La tecnologia: soluzione o parte della malattia?

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La Zona rossa ci ha offerto, in questi due interminabili mesi, una straordinaria opportunità di mutamento delle nostre modalità di lavoro e di azione. Telelavoro, riunioni on line, lavoro agile dalle proprie abitazioni rappresentano, infatti, non soltanto una modalità essenziale per evitare il contagio, ma anche un fondamentale ripensamento della nostra operatività in chiave ambientale: meno autovetture in giro significa meno CO2 prodotta, polveri sottili, code interminabili, meno impatto sul pianeta, più qualità della vita.

Ma siamo certi che sia tutto così chiaro e lineare? Non sarà forse che anche la tecnologia, quella stessa tecnologia che ora ci offre le soluzioni, sia parte del problema?

Non occorre essere virologi (ma oggi pare lo siano tutti) per cogliere nel cosiddetto spillover, ovvero nel salto di specie, una conseguenza dell’accorciamento delle distanze tra uomo e animali generata dall’inesorabile azione umana sull’ambiente, dove le devastazioni causate dall’avanzamento tecnologico rappresentano una parte rilevante: disboscamenti e urbanizzazioni di vario genere per accogliere le mirabolanti tecnologie del futuro, come il 5G, le cui conseguenze sulla nostra salute non sono state adeguatamente sperimentate.

Come diversi studi testimoniano, è ormai certo un legame tra la diffusione del virus e i livelli di inquinamento, che non a caso sono più pesanti dove i territori sono più antropizzati. L’antropizzazione non è legata soltanto alla presenza di agglomerati urbani con relativa concentrazione abitativa e consumo di suolo, ma anche agli insediamenti industriali e agli allevamenti sempre più automatizzati, senza dimenticare i vari supporti tecnologici per la diffusione di internet.

Ne deriva che, dove è maggiormente presente lo sviluppo tecnologico, è ragionevolmente più probabile l’attecchimento del virus. Come può allora, quella che è essa stessa parte della malattia, rappresentare la medicina?

Possiamo essere certi che le tecnologie siano meri e neutri strumenti o che basti monitorarne e tenerne sotto controllo gli effetti?

La storia recente, purtroppo, ci mostra diversi casi in cui la malattia è stata confusa, non è dato sapere se volutamente o meno, con la soluzione.

Il lavoro a casa può offrire una soluzione per proteggerci dal contagio e ridurre l’inquinamento. Ma se poi, nell’attrezzare le nostre case con la tecnologia adeguata, devastiamo l’ambiente, rischiamo di accorciare ulteriormente le distanze con le specie animali? E se, per diffondere le applicazioni che pare tracceranno i contatti col virus, abbatteremo alberi per renderne possibile lo sviluppo?

Quesiti cui ho cercato di avvicinarmi con un approccio non “complottistico”, col quale ormai si bolla ogni teoria non mainstream, ma improntato a un sano principio di precauzione e prudenza.

Sono pervicacemente convinto che  occorra un cambio di visione del nostro essere e stare sul pianeta, al fine di decolonizzare l’effetto del ricatto del PIL, ridurre i consumi, modificare gli stili di vita che rendano possibile a tutti l’accesso all’acqua, al cibo, alla sanità, alla stessa tecnologia. Quella tecnologia che dovrà essere sempre più lo strumento e non il fine, spesso del profitto di pochi.

Altrimenti, ci farà ammalare ancor più.

Francesco Fantuzzi

Francesco Fantuzzi, animatore del gruppo civico Reggio Città Aperta, consigliere della cooperativa di finanza mutualistica e solidale Mag6, è promotore di iniziative di partecipazione civica culturale e ambientalista nel settore dei beni comuni. Ha scritto da ultimo, con Franco Motta, "Dentro la zona rossa. Il virus, il tempo, il potere" (Sensibili alle foglie, 2020).

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