Pandemia, welfare e territorio

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La pandemia rappresenta un’immane catastrofe in tutto il mondo. Ciononostante – e anzi proprio per gli sconvolgimenti ch’essa va producendo sull’uomo, sulla società e sull’ambiente – coloro che non si sono votati alla causa neoliberista o, più semplicemente, che non si ritrovano con una fetta di prosciutto sugli occhi vanno ponendo in evidenza come il Covid aiuti a disvelare di che lagrime grondi e di che sangue il modello di società in cui viviamo.

È noto che la mappa del welfare italiano era fin dalle sue origini, fra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, a macchia di leopardo: nella maggior parte delle zone amministrate dalla DC si presentava come welfare dei sussidi mentre in quelle “rosse” (e in quelle in cui era presente una tradizione di buon governo locale) come welfare dei servizi. Il primo distribuiva a pioggia denaro e sovvenzioni mirando a tessere e solidificare il tessuto clientelare che era alla base del consenso intorno alle dirigenze locali. Il secondo mirò alla costruzione di nuovi servizi pubblici e alla ridefinizione delle logiche secondo le quali funzionavano quelli vecchi.

Lo sviluppo del welfare dei sussidi non portò ad alcun cambiamento sostanziale della natura dei servizi, che sostanzialmente rimasero indietro e s’ingrandirono, fra mille frodi, attraverso un uso strumentale delle sovvenzioni provenienti dallo Stato centrale. Nelle zone in cui prevalse il welfare dei servizi, invece, divenne possibile, per ampi strati della popolazione e soprattutto per le donne, godere dei vantaggi derivanti dalla sua fruizione, realizzando così un volano di crescita e stabilità. D’altra parte il varo di questi servizi vide l’emergere di una soggettività nuova nata dal dialogo fra giovani operatori e operatrici figli e figlie del ’68 (che non rinunciarono a sperimentare e a porsi in maniera critica nei confronti “della cosa”) e amministratori “accorti” (che venivano dalla resistenza e dalle lotte difensive degli anni ’50). Quest’alleanza permise la prosecuzione dell’esperienza anche quando vennero meno i poderosi movimenti di massa che l’avevano fatta nascere. Fu questo il crogiolo all’interno del quale nacquero le scuole per l’infanzia, gli asili nido, i servizi psichiatrici territoriali, i consultori, la medicina del lavoro, i servizi sociali pubblici etc. Si creò in questo modo un campo, il territorio, che non era un’entità geografica, ma un insieme di pratiche condivise (spesso anche con i fruitori dei servizi), metodologicamente incentrate su modalità di lavoro meno burocratiche, più orizzontali e più disposte a operare in rete, sia in termini inter-professionali al proprio interno (le équipes, i collettivi di lavoro, gli organi collegiali etc.), sia intessendo una rete inter-istituzionale. Con una poderosa forza d’attrazione e di rinnovamento nei confronti dei vecchi servizi: manicomi, ospedali, vecchia scuola, servizi sociali privati etc. E fu qui che nacquero gli “operatori territoriali”, cioè l’insieme di coloro che cominciarono a operare in base a un’identificazione operativa con i vari soggetti di cui ci si prendeva cura e con una particolare attenzione alla prevenzione. Creando in questo modo qualcosa che, al contrario dei sussidi, rimaneva e realizzava nel tempo una vera e propria cultura dei servizi.

Negli anni ’80, peraltro, ragioni d’ordine politico, economico e sociale portarono alla crisi della Prima Repubblica. Con l’affermarsi del neoliberismo si affiancò alla strategia stragista, con metodi più subdoli e con risultati più deflagranti, una nuova strategia che si mosse sullo scacchiere italiano in base a logiche predatorie, dal divorzio fra Banca d’Italia e Tesoro (che fece schizzare il debito) alla svendita prodiana dei beni di famiglia, fino ai primi richiami di Bruxelles che cominciò a fare pressioni sul passaggio del welfare italiano «dall’area dei costi a quella delle entrate», come ebbe a dire il ministro Vizzini a Samarcanda. Mentre una politica fiscale iniqua spingeva buona parte del ceto medio non solo a evadere, ma anche a investire il maltolto nei BOT e nei CCT, contribuendo all’impennata del debito. Da qui la crisi che portò alla Seconda Repubblica e comportò fra l’altro, fin dall’inizio e da parte sia del centrosinistra che del centrodestra, l’attacco al welfare e la precarizzazione crescente del lavoro (con conseguenze estremamente negative anche sul nuovo welfare aziendalizzato e privatizzato, costringendo alla subordinazione acritica i nuovi soggetti che vi operavano). Le linee d’attacco al welfare furono appunto: l’aziendalizzazione dei servizi; la tickettazione delle prestazioni; la loro crescente privatizzazione in direzione del privato no profit, o profit nel caso in cui le spese per la componente organica del capitale fossero alte (ad esempio un ospedale); la loro dismissione (ad esempio una parte delle strutture per la cura degli anziani, che da allora sono sulle spalle delle famiglie, delle donne e delle immigrate). Ma anche la deterritorializzazione, cioè lo smantellamento di tutta la rete di reti intorno alla quale si innervavano i vari servizi sanitari, psichiatrici, educativi (prescolari e scolari), assistenziali.

