La scuola in vacanza?

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Ho sentito parlare “di scuola” davvero una volta di troppo.

Dunque, poiché la misura è colma, oggi scrivo.

Non ho scritto prima, quando nei mesi scorsi chiunque, al di fuori della scuola, si è sentito in diritto di spiegare come andava fatta la DaD, la “Didattica-a-Distanza”, quasi fosse ordinaria amministrazione, rodata da secoli, certa e chiara come il teorema di Pitagora.

Non ho scritto, perché troppo impegnata a inventare, insieme ai miei insegnanti, strategie nuove, mai usate o immaginate prima, per star vicini “a distanza” a tutti gli studenti, provando a insegnare in modo nuovo e complicato, anche a quelli non raggiunti da internet, anche a quelli con i genitori impegnati in ospedale o alle casse dei supermercati, chiedendoci nel frattempo perché in nessun concorso di abilitazione all’insegnamento fosse stata prevista la materia “Pedagogia in pandemia”. E rimpiangendo che nessuno di noi avesse pensato di inserire nel proprio piano di studi un esame su “Covid e docimologia applicata”.

Non ho scritto dopo, quando è partito il tiro incrociato tra genitori convinti che gli insegnati stessero «davvero esagerando, perché non si può costringere dei ragazzini a stare tutto il giorno davanti al computer!» e genitori (delle stesse classi…) convinti che gli insegnati «potrebbero fare anche qualcosa di più, visto che prendono lo stipendio, pur stando a casa tutto il giorno!».

Non ho scritto, perché troppo impegnata a rispondere pazientemente a tutti e a ciascuno, spiegando a tutti e a ciascuno cosa si nasconde davvero dietro a 15 minuti di lezione in video conferenza, con allievi di nove anni, la nonna di piantone, il fratellino che nel frattempo ti ruba le figurine dei Pokémon, la connessione che va e viene, il fratello maggiore che freme perché ha bisogno dell’unico PC di casa per la sua, di lezione, e l’irresistibile tentazione della play, che vedi lì, a distanza di braccio, ma che non puoi accendere finché la maestra non avrà finito di spiegarti come funzionano le equivalenze!

Non ho scritto, perché troppo impegnata a cercare finanziamenti per comperare i tablet da dare in comodato gratuito a tutte quelle famiglie che non ce l’avevano. E nel frattempo ho sorriso un po’ amaramente, quando ho visto rivalutata la scuola, non tanto per quanto insegna, ma per «l’apporto al welfare», alla «parità di genere», insomma, alla possibilità di piazzare da qualche parte i bambini, mentre mamma e papà lavorano. O quando ho visto rivalutato l’insegnamento, perché «prova tu a far star seduto e fermo UN bambino (non 25…) a studiare geometria per una mezz’ora!».

Oggi però basta.

Ed è vero che anche oggi avrei tutt’altro da fare, ma davvero non ne posso più di sentire, in uno qualunque dei programmi di “approfondimento” che popolano la rete, commentatori, giornalisti e ospiti misti sproloquiare sul «rientro a scuola», sul «non saremo mai pronti in tempo», sul «non si sa se e come si torna», sul «non si sta facendo nulla e siamo ormai a metà estate», senza che sia venuto in mente a uno solo di quegli esperti di fare una telefonata a un qualsiasi dirigente scolastico, a un qualunque preside di provincia, per chiedergli cosa stia davvero facendo, in questi giorni di luglio.

Ecco perché ho deciso di trovare il tempo di scrivere. Per provare a spiegare, anche se nessuno me l’ha chiesto.

In queste settimane, oltre alla normale amministrazione (chiusura di anno scolastico, fine esami, trasferimenti di allievi e insegnanti, rendicontazioni economiche, liquidazione di compensi, valutazioni di docenti in anno di prova, chiusura progetti, partecipazione a bandi, passaggi di consegne, richieste di educative speciali per studenti HC…), appesantiti e rallentati da un lavoro spesso ancora fatto in modalità “agile” (che di “agile” ha solo il nome) io e i miei colleghi, insieme alle nostre segreterie, abbiamo letto Linee guida (che esistono) e studiato nei dettagli le Indicazioni del Comitato Tecnico Scientifico (esistono pure quelle), interpellato i Responsabili del Servizio di Prevenzione e Protezione di Istituto, misurato aule, contato banchi, calcolato algoritmi, tempestato di telefonate gli uffici tecnici dei Comuni, ragionato con Sindaci e assessori, inviato dati su dati agli Uffici scolastici regionali, risposto a dozzine di questionari, chiesto potenziamento di organico (cioè chiesto di avere più insegnanti), deciso se e come sdoppiare classi, allargare aule, rimpicciolire tavoli, riorganizzare mense.

Ci siamo posti dubbi («come faremo con i bagni?»), ci siamo scambiati domande («ma come possiamo pensare a ingressi scaglionati, quando arriva un treno all’ora?»), abbiamo cercato soluzioni («potrei usare le scale normali per l’ingresso e le scale di sicurezza per l’uscita?») e nel frattempo abbiamo cercato, trovato e ottenuto finanziamenti ministeriali, acquistato termometri, ordinato interi bancali di gel igienizzanti e migliaia di mascherine (ovviamente non senza prima aver fatto tutti i necessari passaggi sul MEPA, cioè l’obbligatorio Mercato elettronico della pubblica amministrazione), abbiamo partecipato a conferenze dei servizi e abbiamo convocato riunioni di staff di dirigenza (cioè vicepresidi, responsabili di sede, fiduciari di plesso…) per arrivare pronti al primo di settembre, senza mai dimenticarci che non si deve solo aver chiaro «come si torna» a scuola, ma anche «cosa si dovrà fare», una volta rientrarti. Perché il tema non è solo poter riaprire, ma anche e soprattutto saper riannodare fili, ricucire strappi, recuperare gap, rieducare alla socialità, all’attenzione, alla convivenza, al rispetto degli altri e non solo all’uso della mascherina, che nei dibattiti televisivi sembra invece essere l’unico tema degno di essere affrontato.

È a questo, a cosa e a come la scuola dovrà essere da settembre in poi, che noi ‒ segreterie didattiche, insegnanti e presidi ‒ stiamo pensando in questi giorni, mentre tutti parlano, senza interpellarci. Su questo noi stiamo lavorando, mentre invece chi parla ci pensa probabilmente ormai arrivati a metà dell’estate e quindi giusto a metà dei nostri tre mesi di vacanza.

Barbara Debernardi

Barbara Debernardi, valsusina, è stata sindaca del Comune di Condove in Val di Susa.

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One Comment on “La scuola in vacanza?”

  1. Chiarissima messa a fuoco del problema. La ringrazio perche’ questa e’ una vera disamina della situazione a tutt’oggi.
    Come sempre, si straparla di problemi ignoti agli sproloquianti pur di farsi sentire. Da 35 anni lavoro nella scuola secondaria di secondo grado dove insegno inglese.
    Pertanto condivido ogni rilievo da Lei fatto oltreche’ l’ insofferenza per la miopia politica e culturale. So bene come voi Dirigenti Scolastici stiate lavorando da mesi.
    Condividero’ questo Suo articolo con la mia futura quinta.
    Cordiali saluti
    Elena Baldi

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