Calcio: giocare a porte chiuse

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Il calcio è un potere forte ‒ come rimbalza in un esame di idoneità all’Università per stranieri di Perugia («Suarez? Guadagna 10 milioni all’anno! Come si fa a bocciarlo all’esame?») ‒ ma non abbastanza da battere la principale esigenza attuale: il divieto di pericolosi assembramenti.

La discussione e relativa trattativa sulle percentuali di pubblico ammissibili negli stadi per le partite di calcio (e in via minore per gli altri sport di squadra) sembra un dibattito teorico tra il dover essere e il potere essere. Semplicemente non si può. Tra l’altro alla logica delle percentuali si ribellano persino gli ultras del “tutto e subito” che sembrano aver fatto un ragionamento la cui parafrasi suona così: «Vogliamo goderci il nostro tifo e la nostra squadra del cuore integralmente. Se ci sono ostacoli, limiti, come a suo tempo quando fu introdotta la tessera del tifoso, noi preferiamo astenerci dalla partecipazione, in attesa di tempi migliori». Una tesi radicale che di certo non è quella propugnata dalle società di calcio, orfane degli incassi al botteghino che pure, a fine anno, documentano nei bilanci percentuali di introiti minori rispetto alla voce dei “diritti televisivi”, tanto per citare la più importante.

Il calcio combatte una battaglia di parte che cozza contro la logica. Tra i più oltranzisti nell’opporvisi il governatore del Lazio Zingaretti. Il 25% degli ingressi consentiti rispetto alla capienza del singoli impianti sembra una linea del Piave ma anche un massimo rispetto a una forbice non ulteriormente allargabile. Oltretutto l’ingresso consentito a una solo spettatore sui quattro potenziali crea problemi di competenza. Per chi l’ingresso, con quali titoli e in base a quali criteri?

Dalla ripresa dell’attività siamo abituati a vedere stadi e palazzetti popolati solo dagli addetti ai lavori (arbitri, cronometristi, giornalisti, personale) veicolando una nuova antropologia di consumo. Spettacoli neutri, asettici ma non meno seguiti. Del resto gli stipendi dei calciatori non sono diminuiti parallelamente a questa restrizione, né il significato tecnico della partita o dell’evento è diminuito. Mancano la cornice, il colore, la vita, ma nei mesi di lockdown l’abitudine al virtuale è quasi diventata l’abito di casa e il mezzo televisivo offre la possibilità di introdursi indirettamente nel posto della manifestazione, talvolta restituendoci i suggerimenti (o addirittura le urla) degli allenatori e di chi gestisce lo spettacolo con modalità di fruizione inconsuete ma tuttavia godibili.

La prospettiva di prolungare per gli stadi lo stato d’emergenza dal prossimo 15 ottobre fino al 31 dicembre 2020 non sembra una forzatura visto il numero globalizzato dei contagi. L’onda lunga dei rientri dalle vacanze estive, l’effetto elezioni (referendum) e l’inizio dell’anno scolastico sono stati fattori attivi per la recrudescenza di un’ondata che non si sa più con quale numero etichettare. Allo sport si chiede comprensione, non rassegnazione.

La frase «lo sport viene dopo» è ritenuta indigeribile ma è l’argine con cui fare i conti. Probabilmente i tornei di calcio, basket e pallavolo stagione 2020-2021 saranno ricordati come quelli dell’emergenza anche se, a differenza dei precedenti, in gran parte riusciranno ad assegnare dei titoli. E questa è un buon risultato. Non solo per gli albi d’oro consolidati ma, più in generale per il nostro futuro oltre che per quello dello sport.

Se vogliamo ricorrere a una metafora ci soccorre l’evocazione all’Ilva. Meglio un lavoratore malato o un disoccupato sano? Tra i due mali non abbiamo dubbi nello scegliere la seconda opzione. Il lavoro si può trovare, la salute è più difficilmente recuperabile.

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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