Università: video-lezioni col morto

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Lo Screen New Deal si propaga come un terremoto in tutto il globo, travolgendo ogni singolo piano dell’esistenza dei suoi abitanti. Tutto ora sembra prendere forma soltanto con la mediazione dello schermo. Il sistema di istruzione si candida a essere una delle sue prime vittime.

Lo si evince da un recente documento dell’OCSE (2020) – dal titolo «Education responses to COVID-19: Embracing digital learning and online collaboration» – nel quale la crisi pandemica è vista come «un’opportunità per sviluppare un’istruzione alternativa» e soprattutto digitale, così come dalla costituzione del «Global Education Coalition» dell’UNESCO (2020). Quest’ultima è una partnership internazionale formata durante l’emergenza pandemica per aiutare i governi a mobilitare risorse e implementare «soluzioni innovative e adeguate al contesto per fornire didattica a distanza». Tra i membri della suddetta coalizione figurano Google, Microsoft, Facebook, Zoom, OCSE e la Banca Mondiale, tutti impegnati a diffondere e stabilizzare l’istruzione digitale a livello globale.

Non stupisce il fatto di trovare tra gli attori della coalizione i colossi dell’industria Hi-Tech. Basterebbe dare un’occhiata ai loro esorbitanti finanziamenti nel settore dell’istruzione negli ultimi sei anni per rendersi conto del fatto che quello dell’istruzione è diventato uno dei più profittevoli settori d’investimento. Talmente profittevole da indurli a trasformarsi in scuole e università. Tra queste iniziative industriali si possono menzionare: Facebook for Education (https://www.facebook.com/ education); Google for Education (https://edu.google.com) e Microsoft Education (https://www. microsoft.com/it-gb/education). Risale a pochi mesi fa l’annuncio della costituzione della Google University, interamente fondata sulla didattica online. I “laureati” di Google otterrebbero alla fine del percorso il «Google Career Certificate». Altre aziende, come Apple, Facebook e Microsoft, si stanno organizzando per seguirne l’esempio. L’assenza del valore legale del titolo accademico in alcuni paesi agevola molto lo sviluppo di questo processo.

La potenza dell’assalto al tradizionale modello di apprendimento/istruzione – ossia quello face-to-face – deve indurre a vedere nella diffusione della didattica a distanza durante la pandemia un fenomeno a carattere duraturo e non una semplice misura emergenziale. L’impatto, va da sé, non può che essere devastante per gli studenti, essendo impossibile lo sviluppo della conoscenza in assenza dei corpi. Come ha ben spiegato Antonio Damasio (2005), nel suo Descartes’ Error: Emotion, Reason and the Human Brain, il corpo è il terreno di riferimento per la mente, e che corpo e mente sono un unico inseparabile organismo.

La didattica digitale, però, promette di modificare radicalmente anche il lavoro dei docenti. Alcuni di questi cambiamenti sono già visibili nel sistema accademico degli Stati Uniti, paese in cui l’insegnamento in remoto si è molto diffuso dopo la crisi economico-finanziaria del 2008. I corsi accademici online hanno reso più facile l’aumento della “produttività” nelle università, abbattendo radicalmente i costi, salari dei docenti compresi. Da alcuni studi recenti (Friga 2020), si evince come la realizzazione dei corsi online abbia rappresentato una soluzione assai economica per i manager delle università. Del resto, ciò è facile da comprendere: per ogni nuovo corso non si devono considerare gli spazi nelle aule e nelle biblioteche, negli uffici o nei campus etc. Le lezioni online aiutano inoltre a contenere le spese per i docenti: bastano pochi docenti per un grande numero di studenti. In uno degli studi sopramenzionati si sottolinea, infatti, che «un aumento del 10% degli studenti nelle classi si traduce in un risparmio di 10% in spese salariali».

