Prendere parola

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Viviamo un tempo di incertezze, disaccordi e paure diffuse. Un punto, però, è indiscutibile: la pandemia di Covid19 rappresenta davvero una “svolta epocale”. È la capillare propagazione del virus a costituire il carattere peculiare dell’evento, ancor più dei numeri, che nella loro vaghezza sembra svolgano la funzione di portarci rapidamente dal tormento (se consideriamo l’elevato numero di morti attribuibili al virus) al cinismo (se rapportiamo lo stesso numero ad altre malattie o alla popolazione complessiva).

La diffusione dell’ingiustizia

È stato osservato che la pandemia colpisce più severamente le fasce povere delle popolazioni, (ri)portando alla luce un terreno sociale fortemente polarizzato, con le diseguaglianze in progressivo aumento in tutto il mondo. Al virus della diseguaglianza, che di per sé miete molte vittime ogni anno su scala planetaria, si aggiunge il “nostro” Coronavirus. Pure qui, i numeri precisi direbbero poco, anche se li avessimo (ma purtroppo non sono a disposizione o sono parziali): tuttavia, chiunque può concordare sul fatto che il nutrimento adeguato, l’accesso a cure opportune e tempestive, la possibilità di “isolarsi” in caso di infezione, la garanzia di un reddito sufficiente nell’evenienza di non poter lavorare per un periodo di tempo prolungato siano condizioni che possono non già evitare l’impatto del virus, ma renderlo meno drammatico. Per contro: non poter fare a meno di lavorare o di cercare un lavoro o di procacciarsi un reddito quotidiano; vivere in condizioni di affollamento abitativo; trovarsi nell’impossibilità di accedere a cure adeguate e tempestive sono tutte condizioni avverse, che favoriscono la diffusione e l’impatto drammatico del virus. Anche il livello d’istruzione e di cultura generale è da considerarsi un fattore in grado di influire sulle ricadute della malattia tra le popolazioni: la chiusura delle scuole – e delle università – consolida quel terreno sul quale si è innestata la pandemia, con tutte le sue gravi conseguenze. Basti pensare al significato molto diverso della didattica a distanza per chi vive in abitazioni piccole o grandi, affollate o meno, con genitori o parenti colti oppure incolti. O ai ritardi, difficilmente recuperabili o non recuperabili, accumulati nei fanciulli in difficoltà, per esempio i portatori di autismo, con la differenza che comporta vivere con questi problemi in famiglie facoltose oppure povere. Ma l’elenco sarebbe lungo.

Ovviamente il Sars-CoV-2 non è né democratico né antidemocratico e nemmeno risponde a criteri di giustizia: ma sta svelando con una certa chiarezza il carattere ingiusto del mondo che abbiamo costruito. Ognuno dirà: «lo sappiamo». Bene: è ora di trarne delle conseguenze, riconoscendo in ciò il carattere epocale del passaggio storico che viviamo. È da questo che bisogna partire, perché chi pensa che le diseguaglianze siano il destino del mondo o è un disperato o è un privilegiato.

Intellettuali, esperti e quaquaraquà

Qualche mese fa, durante il primo lockdown, un eterogeneo gruppo di intellettuali, non tutti, ma la maggior parte di “sinistra”, prese la penna per redigere un appello in difesa del Governo: «Basta con gli agguati!». La (breve) discussione si polarizzò intorno a una sorta di polemica generazionale: gli “anziani” con l’etica della responsabilità (le chiusure, cioè il male minore); i “giovani” posseduti dall’etica della convinzione (allarmati per il vulnus alla democrazia). La contrapposizione ha messo in luce la faglia creata, in quel mondo tristo che è la “sinistra”, tra due modi di concepire la figura dell’intellettuale.

