L’epidemia, la stampa e il giornalismo sportivo

14/05/2020 di:

Povero giornalismo e, al quadrato, povero giornalismo sportivo.

I mesi sotto il regime del coronavirus hanno inferto un’ulteriore mazzata alle vendita di copie e alla credibilità di sistema. Anche il grande impero monolitico di Urbano Cairo (che mai si scrollerà di dosso l’etichetta di “piccolo Berlusconi”) ha fatto ricorso allo stato di crisi per espellere dal Corriere della Sera – Gazzetta dello Sport 38 giornalisti sui 353 in organico. Una mossa in controtendenza rispetto al relativo stato di salute delle sue testate che, nei marosi di una crisi irreversibile per la carta stampata, mantengono una leadership indiscutibile. Fastidioso il virtuale ottimistico fuori onda del patron, costretto a scusarsi, mentre vantava la favolosa vendita di pubblicità. E costretto a smentirsi ancora una volta, prima assicurando i dividendi d’impresa, poi rinnegando la scelta, compresa la propria provvigione. Decisamente insopportabile poi il suo presenzialismo. Ogni suo sospiro, trasalimento, percezione, è oggetto di un doppio articolo sulle sue testate principali, dimostrando una volta di più che lo status di “editore puro” in Italia è pura utopia.

Né sta meglio il competitor, gruppo “Repubblica-Espresso”, confluito nel mirino delle inesplicabili scelte strategiche di John Elkann. Molinari, il giornalista neocon che ha studiato a Gerusalemme, è stato premiato per i disastrosi risultati di vendita riportati con la breve direzione de La Stampa e andrà a completare l’opera di ridimensionamento di una Repubblica inevitabilmente spostata a destra. Il dissenso di Scalfari (leggerà ancora il giornale che ha fondato?) e l’ideologia professata dal principale notista politico Stefano Folli, fanno intuire la svolta. Rimane il mistero su immeritate carriere costruite all’ombra di altrettanto misteriose lobby.

Ma quel che qui maggiormente interessa è un argomento ancora più micro e di merito. Cioè come il giornalismo sportivo è costretto a reinventarsi una materia prima volatile, considerando che da due mesi non ci sono eventi da raccontare, vigilie da presentare, risultati da commentare.

Mission difficile, quasi impossibile per quella sorta di giornalista virtuale che a volte lavora da casa e rimugina su eventi immaginari e/o artificiali. Non si contano le interviste a campioni quasi fermi ai box come la Pellegrini, Tortu e Nibali. Ma ancora una volta le scelte spingono verso l’interesse commerciale.

La RCS di Cairo è l’organizzatrice del Giro d’Italia, spostato a ottobre. E allora ci si inventa il Giro d’Italia virtuale sui rulli: una formula a cui nessuno crede ma che si merita sull’house organ un profluvio di pezzi di dubbio interesse. Da due mesi, poi, il lettore sfoglia la margherita sulla disponibilità di Ibrahimovic per il Milan. I cronisti agitano notizie clamorose di un mercato inesistente, a maggior ragione vista la crisi economica. Merita una pagina l’esternazione del marciatore Schwazer di cui si riconferma la squalifica per doping ma a cui si consente l’ipoteca di partecipazione per i Giochi del 2024, quando avrà quasi 40 anni. Merita un ampio pezzo anche la gara di salto con l’asta che i principali specialisti si sono organizzati in casa con misure da anni ’60.

È la stampa bellezza? Sì, principalmente quella sportiva che gioca di riporto sul coronavirus raccontando il privato dei campioni e al massimo, con la cronaca di ogni giorno, può documentare le continue positività dei tesserati, mentre si adombra un possibile ritorno all’attività. Sembra di sentir evocare le massime di Vico, il giornalismo dell’eterno ritorno: lo juventino Huguain a marzo doveva far ritorno a Torino e a maggio è ancora uccel di bosco: si potrebbe replicare lo stesso pezzo! Ci può interessare l’articolo della Gazzetta dello Sport di lunedì 11 maggio, pagina 32, intitolato «Berrettini alza la mano: “Giocare col guanto? Impossibile”. Sembra di tornare ai tempi de Il Male, satira in libertà. Ma qui, purtroppo, si fa terribilmente sul serio».