Quando questo attacco partì, la sinistra aveva già buttato al macero l’esperienza che aveva contraddistinto il suo ormai storico modello di buon governo locale e aveva già fatto proprio il modello neoliberista prodiano del welfare mix, buttando a mare, con l’acqua sporca della dipendenza dall’URSS, anche quel vivace “bambino” che pure aveva tenuto a battesimo vent’anni prima. Anzi, nel tentativo di ribadire la propria primazia sul piano amministrativo, a livello locale fu tra i primi a distruggere il welfare dei servizi, così come lo era stata nel costruirlo. E a nulla valse la scissione di Rifondazione Comunista che, a corto di idee, subito si acconciò nei fatti alle logiche neo-liberiste per qualche strapuntino nel governo centrale e in quelli locali, dove è rimasta afona fino a circa 10 anni fa. Per non parlare del sindacato, che rinunciò a qualsiasi critica pratica nei confronti di questa vera e propria demolizione dei servizi e che da ultimo è arrivato a proporre il welfare aziendale, che mira a coprire solo la sempre più esigua platea dei tutelati e di fatto rappresenta qualcosa che si somma alle tikettazioni, invece di eliminarle.

Il nuovo modello di welfare non è assolutamente apparentabile al vecchio welfare dei sussidi (per cui le zone in cui questo modello era vincente – tutto il Sud, ad esempio – sono confluite nel nuovo solo più povere delle altre poiché in precedenza si erano mangiate le risorse). La sua nascita implica l’emergere – al Nord e al Sud, nelle ex zone rosse e in quelle bianche – di nuovi soggetti sia fra i tecnici che fra gli amministratori, di nuovi metodi di lavoro, di una nuova concezione della cura. Il perno intorno al quale tutto ruota è l’alleanza fra i nuovi amministratori regionali e locali e una nuova dirigenza, che dapprima affianca quella vecchia, esautorandola dalla gestione del sistema, e poi la sostituisce, finendo col cedere porzioni crescenti di welfare ai privati, amici degli amministratori di riferimento del momento. La deterritorializzazione, coperta spesso dalla trasformazione in una caricatura di se stessa (i tavoli di discussione), è una delle chiavi di volta di questo nuovo modello e avviene in vari modi: la chiusura dei vecchi servizi, la loro trasformazione in servizi monoprofessionali, l’emergere di sistemi di valutazione dei risultati in base a logiche aziendalistiche centrate sull’analisi dei risultati dei singoli, la precarizzazione del lavoro (che impedisce anche al più volenteroso e capace dei nuovi assunti di esprimersi sul senso delle cose da fare), la perdita della longitudinalità della cura etc. Inutile dire che tutto ciò si accentua all’interno dei servizi del privato.

Nel frattempo in tutta Italia va crescendo una rete fatta di associazioni e di soggetti portatori di progetti di cura non ascrivibili a questa logica, che tende a inserire il welfare all’interno di un concetto ben più ampio di cura. È su di essi che bisogna contare per la costituzione di un nuovo soggetto che si opponga all’attuale andazzo. Per ora mancano le condizioni che sono state alla base del vecchio welfare. Ma una cosa è certa: il nuovo non può nascere sulle basi del welfare delle origini, il cui richiamo qui serve solo a far comprendere l’entità del danno subìto. Manca oltretutto l’altro perno sul quale quell’esperienza era stata costruita: quello rappresentato allora dagli “amministratori accorti”. Ma intanto – come dicevamo all’inizio – la pandemia, nonostante la spazzatura mediatica da cui siamo invasi, sta facendo riaprire gli occhi a molti.

Leonardo (Dino) Angelini

Leonardo (Dino) Angelini, psicologo psicoterapeuta, ha studiato Sociologia a Trento e Gruppoanalisi presso la Sgai di Milano. Vive a Reggio Emilia, dove dal 1971 ha lavorato dapprima nel CIM di Jervis, e successivamente nell’Ausl occupandosi sempre di bambini, adolescenti, famiglie, pre-scuola e scuola. È stato responsabile del Consultorio Giovani dell’Ausl di Reggio Emilia.

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