L’intellettuale che si è formato negli anni Settanta, con la classe compatta e rigida, la dialettica tra sindacati e partiti del movimento operaio e le forze “extraparlamentari”, è inattuale. Quell’intellettuale alla fin fine, era “colui” (sì, quasi sempre un uomo, imbevuto di mentalità patriarcale) che decideva del male minore, perché l’illusione della crescita inarrestabile sembrava giocare a favore del socialismo, della democrazia, dei processi di emancipazione. Il compito veniva assolto nel seno di una società civile ricca e frizzante, che si organizzava in un vasto reticolo di associazioni, strutture e forme politiche alquanto stabili, soprattutto se paragonate a quelle “liquide” attuali. Dopo la sconfitta della classe operaia e la repressione dei movimenti quell’intellettuale ha attraversato il deserto degli anni Ottanta, perdendo un po’ della fiducia nel progresso, ma diventando – spesso nelle aule universitarie – punto di riferimento per la generazione che, da Palermo a Torino, ha incontrato la politica con la Pantera; una generazione che è stata poi massacrata dallo Stato nel 2001, prima a Napoli dal governo “amico” di Giuliano Amato, e poi, in grande stile, a Genova. Il massacro non fu solo metaforico. E gran parte della nuova generazione capì bene che non esisteva alcun “male minore”. Non è un aspetto secondario della contrapposizione, forse anche dell’incomprensione, che sembra esserci tra i due “tipi” di intellettuale che si sono confrontati recentemente. Anche questo va detto: chi oggi insiste sull’idea del male minore non comprende il carattere inedito della situazione che viviamo e quanto l’espressione sia ormai priva di senso: se pensiamo di affrontare il mondo della pandemia e quello che ne seguirà con questa logica, abbiamo già fallito. È quella logica che ha creato le condizioni della tragica diffusione della pandemia ed è quella logica che ne rende complesso il contrasto.

Il fatto che anche a sinistra chi esprime dei dubbi sulla gestione della pandemia (e non perché gli sia mancata la mezz’ora di jogging!) sia zittito in nome delle migliaia di morti e tacciato di spregio per la vita umana è indice di soggezione culturale e perfino psicologica. Non è di chi si pone delle domande la responsabilità della morte di migliaia di persone. A tutti noi, di qualunque generazione, tocca un compito diverso: cercare la verità e provare a esprimerla, per quanto possibile, con parole all’altezza della situazione. Nulla di più, ma nulla di meno.

Si tratta di questioni elementari, dalle quali bisogna partire per ripensare la funzione intellettuale nel mondo attuale: e prima di tutto occorre prendere le distanze da quella “politica” che agli intellettuali preferisce gli “esperti”, a condizione che siano in sintonia con le decisioni dei gruppi dominanti, e da quel mondo dell’informazione che alla riflessione seria preferisce gli strepiti dei quaquaraquà: esperti di numeri e curve che, indifferenti a un approccio olistico alla pandemia, propinano scenari da incubo a persone spaventate e fisse su qualche post di facebook. Benché il revival del positivismo straccione cui abbiamo assistito sia desolante, il problema non è lo scontro tra scienze “dure” e scienze “molli”, bensì la débâcle del pensiero critico, che nel nostro Paese è stata particolarmente esiziale. Mentre all’estero si discute di come sottrarsi al mondo fatto di telelavoratori, teleconsumatori e teleamici che la logica del “male minore” sta imponendo, in Italia, con poche eccezioni (tra cui alcuni giuristi ‒ per lo più vicini al movimento No TAV ‒ che hanno denunciato il congelamento del dissenso), filosofi, antropologi, storici, politologi, sociologi e compagnia hanno ceduto al silenzio, chiusi nelle proprie case in compagnia di un pc, specchio deformante di sé e dei propri interlocutori rinunciando a dare il proprio contributo. Una crisi come questa si sarebbe dovuta affrontare mobilitando tutte le risorse disponibili, e non ultime quelle degli scienziati sociali, il cui silenzio è sintomo di una crisi forse irreversibile di una parte consistente del sapere accademico.

