Che cosa ci insegna il virus, questo alieno arrivato all’improvviso

A me quel che sta accadendo in questi giorni ricorda un film che ho amato moltissimo, Arrival. Quando l’arrivo degli alieni scatena una competizione feroce tra gli Stati, ognuno preoccupato di trovare la soluzione per sé, battendo gli altri in velocità. Ognuno pronto a reagire in maniera scomposta a qualcosa che non sta capendo, senza ascoltare il parere degli esperti.

È un film meraviglioso perché parla di come (non) comunichiamo, di come entriamo nelle conversazioni armi in pugno, fraintendendo quasi sempre quel che l’altro vorrebbe dirci, perché proiettiamo su di lui le nostre paure, filtriamo quel che ci dice attraverso i nostri pregiudizi su quel che pensiamo possa volerci dire. Nel film di Villeneuve gli alieni vogliono regalarci uno strumento, e gli umani capiscono “arma”, perché chi comunica in quel momento con loro sono i militari.

Quel che sta accadendo in questi giorni mi ricorda Arrival perché anche lì l’alieno (in questo caso il virus) è venuto a insegnare ai terrestri principalmente una cosa: a ragionare come un pianeta, e non come singoli Stati in lotta tra loro. Che di fronte a una situazione come questa chi ha pensato a proteggere l’economia per prendersi un vantaggio sugli altri poi è stato costretto a dire: «cazzo, scusate, ho sbagliato!». Perdendo giorni preziosi.

Il virus ci sta insegnando che le frontiere non esistono, che puoi tirare su tutti i muri che vuoi ma poi una roba microscopica li attraversa in un secondo, alla faccia dei checkpoint e della difesa aerea, e non ci sono barconi da affondare, immigrati a cui dare la colpa.

Ci sta insegnando a metterci nei panni di un’altra parte del pianeta, quella che è costantemente in pericolo di vita, come noi in questi giorni, e che è facile parlare dal tuo salotto, e dire «ah, dovevi restare e combattere», ma poi se capita a te eccoti pronto a uccidere per un litro di amuchina, a salire su un treno, o un aereo, e rischiare di andare a infettare tutta la tua regione.

Ci sta insegnando che il modello economico neoliberista è un disastro, che lo sfruttamento continuo di tutte le risorse potrebbe distruggerci, perché è proprio dall’assalto dell’uomo agli ecosistemi che è nata questa pandemia, e che potrebbero nascere le prossime.

Ci sta insegnando che, nel momento in cui siamo confinati a casa, e fermiamo le auto, e fermiamo parte delle industrie, il pianeta respira, le acque tornano limpide, lo smog sparisce, l’aria torna pulita. Che in qualche modo, dal punto di vista della natura, siamo noi il vero virus.

Ci sta insegnando che coi soldi non compri tutto, come ha dimostrato il goffo tentativo di Trump di assicurarsi il vaccino dall’azienda tedesca che per ora ha risposto: «Attaccati al cazzo, se lo troviamo è di tutti».

Ci sta insegnando cosa vuol dire spendere miliardi per gli armamenti e tagliare i fondi per la sanità. Cosa ci costa pensare alla potenza invece che pensare, per una volta seriamente, alla “sicurezza”. Ci sta insegnando cosa sia davvero, questa famosa sicurezza, e – sorpresa! – non ha nulla a che fare col permettere ai privati di comprare armi e fucilare i ladri.

Ci sta insegnando che i leader improvvisati, eletti a colpi di tweet, sono i più inadeguati ad affrontare situazioni così difficili. Che l’odio che ci hanno insegnato non serve a nulla, e non sappiamo che farcene, perché adesso abbiamo tutti bisogno di amore, e solidarietà.

Ci sta insegnando il valore della cultura, dello studio e della scienza, perché ora siamo tutti, no-vax compresi, nelle mani dei medici, dei biologi, dei virologi, di chi per salvare tutti noi deve trovare cure adeguate, e un vaccino che ci permetta di tornare a vivere. Proprio grazie alla scienza, e allo studio, a un certo punto ci sarà un poi. Un dopo in cui respireremo di nuovo, ci abbracceremo di nuovo, potremo di nuovo fare l’amore con chi vogliamo. Ma questo dopo dobbiamo costruirlo diverso, dobbiamo cogliere l’occasione per capire, profondamente, tutto quel che il virus è venuto a insegnarci, e cambiare rotta.

Sogno un finale come quello di Arrival, insomma. E lo so che la realtà è diversa e più deludente, però dobbiamo fare in modo che non lo sia. Quando ne usciremo, oltre a festeggiare, dovremo chiedere, rivendicare, combattere. Dovremo imparare a difendere il pianeta ed esigere che sia difeso da tutti.

Dovremo pretendere che si ascoltino gli scienziati, sempre. Così magari, al prossimo giro, ci facciamo trovare preparati. O lo saltiamo proprio, il prossimo giro, che è anche meglio.