Forse questo virus è anche un virologo

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In questo periodo stiamo scoprendo quanto le nostre vite siano piene di cose superflue, se non possiamo usarle.
I nostri mobili sono stipati di vestiti che non abbiamo mai indossato, tantomeno ora che non possiamo mostrarli a nessuno, di orologi anche di marca che segnano un tempo che non passa mai, mentre i nostri garage custodiscono macchine costose ma immobili, inutilizzabili e colpite al cuore della loro vana potenza.

Le nostre case non sono mai apparse così colme di oggetti pleonastici che tolgono solo spazio vitale alle nostre vite, recluse nella Zona rossa.

Il tempo fermo, quello non produttivo, ha mostrato il mondo in cui viviamo: un mondo in cui siamo circondati dal superfluo.

Non è un giudizio etico, morale: non c’è nulla di male nel circondarsi di oggetti frutto del sistema consumistico in cui ci troviamo.

Ma questi oggetti, quando quel sistema si prende una pausa e sospende il tempo che scandisce il nostro agire nella catena della produzione e del consumo, si rivelano per quello che sono: inutili, anzi in qualche modo fastidiosi perché, negli angusti spazi in cui ci muoviamo, ci tolgono spazio.

Quando il tempo non è più scandito dal ritmo dell’economia, l’orologio biologico ricerca una nuova armonia che non è più data dal valore degli oggetti che possediamo, ma dal senso stesso di un tempo che, per la prima volta nella nostra vita, sembra non trascorrere, sembra immoto.

Ecco dunque cosa emerge ai tempi del coronavirus: il nostro tempo, quello produttivo, non è solo denaro, ma anche merce.

Quella merce che ci circonda, che abbiamo contribuito a produrre e che, quando il tempo non passa perché non abbiamo altro cui riferirci, non vale più nulla.

Una formidabile occasione per interrogarci sulla percezione di un tempo che normalmente sembra non bastare mai e correre sempre forsennato.

Che questo virus sia anche un virologo?