Pensare altrimenti

Chiudere le scuole non è un male minore. Nonostante un certo accordo nella letteratura internazionale sul rischio relativamente più basso che si corre negli istituti scolastici, in Italia la stampa mainstream ha dato ampio spazio ad alcune interpretazioni tra il dilettantesco e l’ottuso, funzionali a tenere alta la tensione. Ci sono coloro che si sono innamorati di una tesi («chiudere, chiudere») e vedono ovunque ‒ gli occhi allucinati e il cuore pulsante ‒ solo prove a sostegno. Nessun dubbio, naturalmente, perché gli dei non mentono e ai numeri possiamo fare dire di tutto. Ma come ha scritto Valentina Pazé: «Posto che il “rischio-zero” non esiste, che cosa va tenuto aperto il più possibile, salvo il verificarsi di un vero e proprio stato di necessità?». Le priorità, le scelte, le visioni del mondo, un’etica. Abbiamo bisogno di ragionamenti, non di atti di fede. Che insieme alla scuola si siano chiusi teatri e cinema, che si siano annientate tutte le possibilità conviviali, dai concerti alla semplice possibilità di fare sport, anche in questo caso con nessun legame con le modalità di diffusione dell’epidemia, rivela più che una ragionevole preoccupazione per la pandemia una visione del mondo delle classi dirigenti. La stessa definizione, attività non essenziali, ci dice meglio di tanti discorsi quali sarebbero le occupazioni serie, essenziali appunto, di una collettività: lavorare e consumare, in uno scenario anche fisicamente spettrale. Calata la notte, le città italiane sono deserte, in quella che forse è la migliore rappresentazione della “guerra” in corso, con la riesumazione del lessico di un “passato maledetto”: assembramento, coprifuoco erano parole di fascisti e questurini, e lascia sgomenti sentirle usare oggi, con leggiadra superficialità, da intellettuali terrorizzati.

Cosa si può fare? Ragionare in maniera disincantata sulle condizioni che hanno permesso o favorito o drammatizzato la pandemia; uscire dalla delirante colpevolizzazione degli atteggiamenti dei singoli individui che cercano di sopravvivere nella paura (non solo ragazzini ma anche anziani che non vogliono essere morti per non morire e hanno preferito sfidare il contagio piuttosto che isolarsi privandosi degli affetti più cari); riflettere sulle enormi responsabilità politiche nascoste dal mantra del “meno peggio”, responsabilità politiche indicibili perché dietro l’angolo si staglia il terribile ghigno della becera destra italiana; affrontare i dilemmi dell’ora, ammettendo che l’alternativa «chiudere o non chiudere» è stata del tutto illogica (al limite: cosa, come e quando chiudere?); immaginare le conseguenze di lungo periodo della serrata delle scuole, del sovraccarico delle strutture sanitarie e del burnout del personale; collegare pratiche di alternativa: discorsi, esperienze, sperimentazioni in una visione coraggiosa di discontinuità che ruoti intorno all’etica della cura e non alla legge del profitto, ponendo al centro il bisogno, anziché le gerarchie per classe, genere, etnia ed età.

La pandemia ci avverte che dopo, se non si è abbastanza ricchi, da soli non ci si salverà; il che mal si acconcia con gli effetti di lungo periodo del cosiddetto “distanziamento sociale”, che si traduce appunto in isolamento. È necessario individuare subito strade diverse, all’insegna della prudenza, ma non della paura irrazionale dell’altro. La paura che in basso accompagna la disperazione, in alto si specchia nel disprezzo classista: verso chi non capisce, non sta a casa, non obbedisce, non crede ai nuovi idoli. Bisogna individuare altre vie, e se non ci sono, progettarne di nuove. Ma prima, se non è troppo tardi, bisogna accordarsi sulla direzione da prendere e per far ciò prendere parola.

Una versione più ampia dell’articolo è stata pubblicata su Lavoro culturale del 23 dicembre

Monica Quirico

Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l'Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l'Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Torino, Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Gianfranco Ragona.

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Gianfranco Ragona

Gianfranco Ragona insegna Storia del pensiero politico all'Università di Torino. Si occupa di storia del pensiero anarchico e del socialismo otto-novecentesco. Tra i suoi libri più recenti: Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Monica Quirico.

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Roberto Salerno

Roberto Salerno è dottore di ricerca in Scienze politiche e Relazioni internazionali. Si è occupato di analisi dei processi decisionali e collabora con "Giap", "Jacobin Italia", "Palermograd" e con la rivista di storia delle idee "inTrasformazione".

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