno, è basato sulla comprensione che la crisi che attraversiamo è causata e aggravata dal sistema in cui viviamo; il mutual aid punta a far sì che la gente abbia quello di cui ha bisogno ora, mentre lavoriamo per attaccare alla radice le cause di questi problemi».

Quindi un aiuto concreto per rispondere ai bisogni, ma con il chiaro messaggio che è necessario combattere chi li ha creati. A differenza della beneficienza, si offre aiuto senza condizioni e criteri di inclusione, sulla base della considerazione che l’accesso ai beni necessari a una vita decente è un diritto. Resta però, anche in questo approccio, una parziale ambiguità sul concetto di “mutuo”: il problema dell’unilateralità non scompare…

Il nucleo del pensiero di Spade è l’opposizione all’intervento delle istituzioni, dello Stato in particolare. Forti mobilitazioni possono ottenere che lo Stato faccia concessioni e offra servizi, ma questo dipende sempre di rapporti di forza e dalle contingenze. Ma la risposta è organizzarsi autonomamente per ottenere quello che serve: «Vogliamo che la gente a livello locale controlli la rete elettrica, produca e controlli il cibo, la salute e fornisca abitazioni sostenibili e a prezzo accessibile per tutti, invece di sperare che il governo un giorno faccia queste cose nella maniera giusta». La profonda sfiducia, anzi il netto rifiuto dello Stato, si basano sulla considerazione che l’enorme apparato dello Stato serve a «garantire che l’acqua e l’aria della povera gente siano inquinate e che i loro bisogni possano essere fonte di profitti per qualcun altro». La critica non risparmia uno dei miti additato da molti ad esempio in questo anno di crisi, il New Deal di FDR (Franklin Delano Roosevelt): «la gente si fa fantasie sul New Deal. Ma lo Stato usa sempre la sua macchina per creare controllo razzista e distribuzione non equa. La Social security è stata creata per escludere i lavoratori domestici e agricoli, e per sottopagare le lavoratrici: tutto questo non a caso, ma per scelta». (Ovviamente, l’intervistato ci tiene a precisare che il suo rifiuto del welfare statale non ha niente a che vedere con le posizioni dei libertari di destra, che vogliono semplicemente eliminare ogni aiuto a chi è in difficoltà).

Come coinvolgere la gente?

Tornando al problema del rapporto unilaterale: come coinvolgere la gente che si vuole aiutare? La gente si rivolge ai gruppi di mutual aid perché ha un problema, ad esempio lo sfratto. Bisogna ascoltarli, non pretendere che abbiamo già in tasca l’analisi corretta, ma chiedere loro: «cosa volete fare? Ci volete aiutare a trovare soluzioni per questi problemi?». (Ottima idea, il problema è sempre quello di come si fa…). L’approccio è comunque sempre quello di partire dalla situazione locale, che è quella in cui si sviluppano i problemi a cui si possono trovare opportunità e soluzioni. È questa la politica, non l’aspettativa che qualcosa si risolva con le elezioni: «È una delle gradi mitologie negli USA – che la politica si faccia prima di tutto nelle elezioni» (problema non solo USA…).

Ma come si passa dal locale ad un livello più generale? La parola d’ordine è coordinamento e messa in comune dell’analisi della situazione: «È un errore considerare le pratiche basate su conoscenza e controllo locali come small scale (di piccola scala) nel momento in cui la gente le sta praticando dappertutto e sta mettendo in comune conoscenze e risorse anche a grande distanza». La conclusione è che combinando mutuo soccorso, educazione politica, costruzione di solidarietà, azioni di protesta nelle strade, la gente sviluppa una nuova maniera di pensare al proprio ruolo nell’affrontare le situazioni di crisi e a salvare le esistenze di tutti.

A me pare che manchino molte cose. Non a caso, da un approccio del genere resta praticamente fuori tutto il discorso sulla produzione e sul suo controllo (al di là dell’esempio dei servizi), il problema del lavoro e di come lo si organizza.

Fraternal societies

Il secondo articolo (Mutual Aid Can’t Do It Alone (thenation.com)) affronta invece il problema del mutual aid con un approccio critico, ricostruendo anche la storia di questo movimento negli USA. Preoccupazione dell’autore è che l’esaltazione del mutual aid da sinistra, con una posizione nettamente anti-statalista, possa favorire l’antistatalismo della destra. La ricostruzione storica parte dalla fine ‘800, quando le associazioni di volontariato operavano in assenza di interventi dello Stato. Posizioni come quella dell’anarchico russo Kropotkin, che contro il darwinismo sociale affermava che la natura umana è cooperativa erano forse ingenue, ma registravano il fiorire di iniziative basate sull’aiuto reciproco.

Negli USA, le prime esperienze prendono la forma di società di fraternal societies, noi diremmo fraternità. Verso il 1910, circa un terzo della popolazione maschile adulta apparteneva a una di queste reti, che garantivano assegni per i lavoratori malati, cura degli orfani, assistenza agli anziani e spese funerarie (!). Altre organizzazioni, come il Grange Movement, organizzavano 1.5 milioni di agricoltori per l’acquisto di macchinari di proprietà collettiva. Nel pieno della Rivoluzione Industriale, gli immigrati europei e i braccianti del Sud formarono per conto loro nuove associazioni di fraternità. In realtà queste esperienze erano profondamente legate alle prime organizzazioni di tipo sindacale, che promuovevano la solidarietà sul posto di lavoro, o che, più avanti nel 20esimo secolo, fornivano assistenza medica alle centinaia di migliaia di iscritti. Anche oggi, molti sindacati di categoria continuano questa tradizione indirizzando gli attivisti a raccogliere risorse per gli iscritti licenziati. In questa versione, il mutual aid era, ed è, non tanto una questione di benevolenza quanto un impegno basato sulla consapevolezza che l’attacco al singolo è un attacco a tutti.