Quanto accaduto di recente in un’università canadese – Concordia University (Montreal) – aiuta a comprendere meglio alcuni pericolosi aspetti del processo in corso. Il caso in questione ha coinvolto uno studente, Aaron Ansuini, e un professore, François-Marc Gagnon. Il primo – che stava seguendo il corso online – realizza per caso che il secondo era morto da più di un anno e si precipita a rendere pubblica la notizia scrivendo su Twitter: «Ciao, chiedo scusa, ho appena scoperto che il prof di questo corso online che sto seguendo ‘è morto nel 2019’ e tecnicamente sta ancora facendo lezioni dato che è ‘letteralmente il mio prof per questo corso’ e sto studiando dalle lezioni registrate prima della sua morte». Sollecitata a fornire una spiegazione, l’università canadese ha spiegato in un comunicato che le video-lezioni registrate del professore morto sono da considerarsi “teaching tool”, cioè semplici strumenti didattici, come i libri o le slide. L’università ha anche spiegato che al corso è stato assegnato un altro professore – vivo – in grado di rispondere alle richieste degli studenti o di fare gli esami. Tutto ciò, però, a parere di chi scrive, costituisce un’aggravante, in quanto introduce una serie di separazioni nel modo di concepire la formazione, che si aggiungono a quella fondamentale tra mente e corpo, operata dalla mediazione dello schermo: in primo luogo, separa la didattica dalla ricerca e, in secondo luogo, separa entrambe queste dal confronto vitale con gli studenti. In un contesto così tristemente disarticolato non vi potrà mai essere conoscenza scientifica. Del resto, ogni docente sa che formazione e trasmissione di informazioni non sono sovrapponibili. Inoltre, la didattica tramite video-lezioni registrate (di soggetti morti o vivi) rischia di avviare anche un processo di deprofessionalizzazione che potrebbe coinvolgere un ampio numero di docenti, i quali finirebbero per essere considerati dei semplici tutor digitali, con tutto ciò che ne consegue in termini salariali e condizioni lavorative. Quanto affermato da Kai-Fu Lee, ex capo di Google China e attualmente uno dei più importanti capitani dell’EdTech (Industria dell’educazione), in un’intervista del 2018 (Corcoran 2018), conferma che questo è esattamente l’obiettivo delle grandi aziende tecnologiche che investono nel settore dell’istruzione: «Le lezioni dovrebbero essere tenute dai grandi maestri. Ci dovrebbe essere un fisico che ha vinto il Nobel ma che è anche un grande insegnante. Tutti dovrebbero imparare da quel docente. Nella nuova forma in cui stiamo investendo in Cina, il rapporto è uno a mille, un docente per mille studenti». In altre parole, il sistema è ideato per contemplare la presenza di pochi professori superstar, che fanno lezione a migliaia di studenti, e moltissimi altri che fanno ricevimento, esami, scrivono dispense e slide, rispondo alle email, etc.

Il cambio paradigmatico dei modelli di formazione, fortemente sostenuto dalle più importanti istituzioni e imprese globali, promette di modificare radicalmente i sistemi educativi e, con questi, anche il lavoro dei docenti. Comprendere e analizzare questo epocale cambiamento appare urgente e necessario, se si vuole trasformare l’esistente.

 

Bibliografia

Corcoran, Betsy (2018). “How Google’s Former China Chief Thinks AI Will Reshape Teaching”, EdSurge, 11 dicembre (https://www.edsurge.com/news/2018-12-11-how-this-famed-chinese-venture-capitalist-thinks-ai-will-reshape-teaching).

Damasio, Antonio. 2005. Descartes’ Error. Emotion, Reason and the Human Brain. New York-London: Penguin.

Friga, Paul N. (2020). “The Great Recession Was Bad for Higher Education. Coronavirus Could Be Worse”. The Chronicle of Higher Education. 24 marzo (https://www.chronicle.com/article/the-great-recession-was-bad-for-higher-education-coronavirus-could-be-worse).

OECD. 2020. “Education Responses to Covid-19: Embracing Digital Learning and Online Collaboration.” OECD, 23 marzo 2020. (https://read.oecd-ilibrary.org/view/?ref=120_120544-8ksud7oaj2&Title=Education).

UNESCO. 2020. “Global Education Coalition” UNESCO, 26 marzo (https://en.unesco.org/covid19/educationresponse/globalcoalition).

Iside Gjergji

Iside Gjergji è sociologa e giurista. Già Lecturer presso la Stanford University, è Senior Researcher al Centro de Estudos Sociais dell'Universidade de Coimbra. Ha tradotto saggi di A. Sayad e J.-P. Sartre. Di recente ha pubblicato: Sociologia della tortura. Immagine e pratica del supplizio postmoderno (Ca' Foscari DigitalPublishing, 2019), "Uccidete Sartre!". Anticolonialismo e antirazzismo di un revenant (Ombre corte, 2018), Sulla governance delle migrazioni. Sociologia dell'underworld del comando globale (Franco Angeli, 2016), Circolari amministrative e immigrazione (Franco Angeli, 2013). Per Il Fatto Quotidiano scrive sul blog: http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/igjergji.

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