Il reddito di cittadinanza e il divano

image_pdfimage_print

In questi giorni è tornato al centro dell’attenzione della politica il dibattito sul reddito di cittadinanza. A volte con interventi competenti, capaci di guardare alla molteplicità di fattori che tale questione porta con sé, ma troppo spesso con approcci giudicanti, in bianco e nero, più attenti ai posizionamenti politici che non all’impatto che tale misura ha sul quotidiano di migliaia di famiglie fragili.

In un’intervista di alcuni giorni fa, il governatore dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini ha attaccato duramente il reddito di cittadinanza, dicendo, nella sostanza, che siccome è il lavoro a restituire la dignità alle persone, le forme di sostegno al reddito finiscono per essere «misure da divano», che portano le persone ad adattarsi all’assistenza e al non fare nulla. Una posizione che rischia di non leggere la complessità della situazione di povertà di milioni di famiglie. Per questo crediamo sia utile provare a spiegare perché ci sembra sbagliato associare in modo manicheo il «divano» con il reddito di cittadinanza.

Per prima cosa, quello che non ci convince è la colpevolizzazione della povertà. Ovvero la stigmatizzazione e la vergogna che vengono associate all’essere poveri, appiccicate addosso a chi prende un sussidio dal senso comune di stampo neoliberista, dimenticando però una verità di fondo e cioè che, nella stragrande maggioranza dei casi, non avere un lavoro e vivere una situazione di povertà sono condizioni subite e non ricercate. E, ancora, che in tutto il mondo i trasferimenti economici a chi non arriva a fine mese non servono a trovare lavoro, ma servono sia a liberare le persone dall’angoscia di non arrivare a fine mese (dopo la pandemia per molte e molti l’ansia di non arrivare a fine giornata), sia ad aiutare quelle stesse donne e quegli stessi uomini a non accettare lavori non dignitosi, a investire davvero, con testa e impegno, in un percorso di vita. È importante dirlo, saperlo, averlo chiaro, perché questo è l’errore che sta dentro la narrazione su cui è stato costruito il reddito di cittadinanza e che spesso ne limita le potenzialità e ne produce i disfunzionamenti.

Il secondo punto. Certo che il lavoro dà dignità, ma sappiamo anche che non è dignitoso lavorare in condizioni di sfruttamento tali da trasformare il lavoro stesso in una sorta di regalia da accettare a qualunque condizione. Non è dignitoso lavorare per un camorrista perché è l’unico che mi offre tale possibilità. Non è dignitoso il lavoro gratis per mesi e anni in uno studio con la scusa dell’apprendistato. Non è dignitoso essere costretti a lavorare correndo tra una lezione universitaria e l’altra, magari portando pacchi senza alcuna tutela, correndo su asfalti bagnati nel traffico impazzito di molte nostre città. Non è dignitoso essere costretti a essere schiavi in un campo di pomodori o svegliarsi alle 5 del mattino per arrivare a Roma dalla provincia napoletana, come fanno decine di giovani maestre e insegnanti campane che, dopo aver studiato e investito sulle loro competenze, si trovano a fare le pendolari non per lavorare, ma per la speranza di poterlo fare nel caso arrivi una chiamata di supplenza. Mentre è dignitosissimo ricevere un reddito dalla società che non è riuscita a creare le condizioni per consentirti di evitare tutto questo.

E per terzo, certo che è possibile e necessario evitare che ci siano abusi. Esiste qualche modo più raffinato ancora oltre quello di fare le ispezioni. Esistono modalità con le quali alla erogazione di un reddito di cittadinanza, come in qualche modo avveniva nel Rei, si associano servizi sociali o altri interventi di prossimità e orientamento che affiancano la persona in difficoltà che, così, non viene soltanto monitorata o ispezionata o controllata, ma viene seguita e accompagnata nei suoi processi che servono a dischiudere le opportunità diverse, a fare incontrare le sue aspettative e i suoi desideri con un percorso in grado di realizzarli.

Se la politica invece di lisciare il pelo di tutti noi o di titillare le nostre ansie interne, i nostri risentimenti e le nostre paure e rabbie, tornasse a discutere in questi temi, accettando la complessità come cornice del proprio fare e non la sua semplificazione strumentale, faremo un salto di qualità straordinario nelle politiche del nostro Paese. Noi del Forum Disuguaglianze e Diversità continuiamo a crederlo possibile.

 

 

Fabrizio Barca

Fabrizio Barca è un economista e politico italiano. E' stato presidente del Comitato per le politiche territoriali dell'OCSE dal 1999 al 200 e ministro per la coesione territoriale del governo Monti, dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013. Attualmente presiede il gruppoo di coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità.

Vedi tutti i post di Fabrizio Barca

Andrea Morniroli

Andrea Morniroli, da 30 anni impegnato nelle politiche di welfare a Napoli, è socio della cooperativa Dedalus, in cui si occupa principalmente di migranti e di contrasto della povertà. È stato assessore alle politiche sociali del comune di Giugliano in Campania. È portavoce della Piattaforma Nazionale Anti-tratta ed è responsabile dello Staff del Forum Diseguaglianze Diversità.

Vedi tutti i post di Andrea Morniroli