Crisi e intervento statale

Ma, nonostante tutti gli sforzi, queste forme di organizzazione non sono mai state sufficienti a superare le crisi più gravi. Gradualmente, molte di esse, insieme alle organizzazioni sindacali, cominciarono a fare pressioni sui governi locali e su quello federale per l’approvazione delle prime forme di welfare pubblico, dal congedo per maternità a pensioni per gli anziani. Al momento della crisi del 1929, il mutual aid si dimostrò assolutamente insufficiente a fronteggiare il disastro. L’approccio del New Deal di FDR fu di abbandonare la small scale, l’intervento locale, per affrontare il problema con un intervento su due fronti: da un lato una spesa sociale senza precedenti, e dall’altro una legislazione a favore dei lavoratori (il National Labor Relations Act), che consentiva tra l’altro ai sindacati di fornire sostegno ai loro iscritti. Sindacati che superarono una originale diffidenza verso l’intervento legislativo, visto come un possibile fattore di limitazione del potere di contrattazione sindacale, e si impegnarono nella costruzione del welfare state.

Anche su questo fronte, però, i problemi ben presto comparvero. L’alleanza sociale che si era formata attorno al New Deal era debole, e ben presto le crepe si fecero evidenti. Il maccartismo diede un colpo durissimo allo Stato sociale, favorendo la ricomparsa di un approccio alla sicurezza sociale basato sulle reti private. Ma anche successivamente, i presidenti Kennedy e Johnson non si interessarono di piena occupazione e di assistenza sanitaria universale, concentrandosi su politiche monetarie finanziarie, gettando così le basi per una stagnazione salariale che dura tuttora.

Le Black Panther Party: contropotere

Questo abbandono dell’intervento statale fu la causa del forte antistatalismo della Nuova sinistra, e della ripresa di pratiche di solidarietà comunitaria. Un caso esemplare, citato anche da Alexandra Ocasio-Cortez in occasione delle sue iniziative in questo anno di emergenza Covid, è quello del Black Panther Party for Self-Defense. I suoi fondatori, Huey P. Newton e Bobby Seale, organizzarono circa due dozzine di programmi di aiuto alla sopravvivenza per la popolazione, nell’ottica di educare, organizzare e incitare all’azione rivoluzionaria, mettendo in luce l’incapacità del capitalismo di rispondere alle esigenze quotidiane della gente. Uno di questi progetti, di grande successo, fu il “Free for Children breakfast program”. Nel giro di un anno, dal 1969, il programma fornì vitto a più di 20.000 ragazzi il 19 città. Il successo spinse alcuni governatori, come Ronald Reagan in California, a organizzare programmi analoghi per contrastare l’influenza delle Pantere Nere. (L’esempio è stato citato da AOC per affermare che la pressione di queste iniziative portò al programma federale di colazioni gratuite del 1975: in realtà fu generalizzato e reso permanente in quell’anno, ma era stato avviato già un anno prima di quello delle Pantere Nere). In ogni caso, la prospettiva delle Pantere nere era di costruire dal basso forme istituzionali di contropotere che potessero un giorno competere con lo Stato; ma le condizioni non erano favorevoli e peggiorarono rapidamente, e molte politiche di auto-aiuto sfociarono in forme di intermediazione e in soluzioni individuali.

La crisi odierna

Nella crisi odierna, molta gente, dai volontari del weekend ai militanti anarchici a tempo pieno, ha fatto cose straordinarie per fornire cibo e alloggio alle persone in difficoltà: ma le dimensioni del disastro, con circa un quarto delle famiglie con bambini che non riescono a pagare l’affitto e altri problemi su questa scala, questi interventi restano sostanzialmente marginali.

La lezione conclusiva è che il mutual aid ha funzionato quando era uno degli strumenti per rafforzare le battaglie sindacali e per spingere lo Stato a sviluppare programmi universalistici. Gli USA stanno assomigliando a un paese immaginato dai libertari di destra, dove restano solo isolate azioni compassionevoli. È la condizione naturale di una società senza Stato, e c’è di che preoccuparsi…

In questa discussione, sicuramente legata alla situazione USA (che comunque mi pare più avanzata di quello che si dice da noi), il limite è che ci si fermi all’alternativa fra una visione di costruzione di esperienze di solidarietà dal basso, con un sostanziale rifiuto di ogni sbocco istituzionale, e una delega più o meno completa alle istituzioni, in particolare quelle centrali.

Quello che colpisce, là e qui, è la totale assenza della politica e delle forme collettive e organizzate per praticarla, diremmo così i partiti… Fra l’azione molecolare e uno Stato visto come un corpo sempre più estraneo c’è il vuoto totale. E il vuoto fa paura, per cui proviamo a darci da fare.

Davide Lovisolo

Davide Lovisolo è stato docente di Fisiologia all'Università di Torino dal 1968 al 2015. Dal 1968 ha militato nei movimenti di base, è stato attivista politico in Avanguardia Operaia e poi in Democrazia Proletaria fino al 1978; dal 1980 al 1991 ha militato nel PCI. È stato uno dei responsabili del movimento per il diritto alla casa a Torino negli anni Settanta, delegato sindacale e esponente del Coordinamento Genitori torinese dal 1992 all'inizio degli anni 2000. Da anni è attivo nella cooperazione sociale.

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