Abbasso i podisti!

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Mi chiamo Maurizio Pagliassotti e sono un untore.

Pratico podismo, l’inglesismo runner lo trovo tremendamente provinciale, e ciclismo, biker ancora peggio, a livello agonistico da molti anni: una maratona venti anni fa, qualche mezza maratona negli ultimi anni, qualche gara di triathlon in tempi passati.

Non scendo sotto 4.45 al mille sulla mezza maratona nemmeno con un fucile puntato nella schiena, quindi sono uno dei tanti che corricchia per passare il tempo all’aria aperta, attività che mi dà grande gioia, sempre. In bici, idem: settemila km all’anno ad andatura blanda, qualche colle alpino e tanti giretti per vedere i panorami e fermarmi a mangiare un panino alle acciughe in un bar di paese.

Ebbene sì, io sono il nemico finalmente battuto e messo in fuga, che solo fino a pochi giorni fa terrorizzava le vite di moltitudini perché “va a correre” o “va in bici”.

A correre sono andato l’ultima volta a fine febbraio con il mio amico e fratello Marco, e in bicicletta i primi di marzo. Ricordo le prime fioriture di ciliegio selvatico, i primi fiori nei prati, i cavalli che mangiavano fieno nelle cascine. Un’altra vita, che non so quando e se tornerà.

Fino a quelle date sono andato a correre e a pedalare ma non sono andato a fare “l’aperitivo contro la paura” oppure “al ristorante contro la paura”, “al cinema tenendo la distanza di sicurezza contro la paura, un posto sì e uno no contro la paura”, “a comprare un vestito contro la paura” quando le massime autorità nazionali del mio Paese invitavano, anzi, ordinavano di “reagire alla paura”.

Ve li ricordate quei giorni, sì? Quelle voci e quei sorrisi, quegli inviti pressanti a non essere dei buzzurri che credono a bubbole medioevali, complotti inventati per colpire l’Italia.

Gli infettivologi al tempo già si esprimevano con parole chiare, escluso qualche conformista dell’anticonformismo, rispetto cosa sarebbe accaduto.

Non sono più andato a correre quando Conte scandiva che l’Italia non si doveva fermare e che bisognava mandare avanti anche il settore del turismo, Di Maio parlava di “infodemia”, Sala lanciava i suoi “Milano non si ferma”, seguiti da Torino e altre città.

Io mi fermo quando le massime autorità politiche del Paese, quelle che hanno gestito e ancora lo fanno questa tragedia, invitano a muoversi il più possibile. Ma ora è inelegante parlare di queste cose, dato che è il tempo dell’Unità, niente meno.

Poi scopro, nel tempo, quando l’epidemia diventa catastrofica, di essere il nemico pubblico numero uno dell’occidente. Prima rimango stupito, poi spaventato dalla violenza estrema che si riversa su chi corre. Quelli che vanno nei parchi a sgambettare, quelli che vanno in bicicletta, quelli che camminano col cane, entrano tutti nel centro del mirino nel momento in cui i sopracitati escono, o a dirittura si ergono a salvatori. Dai balconi vengono puntate telecamere per la successiva gogna social, seguita da gavettoni e altri mezzi spicci.

Troppo visibili siamo, sicuramente non troppo depressi in un momento cupo e di collera diffusa. Sui social in particolare, che frequento il meno possibile, si alza un’onda in capo alla quale c’è una catena di sant’Antonio secondo la quale siamo noi che corriamo a intasare gli ospedali perché ci rompiamo le caviglie, cosa che per altro viene surretiziamente augurata nel testo, più relativo contagio e successiva morte.

Ora che anche i più restii sono a casa, chiusi nell’armadio scarpette e bicicletta sul balcone a prendere il fresco, il pericolo è diminuito? Ci sentiamo tutti più sicuri?

Probabilmente sì e questo è sicuramente un bene. Anche noi in fondo ci sentiamo più sicuri dato che non corriamo più il rischio di essere aggrediti per strada da fanatici pompati come rane toro a reti mediatiche unificate.

E adesso?

Con i nuovi decreti del primo ministro i corridori sono stati messi a cuccia, ma gli spostamenti a Milano sono passati da 600.000 a 554.000: settimanalmente.

Il raggio di spostamento, tracciato attraverso le celle telefoniche, crolla durante il fine settimana: cosa vorrà dire? Significa che il grosso del movimento non è dovuto a plotoni di novelli Gelindo Bordin, ma a eserciti di lavoratori che sono obbligati a spostarsi.

Il problema eravamo noi corridori? Forse sì, ma diamo una dimensione al fenomeno però, una dimensione comparata. Il relativismo non mi è mai piaciuto perché totalmente deresponsabilizzante, ma a volte può essere utile a mettere in luce quadri complessi.

Le fabbriche che rimangono aperte, addirittura nelle zone demolite dalla epidemia? Con i sindacati che minacciano lo sciopero generale e Confindustria che invece interviene per andare avanti nonostante quello che succede? È stata buona anche l’idea di ridurre le corse dei mezzi pubblici, costringendo così all’“intruppamento” forzato, sicuramente non troppo salutare, migliaia di disgraziati operai e impiegati costretti a continuare a recarsi al lavoro?

E così via, anche qui non infieriamo perché c’è l’Unità etc. etc.

La gazzarra inventata lì per là e fomentata dai media a suon di servizi censori verso coloro che hanno corso fino a quando hanno potuto – è bene ricordarlo questo – è stata totalmente fuori scala rispetto ad altre condizioni su cui si sorvola o si fa finta di non vedere. È bene dirlo ora perché tra poco entreremo in una riscrittura di questa storia orwelliana, processo già in corso per altro.

Questa non è una difesa dei podisti o dei ciclisti, è invece un invito ad analizzare l’insieme del reale, pratica impossibile in presenza di media in mano a pochi editori, prevalentemente mega gruppi industriali, affinché non si venga trascinati dentro guerre di inciviltà verso categorie precise. Perché ieri sono stati i podisti, domani potrebbero essere quelli che vanno a fare la spesa e comprano “ciò che non è necessario” oppure “ci mettono troppo tempo”. Oppure potrebbero esseri i vecchi, che già ondeggiano sull’orlo del precipizio.

È questa corsa, l’ennesima, eterna, ad essere spietati con i deboli e comprensivi con i forti. Siano essi, i primi, quelli che corrono, quelli che portano il cane, il povero che non vuole stare in un alloggio tugurio di una periferia urbana qualsiasi d’Italia, demolita da decenni di incuria e abbandono. E addirittura gli mandano l’esercito contro perché ritorni nella sua cuccia buono buono, come il podista.

Il gioco è sempre il solito, anche oggi: mettere gli ultimi contro i penultimi affinché si annientino rispettivamente. Io contro quello che porta il cane, quello che porta il cane contro l’anziano che va a spasso con la moglie per non crepare di solitudine, e questi ultimi due contro il primo che gli offre la televisione.

Facciamo attenzione, rispettiamo le regole, ma in un’ottica di giustizia nell’eguaglianza.

Maurizio Pagliassotti

Maurizio Pagliassotti, scrittore e giornalista, scrive per “Il Manifesto”. Ha pubblicato, presso l’editore Castelvecchi, «Chi comanda Torino» (2012) e «Sistema Torino, sistema Italia» (2014).

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